1998 – 2018: ancora BOYCOTT! – di Gianni Sartori

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Come suggeriva Ozlem Tanrikulu (vedi l’Espresso del 15 aprile 2018) ognuno di noi può (deve o almeno: dovrebbe) fare, se non proprio la differenza, almeno qualcosina per contribuire alla difesa del popolo curdo.

Per esempio denunciando la vendita di armamenti italiani (vedi elicotteri da combattimento) poi impiegati contro i curdi. E soprattutto, tenendo conto di quante imprese italiane sono localizzate in Turchia, praticando e diffondendo il boicottaggio. Come si usava negli anni ottanta nei confronti dell’apartheid sudafricano.

Del resto i precedenti di boicottaggio in difesa della popolazione curda, oltraggiata e massacrata dalle truppe di Ankara, non mancano anche da noi.

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A una vicenda del 1998 sono legato per ragioni anche personali.

Un riepilogo per rinfrescarvi la memoria.

Nel giugno 1998 il pubblico ministero di Vicenza, Paolo Pecori, ordinò alla polizia di mettere i sigilli al server del sito “Isole nella rete” (Bologna, http://www.ecn.org) che ospitava circa 15mila pagine web di impegno militante sociale e pacifista. Tra le associazioni messe a tacere: Lila, Asicuba, “Ya Basta”, Telefono viola e le radio “Onda d’urto”, “Black out”, “Sherwood”, le riviste ZIP, Necron, Bandiera Rossa, Freedom Press. Oltre a vari sindacati di base come la CNT iberica, alcuni gruppi musicali (“99Posse”,”Sunscape”…), una quarantina di Centri sociali e la mailing list di solidarietà con il Chiapas.

Cos’era accaduto? Un paio di mesi prima (aprile 1988) la Turban Italiasrl di Milano aveva querelato per diffamazione “Isole nella rete” nelle cui pagine web dal 16 gennaio 1998 circolava il messaggio “Solidarietà al popolo curdo”. I responsabili dell’associazione no-profit denunciarono il “gravissimo attentato alla libertà di espressione” raccogliendo la solidarietà dell’Associazione per la libertà della comunicazione elettronica ((in quanto “l’atto del magistrato introduce surrettiziamente il concetto di responsabilità oggettiva del provider”) e del collettivo Luther Blisset che definì l’operato di Pecori un “provvedimento da dittatore dello stato libero di Bananas”. Con il senno di poi, forse da dei situazionisti era lecito aspettarsi qualcosa di più: comprendere che la notizia in fondo secondaria (il sequestro del server) contribuiva a oscurare quella vera, ossia la violenta repressione subita dal popolo curdo. Ma nella Società dello Spettacolo, non scordiamolo mai, è sempre “lo spettacolo che si fa merce”. A ormai 20 anni di distanza resto dell’opinione che l’invito al boicottaggio del turismo in Turchia fosse (e sia) altrettanto legittimo dell’invito a boicottare i prodotti sudafricani all’epoca dell’apartheid.

Ripropongo il testo incriminato che, dopo essere stato volantinato e pubblicato come lettera su vari organi di stampa alla fine del 1997 (perfino sul giornale diocesano!), una volta entrato in rete nel gennaio 1998 aveva suscitato la ritorsione isterica della Turban Italia:

SOLIDARIETA’ AL POPOLO KURDO – BOICOTTIAMO IL TURISMO IN TURCHIA

Ogni lira data al regime turco con il turismo è una pallottola in più contro i partigiani, le donne, i bambini curdi; questo bisogna dirlo forte e chiaro per non rendersi complici del tentativo di genocidio operato dallo stato turco contro il popolo curdo.

