Mese: ottobre 2024
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Sicilia
#IncontriSulWeb – “VAL D’OUTA EUNDEPENDENTA!”
Un incontro con Daniela Amato , componente del direttivo di Pays d’Aoste Souverain per analizzare l’attività del movimento e le sue proposte sia culturali che politiche.
#Kurds #Irak – IN VISTA DELLE ELEZIONI LEGISLATIVE REGIONALI, L’ATTUALE LEADER DEL PDK VA IN TURCHIA PER INCONTRARE ERDOGAN – di Gianni Sartori

Il 16 ottobre, a soli quattro giorni dalle elezioni per l’elezione del Parlamento federale nella regione autonoma curda (previste per il 20 ottobre), Nechirvan Barzani, attuale leader del PDK (Partito Democratico del Kurdistan), non ha trovato di meglio da fare che recarsi in Turchia.
Oggi (17 ottobre) dovrebbe incontrare il presidente Recep Tayyip Erdogan per discutere in merito alle “relazioni della Turchia con l’Irak e la regione del Kurdistan e sui recenti sviluppi nell’intera regione”.
Quelle previste sono le prime elezioni tenute nel Sud Kurdistan (Bashur, entro i confini iracheni) dal settembre 2018. Un momento critico, soprattutto per il clan dominante Barzani, in quanto sulla scadenza aleggia il cronico sospetto di possibili frodi elettorali.
Nelle ultime elezioni – a bassa affluenza e contestate con 1045 ricorsi durante lo spoglio – il PDK (con 688.070 voti) aveva conquistato 45 seggi al Parlamento regionale, mentre l’UPK (Unione Patriottica del Kurdistan) ne aveva ottenuti 21 (con 319.219) voti.
Al Movimento per il Cambiamento (Gorran, le cui sedi nel 2017 venivano incendiate dai militanti del PDK) erano andati dodici seggi, a “Nuova Generazione” otto, sette al Partito della società islamica, cinque all’Unione islamica del Kurdistan (Yekgirtu, fautore della non-violenza) e al Movimento islamico, un seggio ciascuno al Partito comunista del Kurdistan e a quello socialista.
Significativo che a oltre un mese di distanza, sia i commissari contrari all’approvazione (quattro contro cinque), sia le opposizioni si rifiutassero di sottoscrivere l’esito del voto arrivando a minacciare il non riconoscimento del Parlamento regionale.
Va anche ricordato che all’epoca pesava ancora il referendum dell’anno prima il cui risultato (oltre il 97% a favore dell’indipendenza) non era stato riconosciuto dal governo di Bagdad. Forse una delle cause delle successive dimissioni di Mas’ud Barzani (ottobre 2017) da presidente della provincia autonoma (carica che ricopriva dal 2005). Fermo restando che queste erano dovute principalmente alla perdita di territori rivendicati dai curdi (strappati all’Isis, in particolare Kirkuk) a vantaggio dello Stato centrale.
E intanto, nel corso di una accesa campagna elettorale, dal leader dell’UPK, Bafel Talabani sono arrivate autentiche bordate contro Nechirvan Barzani. Accusato di collaborazionismo (con Ankara ovviamente) in quanto “nella sola regione di Behdinan più di quattrocento villaggi curdi erano stati evacuati a causa del sostegno di Barzani all’invasione turca”.
Per dovere di cronaca va anche riportato che a sua volta il PDK in varie occasioni ha accusato l’UPK di “collaborazionismo” nei confronti di Teheran e di favorire presunti piani dell’Iran a danno dell’indipendenza del Kurdistan iracheno.
La novità di quest’anno è che le elezioni non saranno organizzate da una commissione elettorale regionale, ma dal Consiglio elettorale supremo iracheno. Un decisione derivata dal sospetto (peraltro assai fondato) che nel 2018 ci siano state corpose, massicce frodi elettorali. A vantaggio – ca va sans dire – del PDK, già coinvolto in altre irregolarità. Come l’endemica corruzione, il contrabbando di petrolio, lo sfacciato nepotismo, gli eccessivi ritardi nel pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, la brutale privatizzazione del sistema sanitario, il “dirottamento” di ingenti risorse a scapito dei servizi. Oltre al già citato collaborazionismo con la Turchia.
