#Kurds – UN ESPONENTE DEL PDK (MASROUR BARZANI) “INVITA” IL ROJAVA A ROMPERE CON IL PKK – di Gianni Sartori

fonte it.insideover.com

Da sempre, quando un popolo sottoposto a quella particolare forma di colonialismo che possiamo definire “interno” tenta di scrollarsi di dosso il dominio, il controllo, l’oppressione di un qualche stato, in genere è lo stato implicato che riesuma la vecchia scusa della “questione interna”. Come talvolta fanno anche, per lavarsene le mani, molti organismi internazionali (a meno che non si applichi un’altra formula, quella della“autodeterminazione a geometria variabile”).
Valeva per i baschi (anche in epoca franchista) così come per i tibetani e per i mapuche.
Stupisce invece che a dirlo sia una componente del popolo stesso. Ma proprio recentemente il Primo ministro del Governo regionale del Kurdistan del Sud (il Bashur) Masrour Barzani non si è fatto scrupolo alcuno nell’attaccare la resistenza dei suoi fratelli curdi del PKK.
Invitando espressamente l’Amministrazioni autonoma del Rojava (e indirettamente anche i curdi del Rojhilat, il Kurdistan sotto amministrazione iraniana) a rompere ogni rapporto con l’organizzazione fondata da Ocalan.

In quanto – udite, udite – la questione curda sia in Turchia che in Iran sarebbe appunto una “questione interna”. Rispettivamente di Ankara e di Teheran, una questione che questi due Paesi devono poter regolare per proprio conto.
Arrivando a giustificare, qualora l’Amministrazione autonoma non rompesse i legami con il PKK, anche ulteriori attacchi turchi nel nord della Siria.
Parole – testuali – pronunciate pubblicamente durante una conferenza all’università di Duhok: “Lo Stato turco non ha alcun problema con il popolo curdo. Il suo problema è il PKK. Il Rojava deve interrompere i suoi rapporti con il PKK perché queste relazioni infastidiscono la Turchia”.
Ponendo così una pietra tombale su ogni principio di autodeterminazione dei popoli.

Da parte sua il PKK ha respinto l’avventata dichiarazione (un’eco fastidiosa di quanto Ankara va ripetendo in un modo o nell’altro ormai da 40 anni) al mittente. Definendolo un “portavoce dello Stato turco”. Oltre che un ingrato se pensiamo che fu soprattutto la lotta dei militanti del PKK (caduti a migliaia) a impedire l’occupazione del Bashur da parte dello Stato islamico.
In un comunicato emesso dal Comitato delle relazioni estere si può leggere che “la lotta del popolo curdo per la libertà continua a crescere da un parte, mentre dall’altra sono all’opera i nemici del Kurdistan e i collaborazionisti”.
Inoltre le vittorie riportate dal movimento di liberazione in risposta agli attacchi della Turchia starebbero “mettendo a dura prova lo Stato turco occupante”.

Le affermazioni di Masrour Barzani (esponente del Partito Democratico del Kurdistan – PDK – dominato dal clan Barzani) enunciate “nel corso di un processo così fragile e storico spiegano perché la questione curda è rimasta senza soluzione fino a oggi e perché si è andata aggravando negli ultimi tempi”.
Ma quanto dichiarato dall’esponente del PDK sembra aver suscitato perplessità – quantomeno – e rifiuto soprattutto tra la popolazione curda. Consapevole, anche per averla subita direttamente, di quanto sia foriera di lutti e distruzione la politica colonialista ed espansionista dei governi turchi.
Nel comunicato infine si ricorda che “il popolo curdo, arabo, assiro-cristiano, ceceno, turcomanno hanno dato più di diecimila martiri nella lotta contro Daesh” e che l’Amministrazione del nord e dell’est della Siria “è stata fondata su questi valori e sul loro sacrificio”.

Non ha quindi “ordini da ricevere”. Tantomeno velate minacce da un collaborazionista vien da aggiungere.
Non è questa, purtroppo, l’unica ragione di attrito tra le organizzazioni curde.
Ormai da circa 50 giorni i familiari di alcuni guerriglieri caduti in combattimento (in un’imboscata posta in essere dalle forze speciali del PDK) stanno manifestando al posto di frontiera di Semalka (dal lato del Rojava). Si rivolgono ai dirigenti del PDK per ottenere finalmente la restituzione dei corpi dei loro cari.

Il tragico evento fratricida risale al 29 agosto quando cinque esponenti delle Forze di difesa del popolo (HPG, braccio armato del PKK), membri di una pattuglia composta da sette elementi, vennero uccisi dai peshmerga del PDK nella regione di Khalifan (Kurdistan del Sud).
Stando al racconto di uno dei due sopravvissuti (che ha parlato di una vera e propria esecuzione) i caduti erano stati letteralmente crivellati di colpi.