In coincidenza con i periodi estivi e natalizi su alcuni quotidiani e settimanali è riapparsa la pubblicità a piena pagina della Turbanitalia che invita a visitare “la Turchia più bella”. Eppure dovrebbe essere ormai di dominio pubblico quante e quali siano le ripetute violazioni dei Diritti Umani operate dal regime turco, soprattutto contro il popolo curdo: torture nelle caserme e nei commissariati, detenzioni illegali, sparizioni di oppositori a opera di veri e propri squadroni della morte parastatali… per non parlare dell’occupazione da parte dell’esercito turco del Kurdistan “iracheno” con bombardamenti di villaggi e campi profughi. L’invito della Turbanitalia ai tours e soggiorni al mare nella “Turchia più bella” è decisamente un pugno nello stomaco se confrontato con le notizie che quasi ogni settimana giungono dalle zone martoriate del Kurdistan. Nel Kurdistan “turco” 25 milioni di persone vivono sotto il giogo di 500.000 soldati e per mantenere la sua “guerra sporca” contro questo popolo lo stato turco fa affidamento soprattutto sulla valuta pregiata del turismo che frutta ogni anno oltre dieci miliardi di dollari. Non esiste città turca nelle cui prigioni non si torturi, nei cui dintorni non sorgano bidonvilles di sfollati dai 3500 villaggi curdi distrutti. Le proteste dei prigionieri vengono regolarmente represse a colpi di spranga e i familiari riescono con difficoltà a farsi restituire i cadaveri. Intanto nei campi profughi assediati dall’esercito e da miliziani filoturchi i bambini muoiono di stenti. Anche recentemente l’utilizzo del napalm da parte dell’aviazione turca (forse gli stessi piloti che vengono addestrati nelle basi NATO del Veneto) ha provocato vittime soprattutto tra i civili. In questo deserto di repressione e sofferenza i paradisi turistici decantati da Turbanitalia sono soltanto oasi blindate. Tra l’altro è risaputo che agli affari della Turban è direttamente interessata l’ex premier Ciller, ispiratrice degli squadroni della morte che hanno provocato la morte di centinaia di oppositori, kurdi e turchi.

Invitiamo quindi a boicottare le agenzie di viaggi che offrono i tour in Turchia e anche i giornali che li pubblicizzano, come gesto di solidarietà verso un popolo fiero e perseguitato.

Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli (sez. di Vicenza)

Collettivo Spartakus

f.i.p Via Quadri, 75

Vicenza, 12 gennaio 1998”

Una dichiarazione ancora attuale, direi. Tragicamente attuale.

All’epoca mi chiedevo: “Ma boicottare i complici di un genocidio è o non è reato?” Domanda regolarmente disattesa.

Sempre nel 1998 avevo poi anche scritto a Il Manifesto che, bontà sua, accettò di pubblicare il mio intervento.

Riporto testuale (titolo compreso):

E’ moralmente accettabile fare affari con un regime genocida?

Il sequestro di un intero sito web su Internet è stato presentato con un certo risalto sulla stampa. Vittima dell’operazione, l’associazione “Isole nella rete” che dà voce a più di un centinaio di associazioni, centri sociali, radio autogestite, organismi sindacali. Il tutto era iniziato con una querela per diffamazione presentata dall’agenzia Turban Italia di Milano, specializzata in vacanze in Turchia, per un messaggio diffuso attraverso il sito che invitava al boicottaggio dei viaggi per esprimere solidarietà al popolo curdo perseguitato dal regime di Ankara. Tale richiesta nasceva dalla singolare omonimia del nome e del logo (e stessi alberghi) tra la Turban italiana e la Turban turca, una società governativa legata alla figura dell’ex premier Tansu Ciller e agli scandali emersi in merito alla “guerra sporca” contro i curdi e l’opposizione di sinistra. Il risalto dato al provvedimento in quanto violazione della libertà di espressione, sembra però aver oscurato la ragione principale del comunicato che resta la denuncia delle persecuzioni subite dal popolo curdo e delle complicità internazionali. Negli anni ottanta era prassi normale, sia da parte dei gruppi della sinistra che di molte associazioni di area cattolica, chiedere il boicottaggio nei confronti dei prodotti sudafricani, delle banche che finanziavano il regime razzista di Pretoria, delle compagnie turistiche. Ma ora i tempi sono cambiati e assistiamo alla sceneggiata contro un comunicato che, comunque, ha costretto la Turban Italia a uscire allo scoperto e a parlare dei curdi nei suoi prospetti informativi, arrampicandosi sugli specchi per giustificare la politica repressiva della Turchia. Se non fossimo di fronte alla tragedia di un intero popolo, le tesi sostenute nei “programmi estate 1998”, oltre che facilmente confutabili, sarebbero risibili. Fanno pensare alle veline prodotte dall’ambasciata o dai servizi segreti turchi. I curdi, secondo Turban Italia, si sarebbero trasferiti tutti a Istanbul, Ankara e nelle altre metropoli turche in cerca di condizioni di lavoro più favorevoli. Sulle montagne rimaste spopolate arriverebbero altri curdi dall’Iraq costringendo l’esercito turco a proteggere le frontiere. In realtà è l’esercito turco che sconfina per bombardare i campi profughi dei curdi in Iraq.