Dimostrando tutta la propria inadeguatezza nel risolvere i problemi sociali in una regione con un tasso di disoccupazione superiore al 20% e il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà. Mentre sarebbero almeno novemila gli affaristi, imprenditori, politici, trafficanti che possiedono almeno un milione di dollari.
Con l’intervento del Consiglio superiore della magistratura irachena è stato modificato il sistema elettorale (giudicato troppo favorevole al PDK) dividendo la regione autonoma in quattro circoscrizioni elettorali (Sulaymaniyah, Hewlêr-Erbil, Halabja e Duhok).
Inoltre le elezioni vengono poste sotto l’autorità dell’Alta commissione elettorale irachena. In precedenza (giugno 2024) il PDK aveva minacciato di boicottarle a causa della mancata assegnazione di sei seggi ai Turcomanni. La soluzione è stata trovata attribuendo cinque seggi oltre che ai turcomanni anche agli armeni e ai cristiani.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Sardigna
#Kurds #Repressione – CENTINAIA DI ARRESTI E SEQUESTRO DI GIORNALI DOPO UN RADUNO PER LA LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI POLITICI A DIYARBAKIR – di Gianni Sartori

Dura reazione di Ankara alla manifestazione di Diyarbakir per la scarcerazione del leader curdo Öcalan e per la soluzione politica del conflitto.
Non appaia esagerato il concetto di “genocidio politico” riferito al recente – l’ennesimo – rastrellamento di militanti curdi in ben 36 città nella giornata di martedì 15 ottobre.
Le persone finora arrestate sarebbero 269 (o almeno quelle accertate).
Una massiccia ritorsione per il raduno del 13 ottobre organizzato dalla Piattaforma delle istituzioni democratiche in Amed (Diyarbakır).
Iniziativa volta a richiedere la libertà per Abdullah Öcalan, il “Mandela” curdo imprigionato in condizioni indegne (di isolamento assoluto) dal 1999 e una soluzione politica per la questione curda.
Nel corso della manifestazione (impedito il corteo dalla massiccia presenza della polizia), veniva lanciato un appello: “Mettere fine alla tortura, aprire le porte di Imrali”.
Nonostante l’evidente postura intimidatoria delle forze dell’ordine, migliaia di persone si erano radunate nel quartiere di Ofis. Rivolgendosi alla folla, l’avvocato Rezan Sarica ha ricordato il suo incontro con Ocalan a Imrali (la Robben Island turca) nel 2019. Quando aveva potuto constatare di persona “la volontà di Öcalan per una pace ragionevole e per negoziati politici democratici al fine di risolvere i problemi sociali in Turchia e nella regione. Nel corso di queste discussioni – aveva continuato – abbiamo visto che il signor Öcalan manteneva una posizione democratica, esprimeva fiducia nel futuro e mostrava sincero entusiasmo per la realizzazione di una pace sociale”.
Inoltre, considerando i recenti sviluppi dei conflitti medio-orientali, Rezan Sarica non poteva che mostrare ulteriore apprezzamento per la lungimiranza delle “dichiarazioni storiche, la determinazione e le previsioni del signor Öcalan“.
Posizioni che a suo avviso possono garantire nientemeno che “la sopravvivenza stessa della società”. E non solo di quella medio-orientale par di capire.
Nel frattempo, per ordine del Tribunale Penale di Pace 9 di Istanbul, veniva confiscato l’ultimo numero di Yeni Yaşam Gazetesi per un articolo dal titolo “Kürdün hayali Abdullah Öcalan’a kavuşmak” (“Il sogno dei curdi è quello di conoscere Öcalan”).* Incriminato anche un articolo di Fırat Can “La terza Guerra Mondiale, il caos in Medio Oriente e la via d’uscita”. Con l’accusa di “far propaganda a un’organizzazione illegale attraverso la stampa”.
