#TIROL – In memoria di Andreas Hofer, il comandante degli Schützen è ancora oggi un simbolo di libertà – di Roland Lang

Tiroler Fahne Gebirge

Andreas Hofer è diventato un simbolo di libertà nella Storia, secondo lo Südtiroler Heimatbund. Non era un politico o un poeta per la libertà. Non ha mai  scritto alcun trattato filosofico. Era solo un semplice commerciante di bestiame e locandiere. Ma è passato alla storia per il suo impavido impegno nei confronti del Diritto alla Libertà del suo popolo e per il suo coinvolgimento diretto. Era votato a un Tirolo libero.

Andreas Hofer Statue Februar 2020

Gedenken an Andreas Hofer
Schützenkommandant auch heute noch Symbol der Freiheit

Andreas Hofer wurde in der Geschichte zu einer Symbolgestalt für die Freiheit, so der Südtiroler Heimatbund. Er war kein Politiker und auch kein Freiheitsdichter. Er hatte auch keine philosophischen Abhandlungen verfasst. Er war nur ein einfacher Viehhändler und Gastwirt. In die Geschichte ist er aber mit seinem unerschrockenen Eintreten für die Freiheitsrechte seines Volkes und seiner geraden Haltung eingegangen. Sein Einsatz galt einem freien Tirol.

Es war nicht darum gegangen, ob die alte österreichische oder die auferlegte bayerisch-französische Verwaltung als moderner und effektiver anzusehen war.

Es war darum gegangen, dass die alten Tiroler Freiheitsrechte von einer bevormundenden und landfremden Obrigkeit aufgehoben worden waren. Es war darum gegangen, dass man es den Tirolern aus der Hand genommen hatte, ihren verbrieften Freiheitsrechten gemäß selbst zu bestimmen, wie und in welcher gesellschaftlichen Ordnung sie in ihrem eigenen Land leben wollten.

Dagegen waren Andreas Hofer und seine Mitkämpfer aufgestanden und dieser Einsatz bis zum Tod hat sie in das Ehrenbuch Tirols eingetragen.

Hier schließt sich auch der Kreis zu den Standschützen des ersten Weltkrieges und den Freiheitskämpfern der 1960er Jahre. So wie Andreas Hofer war es auch ihnen nicht beschieden gewesen, das angestrebte große Ziel der Freiheit umgehend zu erreichen. Aber sie haben mit ihrem Widerstand Zeichen gesetzt und das Land vor dem Aufgehen in einer aufgezwungenen Fremdherrschaft bewahrt und in seiner Eigenart als einen kulturellen Teil Europas erhalten.

Sie haben es damit auch den nachkommenden Generationen ermöglicht, als Tiroler für das Recht ihrer Heimat auf Selbstbestimmung einzutreten. Trotz nunmehr 100 Jahren Fremdbestimmung verdanken wir es den Frauen und Männern von 1809, von 1915 und 1961, dass der Ruf des Tiroler Adlers im Land im Gebirge noch immer nicht verstummt ist.

Schließen wir daher alle jene, die in der jüngeren Zeit Opfer für die Heimat erbracht haben, ehrend in das Gedenken an Andreas Hofer und seine Mitstreiter ein! Die Freiheit ist das höchste Gut eines Volkes und muss auch in einem geeinten Europa respektiert werden.

Am Gedenktag unseres Freiheitshelden erinnert der SHB auch an die politischen Gefangenen in Katalonien und überall in der Welt. Sich für die Freiheit dieser Idealisten einzusetzen, sollte jedem Politiker ein echtes Anliegen sein.

Der SHB ersucht seine Mitglieder, gemeinsam mit der Vereinsfahne, am Sonntag, den 23. Februar, an der Landesgedenkfeier für Andreas Hofer beim Sandwirt im Passeier mit Beginn um 14.15 Uhr teilzunehmen.

Roland Lang
Obmann des Südtiroler Heimatbundes

#PAKISTAN – MA SONO MORALMENTE ACCETTABILI LE “SETTIMANE BIANCHE” IN PAESI SOTTOPOSTI A REGIMI MILITARISTI E REPRESSIVI? – di Gianni Sartori

pak

A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! Ecco perché gli elicotteri di soccorso (militari o comunque gestiti dall’esercito) non arrivavano – o arrivavano in ritardo – per soccorrere gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”. Servivano ad altro evidentemente. Quando non li usano per colpire – anche con gas letali – le popolazioni indocili (come nelle città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur… bombardate e ridotte in macerie), sono utilizzati per scaricare in mare dissidenti  e oppositori. Meglio se beluci.

Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma , beninteso) la questione Belucistan,  conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino (Espresso del 3 novembre 2019, “Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista”). Ricordando anche che il Pakistan è al secondo posto (dopo il Qatar e prima della Turchia) tra i paesi destinatari della vendita di armamenti italiani.

Un passo indietro. Messo alla gogna per un pacato intervento sull’alpinismo come  ipotetica prosecuzione del colonialismo, ho lasciato perdere avendo altro (molto altro, vedi il Kurdistan) di cui occuparmi.

Tuttavia rispolverando le mie – per quanto frammentarie – informazioni sul Pakistan, ho ripescato cose che già sapevo, ma su cui non mi ero mai soffermato più di tanto.

Per esempio sui beluci che vivono una situazione analoga a quella dei curdi in Bakur, i territori sottoposti alla Turchia (ma non solo; non è che nel Rojhelat – territorio curdo sottoposto al regime iraniano –  se la passino tanto meglio, come del resto succede ai beluci “iraniani”).

Tra l’altro ho ritrovato un mio vecchio articolo (vedi “Gli USA ridisegnano (a tavolino!) un nuovo Medioriente. Un tentativo di strumentalizzare le lotte per l’autodeterminazione di curdi e beluci?” – 21 gennaio 2007, dovrebbe essere ancora in rete) dove appunto tali analogie – per quanto non approfondite quanto meritavano –  si intravedevano tra le righe.

In sostanza, se inizialmente parlando di “colonialismo” mi riferivo più che altro all’aspetto culturale (diffusione del consumismo, spettacolarizzazione e mercificazione della Montagna, degrado ambientale…) ho dovuto prendere atto che forse eravamo di fronte a forme di colonialismo classiche: investimenti economici, controllo delle classi dirigenti (della comprador bourgeoisie), accordi militari…

Sia di quello occidentale nei confronti di paesi del – cosiddetto, molto cosiddetto – “terzo mondo”, sia di quello “interno” operato da Stati – come appunto il Pakistan o la Turchia – nei confronti delle popolazioni minorizzate (“minoritarie” non rende l’idea).

MA “IL PREZZO DELLA CONQUISTA” CHI LO HA PAGATO VERAMENTE?

Non mancavano i precedenti. Anche leggendo il libro-intervista con Lacedelli di Giovanni Cenacchi sulla conquista del K2 nel 1954 si comprende – al di là delle intenzioni degli autori – quale fosse la reale posta in gioco.

Nonostante scelga di non approfondire più di tanto (pag. 115: “è questo un argomento su cui non è possibile trarre conclusioni certe” sic!) sui rapporti tra il governo italiano e quello pakistano dell’epoca, l’autore non può ignorare che le imprese italiane (tra cui spiccava la nota, per qualcuno famigerata, Impregilo)*, utilizzando sia finanziamenti governativi, sia quelli della Banca mondiale, ebbero in appalto le “grandi opere”. In particolare quelle da realizzare nel bacino dell’Indo (dighe, canali, infrastrutture…) come la monumentale diga di Tarbela. Senza escludere altri benefit (politici, economici, commerciali…forse anche militari) in cambio del permesso per la spedizione.

Ma – per restare in clima coloniale – si va completamente fuori del vaso con il tentativo di giustificare Lacedelli & C per le problematiche sorte con i portatori hunza

Le definisce un “tema d’atmosfera (a cosa si riferisce, forse a quella rarefatta delle alte vette??? nda ) che può imbarazzare nel racconto del nostro alpinista ampezzano”. E fustiga (pag. 90) preventivamente gli eventuali buonisti radical-chic con parole che riporto per esteso e che si commentano da sole:

Una retorica etnologica e terzomondista che affligge ancora oggi molte relazioni d’alpinismo extraeuropeo dipinge a volte l’indigeno di montagna come un “buon selvaggio”, generoso e sorridente, povero di beni materiali ma ricco di una spiritualità da cui noi ricchi occidentali dovremmo imparare valori rimossi . Il ricordo che Lino Lacedelli, montanaro tra i montanari agli antipodi culturali delle sue Dolomiti, ci consegna a proposito di hunza e balti è tutt’altro che edificante e “politically correct”. Tra i coolies della lunga carovana del K2 non mancavano soggetti affidabili e ammirabili, certo. Ma la maggior parte pare fosse costituita da fannulloni, scioperati e scioperanti, bugiardi, pronti a darsi malati e a fuggire alla prima occasione, non senza aver rubacchiato dalle italiche tasche. Lacedelli ricorda che a volte “era necessario prenderne uno o due  da parte e usare la piccozza” (…). Fin qui note di colore (…)”. **

Di colore? O forse intendeva “di dolore”?

