#Asia #Pilipinas – IL PRIGIONIERO POLITICO PIU’ ANZIANO DELLE FILIPPINE E’ TORNATO IN LIBERTA’ – di Gianni Sartori

Intanto ricordiamo che a Mactan, una delle 7641 isole del sovrappopolato arcipelago delle Filippine, il 27 aprile del 1521 avvenne uno dei più noti episodi di resistenza indigena al colonialismo. Per mano del capo guerriero Lapu-Lapu (Cilapulapu).

Resistenza che – se pur tra mille contraddizioni e deviazioni – si è mantenuta costantemente attiva, adeguandosi ai nuovi contesti geopolitici, fino ai nostri giorni. Dall’occupazione spagnola (fino al 1898) a quella statunitense, dalla parentesi giapponese (1942-1945) nuovamente a quella degli USA (fino al 1946). Dal colonialismo classico alla globalizzazione, opponendosi sia agli imperialisti stranieri che alle milizie paramilitari al servizio dei proprietari terrieri. Oltre che addestrate dagli Stati Uniti che qui mantenevano varie basi militari (tra le maggiori, Subic Bay e Henderson Field, poi ufficialmente chiuse). Con l’accordo del 2014,, le forze statunitensi venivano autorizzate a stazionare – a rotazione – nelle basi militari filippine. Inoltre potevano costruire alloggi, strutture di addestramento, magazzini per armamenti vari (escludendo solo le armi nucleari). Di fatto si avviava la realizzazione di almeno cinque campi militari.

Qualche altro centinaio di militari statunitensi sarebbero inoltre presenti tra la città di Zamboanga e le province meridionali.

Inoltre, stando a recenti dichiarazioni, Washington avrebbe in progetto di costruire altre basi nelle province di Cagayan, Palawan e Zambales. Ovviamente in funzione anti-cinese.

In tale contesto, la vicenda umana e politica di Gerardo Dela Peña (Tatay Guerry) appare emblematica.

L’ultimo appello per la sua scarcerazione (o almeno quello di cui avevo conoscenza) risaliva al marzo di quest’anno: https://www.karapatan.org/urgent_appeal/urgent-appeal-for-action-for-the-release-of-gerardo-dela-pena/

In seguito, se pur troppo tardivamente e all’età di 85 anni, il 30 giugno 2024 riacquistava la libertà.

Per quanto sia già trascorso del tempo, ritengo utile parlarne.

Anche per evidenziare come il rispetto per i diritti umani – a quasi 40 anni dalla cacciata del dittatore Marcos – non sia ancora una conquista completamente acquisita.

Contadino povero di Bicol e sindacalista, in gioventù Dela Peña era già stato arrestato e torturato – sia dalla polizia che dai militari – nel 1982 (durante la dittatura di Marcos). Tornato in libertà si era impegnato con un movimento di sostegno agli ex prigionieri politici della provincia di Camarines Norte (regione di Bicol): SELDA (Camarines Norte du Samahan ng mga Ex-Detainees Laban sa Detensiyon at Aresto).

Collaborando inoltre, nonostante le continue minacce e provocazioni, con altre organizzazioni popolari di base,

Veniva nuovamente arrestato nel 2013, all’età di 75 anni, con l’accusa di aver assassinato un suo nipote. Uccisione che in realtà era stata rivendicata dal NPA (New People’s Army – Bagong Hukbong Bayan) braccio armato del Partito Comunista delle Filippine (Partido Komunista ng Pilipinas).

Rimasto in carcere per altri dodici anni, soffre di varie patologie, ovviamente aggravate dalla detenzione. Oltre a una grave forma di sordità, diabete, problemi alla vista e ipertensione. Inoltre ha subito un ictus.

All’uscita dal carcere è stato accolto dal suo avvocato Fides Lim e dal figlio Melchor. Ai presenti è apparso “alquanto fragile, magro. Con in mano una piccola sacca contente i poveri oggetti in suo possesso”.

