#sea #Plastic #Pollution
by Mahmoud Rifai©

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by Mahmoud Rifai©


Ma l’opera che mi ha impressionato di più, anche per la sua storia, è sicuramente “L’angelo annuncia il martirio a Santa Caterina di Alessandria” del grandissimo pittore veneziano Jacopo Tintoretto (1518-1594).
Il capolavoro del Tintoretto era stato pensato per la chiesa di San Geminiano in piazza San Marco, straordinaria opera di Jacopo Sansovino; il figlio di questi, Francesco, ne parla come di una chiesa che “anche se piccola, è forse la più ornata di tutte le altre della città”: in effetti, oltre a marmi bellissimi, c’erano opere del Veronese, dei Vivarini, del Brusaferro, di Luigi del Friso, di Sebastiano Ricci e di tanti altri; il grande Jacopo Sansovino era così orgoglioso della sua opera che chiese di esservi sepolto.
Tale gioiello fu ammirato fino al 1807: Napoleone decise di raderlo al suolo per costruire quella che ancora oggi si chiama “ala napoleonica” … ma non finisce qui, poiché nel 2002, più o meno nelle stesso posto dove si trovava la Chiesa di San Geminiano, l’intellighenzia veneziana pensò bene di collocare nel Museo Correr un orrendo monumento al rapinatore francese… come mettere un monumento a Hitler nel Ghetto veneziano …
Il capolavoro del Tintoretto finì in un primo tempo all’Accademia e poi nel mercato artistico … nel 1983 venne acquistato da David Bowie e conobbe nuova notorietà proprio grazie all’icona del rock inglese: da qualche mese è ritornato nella sua città e per chi lo vuole ammirare c’è tempo fino a domenica primo marzo.
Ettore Beggiato