(Gianni Sartori, il Manifesto 7 agosto 1998)”

Tornando all’oggi, possiamo dire che almeno dal 2015-2016 (quando Ankara operava distruttivamente in Bakur contro i curdi) anche in Europa, particolarmente in Francia, si è andata delineando una campagna internazionale per sanzionare la Turchia. In particolare boicottando il turismo (e le agenzie turistiche) e i prodotti turchi importati nel vecchio continente.

Con la recente aggressione colonialista contro Afrin, l’operazione di pulizia etnica in atto e il tentativo di annichilire l’esperienza del Confederalismo democratico in Rojava, diventa quantomai doveroso esprimere pubblicamente una severa condanna nei confronti dello Stato turco.

Appare improbabile che tale condanna possa provenire dagli attuali governi europei o da altri organismi istituzionali. Di sicuro né Parigi, né Berlino (e tantomeno Roma) proporranno sanzioni contro Ankara. Anzi, è probabile che consentiranno tacitamente all’alleato e socio in affari Erdogan di portare a termine il lavoro sporco iniziato due anni fa in Bakur. Voltando la schiena ai curdi e dando prova quantomeno di ingratitudine visto che gran parte del merito per la sconfitta dello Stato islamico spetta sicuramente ai combattenti delle YPG.

Tocca quindi alla “società civile” europea, ai singolo cittadini lanciare e mettere in pratica la parola d’ordine del boicottaggio.

Arma semplice, non violenta, comunque efficace. Già adottata dai contadini poveri irlandesi (auto-organizzati nell’Irish Land League) nel 1880 contro un amministratore terriero, un militare inglese e sfruttatore: Charles Cunningham Boycott.

Quale momento migliore di questo quando si sta per aprire la stagione turistica?

Quale occasione migliore per non essere ancora complici di un genocidio contribuendo finanziariamente alla politica militarista e colonialista di Ankara?

Gianni Sartori

TIOCFAIDH AR LA – MA QUAND EL VEGNARA’ EL NOSTER DI’? – di Redazione Dialogo Euroregionalista

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Ci piace in questi giorni fare un parallelo fra il motto dei Repubblicani Irlandesi e una frase quasi sconosciuta ai più, pronunciata da un operaio di una grande fabbrica di Milano durante un comizio di Filippo Turati tenuto alle classi lavoratrici meneghine il 6 maggio 1898.

Nei giorni successivi la città di Milano fu teatro di una dura repressione da parte dell’Esercito italiano; anche qui ci piace fare un parallelo con la Pasqua del 1916 di Dublino, con una fondamentale differenza: a Dublino i ribelli irlandesi erano armati ed inquadrati in formazioni organizzate, a Milano si trattava di semplici cittadini disarmati che protestavano contro le disastrose condizioni di vita che avevano dovuto affrontare nell’Italia unificata.