In una dichiarazione Fides Lim ha ribadito che “il percorso di Tatay Guerry verso la libertà è stato difficile per gli ostacoli sistematicamente posti e per ragioni burocratiche. Nonostante la sua età avanzata e il cattivo stato di salute giustificassero ampiamente una liberazione per ragioni umanitarie”.

Rimarcando come il Board of Pardons and Parole (BPP) non avesse applicato le sue stesse risoluzioni che dovrebbero garantire una “clemenza esecutiva” per i prigionieri oltre i settanta anni quando abbiano già scontato dieci anni della condanna.

Anche senza contare l’indennità per buona condotta, Dela Peña avrebbe trascorso almeno due anni in più dietro le sbarre.

Per Ephraim Cortez, presidente dell’Unione Nazionale degli Avvocati del Popolo (UNAP) “l’arresto, la condanna e la carcerazione di Dela Peña sono stati la conseguenza di un sistema giudiziario inadempiente e malfunzionante”.

In una riunione di qualche giorno successiva alla sua scarcerazione, Dela Peña dichiarava di essere “impaziente di rivedere mia moglie Pilar, darle un bacio e tornare al lavoro con la mia famiglia nella nostra fattoria”.

Gianni Sartori

#Società #Opinioni – IN ONORE DI PAUL VARRY (C’est ce contre quoi il se battait qui l’a tué…) – di Gianni Sartori

Esistono molteplici contraddizioni. Innumerevoli forme di oppressione e sfruttamento. Galassie di ingiustizie.

Pretendere anche solo di comprenderle tutte (di risolverle neanche parlarne) sarebbe solo presunzione.

Tuttavia di alcune possiamo cogliere – qui e ora – tutta l’evidenza. Ragionarci sopra, valutarle, “criticarle kantianamente”…poi si vedrà…

Citando alla rinfusa: tra padroni e servi, capitale e lavoro, maschi e donne, colonizzatori e indigeni, imperialisti e popoli oppressi, britannici e irlandesi, franchisti e repubblicani…

Ma anche, si parva licet (parva ?), tra cacciatori e animalisti, tra chi si pavoneggia con il pitbull (senza colpa del pitbull, ovvio) e chi porta a spasso il bastardino adottato al canile, tra chi sgomma col SUV e chi pedala…

Ecco, questo è il nostro caso.

Il 15 ottobre, a Parigi, a seguito di un alterco ai margini di una pista ciclabile, un automobilista avrebbe investito volontariamente un ciclista, Paul Varry (27 anni).

Sabato 19 ottobre, in memoria del giovane brutalmente ucciso, molte associazioni di ciclisti si son date appuntamento in oltre 230 rendez-vous (in genere davanti ai municipi delle città francesi, alle ore 17,45). Per onorarlo e per dire “stop aux violences motorisées”.

Conosciuto per il suo impegno nella difesa della mobilità dolce, Paul era originario di Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis) e membro attivo dell’associazione Paris en selle. Responsabile di tale associazione per Saint-Ouen e Saint-Denis, recentemente aveva partecipato alla redazione di un “libro bianco” per pedoni e ciclisti di questi due comuni di Île-de-France. Un lavoro che aveva largamente influenzato l’operato della municipalità nello sviluppo della mobilità dolce.

Ricordandolo, un amico ha voluto sottolineare che “è stato ucciso da quello contro cui si batteva. Una lotta la sua – aveva concluso amaramente – che alla fine gli è costata la vita”.

L’appello per le manifestazioni in sua memoria (“Pour Paul, disons stop à la violence motorisée”) era partito venerdì 18 ottobre dalla Fédération française des usagers de la bicyclette (Fub). Immediatamente ripreso e rilanciato da molteplici associazioni locali.

“Questa iniziativa – ha spiegato un portavoce della Fub – è un messaggio per i nostri dirigenti politici: basta con la violenza motorizzata. E’ venuto il tempo di comprendere quale sia la realtà del nostro vivere quotidiano e di prendere le misure necessarie per evirare altri drammi come questo!”