Mi si conceda – fra tante tragedie, repressioni e ingiustizie – di raccontare un aneddoto banale, ma comunque – nel suo piccolo – forse degno di nota. Non era mia intenzione scriverne. Tuttavia alcune recenti affermazioni del Salvini mi hanno fatto cambiare idea. Il soggetto in questione recentemente, nel clima elettoralistico per la prossima scadenza in Emilia – Romagna, aveva affermato (vado a memoria): “Ho rispetto dei vecchi comunisti emiliani, ma ormai non esistono più”. In un’altra occasione avrebbe poi affermato che “oggi come oggi Peppone (il comunista inventato dal Giovannino Guareschi, antagonista di don Camillo nda) voterebbe per me”.
Assolutamente falsa a mio avviso la seconda affermazione. Credo che piuttosto di votare la Lega attuale il sindaco di Ponteratto (o se preferite di Brescello) si taglierebbe una mano.
Quanto alla prima, qualcuno ha commentato che presumibilmente Salvini i vecchi comunisti non li aveva mai incrociati, tantomeno conosciuti. Su questo invece avrei un’obiezione. Potrebbe infatti averli frequentati, se pur brevemente e strumentalmente.
Un passo indietro. Alla fine degli anni novanta del secolo scorso mi ritrovai in quel di Mantova per assistere – nientemeno – che a una riunione del neonato, effimero e velleitario Parlamento padano. Mi aveva invitato il dott. Renato Giaretta (in gioventù, anni settanta-ottanta, responsabile della sezione vicentina della FGCI, i giovani comunisti) rimasto poi fulminato per la Lega Nord sulla via di Damasco (pardon, di Pontida). E – mi pare – per un breve periodo segretario o responsabile della sezione vicentina della medesima. Tra l’altro era amico personale della figlia di Paietta, giornalista del Manifesto che lo aveva intervistato in più di un’occasione sulla questione “Padania” (tanto per dire che le cose sono – erano – spesso più complesse di quanto possa poi apparire con il senno di poi).
“Ti assicuro – mi disse – qui c’è anche gente di sinistra, compagni…”. Ero a conoscenza del fatto che almeno nel vicentino ( a Valdagno e Recoaro in particolare) tra i primi aderenti alla Liga (quella Veneta) c’erano stati addirittura dei vecchi partigiani. Inoltre, frequentando da tempo la realtà di Irlanda, Paesi Baschi, Paisos Catalans, Corsica etc… sapevo – o almeno credevo di sapere – che una parte dei movimenti autonomisti, federalisti, indipendentisti poteva nascere spuria. Per poi definirsi e caratterizzarsi anche a sinistra (vedi Herri batasuna, vedi ERC, vedi Sinn fein…). Personalmente non avevo mai escluso – e qui mi allargavo troppo, lo riconosco – la prospettiva di una Repubblica Veneta sovietica (nel senso letterale di consiliare).
Avrò modo in seguito di comprendere – e ampiamente – che in realtà stavo prendendo una cantonata “grande fa na casa”. Lo ammetto.
Comunque, aggirandomi tra i presenti quel giorno a Mantova incrociai – su precisa indicazione del buon Renato – un gruppetto di “comunisti padani”. Erano in tre, se ben ricordo. Un giovanissimo (con l’orecchino) e due emiliani. Entrambi militanti per anni – fin dalla prima gioventù – del vecchio, talvolta eroico PCI. Cresciuti tra Feste dell’Unità e la distribuzione casa per casa della stessa, come si usava dalle loro parti. Per farla breve, li intervistai. A parlare, esporre era soprattutto uno dei due “vecchi”. Non potei fare a meno di notare che continuamente volgeva lo sguardo verso il giovane (quello che ritengo – al 90% – fosse proprio il Matteo Salvini e che intervenne, brevemente, solo un paio di volte) quasi per assicurarsi che avesse ben capito. Magari non è uno dei più furbi, pensai. O forse – ma mi venne in mente dopo – per averne l’approvazione? Del resto questa era gente abituata a render conto se non proprio al commissario politico, perlomeno all’intellettuale organico. Uno dei limiti storici dei grandi partiti di massa della sinistra italiana. Tanto è vero che poi, quando i capi decisero di smantellare la “ditta”, le masse li seguirono ciecamente o quasi.
Da qualche parte conservo ancora gli appunti di quella intervista-conversazione che poi decisi di non pubblicare . Non perché troppo “padanista” e tantomeno perché “comunista”, ma in quanto “stalinista”. Infatti ad un certo punto si parlò di indipendentismo basco e catalano. E qui, fatalmente, andai a rievocare le tragiche giornate di Barcellona del maggio 1937 (vedi la Telefonica) quando gli stalinisti del PSUC eliminarono sbrigativamente decine, centinaia di militanti anarchici (FAI, CNT…) e poumisti. Come raccontò Orwell in”Omaggio alla Catalogna” (e anni dopo anche Ken Loach in “Terra e Libertà”). A questo punto la discussione si fece accesa, quasi uno scambio di insulti. Evidentemente, nonostante l’acrobatico cambio di casacca su alcune questioni i due emiliani rimanevano testardamente autoritari. Tutto qui. Non ricordo se anche il giovane – presunto – Salvini intervenne in proposito (direi di no, a memoria), ma comunque dissi loro che per quanto mi riguardava l’intervista finiva lì.
Quindi, tornando a quanto dicevo all’inizio, è possibile che Salvini i vecchi comunisti li abbia anche conosciuti, se pur non nel loro aspetto migliore. Ossia quello di compagni generosi, solidali, antifascisti…e spesso anche buoni amministratori, il che non guasta. Ma piuttosto nel loro “lato oscuro”, quello appunto più autoritario.
Gianni Sartori
Un focus di ARTE sulle richieste di indipendenza da parte delle Nazioni senza Stato d’Europa. A parte quale piccolo errore, l’importante è che se ne parli….
#Lebanon #Iraq #Storm
by Hassan Bleibel©