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Centinaia di morti e di feriti, migliaia di arrestati, questo il costo della rivolta milanese; e per noi l’ulteriore umiliazione di vedere in vecchie fotografie la Piazza del Duomo trasformata in bivacco di reparti di cavalleria, un altro segno di disprezzo per le tradizioni del popolo lombardo.

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Fino a qualche decennio fa, le forze politiche della sinistra erano in prima fila nel ricordo di questi tristi avvenimenti; in seguito, forse all’inseguimento del politically correct o forse per paura di rinfocolare realtà localiste, anche coloro che avrebbero dovuto tenere viva la fiaccola della memoria dei propri martiri hanno messo in naftalina questi gravissimi fatti.

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Siamo rimasti solo noi, in beata solitudine, a tenere alta la bandiera di questi milanesi che patirono sulla propria carne il prezzo dell’appartenenza ad uno Stato a loro estraneo: cinquant’anni dopo le barricate contro gli Austriaci, l’ubriacatura pro-italiana era passata e rimanevano solo le ferite da medicare e i morti da piangere.

SETTIMA ARTE E LIBERTA’ – TERZA SERATA – 17 maggio 2018 – “GIORNI DI GUERRA” (2007)

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Nell’ambito della serie di incontri “Settima Arte e Libertà” che si svolgono nella nostra sede di Vedano al Lambro (MB) – Via Privata Schiatti 8 – giovedì 17 maggio 2018 alle ore 21 assisteremo alla proiezione del film “Giorni di Guerra”, una pellicola del 2007 mai apparsa nelle sale cinematografiche italiane.

Denuncia politica e ritratto psicologico di una guerra brutale, in una spettacolare cornice d’azione.


Siamo nel 1959: da ormai cinque anni il Fronte di Liberazione Nazionale si oppone con attentati e azioni militari alla presenza coloniale francese in Algeria, iniziata nel lontano 1830. Il tenente francese Terrien viene assegnato a una delle zone dove il conflitto è più intenso: i monti berberi della Kabylia. Convinto di partecipare a una missione di pacificazione, secondo la definizione data dalla propaganda in madrepatria, l’ufficiale si confronta presto con la feroce realtà di una guerra fatta di bombardamenti, torture e violenza indiscriminata sui civili. La rapida sconfitta dell’ingenuo idealismo del protagonista è ben esplicitata dal confronto con l’esperto sergente Dougnac, un reduce della guerra d’Indocina. La dimensione del conflitto, concluso nel 1962 con l’indipendenza algerina, è ben sintetizzata da due cifre: i caduti algerini furono circa 250.000, tra civili e combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale, quelli francesi, in larghissima parte militari, circa 25.000.
da www.mymovies.it

 

5 MAGGIO 1981: MUORE L’ALLODOLA D’IRLANDA – di Gianni Sartori

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La morte di Bobby Sands nel 1981 ha rappresentato per molte persone, più giovani, di mia conoscenza un evento di quelli che ti segnano, ti cambiano se non proprio la vita, almeno la percezione della stessa (oltre che della Storia, della politica…).