Già nel giorno successivo al tragico episodio (un crimine, comunque la si veda), la Fub aveva organizzato un primo rassemblement nell’8° arrondissement di Parigi a cui, nonostante il breve preavviso, avevano partecipato centinaia di persone. Presente all’iniziativa, suo fratello Antoine lo ha descritto come “una persona dolce, sensibile, sempre disponibile per gli altri”. Assicurando che porterà avanti le stesse battaglie: “Pour la mémoire de mon frère, on se battra, le temps qu’il faudra”.

Il drammatico episodio non ha lasciato indifferente nemmeno il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo. Esprimendo il desiderio che “un luogo di Parigi porti il nome del giovane ciclista” brutalmente ucciso. In suo onore verrà osservato un minuto di silenzio all’apertura del prossimo Consiglio di Parigi, il 19 novembre.

Gianni Sartori

#Asia #Popoli – QUALCUNO VUOLE INCASTRARE GLI ECO-GUERRIERI BISHNOI? – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Shriya Mohan

I Bishnoi considerano sacri tutti gli animali, ma con un occhio di riguardo per l’antilope cervicapra in cui ritengono di doversi reincarnare. Ancora oggi seppelliscono gli esemplari rinvenuti morti segnalando il luogo, la tomba, con delle pietre. Si narrava poi che le donne allattassero personalmente i cuccioli rimasti orfani. Conosciuti e rispettati come “eco-guerrieri”, i Bishnoi negli ultimi tempi sono rimasti coinvolti, a ragione o a torto, in inchieste su gravi fatti di criminalità (politica o comune, non è dato di sapere).

Ricapitoliamo i più recenti.

Il 12 ottobre veniva ammazzato a colpi di pistola l’uomo politico Baba Siddique. Stava uscendo dall’ufficio del figlio Zeeshan, deputato dell’Indian National Congress nello Stato del Maharashtra e candidato alle elezioni suppletive del 20 novembre. Da subito le indagini si erano indirizzate su una cosiddetta “gang Bishnoi”. Per l’occasione veniva anche riesumata una oscura vicenda avvenuta in Canada quando, giugno 2023, era stato assassinato un attivista sikh, Hardeep Singh Nijjar. Anche in quel caso si sospettava, da parte delle autorità di Ottawa, della stessa gang che però potrebbe aver agito in combutta con funzionari (uomini dell’intelligence) del governo indiano. Inoltre sono tornate alla ribalta le minacce mosse dalla comunità Bishnoi a ricchi bracconieri (tra cui qualche star di Bollywood) sospettati di aver ucciso alcune antilopi sacre.

Va detto che la maggioranza dei personaggi coinvolti (sia le vittime che i presunti assassini) non sono dei più limpidi.

Lawrence Bishnoi, il principale sospettato (come mandante) si trova in carcere dal 2015, ma viene considerato ancora in grado di dirigere una sua organizzazione criminale. Per ora la polizia di Munbai ha arrestato quattro persone. I due presunti esecutori dell’omicidio (Gurmail Baljit Singh e Dharmaraj Rajesh Kashyap che ne avrebbero ricavato 50mila rupie) e due possibili complici (Harishkumar Balakram Nisad e Pravin Lonkar). Qualche sospetto anche su Shubham Lonkar (fratello di Pravin Lonkar), già arrestato per possesso di armi (e scomparso dopo essere uscito dal carcere pagando una cauzione) e in contatto con Anmol Bishnoi, fratello di Lawrence.

Buio assoluto, almeno ufficialmente, sulle ragioni di questa brutale esecuzione. Baba Siddique, nato nel Bihar, aveva iniziato a occuparsi di politica negli anni ’80. Inizialmente come militante dell’organizzazione giovanile del partito Indian National Congress (INC, abitualmente Congress). Arrivando nel 2004 a conquistare la carica di ministro nello Stato del Maharashtra.