Lacedelli & C – poveretti! – saranno anche stati figli del loro tempo, ma tali frasi vengono scritte e  pubblicate nel XXI secolo (il libro è del 2004).

Capite ora perché insisto: gli alpinisti, così come i loro parenti stretti, i turisti,  è meglio se ne restino a casa loro. Dovunque vanno fanno solo danni, morali e materiali.

Si parva licet…

Con tali premesse, a questo punto anche la sostituzione di un ponte in legno con uno in acciaio può assumere valenze differenti da quelle di un intervento umanitario. Magari una forma di “pubblicità” che rinvia a futuri accordi commerciali, appalti e commesse. Per non parlare del fatto che tale ponte, oltre ai fuoristrada per raggiungere comodamente il villaggio turistico, consentirà il transito anche a blindati e affini. Non si sa mai, visto che non ci troviamo nella tradizionalmente neutrale Svizzera, ma nella Repubblica islamica del Pakistan. Il Paese che avrebbe (condizionale d’obbligo) ospitato per anni a Abbottabad il latitante Osama Bin Laden (nonostante Islamabad ricevesse sostanziosi aiuti militari anche dagli USA). Il Paese che mantiene tuttora in carcere, sottoponendolo a torture, Shakil Afridi, l’incauto medico che nel 2011 avrebbe (sempre col condizionale) fornito alla Cia le informazioni (e il dna) che avrebbero consentito ai Navy Seal l’eliminazione fisica dello sceicco.

Per non parlare della difficile situazione sanitaria che non si risolve certo con qualche donazione e creando ulteriore dipendenza e subalternità.

Per dirne una, quest’anno una epidemia di Hiv ha colpito centinaia di bambini (di famiglie povere, particolare non secondario) a Ratodero.

Le accuse nei confronti di un pediatra che avrebbe riutilizzato le stesse siringhe (evento peraltro probabile) avevano lo scopo di minimizzare la gravità della situazione. Con centinaia di dentisti, barbieri e paramedici che operano direttamente in strada, senza rispettare – anche volendo – procedure e protocolli e utilizzando strumenti non sterilizzati. Del resto la possibilità di cure adeguate per gran parte della popolazione, soprattutto la più diseredata, sta diventando un lusso inaccessibile e ci si arrangia come si può.

Ma su questo la popolazione, i sindacati, le associazioni si stanno già, per quanto faticosamente, riorganizzando.

Anche recentemente si sono avuti scontri tra manifestanti (medici, operatori sanitari, parenti di malati…) e polizia, con numerosi feriti e arresti, davanti a cliniche e ospedali per protestare contro la nuova legge RDHA che promuove la privatizzazione della sanità.

Concludo. Nel secolo scorso si praticavano forme di boicottaggio nei confronti  dell’apartheid di Pretoria e – ancora oggi – della pulizia etnica di Ankara contro i curdi (qualcuno rammenta la la spinosa faccenda della Turban?). Allo stesso modo – almeno credo – si dovrebbe agire nei confronti di Islamabad che – tra le altre cose – perseguita e opprime i beluci (decine di migliaia le persone torturate e i desaparecidos, oltre alla sostituzione etnica in stile cinese, come in Tibet).

E ovviamente la prima forma di boicottaggio è quella del turismo. Sia alpinistico che sciistico, escursionistico o magari balneare. Quindi, niente settimane bianche sulle vette pakistane più o meno inviolate. Pensateci, ma non limitatevi a questo.

Resta comunque improbabile che tali argomenti tolgano il sonno a quanti vivono di Montagna. O meglio, della sua rappresentazione spettacolare (vedi operatori turistici, documentaristi, scrittori “di montagna”… e affini). Ormai ridotti a propagandisti sponsorizzati – direttamente o indirettamente – dell’ideologia della stessa. Un tanto al chilo.

Gianni Sartori

*nota 1: Attualmente denominata Salini-Impregilo, è stata oggetto di una denuncia all’Ocse da parte di Survival International per la realizzazione della Gibe III, la più grande diga africana. Devastante per l’ambiente e le popolazioni locali.

**nota 2: A parte un possibile riferimento polemico al libro di Ralph Bircher  “Gli Hunza”, va segnalato l’abbinamento – con intenzioni offensive – di “scioperati e scioperanti” (neanche il diritto di sciopero per gli indigeni?) e l’utilizzo – coloniale DOC – del temine “coolies”.

