
Come in altre occasioni, anche nell’ultimo incontro con padre Javier Giraldo (ma si tratta di quasi vent’anni fa, nel 2008 mi pare) si era parlato della sua Colombia.
Lacerata da più di 40 anni (all’epoca) da un conflitto politico-sociale alimentato da secolari ingiustizie, dai privilegi di pochi e dalla miseria delle moltitudini.
Martoriata da gruppi paramilitari, in genere filogovernativi, esercito, bande guerrigliere (le più note, ma non le uniche, le Farc). Un atroce conflitto che fatalmente coinvolgeva migliaia e migliaia di civili. Per il generoso gesuita che da anni si prodigava in favore delle vittime “il 90 delle violazioni dei diritti umani (uccisioni di contadini, indigeni, sindacalisti, insegnanti, esponenti di Ong…a cui più recentemente si sono aggiunti molti ex guerriglieri .nda) era imputabile alle squadre militari filogovernative e all’esercito. Il rimanente alla guerriglia”. Quanto ai desplazados (gli “sfollati”, profughi interni) mi ricordava che erano ”almeno tre milioni” (all’epoca naturalmente). A quel tempo padre Giraldo, praticamente in clandestinità, entrava e usciva dalla Colombia per proseguire nella sua opera di assistenza e denuncia degli abusi nonostante le ripetute e concrete minacce di morte che arrivavano regolarmente dai paramilitari.
Javier “un gesuita con una cultura teologica e giuridica incredibili” era il fondatore – e cittadino – della Comunità di Pace di San José de Apartadó. Qui si era infine trasferito definitivamente a vivere: nel rischio quotidiano della violenza paramilitare. E questa rimane la sua eredità più significativa: “espressione e simbolo della pace come unica risposta possibile alle tante forme di negazione violenta della dignità e della vita”.
Si era poi parlato anche dell’ulteriore espansione della “Scuola di perdono e riconciliazione” (Espere) che si ispirava al Nobel per la Pace Desmond Tutu e alle sue iniziative per traghettare pacificamente il Sudafrica nel dopo-apartheid. Gestita da una Fondazione presso i Missionari della Consolata di Bogotà, dalla Colombia dove era nata, Espere veniva ora esportata anche in altri paesi dell’America Latina. Grazie all’impegno di un altro religioso, padre Leonel Gomez che nel 2006 aveva ricevuto la menzione d’onore del premio Unesco di “Educazione alla pace”.
In precedenza, verso la fine degli anni novanta, grazie a padre Giraldo avevo potuto conoscere alcuni aspetti della situazione colombiana. In particolare la vicenda di Giacomo Turra, uno studente padovano massacrato di botte dalla polizia nel 1995 a Bogotà (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/23.htm), il caso degli U’wa, una popolazione indigena sull’orlo dell’estinzione (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/266/6.htm), le vicende della Fondacion Aurora della regione del Cauca ( https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/26.htm) e (qualche anno dopo) incontrare Enrique Cabeza e Yomaira Mendoza, rappresentati di una comunità afro-colombiana che da decenni doveva confrontarsi con la violenza dei latifondisti (https://rivistaetnie.com/colombia-parlano-le-vittime/).
Purtroppo il 25 agosto Javier Giraldo Moreno ci ha lasciati, a 82 anni, nella sua Bogotà. Come hanno ricordato alcuni esponenti della Fondazione Lelio e LisliI Basso “era una delle persone che negli ultimi 50 e più anni è stato protagonista assoluto della storia drammatica dei diritti umani in Colombia e ha rappresentato a livello internazionale un punto di riferimento imprescindibile per tutti i movimenti che hanno operato per la liberazione dei popoli. La sua presenza dagli anni ‘70 nella vita delle istituzioni Basso di via della Dogana Vecchia 5, a partire dalla Lega internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli e poi come membro della presidenza del Tribunale Permanente dei Popoli, ha rappresentato certamente, nel modo più completo e radicato nei terreni più difficili, la logica complessiva di una storia di ricerca di resistenza e liberazione per rendere attribuibili ed accessibili i diritti fondamentali”.
Gianni Sartori