Ma recentemente si era staccato dal Congress per legarsi a una fazione del Nationalist Congress Party (NCP, fondato nel 1999 da fuoriusciti dal Congress in contrasto con Sonia Gandhi). Confluendo quindi nella coalizione formata dal Bharatiya Janata Party (BJP, il partito dell’attuale primo ministro Narendra Modi) e da una parte del partito di destra Shiv Sena (o Bandar Sena).

Successivamente il quadro è andato complicandosi ulteriormente. Per cui è lecito domandarsi se dietro al delitto non vi siano anche questioni essenzialmente politiche.

Alimentate dagli scontri tra l’alleanza Mahayuti e il blocco elettorale Maha Vikas Aghadi (costituito dal Congress e dalle componenti di Shiv Sena e NCP che non si erano alleate con il BJP).

Ancora un passo indietro. Nel 2019 il BJP aveva ottenuto 105 seggi. Subito dietro di lui l’alleato Shiv Sena (ancora unitario) con 56 seggi. Al Congress solo 44. Vista la situazione, Shiv Sena abbandonava il BJP per costituire un governo di coalizione (Maha Vikas Aghadi) con le altre organizzazioni politiche. Coalizione andata poi in frantumi nel 2022 (per le divisioni interne he abbiamo visto), ma brillantemente “risorta” in occasione delle elezioni federali quando ha conquistato 30 seggi su 48.

Questo per quanto riguarda il “groviglio politico”. Ma Siddique, di religione islamica, era conosciuto anche per le sfarzose feste che organizzava alla rottura del digiuno nel mese di Ramadan. Feste a cui partecipavano noti personaggi di Bollywood. In particolare l’attore Salman Khan di cui era noto il “contenzioso” con la comunità Bishnoi. Avrebbe infatti ucciso, ancora nel 1998, alcune antilopi cervicapra, sacre per i Bishnoi.

Condannato a cinque anni di prigione (sacre o meno, si tratta comunque di animali protetti, da “lista rossa” a rischio estinzione), dopo oltre un quarto di secolo – tra ricorsi e burocrazia – è ancora in libertà (ufficialmente “vigilata”, ma sostanzialmente da impunito).

Potrebbe forse l’amicizia con Salman Khan essere stata la causa (una causa) della morte di Baba Siddique? Resta il fatto che il noto attore è stato ripetutamente fatto oggetto di minacce di morte e che vive sotto scorta. Così come era stato minacciato più volte Siddique.

E quindi?

Da un lato non si deve dimenticare che gli eco-guerrieri Bishnoi (visnuiti) si attengono almeno in parte agli insegnamenti di Maharaj Jambaji (Jambeshwar), un guru indù a cui si deve la stesura, nel 1485, di 29 precetti (bish, sta per “venti”; noi sta per “nove”) fondati sulla protezione della Natura. In un periodo di terribile siccità raccontò di aver fatto un sogno rivelatore: la mancanza d’acqua era una conseguenza dell’insensato operare degli umani. Da qui i suoi comandamenti, in particolare il divieto di uccidere gli animali e di abbattere gli alberi. Tanto che per non usare la legna per le pire funerarie, i Bishnoi iniziarono a seppellire i morti. Sua la massima: “Se mostri il tuo potere sugli animali, la tua fine sarà dolorosa”.

Ma è anche vero che il gruppo di Lawrence Bishnoi (composto – pare – da centinaia di aderenti) viene sospettato di svolgere attività di stampo mafioso. In particolare estorsioni ai danni di milionari e celebrità di Bollywood, contrabbando, traffici di droga e armi.

Rimanendo comunque un mistero come Lawrence Bishnoi possa coordinare tutte queste attività da una cella (in Canada ne farebbe le veci Goldy Brar di cui l’India ha chiesto l’estradizione).