Per chi scrive le cose andarono altrimenti. Dopo una militanza iniziata nel 68, grossomodo, ritenevo di aver concluso il mio impegno (per stanchezza esistenziale, sensazione di impossibilità nel cambiare le cose, riflusso…fate voi) con le manifestazioni, talvolta dure, a cui avevo partecipato nel 1974 (esecuzione di Puig Antich) e nel 1975 (vedi le proteste per l’uccisione di Varalli, Zibecchi e Micciché e, in settembre, per la fucilazione di due etarra – Txiki e Otaegi -e di tre militanti del FRAP). Per qualche anno mi dedicai ad altro, pur mantenendo un interesse, una curiosità per quello che nel mondo si muoveva e agitava (con qualche incursione nella Spagna post-franchista, per esempio…). Poi era arrivato lo sciopero della fame dei militanti repubblicani e il tragico epilogo. Piantai tutto (quasi tutto, a dire il vero) e partii per Belfast. Da allora sostanzialmente ho continuato, bene o male. Colpa sua, di Bobby. E accidenti a lui che potrebbe essere ancora al mondo. Era infatti più giovane di me e la cosa mi colpì molto (fino ad allora erano stati soprattutto compagni miei coetanei a morire: Salvador Puig Antich, Saltarelli, Franco Serantini, Txiki…). A distanza di tanti anni, visto anche come poi sono andate le cose in Irlanda, mi chiedo se ne valesse veramente la pena. Ma questo non toglie nulla al suo coraggio, al suo autentico eroismo e a quelli dei suoi nove compagni.

Un breve riepilogo, per non dimenticare che comunque “la vita è breve, usiamola per calpestare i tiranni” (cito a memoria).

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Sembra soltanto ieri e invece sono passati quasi 40 anni. Sotto gli occhi attoniti di una vecchia Europa sazia e soddisfatta, 10 giovani repubblicani irlandesi sacrificavano la loro vita per rivendicare diritti inalienabili come quello dell’autodeterminazione e per il riconoscimento dello status di prigioniero politico per chi viene incarcerato nel corso di una guerra di liberazione.

Lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze fa parte della tradizione celtica irlandese. Ma quello condotto con estrema determinazione dai prigionieri degli H Block, più che un esplicito richiamo al diritto tradizionale gaelico e alle leggi druidiche, rappresentava un atto prettamente politico all’interno di un processo collettivo di liberazione.

Sono oltre una ventina i detenuti politici irlandesi morti nel secolo scorso in sciopero della fame.

Il primo di questa lista è Thomas Ashe, uno dei protagonisti della “Pasqua di Sangue” dublinese del 1916, morto nel 1917 dopo essere stato costretto a ingerire cibo per forza. Nel 1920 moriva Terence McSweeney, sindaco di Cork, detenuto

nel carcere di Brixton (Londra), dopo 74 giorni di sciopero della fame. Nel corso della medesima protesta morirono anche Fitzgerald Michael e Murphy Joseph. Nel 1923, durante la vera e propria guerra civile tra l’Ira e i sostenitori dello

“Stato Libero”, disposti ad accettare la divisione dell’isola, nel carcere irlandese di Montioy persero la vita dopo oltre 40 giorni di sciopero della fame Andrew Sulli-van e Dennis Barry.

Sempre in Irlanda, nel carcere di Arbour Hill, nel 1940 morirono dopo 50 giorni di sciopero della fame Jack McNeela e Tony d’Arcy. In un altro carcere irlandese la stessa sorte toccò a Joseph Witty. Nel 1943, dopo 31 giorni di sciopero della fame e della sete, si spegneva nel carcere di Dublino il volontario dell’Ira Sean Mc Caughey.

All’inizio degli anni Settanta la situazione in Irlanda del Nord precipita: il 6 febbraio 1971 l’Ira uccide un soldato inglese (vittima che va ad aggiungersi ai soldati già uccisi nel 1969 dai cecchini protestanti) e la reazione non tarda; il 9 agosto dello stesso anno viene introdotto l’internamento a tempo indeterminato (quella stessa mattina 342 uomini, in prevalenza cattolici, furono arrestati) durante il quale sarà regolarmente impiegata la tortura fisica.

Si intensificano gli scontri di strada e il 30 gennaio 1972 le truppe inglesi massacrano tredici persone inermi a Derry (“domenica di sangue”).