Come è noto i coolies vennero sfruttati, maltrattati e malpagati (oltre che in Asia, in Australia e negli Stati Uniti) fino al XX secolo per i lavori più faticosi e malsani.

Quanto alle piccozzate pare che all’epoca non scandalizzassero più di tanto. E forse ancora oggi non scandalizzano abbastanza. Meno, sicuramente, di quelle inferte nel 2014 da due escursionisti polacchi alla capanna “Info Mont-Blanc”.

BREIZH N’EO KET DA WERZHAN! LA BRETAGNA NON E’ UNA RESIDENZA SECONDARIA! – di Gianni Sartori

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Militante bretone processata per alcune scritte contro la speculazione

Nel settembre dell’anno scorso Aodren, una bretone del Collettivo Dispac’h, era stata convocata presso il commissariato di Lorient  per alcune scritte contro la speculazione edilizia-immobiliare (in particolare contro l’eccessiva, abnorme presenza di seconde case) in Bretagna.

Veniva accusata di “dégradation ou détérioration du bien d’autrui aggravée par deux circonstances : en réunion et commise par une personne dissimulant volontairement en tout ou en partie son visage afin de ne pas être identifiée.

Immediatamente una dozzina di associazioni, sia bretoni che internazionali, avevano espresso solidarietà alla militante.

La sua organizzazione, Dispac’h aveva lanciato una raccolta fondi per le spese processuali e un appello per la mobilitazione davanti al tribunale di Lorient.

Il processo si è svolto il 12 febbraio. Com’era prevedibile, il tribunale non ha dato il consenso per la presenza di un traduttore dal bretone dato che Aodren si rifiutava di parlare francese. Le prove della sua presenza sul luogo del “crimine” sarebbero quelle fornite da una telecamera di sorveglianza che ha ripreso e documentato la sua auto e le sue calzature (identiche, secondo la polizia, a quelle da lei portate in occasione di alcune manifestazioni)*. Per l’avvocato della difesa le immagini erano troppo sfocate, non attendibili e quindi ha chiesto il rilascio della sua cliente.

Invece la richiesta formulata dal procuratore è stata di duemila euro di multa e altri 250 per essersi rifiutata di sottoporsi a un prelievo biologico. In attesa della prossima udienza, Aoidren è stata rilasciata. **

Gianni Sartori

* nota 1: ricorda vagamente il caso di un militante corso accusato di aver partecipato a una conferenza stampa del FLNC e riconosciuto dalla T shirt. L’avvocato aveva agevolmente potuto dimostrare che quel tipo di abbigliamento era alquanto in voga e diffuso.

* *Per maggiori informazioni vedi qui:

https://dispach.wordpress.com/

#CANADA: LA GENDARMERIA REALE ATTACCA I TERRITORI DELLE POPOLAZIONI INDIGENE – di Gianni Sartori

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Dal 5 febbraio la Gendarmeria reale del Canada ha letteralmente invaso il territorio del popolo Wet’suwet’.
Lo scopo di tale operazione, espellere con la forza i militanti che lo difendono opponendosi al progetto della TC Energy che vorrebbe costruire un oleodotto nel nord della Columbia-Britannica.
Lunghezza prevista: 670 km. Per trasportare gas ottenuto con il sistema, devastante e inquinante dal punto di vista ambientale, della fratturazione idraulica
( hydrofracking ).
Tra gli ecologisti e i nativi – che praticavano forme di resistenza sostanzialmente pacifica – si registrano già numerosi arresti: sei il 6 febbraio (poi rimessi in libertà dato che non si trovavano reati loro imputabili); quattro il 7 febbraio (la prima udienza dovrebbe svolgersi nei prossimo giorni); undici l’8 febbraio (non ci sono notizie su quanto ci sarà l’eventuale processo).
Successivamente, il 10 febbraio, la Gendarmeria reale ha invaso anche il territorio del popolo Unist’ot’en e arrestato tre donne, leader della loro comunità (in cui si conserva un sistema tradizionale matrilineare). L’operazione di polizia è avvenuta mentre si svolgeva una cerimonia in memoria delle donne autoctone rapite e assassinate. Avvocati e osservatori internazionali qui presenti per vigilare sull’operato delle forze dell’ordine sono stati immediatamente espulsi. Nei giorni immediatamente successivi, dovunque nel Canada sono state organizzate iniziative di solidarietà verso le popolazioni native e contro la repressione. Dal giorno 11 febbraio numerosi porti, ferrovie, ponti, strade e autostrade vengono bloccati con raduni, manifestazioni e barricate. Contemporaneamente sono stati occupati anche alcuni commissariati e una (per ora) banca.
Gianni Sartori