Gianni Sartori

#Kurds #Iran – ROJHILAT: SCIOPERO DELLA FAME DELLE DONNE DI SINE IN SOLIDARIETÀ CON UNA PRIGIONIERA CURDA – di Gianni Sartori

Il 17 ottobre, nella città di Sanandaj (Sine in curdo, capoluogo del Kurdistan orientale-Rojhilat, entro i confini iraniani), il collettivo delle “Madri della Pace” ha dato inizio a uno sciopero della fame di tre giorni a sostegno di Warisha Moradi (Ciwana Sine), esponente di KJAR (“Comunità delle Donne Libere del Kurdistan”) detenuta nel carcere di Evin a Teheran.

Il 10 ottobre (Giornata Mondiale contro la Pena di Morte) l’attivista curda aveva iniziato uno sciopero della fame indefinito contro l’utilizzo della pena capitale in Iran e per protestare contro l’arbitrario prolungamento della sua permanenza in prigione. In precedenza, il 4 agosto, si era rifiutata di assistere a una delle sue udienze in tribunale sempre per protesta contro le condanne a morte emesse contro le sue compagne di prigionia Pakshan Azizi e Sharifeh Mohammadi.

Le donne di Sine si sono riunite ai piedi del monte Abid dando fuoco ad alcune corde (simbolo delle impiccagioni) e scandendo slogan come “No alla pena di morte, sì alla vita libera”. Inviando un appello alle organizzazioni internazionali affinché si mobilitino ulteriormente contro la pena capitale.

Arrestata nell’agosto 2023, accusata di “inimicizia contro Dio” e “ribellione armata contro lo Stato”, Warisha Moradi è stata condannata per la sua partecipazione alle attività di KJAR. Organizzazione ritenuta dalle autorità iraniane una emanazione del PJAK (“Partito per una Vita Libera nel Kurdistan”) catalogato come “organizzazione terrorista separatista”.

In questi giorni, la vicinanza a Warisha Moradi è stato espressa con un comunicato anche da KONGRA STAR, il Movimento delle Donne del Rojava. Rivolgendosi a tutte le donne affinché esprimano solidarietà a questa militante curda “tenuta in ostaggio dal regime iraniano”.

Denunciando come “nel 2024, 20 condanne a morte contro delle donne sono già state eseguite in Iran”.

E ricordando nel contempo di “aver ricevuto recentemente una piccola buona notizia quando abbiamo appreso che la Corte suprema iraniana ha annullato la condanna a morte della sindacalista Sharifeh Mohammadi, rinviata davanti a un altro tribunale per il riesame”.

Ugualmente detenuta a Evin, Sharifeh era stata arrestata nel dicembre 2023. Accusata di “ribellione”, torturata fisicamente e psicologicamente, veniva condannata al massimo della pena.

Così si concludeva l’appello di KONGRA STAR: “Per noi tutte che abbiamo lottato a livello internazionale per la sua liberazione e per quella delle altre donne, questa è la dimostrazione che la lotta comune dà i suoi frutti! No all’esecuzione. Sì alla vita libera! Jin Jiyan Azadî !”

Gianni Sartori

#Palestina #PrigionieriPolitici – DALLE CARCERI ISRAELIANE ALLA STRISCIA, LE CONDIZIONI DI VITA DEI PALESTINESI SONO OLTRE L’UMANAMENTE SOPPORTABILE – di Gianni Sartori

Ancora in gennaio i prigionieri palestinesi lanciavano l’allarme sul rischio non certo ipotetico della propagazione di malattie, infezioni, contagi e di vere e proprie epidemie all’interno delle carceri israeliane. Tra le più diffuse quelle della pelle (scabbia, rogna…). Una conseguenza delle procedure, definite “autentici abusi” nel comunicato, applicate sistematicamente dall’amministrazione penitenziaria.

Tra cui il sovraffollamento (mediamente oltre una decine di reclusi, almeno quattro in più, per cella), scarsa disponibilità d’acqua, riduzione al minimo delle docce (con effetti drammatici sull’igiene), l’isolamento, la privazione del movimento…

Tenendo presente che se prima del 7 ottobre 2023 i detenuti palestinesi erano circa 5250, dopo quella data già in dicembre erano approssimativamente attorno a 8800.

