#Turkey #Società – “KADIN CINAYETLERI POLITIKTIR” (I FEMMINICIDI SONO POLITICI) – di Gianni Sartori

In Turchia l’uccisione di cinque donne in quattro giorni ha riportato nelle piazze il movimento delle donne contro i femminicidi.

“I femminicidi sono politici”, hanno ribadito ad alta voce e a più riprese le donne turche e curde scese in strada per chiedere l’applicazione della Convenzione di Istanbul. Un trattato del Consiglio d’Europa per prevenire la violenza sulle donne (e quella domestica in particolare), ma da cui la Turchia si è ritirata nel 2021.

Ricordando che il concetto non vale – ovviamente – solo per la Turchia.

Se ne parliamo è per sottolineare come l’esempio delle femministe curde (sia del Rojava, sia con l’insorgenza avviata nel Rojhilat “Jin, Jiyan, Azadî”) abbia saputo influenzare parte della società civile turca e mediorientale.

Uno sguardo ai fatti recenti. Sono ben sei (quelle accertate) le donne assassinate dagli uomini in Turchia (Bakur compreso) dal 4 all’8 ottobre.

A far esplodere le prime proteste il duplice, sordido femminicidio del 4 ottobre per mano di Semih Çelik. Le sue vittime, entrambe di 19 anni, sono İkbal Uzuner (che perseguitava da tempo e a cui avrebbe tagliato la gola) e solo mezz’ora Ayşenur Çelik (una compagna di scuola, ugualmente decapitata). Il barbarico episodio è avvenuto a Istanbul, nel quartiere di Edirnekapı. Successivamente il giovane assassino si sarebbe suicidato.

Alle quattro vittime considerate si deve aggiungere (fa male anche solo parlarne) l’atroce vicenda di Sila, una bambina di due anni vittima di stupro e morta dopo un mese di agonia il 7 ottobre.

Una tragedia che ne ricorda un’altra recente. Quella di Narin Güran (8 anni) il cui cadavere era stato ritrovato l’8 settembre, dopo 19 giorni di ricerche, dentro un sacco nascosto tra le pietre di un corso d’acqua nei pressi del suo villaggio (Tavşantepe, nel distretto di Bağlar, provincia di Diyarbakir).

Nomi che vanno ad allungare una lista che (anche considerando solo l’anno in corso) va crescendo paurosamente.

Per l’associazione Kadin Cinayetlerini Durduracagiz (Stop Femminicidi) da gennaio le vittime sarebbero almeno 292 (166 nei primi sei mesi) .

Mentre per la We Will Stop Feminicides Platform le donne uccise nel 2024 sarebbero ben 315. Oltre a 248 casi di donne ritrovate morte in circostanze sospette.

Le femministe ritengono (e lo dichiarano a gran voce) che “il governo turco è direttamente responsabile dell’attuale politica di impunità” (colpevole quantomeno di “attendismo”) e pretendono che la legge sulla violenza alle donne venga applicata seriamente.

Sempre il 4 ottobre circolavano in rete le immagini di due uomini che molestavano sfacciatamente e impunemente una donna nel quartiere turistico di Beyoğlu. Momentaneamente fermati dalla polizia, i due erano tornati subito in libertà e solo dopo le accese proteste delle donne venivano nuovamente arrestati.

Il 5 ottobre molte manifestazioni venivano indette dai gruppi di difesa dei diritti delle donne in tutta la Turchia contro la “politica dell’impunità alla radice dell’incremento delle violenze sulle donne”. Oltre alla richiesta al governo di tornare a sottoscrivere la Convenzione di Istanbul, le manifestanti esigevano l’effettiva applicazione della legge 6284 (di fatto anche questa esautorata, mal applicata dopo il ritiro della Turchia dalla Convenzione)

Con le donne che a centinaia si erano riunite in piazza Tünel (quartiere Beyoğlu di Instanbul) anche due deputati del partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia (DEM), Özgül Saki e Kezban Konukçu.

Tra gli slogan scanditi e sugli striscioni: “Arrestate gli assassini, non le donne”; “Lo Stato protegge, gli uomini ammazzano”; “La giustizia siamo noi, non staremo zitte” e naturalmente “Kadın cinayetleri politiktir”.

Inizialmente la polizia aveva cercato di impedire il corteo che intendeva sfilare nel viale Istiklal, consentendo poi, di fronte alla determinazione delle donne, di raggiungere piazza Şişhane. Qui è stata letta una pubblica dichiarazione di condanna per l’incapacità mostrata dallo Stato nel proteggere le donne, criticando “l’eccessiva clemenza nei confronti di stupratori, stalker e assassini”.

Confermando quando era già emerso ampiamente. Ossia che le donne diffidano dell’autorità costituita per ottenere giustizia, preferendo rivolgersi alle reti sociali di mutuo sostegno.

Infatti, secondo le femministe turche “lo Stato, a causa dei pregiudizi insiti nel sistema giudiziario e diffusi nei commissariati e tra le forze dell’ordine, non prende in considerazione le testimonianze delle donne”.

“Noi – proseguivano – abbiamo sperimentato il vostro tentativo di rendere le strade pericolose per le donne. Con domande come “Cosa facevate in giro a quell’ora?”. Per promuovere ulteriormente la politica di un “solido nucleo familiare” con cui vorreste segregarci in casa. Il vostro linguaggio sessista, con cui vorreste stabilire quanti figli deve avere e a quale ora deve rientrare una donna, di fatto incoraggia la violenza maschile. Voi pretendete di trasformare le donne in docili membri di un sistema familiare oppressivo e sfruttatore. Ma noi tutto questo lo rifiutiamo”.

