#Kurdistan #Water – QUANDO UNA FONTE DI VITA DIVIENE STRUMENTO DI OPPRESSIONE – di Gianni Sartori

L’uomo è animale sociale, si diceva. Una volta, forse.

Oggi direi piuttosto “gregario”. E questo potrebbe spiegare tante cose: l’asservimento volontario, l’obbedienza, la rassegnazione, il conformismo, la subalternità e l’assimilazione interiorizzate…

Almeno per gli ultimo dieci-quindicimila anni. Da quando, incautamente, inventammo la “civiltà” con il suo corollario di massacri, genocidi, oppressione, schiavitù, sfruttamento, discriminazioni, gerarchie…

Tutto, si dice, sarebbe cominciato in Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate. Magari era inevitabile e se non era qui sarebbe stato altrove. Siamo geneticamente predisposti a farci “guidare”, comandare, addomesticare.

Comunque tra i due fiumi avrebbe preso il via l’agricoltura, l’allevamento (o meglio: l’addomesticamento, sia di uomini che di altri animali), la proprietà privata, il lavoro e la divisione del medesimo, la separazione di ruoli tra donne e uomini, le caste dei preti e dei guerrieri, lo Stato. Il tutto simbolicamente rappresentato dalle piramidi a gradoni, gli ziggurat ( o ziqqurat, a scelta). La cosa viene ormai data per scontata, non serve nemmeno rileggere Zerzan.

Detto questo, quanto ora sta avvenendo in quei luoghi non è una nemesi, ma una conferma. I germi del potere seminati all’epoca hanno proliferato infestando l’intero pianeta e ora gli azionisti presentano il conto. Per rinnovare, rilanciare – su scala industriale e con altri mezzi – quella stessa medesima originaria oppressione.

Risuonano in questi giorni – nuovamente – i disperati allarmi in merito alla forzata siccità imposta alle popolazioni del Rojava (e ai curdi in particolare, intenzionalmente) dalla Turchia.

Le sorgenti del Tigri e dell’Eufrate sgorgano nel Kurdistan del Nord, al momento quindi in territori sottoposti al regime di Ankara. Grazie alla costruzione di un gran numero di dighe (è noto il caso di Hasankeyf – Heskif in curdo – patrimonio dell’Umanità ormai completamente sommerso come centinaia di villaggi curdi) la Turchia è in grado di controllare i “rubinetti” che forniscono l’acqua per l’irrigazione a migliaia di ettari di terreni agricoli nel Nord e nell’est della Siria. Di fatto condannando l’Eufrate a inaridirsi. Le immagini diffuse mostrano chiaramente come negli ultimi tre mesi abbia raggiunto il suo livello più basso a memoria d’uomo (una scarsità idrica senza precedenti) rendendo quasi impossibile già da quest’anno una normale crescita di grano, orzo, lenticchie, caffè, cumino…

Addirittura, sempre a causa della drastica riduzione del livello dell’Eufrate, alcuni villaggi della Piana di Qumalg inghiottiti ancora negli anni novanta in seguito alla costruzione della diga siriana di Tichrine, sono riaffiorati.

Per non parlare della grande quantità di pesci e altri animali acquatici morti a causa della mancanza d’acqua. Ad aggravare ulteriormente la situazione, è intervenuta negli ultimi mesi una particolare scarsità di piogge.

Si calcola che tra i sei e i nove milioni di cittadini siriani potrebbero subire una catastrofe umanitaria e sanitaria (oltre che ecologica) per le scelte scellerate dello Stato turco occupante. In aperta violazione degli accordi internazionali in base ai quali Ankara doveva comunque garantire la disponibilità dell’acqua dei due fiumi anche alla Siria.

Per non dover morire di fame a causa dei magri raccolti gli agricoltori hanno reagito scavando pozzi e raccogliendo a mano le stentate piantine di orzo e frumento.

A nulla, almeno finora, sono serviti gli appelli alle organizzazioni internazionali affinché sia garantito un diritto basilare come quello dell’accesso all’acqua potabile.

Già il 3 marzo l’amministrazione autonoma aveva sollevato pubblicamente la questione paventando una possibile catastrofe umanitaria a causa dell’alterazione – indotta dalla Turchia – del livello delle acque.