STA ARRIVANDO…..COMING SOON
Dialogo Euroregionalista anno 3 n 4 – diretto da Gianluca Marchi
hanno collaborato: Aureli Argemì, Vicent Partal, Meghan Bodette, Padraig Og O Ruarc, Frederic Bertocchini, Alberto Schiatti, Charlotte Aull Davies, Cristiano Sabino, Luigi Sardi, Lisandru de Zerbi, Niculaiu Battini, la nostra redazione. La copertina è stata realizzata da Giovanni Roversi



Verso la metà degli anni novanta del secolo scorso (mi pare nel 1997) avevo incontrato alcuni esponenti del MOVE a Bassano nella sede del Centro sociale (poi demolito) “Stella Rossa”. Ramona Africa mi spiegò che tutti i militanti del MOVE rinunciavano al nome precedente in quanto evocava la condizione di schiavi dei loro antenati (come fece anche Malcom X) e aggiungevano al nome proprio, come rivendicazione di appartenenza comunitaria, familiare, il cognome “Africa”.
Da ex operaio rimasto intossicato da colle e vernici sul lavoro, avevo particolarmente apprezzato che prima della conferenza i militanti afro-americani avessero richiesto di non fumare durante la stessa. Anche “per rispetto dell’aria”, non solo delle vie respiratorie dei presenti. All’epoca molte riunioni di “soggetti antagonisti” si svolgevano ancora avvolte in asfissianti nuvole di fumo, non proprio come negli anni sessanta e settanta (vere camere a gas), ma comunque nocive quanto basta. Oltre all’intervista con Ramona Africa e Sue Africa di quel pomeriggio conservo un opuscolo “25 years on the move” (pubblicato nel 1996) con sulla quarta di copertina la foto dell’arresto di un militante del MOVE: Delbert Africa
A braccia spalancate e a torso nudo per non venire ammazzato con la scusa che avrebbe potuto nascondere un’arma. Come era capitato nel 1968 alla Pantera nera Bobby Hutton, assassinato a sedici anni dalla polizia di Oakland.
La foto dell’arresto di Delbert Africa risaliva allo sgombero – ordinato dal sindaco di Philadelphia Frank Rizzo – di una sede del MOVE nell’agosto 1978. Nei momenti successivi – come testimonierà lo stesso autore della foto – l’uomo venne selvaggiamente pestato dai poliziotti con il calcio dei fucili e preso a calci mentre era a terra inerme. Sempre a Philadelphia, nel 1985 lo sgombero forzato di un altro appartamento occupato dal MOVE si svolse con l’intervento di centinaia di poliziotti e addirittura con il lancio di una bomba dall’elicottero. Undici persone morirono nell’incendio che si era sviluppato. Tra loro anche cinque bambini (tra cui Tomaso, Tree e Netta la cui foto si trova all’interno dell’opuscolo). Perse la vita anche un poliziotto, molto probabilmente vittima di “fuoco amico”.
Il MOVE, fondato nel 1972 da John Africa (nome di nascita Vincent Leaphart) auspicava la possibilità di vivere fuori dal capitalismo e dal consumismo della società bianca in armonia con la natura. Tra le loro attività più intense, una campagna a sostegno del prigioniero politico Mumia Abu-Jamal per impedirne l’esecuzione.
#Scotland #Sturgeon #IndependenceComingSoon
by Tim Wilson©

En sélection au Festival international de Biarritz : PAYS BASQUE ET LIBERTÉ – UN LONG CHEMIN VERS LA PAIX un film de Thomas Lacoste.
Le festival international FIPADOC a sélectionné le documentaire “Pays Basque et liberté, un long chemin de la paix” de Thomas Lacoste. Comme d’autres acteurs du Pays Basque et internationaux, des représentants des Artisans de la Paix et de Bake Bidea ont été invités à apporter leur regard.
Deux projections ont été programmées, elles auront lieu le jeudi 23 janvier à 12 h 15 et le samedi 25 janvier à 10 h (à la salle Atalaya, Gare du Midi).