Gianni Sartori
*nota 1: https://yeniyasamgazetesi6.com/kurdun-hayali-abdullah-ocalana-kavusmak/
#Americhe #Popoli – CILE: ANCORA REPRESSIONE CONTRO IL POPOLO MAPUCHE – di Gianni Sartori

Ennesima manifestazione dei Mapuche repressa duramente. mentre trovano conferma le denunce di violazioni dei diritti umani mosse da Amnesty International.
Domenica 13 ottobre (curiosamente alcune agenzie davano il 14, lunedì, forse perché data “canonica”) centinaia e centinaia di indigeni mapuche e solidali (molti studenti) hanno percorso la strade di Santiago. In ogni caso, la data non era scelta a caso. Giorno più, giorno meno rimane quella nefasta della “scoperta” delle Americhe (nel 1492). Tragica e fondamentale per la memoria della Resistenza indigena.
I Mapuche erano scesi in strada sia per la liberazione dei prigionieri politici, sia perché si ponga fine alla rapina e alla militarizzazione delle loro terre ancestrali (Wallmapu).
Altre richieste, al solito non accolte dal governo, l’aumento dei fondi destinati all’educazione e il riconoscimento del diritto all’autonomia e all’autodeterminazione.
Nella speranza (nonostante la scarsa determinazione mostrata dal presidente Boric) di una nuova Costituzione, in alternativa a quella attuale (un residuo tossico, una scoria dei tempi bui di Pinochet). Oltre a quella dei mapuche, molti manifestanti sventolavano anche la bandiera palestinese e – qualcuno – quella curda.
Il percorso prevedeva un circuito con partenza dal Cerro Huelen e ritorno.
Ma l’intervento delle forze dell’ordine, definito “sproporzionato” da molti osservatori (nonostante in un primo momento la manifestazione fosse stata autorizzata) lo ha reso impraticabile..
Per disperdere i manifestanti i Carabineros de Chile (la principale forza di polizia, di fatto una sorta di gendarmeria nazionale) hanno utilizzato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. In risposta, lanci di pietre e utilizzo dei bastoni tradizionali per colpire le auto della polizia. Alla fine (come del resto era previsto visto il clima attuale) si sono contati numerosi arresti.
Ancora in gennaio Amnesty International valutava positivamente l’incriminazione, da parte del tribunale della regione Centro-Nord, di tre alti responsabili dei Carabineros per il loro presunto ruolo nelle operazioni “sproporzionate e contrarie al diritto internazionale nelle manifestazioni di massa in Cile alla fine del 2019”.
Procedimenti giudiziari erano stati avviati “contro il direttore generale dei carabineros, Ricardo Yáñez (all’epoca responsabile dell’Ordine e della sicurezza nda), contro Mario Rozas, ex direttore generale dei carabineros e contro Diego Olate, generale a riposo ed ex vice-direttore, per le loro presunte responsabilità in quanto comandanti dei carabineros”.
A.I. era tornata sulla questione ai primi di ottobre, quando si era aperta ufficialmente l’istruttoria nei confronti dei tre alti ufficiali sospettati del reato di “coercizione illegittima”.Ricordando come nelle circostanze considerate fossero “morte due persone nella mani della polizia e altre migliaia sono rimaste gravemente ferite”. In particolare per “traumi oculari irreversibili”.
Sottolineava A.I. che ”in base al diritto internazionale e al diritto cileno, i comandanti delle forze di polizia sono, in determinate circostanze, responsabili degli atti dei loro subordinati”.
Come aveva già ribadito nel rapporto del 2020 (“Ojos sobre Chile”), in quello del 2021 (“Responsabilidad penal por omisión de los mandos”) e in un altro rapporto reso pubblico il 1 ottobre (“Obligaciones de derecho internacional de investigar y sancionar a los responsables jerárquicos de violaciones de derechos humanos”).