E’ evidente che – dal punto di vista di Erdogan – quella di affamare le popolazioni non è altro che un’operazione propedeutica al loro definitivo assoggettamento.

Gianni Sartori

5 MAGGIO 1981: MUORE L’ALLODOLA D’IRLANDA – di Gianni Sartori

Centro Studi Dialogo

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La morte di Bobby Sands nel 1981 ha rappresentato per molte persone un evento di quelli che ti segnano, ti cambiano se non proprio la vita almeno la percezione della stessa (oltre che della Storia, della politica…).

Per chi scrive le cose andarono altrimenti. Dopo una militanza iniziata nel ’68 ritenevo di aver concluso il mio impegno (per stanchezza esistenziale, sensazione di impossibilità nel cambiare le cose, riflusso… fate voi) con le manifestazioni, talvolta dure, a cui avevo partecipato nel 1974 (esecuzione di Puig Antich) e nel 1975 (vedi le proteste per l’uccisione di Varalli, Zibecchi e Micciché e, in settembre, per la fucilazione di due etarra – Txiki e Otaegi – e di tre militanti del FRAP). Per qualche anno mi dedicai ad altro, pur mantenendo curiosità per quello che nel mondo si muoveva e agitava (con qualche incursione nella Spagna post-franchista, per esempio…). Poi era arrivato lo sciopero…

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#Turchia #Opinioni – GRUP YORUM: UNA PRESA DI POSIZIONE PERLOMENO DISCUTIBILE – di Gianni Sartori

Ci sono contraddizioni in seno al popolo (o “ai popoli”, come preferite) che fanno male, talvolta.
Ma d’altra parte, chiunque abbia affrontato questioni come quella irlandese (vedi gli aspri contenziosi tra PIRA e OIRA, tra IRA e INLA…tanto per dirne qualcuno; ma anche tra le formazioni guerrigliere sudamericane e africane non si scherzava…) ha dovuto confrontarsi con i contrasti interni – a volte laceranti – tra organizzazioni che si richiamavano comunque al diritto dei popoli o alla lotta delle classi subalterne.

E che – pur avendo in genere lo stesso nemico principale (a seconda dei casi: lo Stato centrale, il capitalismo, l’imperialismo…in genere un mix di tutto ciò) rasentavano talvolta il fratricidio.

Fatte le debite proporzioni (qui siamo “solo” all’ostracismo, almeno per ora) mi sembra che qualcosa del genere stia avvenendo anche per Grup Yorum. Del gruppo musicale – ingiustamente criminalizzato dal regime turco – mi sono occupato spesso. Soprattutto nel 2020 per gli scioperi delle fame di alcuni suoi componenti finiti in galera con accuse fantasiose. Scioperi che purtroppo in genere si erano conclusi con la morte del detenuto.
Il 27 aprile – con un comunicato su twitter – la formazione musicale turca (ma alcuni dei suoi membri, anche tra quelli deceduti in sciopero della fame, sono curdi, se pur – come dire -“assimilati”) si è scagliata contro Dilan Ekin. Accusandola di aver lasciato il gruppo invece di lasciarsi morire di fame in prigione come Helim Bolek, Ibrahim Gokcek, Mustafa Kocak, Ebru Timtik.
Per la cronaca, l’ex componente del gruppo veniva arrestata nell’ottobre 2020 proprio per aver partecipato ai funerali diIbrahim Gokcek.
In sostanza l’accusano di “aver tradito i suoi compagni di lotta” e – cosa ancor più grave – di fatto viene consegnata alla “vendetta popolare”.
Ora, con tutto il rispetto dovuto ai suoi membri morti nelle carceri di Erdogan, non si può ignorare che questa non è la prima “cantonata” (diciamo così per carità di patria) presa da Grup Yorum.
La più colossale durante quella che doveva passare alla Storia come la “Battaglia di Kobane”. All’epoca aveva dichiarato pubblicamente che “non consideravano una rivoluzione quanto stava avvenendo in Rojava”. Prendendone le distanze.

In sintonia con i “campisti” nostrani che – spesso – sembrano vedere i curdi come il fumo negli occhi. Senza rendersi conto che  senza i curdi la sinistra turca – ancora imbevuta di kemalismo, sia la riformista che la rivoluzionaria – non va da nessuna parte. O perlomeno non va certo “a sinistra”.

Per come la vedo io naturalmente.
 
 
Gianni Sartori