Misure repressive ulteriormente esasperate dall’utilizzo della tortura che provoca ferite, curate malamente, sui prigionieri con conseguenti infezioni. Con il conseguente degrado dello stato di salute dei detenuti.

A questo andrebbero aggiunte la “politica della fame” adottata dall’amministrazione carceraria e la penuria di vestiti (in gran parte sequestrati dopo il 7 ottobre). Con i detenuti costretti a indossare gli abiti ancora bagnati dopo averli lavati (anche nel periodo invernale).

Con effetti deleteri che si sono via via accumulati nel tempo, aggravandosi con i continui arresti di migliaia di persone.

Sempre secondo i prigionieri palestinesi, sarebbero in aumento anche quelli che definiscono “crimini medici”.

Intesi come deliberati atti che vanno ben oltre la “normale” negligenza più o meno intenzionale. Atti che sarebbero all’origine dell’incremento della mortalità tra i prigionieri registrata negli ultimi anni.

Quanto alle vittime accertate della tortura (sempre stando al comunicato), sono aumentate dopo il 7 ottobre. Ancora in gennaio erano almeno sette quelli deceduti.

E intanto a Gaza le cose andavano e vanno sempre peggio.

Nell’agosto di quest’anno il Consiglio di sicurezza si interrogava sui primi casi di poliomielite (da 25 anni a questa parte) registrati nella Striscia.

Malattia che notoriamente si trasmette per contagio (per via oro-fecale, con l’ingestione di acqua o cibo contaminati, saliva, per le goccioline prodotte da colpi di tosse e starnuti).

Dato che l’essere umano costituisce l’unico (o almeno il principale) “serbatoio naturale”, appare evidente quale fosse il livello di rischio di una diffusione su larga scala in una situazione di totale degrado ambientale (v. la contaminazione dell’acqua a causa dei bombardamenti che distruggono la rete fognaria). Dato che non sempre la persona infetta sviluppa sintomi evidenti (come la paralisi), è chiaro che la “catena di trasmissione”, in mancanza di misure igieniche adeguate, andrebbe allargandosi in maniera esponenziale.

Con l’agghiacciante particolare che a esserne colpiti sono soprattutto bambini di età inferiore ai cinque anni.

In agosto, la richiesta di convocazione del Consiglio di sicurezza era partita dalla Svizzera, preoccupata perché  “le condizioni di sicurezza sul terreno” non avrebbero consentito alle organizzazioni umanitarie di compiere adeguatamente la loro missione, necessaria anche in assenza di un “cessate-il-fuoco”. E questo per il delegato svizzero sarebbe “semplicemente inaccettabile mentre la situazione umanitaria va aggravandosi di giorno in giorno”. Alla Svizzera si associavano altri membri del Consiglio (come la Francia) soprattutto sulla richiesta “non negoziabile” di una campagna di vaccinazione contro la poliomielite.

Sorvolando sul “pronto intervento” (le vaccinazioni) generosamente consentito dalle autorità israeliane. Non credo si sia trattato di spirito umanitario (altrimenti avrebbero smesso di bombardare ospedali e tendopoli), ma di evitare che l’epidemia si diffondesse anche in Israele.

Da parte della Federazione Russa si sottolineava come non fosse possibile obbligare gli operatori umanitari a intervenire in situazioni di tale ostilità (anche nei loro stessi confronti, vedi il caso dei veicoli del Programma Alimentare Mondiale). Per cui rilanciava la richiesta di un cessate-il-fuoco.

Così la Slovenia (a cui si allineava la Gran Bretagna) che richiedeva alle parti belligeranti la trasparenza e il rispetto delle regole d’ingaggio nei confronti del personale onusiano.

Mentre gli Stati Uniti ridimensionavano l’incidente del 27 agosto (quando una squadra del PAM era finita sotto il fuoco di un check point israeliano nei pressi del ponte di Wadi Gaza) definendolo frutto di “un errore di comunicazione tra i membri dell’esercito israeliano”. Pur augurandosi che simili episodi non si ripetessero.