Due mesi dopo Londra riprende in mano direttamente l’amministrazione dell’Ulster e “concede” ai detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici. Ma la pressione giudiziaria si fa sempre più pesante. Nel 1973 vengono introdotti

i tribunali speciali, senza giuria, e nel 1974, con l’introduzione del “Prevention of terrorism act”, il fermo di Polizia viene portato a sette giorni. Nel periodo immediatamente successivo lo sciopero della fame provoca altre due vittime nelle carceri inglesi: Michael Gaugham nel 1974 e Frank Staff nel 1976.

Intanto era stato revocato lo status di prigioniero politico.

Il 27 ottobre del 1980 inizia negli H Block del carcere di Long Kesh (soprannominato “Maze”) uno sciopero della fame che, dopo essere stato sospeso a Natale e ripreso il 1 marzo 1981, porterà alla morte di 10 militanti repubblicani. Che i loro nomi possano vivere per sempre nella mente, nel cuore e nelle lotte di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Più forti della morte.

La mattina del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni,  muore Robert Gerard Sands. Nato a Belfast nel 1954 da madre cattolica e padre protestante, era entrato nell’Ira a soli 18 anni. Quando morì ne aveva 27. Oggi Bobby è sepolto a Milltown, il cimitero cattolico di Belfast-Ovest, posto lungo le “Falls” (Falls Road), la famosa arteria repubblicana. Qui riposano molti martiri della causa irlandese: combattenti come Bobby Sands e Joe McDonnel o semplici cittadini assassinati dalla Polizia come Sean Downes. Ricordo che il 16 marzo 1988 Milltown fu teatro di una brutale aggressione armata da parte di un fanatico lealista (miliziano filobritannico), conclusasi con una strage di cattolici, ai danni di un corteo funebre.

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Il 14 maggio, dopo 59 giorni di sciopero, muore Francis Hughes, di 25 anni. Soprannominato “il Che Guevara dell’Ulster”, nel ’78 era stato arrestato e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso otto soldati inglesi.

Raimond McCreesh muore il 21 maggio, dopo 61 giorni. Entrato nell’Ira a soli 16 anni, fu arrestato nel ’76 dopo un’imboscata contro l’esercito. Quando morì aveva 24 anni ed espresse al fratello sacerdote che l’assisteva il desiderio che la sua morte non provocasse alcuna violenza. Patsy O’Hara si era staccato dall’Ira e unito, nel 1975, all’Inla (Irish NationalLiberation Army) di Derry. Dopo l’arresto subì in carcere ogni tipo di violenza fisica e psichica. Morì il 21 maggio all’età di 24 anni. Nel 2015 anche sua madre, Peggy O’Hara, se n’era andata per sempre. L’avevo conosciuta e visitata a casa sua, a Derry, in un paio di occasioni. Mi ha lasciato, oltre a una drammatica intervista* dove raccontava quei giorni di immenso dolore, anche alcune foto del figlio e una toccante dedica sul libro che mi aveva regalato (“The irish Hunger Strike” di T. Collins).

E quest’anno, in gennaio, è morta la mamma di Bobby Sands, Rosaleen.

 

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L’8 luglio 1981, dopo 61 giorni di astensione dal cibo, moriva Joe McDonnel, membro dell’Ira di Belfast e il più anziano del gruppo. Fra i compagni che sostituirono i primi quattro morti toccò a lui sostituire Bobby Sands, insieme al quale era stato arrestato e con cui oggi è sepolto. Martin Hurson era stato arrestato nel novembre del ’76 per cospirazione e detenzione di esplosivi. Portato a Long

Kesh, venne interrogato e torturato. Morì il 13 luglio, a 24 anni, dopo 46 giorni di sciopero della fame.

Kevin Lynch, militante dell’Inla, fu arrestato nel ’76 in seguito all’uccisione di un poliziotto, venne torturato e condannato a dieci anni, Iniziò lo sciopero della fame il 23 maggio e morì il 21 agosto, all’età di 25 anni.