I familiari richiedono in particolare la consegna dei corpi di due militanti originari del Rojava (Nesrin Temir e Yusif Ibrahim) e hanno l’appoggio del Consiglio dei familiari dei martiri della regione di Cizir. Alle delegazioni (composte soprattutto dalle madri) che hanno tentato di entrare in Bashur è stato sistematicamente impedito dai miliziani del PDK.
Alle loro proteste in questi giorni si è unita anche una rappresentanza dell’Unione degli insegnanti del Nord e dell’Est della Siria che ha condannato sia l’imboscata (definendola un “tradimento”) sia la “collaborazione del PDK con la Turchia”.
Paventando i rischi di una guerra inter-curda innescata da operazioni come quella del 19 agosto che aveva tutte le caratteristiche di una provocazione.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – SEI GIORNALISTA E ANCHE CURDO? ALLORA PEGGIO PER TE – di Gianni Sartori

Emrullah Acar – fonte ANF

Vita dura per giornalisti e fotografi – soprattutto se indipendenti – in certe aree del globo.
Quelli curdi poi sembrano essere particolarmente sotto tiro.
Il 18 novembre era giunta la notizia che il fotografo e giornalista curdo Ebrahim Alipoor era stato rapito a Kabul da uomini armati presumibilmente legati ai talebani (doveroso chiedersi: per conto di chi?).

Il giorno dopo, venerdì 19 novembre, un altro giornalista curdo, Emrullah Acar, la cui abitazione era stata perquisita, veniva arrestato dalla polizia turca.
Andiamo con ordine.
Stando a quanto dichiarato da Henhaw, organizzazione per la difesa dei diritti umani, il fotogiornalista Ebrahim Alipoor sarebbe stato sequestrato il giorno 16 novembre nella capitale afgana e portato in un luogo sconosciuto.

Membro della Federazione Internazionale della Stampa Fotografica (FIAP) e di Immagine del Medio Oriente (MEI), il trentaduenne curdo, originario di Bane (nell’Iran) si era recato in Afganistan per documentare la situazione dopo il ritorno al potere dei talebani.
Non si sa per quale motivo sia stato sequestrato e di che cosa, eventualmente, venga accusato.
Inevitabile sospettare, intravedere la longa manus di un “mandante” straniero. Magari di qualche capitale non particolarmente affezionata ai “suoi” curdi, come per esempio Teheran o Ankara. Conosciuto a livello internazionale (le sue foto sono state esposte in Gran Bretagna, Slovenia, Paesi Bassi…) in Iran Ebrahim era già stato arrestato varie volte dal regime a causa dei suoi lavori di documentazione riguardanti l’oppressione delle donne e la repressione subita dai kolbar (gli spalloni curdi che attraversano illegalmente la artificiose frontiere statali tra Rojhilat, Bashur e Bakur).
Nessun dubbio invece su chi abbia voluto mettere a tacere Emrullah Acar. Il corrispondente dell’agenzia curda Mezopotamya è stato arrestato all’alba del 19 novembre in casa sua nella città di Urfa (nel Bakur, il Kurdidstan del Nord sottoposto all’amministrazione turca).
Nel corso della stessa operazione (nata da un’inchiesta avviata dal tribunale di Malatya) è stato arrestato, a Bingol, anche Hivda Sarilmaz.
Entrambi sarebbero accusati di “appartenenza a un’organizzazione terrorista”.
Perquisita nella stessa mattinata di venerdì 19 l’abitazione di un’altra giornalista, Hikmet Tunc, corrispondente dell’agenzia di stampa femminile Jin News.
In questo caso la richiesta era partita dal procuratore generale di Van in quanto, secondo gli informatori, nella casa sarebbero state nascoste delle armi. Dopo una ricerca infruttuosa gli agenti hanno lasciato l’abitazione della giornalista.
Niente di nuovo naturalmente. La Turchia, classificata al 153° posto in materia di libertà di stampa, viene regolarmente citata come esempio (negativo beninteso) di repressione, oltre che del dissenso, anche dell’informazione. E non certo da oggi. Inoltre il regime di Erdogan sembra essersi specializzato nell’acquisire il controllo dei media.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – ARRESTATI SEI MEMBRI DI HDP. FORSE UNA RITORSIONE PER LA DENUNCIA CONTRO L’EX DIRIGENTE DEL MIT? – di Gianni Sartori

fonte DHA

Con un tempismo che è stato definito “sospetto” (ma forse sarebbe corretto definirlo “tempestivamente perfetto”), il 17 novembre un ufficio di HDP nel distretto di Çerkezköy è stato assalito e perquisito (o meglio: saccheggiato) dalla polizia. Contemporaneamente sei membri del partito venivano arrestati presso la loro abitazione a Tekirdag.
Un passo indietro.