Tornando al 14 ottobre 2024, si presume non fosse una coincidenza neppure la riunione in tal giorno del “Comitato per l’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne”. Un’occasione per ascoltare i portavoce delle organizzazioni della società civile cilena.
Oltre che della situazione delle donne cilene, il Comitato ha affrontato le identiche problematiche di Canada, Giappone, Bènin e Cuba (i cinque Paesi di cui questa settimana vengono esaminati i rapporti).
Per il Cile, viene denunciato l’aumento dei casi della violenza sessuale e di violenze all’interno delle famiglie, in particolare dei femminicidi. Uno sguardo supplementare per la situazione delle donne detenute. Viene inoltre discussa la questione dell’esclusione, di fatto, delle donne rispetto ai numerosi progetti di estrazione mineraria (spesso deleteri per le comunità). E infine, uno degli aspetti più gravi (anche se sottovalutato), quello della discriminazioni e delle violenze subite dalle donne Mapuche.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Occitania
#Palestina #Israele #Pace – “JEWISH VOICE FOR PEACE” BLOCCA PER DUE ORE LA BORSA DI NEW YORK – di Gianni Sartori

Il 14 ottobre oltre 500 attivisti di “Jewish Voice For Peace” (Voci ebraiche per la pace) hanno “preso d’assalto” (per lo meno simbolicamente) la Borsa di New-York nei pressi di Wall Street, zona sud di Manhattan. Abbattendo alcune transenne (in Broad Street) e incatenandosi a una cancellata all’entrata dell’edificio. Anche se nessun manifestante è riuscito a entrarvi, per oltre due ore l’ingresso della Borsa è rimasto bloccato. La protesta si è conclusa con l’arresto di 206 manifestanti.
Un atto altamente simbolico per protestare contro le operazioni militari di Israele contro i civili e soprattutto per fermare la fornitura di armamenti.
Tra i maggiori responsabili della vendita di armi a Israele, la protesta aveva individuato soprattutto RTX (Raytheon Technologies Corporation, multinazionale del Massachusetts specializzata in missili, droni, avionica, cyber-security, motori aeronautici…) e Lockheed Martin (azienda statunitense con sede nel Maryland che opera principalmente nel settore aerospaziale; considerata la maggiore a livello mondiale nel settore della Difesa).
Tra gli slogan lanciati: “Lasciate che Gaza possa vivere”, “Smettetela di finanziare il genocidio”, “Embargo immediato sulle armi”, “Tutto questo mai più, deve valere per tutto il mondo”, “La Palestina sarà libera”.
Oltre al controverso “Dal fiume al mare”(From the river to the sea), di questi tempi generalmente attribuito solo ai palestinesi (sottintendo che vorrebbero eliminare completamente Israele e i suoi cittadini).
Senza voler entrare troppo nel merito, mi sembra che in diverse occasioni sia stato utilizzato anche dagli Israeliani. Vedi la stessa bandiera, ufficialmente ispirata al disegno del tallìt (scialle di preghiera), ma con qualche legittimo dubbio sulle due strisce blu sopra e sotto la Stella di David. Magari non raffigureranno il Nilo e l’Eufrate (come sosteneva qualche diffidente), ma almeno – azzardo – il Giordano e il mar Mediterraneo. Del resto lo ritroviamo nel concetto espresso dal Likud di Eretz Israel (estesa appunto dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, Cisgiordania compresa).
Per cui le “brutte intenzioni” sembrano per lo meno reciproche.
Alla manifestazione filo-palestinese si è contrapposta quella (meno numerosa) di alcuni filo-israeliani (e anche fra questi ci sarebbe stato qualche arresto).
Per ora la Borsa sembra non aver commentato, mentre Jewish Voice For Peace ha rivendicato l’azione con questa parole “Centinaia di ebrei e di simpatizzanti hanno bloccato la Borsa di New York esigendo che gli Stati Uniti smettano di armare Israele e di trarre profitto da un genocidio”.
Gianni Sartori