Kieran Doherty, già attivissimo militante dell’Ira, durante lo sciopero della fame svolse un ruolo di leader, riconosciutogli dagli altri detenuti, soprattutto nei contatti con la Chiesa. Morì il 2 agosto, a 25 anni, dopo essere riuscito a sopravvivere senza cibo per 73 giorni. Thomas McIlwee, esponente dell’Ira, passò la maggior parte della sua prigionia nel blocco di punizione. Quando morì, dopo 62 giorni di sciopero della fame, aveva solo 23 anni.

Emblematica la vita di Micki Devine. Vissuto fin da bambino in condizioni di estrema povertà (raccontò di aver spesso patito la fame), fu uno dei primi membri dell’Inla di Derry. Iniziò lo sciopero della fame a metà giugno e morì il

20 agosto, a 27 anni. Altri due prigionieri vennero salvati quando ormai erano in coma. Uno di loro, Pat McGeown, è morto nel 1994. L’altro, Lawrence McKeown, scrittore e conferenziere, è rimasto segnato a livello fisico.

Ho avuto l’onore di incontrare (e ospitare a casa mia) McKeown negli anni novanta durante un giro di conferenze. Naturalmente gli chiesi dove avesse trovato la determinazione per aggiungere anche il suo nome alla lista dei volontari che avrebbero dovuto sostituire i compagni morti durante la protesta. «È praticamente impossibile – mi aveva detto – capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti, dopo che ci era stato tolto lo status di prigionieri di guerra. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Eravamo tutti molto giovani, tra i 20 e i 30 anni. La maggior parte quando erano entrati in carcere erano poco più che adolescenti. Tra di noi c’era molta unione, molta solidarietà e forti convinzioni politiche, le stesse che mi avevano portato a entrare nell’Ira, ben sapendo che la prospettiva della prigione e della morte era tutt’altro che remota.

Vedere con i miei occhi la dura repressione subita dai detenuti non ha fatto altro che rafforzare le mie convinzioni. Il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarci, di farci apparire come delinquenti comuni. Dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali». Aveva poi aggiunto che «molti volontari dell’Ira prigionieri sono morti in sciope-ro della fame negli anni Venti, Quaranta, Settanta… E così via fino al 1981. In tutto i detenuti politici irlandesi morti durante uno sciopero della fame negli ultimi 80 anni sono 22. Di tutti loro possiamo dire che sono “Morti perché altri fossero liberi” (come è scritto sulla tomba di Micky Devine e Patsy O’Hara, a Derry nda).

Anche lo status di prigioniero politico era stato ottenuto, nel 1972, con uno sciopero della fame. Venne poi ritirato nel 1976».

La loro decisione quindi non fu certo presa alla leggera. «Per quanto mi riguarda – proseguiva McKeown – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno; chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto. Avevo pensato molto a quali sarebbero state le conseguenze per la mia famiglia… Io ero sposato ma almeno non avevo figli, diversamente da altri volontari, come Bobby Sands…».

Le richieste fondamentali degli scioperanti di Long Kesh erano cinque, strettamente collegate alla rivendicazione dello status di prigionieri politici: non in-dossare uniformi carcerarie, non svolgere lavori penali, libertà di studio e associazione,

possibilità di ricevere visite e pacchi, diritto alla riduzione della pena. Tali richieste, anche se in maniera non plateale e senza la reintroduzione formale dello status di prigioniero politico, vennero poi ricono-sciute e soddisfatte nella sostanza.

Ai primi di novembre del 1981, infatti, dopo la fine dello sciopero della fame, il ministro Prior presentava le sue riforme carcerarie che comportavano per i detenuti repubblicani del “Maze” il permesso di indossare i propri vestiti, la possibilità di beneficiare della riduzione della pena ecc. Niente altro da aggiungere che non sia già stato detto dai diretti interessati con il loro gesto così radicale e definitivo.

Per quanto mi riguarda: «In qualunque luogo mi sorprenda la Morte, seppellite il mio cuore a Milltown».