Solo pochi giorni prima nella città situata nella parte occidentale dello Stato turco, in occasione di un grande raduno, era stato presentato dal co-presidente Pervin Buldan il nuovo programma (“road map”) del Partito democratico dei Popoli.
Ma proprio il mattino di mercoledì 17 novembre era avvenuto anche dell’altro.
La Commissione giuridica di HDP aveva sporto denuncia presso la procura generale di Ankara contro Mehemet Eymur, (l’ex responsabile del dipartimento anti-terrorismo dei servizi segreti turchi, il MIT) e coloro – persone, istituzioni, autorità – che avevano agito insieme a lui. Accusandoli di “crimini contro l’umanità, contro la Costituzionee contro il diritto internazionale”.
Con una sfrontatezza, un senso di impunità al limite del patologico, durante un’intervista con T24 del 5 novembre, l’ex alto funzionario del MIT aveva giustificato i crimini commessi da organismi interni allo Stato turco dopo il 1970. Torture, uccisioni mirate e attentati compresi. Riconoscendo, di fatto, una sua responsabilità in tale “guerra sporca” contro i dissidenti e contro quelli curdi in particolare. Ammettendo sia la sua diretta partecipazione ad alcune operazioni, sia il fatto che talvolta venisse praticata la tortura. Un metodo che lui personalmente non rinnegava, anzi considerava legittimo negli interrogatori dei prigionieri politici.
Così fornendo – secondo l’HDP – egli stesso le prove per l’avvio di una procedura penale.
Questo almeno è quanto si intuiva dalle risposte date al giornalista che poneva precise domande in merito alle percosse e alle scariche elettriche inflitte ai detenuti sotto interrogatorio. Come avveniva nel famigerato centro di tortura di Ziverbey, a Istanbul.

Spiegando, bontà sua, che “la tortura veniva applicata se non c’era altro modo per farli parlare, in quanto c’è della gente molto ostinata che è difficile far parlare in altro modo”. Addirittura insistendo, caso mai non si fosse capito, che “quando non c’è altro mezzo per farli parlare si può ricorrere alla tortura. Ne sono ancora convinto”. Anche se, lo ammette, è consapevole che la tortura può provocare la morte.
Nell’intervista si parla anche dell’ex capo della polizia Hanefi Avci. Oltre ad aver “manipolato molti curdi con le legge sui pentiti” e aver cercato di “creare organizzazioni contro il PKK”, costui avrebbe“inviato una squadra per eliminare Ocalan”. Ma questa sarebbe “rientrata a mani vuote”.

Dietro sollecitazione del giornalista, Eymur aveva raccontato anche di un altro tentativo per assassinare Ocalan con una tonnellata di esplosivo. Tentativo a cui egli avrebbe partecipato direttamente (insieme a Cevik Bir), ma che era stato in parte “bruciato” da un articolo apparso sul giornale Cumhuriyet.
Comunque l’attentato era poi avvenuto e non senza conseguenze per il leader curdo.
L’esplosione infatti aveva “fatto tremare l’intera Siria”, non solo metaforicamente visto che aveva creato una voragine di 17 metri. Evidentemente il messaggio fu compreso da Damasco e poco dopo Ocalan venne espulso dal Paese.

Sempre stando alle sue dichiarazioni, Eymur avrebbe preso parte anche alle azioni contro Mahir Cayan e Ulas Bardakci, militanti di sinistra.
Alle operazioni (che comunque avvenivano con l’autorizzazione del presidente e delle altre autorità), oltre ad alcuni militari, avrebbe partecipato anche Mahamut Yildrim, ex membro del JITEM. L’agenzia – ricordo – di intelligence della gendarmeria turca, espressione dello “stato profondo” turco e di cui si è venuti a conoscenza dopo l’incidente di Susurluk del 3 novembre 1996. JITEM avrebbe condotto operazioni di “guerra sporca”, coperte e illegali, in particolare contro il movimento curdo. Eymur svelava inoltre che Alaatin Cakici, esponente dei Lupi Grigi (e ritenuto coinvolto in affari di mafia) era stato reclutato per agire contro il PKK in Germania.
Quanto agli esponenti politici arrestati in quella che è lecito sospettare sia stata una ritorsione (se non una autentica“rappresaglia”) per la denuncia contro l’ex responsabile del MIT, essi vengono accusati di “aver fatto propaganda per un’organizzazione terrorista”. Inoltre di aver “utilizzato il termine Kurdistan” durante un interrogatorio dopo che erano stati convocati dalla polizia a seguito di un raduno organizzato appunto a Tekirdag il 7 novembre.

Gianni Sartori