
Mentre nel campo di concentramento di Gaza i bambini muoiono di fame e per mancanza di cure, nelle carceri israeliane si allunga la lista dei palestinesi morti in stato di detenzione. Due giorni fa Saber al-Amital veniva rinvenuto privo di sensi nella sua cella. E’ deceduto all’ ospedale dove era giunto (senza che i familiari venissero avvertiti) ormai agonizzante. Per le autorità carcerarie si tratterebbe di suicidio.
Ipotesi messa in dubbio dall’avvocato del giovane palestinese (originario di Naqab) in quanto il corpo “portava evidenti segni di gravi ferite e di numerose ecchimosi”. Inoltre non sarebbe stata chiarita la dinamica degli avvenimenti precedenti al ricovero ospedaliero. Saber al-Amital è il 91° prigioniero palestinese morto in stato di detenzione dal 7 ottobre 2023.
Il 328° dal 1967.
Da una quindicina di giorni inoltre le autorità israeliane hanno ulteriormente inasprito le misure di isolamento per i prigionieri.
Sospendendo le visite degli avvocati e proibendo ai famigliari di assistere alle udienze davanti alla Corte militare di Ofer. Al preesistente divieto di comunicazione diretta dei familiari con i detenuti (vetri divisori etc.), si viene ora ad aggiungere una restrizione delle procedure giudiziarie. In sostanza limitandole alle detenzioni amministrative (Administrative detention order in Cisgiordania, Emergency Power Detention Law in Israele, Unlawful combatants a Gaza) e al prolungamento della carcerazione. Quanto alla situazione sanitaria basti ricordare che alla fine di maggio un’epidemia di scabbia si era diffusa nelle sovraffollate carceri israeliane. Secondo l’ong Palestinian Prisoners’ Society, le condizioni in cui versano migliaia di palestinesi (tra cui almeno 3600 senza processo né accuse, in detenzione amministrativa) sono, dal punto di vista medico-sanitario “estreme”. Denunciando, oltre al sovraffollamento, una sistematica carenza di igiene e di cure adeguate. Dato che per mesi i detenuti erano rimasti senza trattamenti sanitari, l’epidemia stessa sarebbe stata utilizzata – secondo tale ong – come “uno strumento di tortura e di morte lenta”.
Per demoralizzarli, annichilirli psicologicamente.
Gianni Sartori