 

Gianni Sartori

 

 

*https://www.riccardomichelucci.it/irlanda/in-memoria-di-peggy-ohara/

 

 

La Corte Costituzionale e il popolo veneto – di Ettore Beggiato

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Lo stato italiano, nelle varie sedi (governo, corte costituzionale, tribunali vari), cerca disperatamente di non riconoscere il popolo veneto, tenta di negare al popolo veneto il diritto di sentirsi tale: emblematica la recente sentenza della Consulta e relativa bocciatura della legge regionale n. 28/2016 “Applicazione della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”.

Non abbiamo bisogno di tali riconoscimenti, l’esistenza del popolo veneto è un dato di fatto, e non sarà certo una sentenza, un pronunciamento, un ricorso o qualche altra diavoleria da “legulei”  a mettere un dubbio ciò che viene sancito dalla storia.

Anche lo studioso più sprovveduto dovrebbe sapere che la nostra  Terra  prende il nome dell’antichissimo popolo dei Veneti, popolo del quale abbiamo  testimonianze certe  almeno dal 1.200 avanti Cristo.

Il  prof. Sabatino Moscati, già presidente dell’Accademia dei Lincei scrisse ancora nel 1985: “”Se c’è una regione d’Italia antica nella quale sia evidente la coincidenza di un popolo, di cultura e di territorio, questa è il Veneto.
….tutto coincide: il popolo dei Veneti, la cultura che da loro prende il nome, il territorio che è sostanzialmente lo stesso ancor oggi”.

E nello statuto della nostra Regione sta scritto, ancora nella prima stesura degli anni settanta, all’articolo due: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e alle tradizioni della sua storia” e tale concetto è stato ribadito  all’unanimità dal Consiglio Regionale nel nuovo statuto approvato nella primavera del 2012.

E come non citare il prestigioso intellettuale e giornalista veneto, Goffredo Parise che nella terza pagina  del Corriere della Sera il  7/2/1982 scrisse un memorabile pezzo nel quale si leggeva:

“Il Veneto è la mia Patria. Do alla parola patria lo stesso significato che si dava durante la prima guerra mondiale all’Italia: ma l’Italia non è la mia Patria e sono profondamente convinto che la parola e il sentimento di Patria è rappresentato fisicamente dalla terra, dalla regione dove uno è nato. Sebbene esista una Repubblica Italiana questa espressione astratta non è la mia Patria e non lo è per nessuno degli italiani che sono invece veneti, toscani, liguri e via dicendo..” 

E cosa diranno a Roma di quanto scrisse il grande Indro Montanelli che rispondendo a una mia lettera affermò che la Repubblica Veneta fu “una civiltà non italiana (quale la Serenissima mai fu né mai si sentì), ma europea e cristiana” (Corriere della Sera 24/9/1996) ?

E quale sarà la reazione degli “ermellini” della corte costituzionale quando si troveranno di fronte ai capolavori del grande pittore rinascimentale Carlo Crivelli, praticamente sconosciuto in Patria (veneta) ma al quale sono state riservate due sale in uno dei più grandi musei del mondo, la National Gallery di Londra, che si firmava  “Carlo Crivelli Veneto” ?

 Ci sarà un processo postumo e le sue tele andranno al rogo ?

Il 25 aprile ho partecipato alla manifestazione  in onore di San Marco nella piazza San Marco a Venezia con tanta gente, con tante famiglie che liberamente, pacificamente, con gioia facevano festa e sventolavano le bandiere venete; in tutta la nostra Terra  sono esposte migliaia e migliaia di bandiere di San Marco, nelle nostre scuole incominciano i corsi di lingua veneta, cresce in maniera esponenziale il processo di riappropriazione della nostra identità veneta: è un processo inarrestabile, Roma e l’Italia tutta non possono pensare di fermarlo con qualche sentenza che ha sempre più il sapore di “grida manzoniana”.

Ettore Beggiato