Tra i numerosi casi di femminicidio che hanno insanguinato la storia recente del Paese, molti ricordano ancora con forte disagio quello di Emine Bulut, 38 anni. Assassinata a coltellate dall’ex marito Fedai Baran il 18 agosto 2019 mentre si trovava in un locale pubblico di Kırıkkale con la figlioletta di 10 anni. L’hasthag #EmineBulut veniva condiviso nelle reti sociali migliaia di volte in poche ore.

Il nuovo sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, riprendeva pubblicamente le ultime, estreme parole della donna: “Io non voglio morire”. Spiegando che questo era un grido per tutte le donne assassinate; così come “mamma, non morire” era quello di tutti i figli e di tutte le figlie rimasti orfani per la violenza dei maschi”.

Tra il 2010 e il 2017, secondo l’organizzazione kadincinayetleri.org, in Turchia erano 1964 le donne assassinate (quelle accertate beninteso) da un uomo: marito, ex marito, fidanzato, conoscente…

Per un confronto nel 2016, i femminicidi documentati dal 2010 erano 1638.

La morte orrenda di Emine Bulut aveva scatenato grande indignazione (anche per lo choc provocato dal tremendo video del crimine, poi messo in rete) spingendo a manifestare migliaia di persone. Ma solo due anni dopo la Turchia si ritirava ufficialmente dalla Convenzione di Istanbul.

Gianni Sartori

#EuskalHerria #Repressione – A VOLTE CORRERE RENDE LIBERI – di Gianni Sartori

A sette mesi dai fatti contestati, la mattina del 2 ottobre sette militanti baschi venivano convocati presso il commissariato di Bayonne (Ipar Euskal Herria, Paese Basco sotto amministrazione francese). Ne uscivano soltanto dopo molte ore, nel tardo pomeriggio e dovranno presentarsi in tribunale per essere processati il 25 gennaio 2025.

Le accuse? Aver fornito “aiuto per entrare e per soggiornare in Francia a persone in situazione irregolare” e per aver agito come una “banda organizzata”(un’associazione a delinquere in pratica).

Tale azione umanitaria, definita dai responsabili di “azione civile”, costituisce un reato a tutti gli effetti per la legge francese, in base al CESEDA (il codice per l’entrata e il soggiorno degli stranieri e il diritto d’asilo).

Era stata concordata tra una dozzina di organizzazioni per consentire il passaggio di 36 “esuli” (migranti) confusi tra i partecipanti alla tradizionale corsa podistica basca di marzo, la Korrika (da Irun – Hego Euskal Herria, in territorio spagnolo – a Hendaye – Ipar Euskal Herria, in territorio francese).

Nel comunicato di rivendicazione (in data 28 marzo 2024) veniva stigmatizzata “la politica migratoria repressiva dell’Europa-fortezza che colpisce gli esiliati spingendoli verso le reti criminali di sfruttamento e della tratta di esseri umani”. Richiedendo “l’apertura delle frontiere e in particolare dei ponti come quello tra Irun e Hendaye (il Ponte Santiago nda) per garantire la libera circolazione”.

I sette baschi inquisiti (identificati grazie a un video) provengono da varie organizzazioni della sinistra basca abertzale. Tra cui il sindacato LAB (Langile Abertzaleen Batzordeak), Bidasoa Etorkinekin (un’associazione di aiuto ai migranti), il partito basco EH Bai e La France Insoumise. Mentre una ventina di organizzazioni si erano “autodenunciate” per aver collaborato all’azione di solidarietà, oltre 80 avevano espresso il loro sostegno e indetto una manifestazione davanti al commissariato di Bayonne.

Uno dei sette accusati, Eñaut Aramendi del sindacato LAB, ha spiegato che tutte le domande poste dagli inquirenti si basavano sul video della corsa, diffuso pubblicamente. Aggiungendo che “non sono soltanto sette persone che verranno giudicate, ma sette militanti di una ventina di organizzazioni”. E quindi, attraversodi loro “sono migliaia di persone aderenti a queste strutture che verranno incriminate. In quanto società dobbiamo interrogarci: siamo d’accordo con quello a cui assistiamo quotidianamente? Se per portare queste tematiche nel dibattito pubblico dobbiamo andare in tribunale, ebbene ci andremo”.

“E comunque – aveva concluso – io quel giorno ho visto solamente gente che correva”.

Amaia Fontang, portavoce di Etorkinekin (una federazione di associazioni di volontariato) ricordava che “qui, nel Paese basco i nostri militanti non nascondono di aiutare i migranti. Quando vediamo persone sperdute al margine della strada, li portiamo al centro Pausa (un centro d’urgenza per l’accoglienza a Bayonne nda). Rammaricandosi comunque che questa vicenda venga a cadere “in un momento politico assai inquietante (al ministero degli Interni è stato nominato Bruno Retailleau nda) per i difensori dei diritti fondamentali dei migranti. La politica di estrema destra portata avanti dal governo sulla questione migratoria ci preoccupa”.

Fatalmente l’episodio ha rinfrescato il dibattito in merito al cosiddetto “reato di solidarietà” aperto in Francia ancora nel 2017 dalle azioni umanitarie di aiuto ai migranti dell’agricoltore Cédric Herrou.

Gianni Sartori