Con ben maggiore aderenza alla realtà dei fatti, il delegato algerino aveva dichiarato che “l’evacuazione forzata della popolazione e la morte di 297 operatori umanitari a Gaza costituiscono nient’altro che dei crimini di guerra”.

Quanto alla coordinatrice degli interventi onusiani a Gaza, esprimeva profonda indignazione per “la moltiplicazione degli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano con conseguenze devastanti sia per i civili che per il personale sanitario”.

Ordini di evacuazione che avevano colpito circa il 90% degli abitanti della Striscia costretti a vivere stipati su qualcosa come l’11% del territorio di Gaza.

Aggiungendo che “i civili hanno fame, sono malati, senza riparo. In condizioni ben al di là di quanto un essere umano possa sopportare”. Questo in agosto. E da allora le cose sono andate soltanto peggiorando.

Tornando alla questione dei prigionieri, il 15 ottobre sono stati liberati una quindicina di detenuti palestinesi. Tra loro un caso emblematico, quello del quindicenne Eyad Ashraf Ed’eis (originario del campo profughi di Shu’fat ). Dopo aver trascorso in prigione sette mesi, è andato agli arresti domiciliari (ma in ospedale, non al domicilio della famiglia) con braccialetto elettronico. Motivo della sua scarcerazione, la scabbia. La stessa che si va diffondendo a a macchia d’olio tra i palestinesi rinchiusi in varie carceri israeliane.

Per la Società dei prigionieri palestinesi, la maggioranza soffre di malattie croniche e complicazioni varie.

Inoltre esprime il fondato sospetto che l’amministrazione penitenziaria utilizzi la scabbia come ulteriore misura di controllo e maltrattamento nei confronti dei prigionieri. Dando prova quanto meno di negligenza in materia di cure mediche. Per cui sui loro corpi i segni della negligenza, oltre a quelli della tortura e della fame, sono sempre più evidenti, incisi.

Come ha confermato in questi giorni un avvocato dopo la visita al carcere di Gilboa “i detenuti vivono in condizioni tragiche, immersi in una realtà dolorosa a causa delle politiche fasciste e razziste adottate dall’amministrazione penitenziaria israeliana. Tra i metodi adottati, le percosse, gli insulti, le irruzioni nelle celle e nelle sezioni. Il cibo fornito risulta mediocre sia in qauantità che in qualità. Vi è una grave penuria di abbigliamento e di coperte e tutto sta a indicare che le condizione meteorologiche, con l’arrivo dell’inverno, non vengono prese in considerazione. Le malattie della pelle si propagano, i prodotti per la pulizia e la disinfestazione sono assenti, si mantiene la politica di isolamento dal mondo esterno così come le restrizioni e le difficoltà alla comunicazione tra le celle e le sezioni”.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “CURDI: UN POPOLO, UNA CULTURA, UNA LINGUA” – venerdì 25 ottobre alle ore 18

Un incontro con la dr.ssa Nurgül Çokgezici , psicologa, docente, traduttrice, mediatrice linguistico culturale e componente attiva della Comunità curda di Milano, per offrire una testimonianza di prima mano sul Popolo Curdo, sulla sua Cultura e sulla sua Lingua.

In contemporanea sui nostri canali social e sul nostro Blog.

#Americhe #Mexico – MESSICO: LA RESISTENZA INDIGENA SEMPRE “SOTTO TIRO” – di Gianni Sartori

Con un comunicato l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN) ha denunciato una serie di incresciose aggressioni nei confronti della comunità zapatista del villaggio “6 Ottobre” nella Selva Lacandona.

Tale Base di appoggio dell’EZLN (BAEZLN) viene minacciata da numerosi individui armati con armas largas de alto poder (armi lunghe ad alta potenza). Forse per sottometterla (”arruolarla”?) a qualche rete del crimine organizzato. Nel comunicato, diffuso dal Subcomandante Insurgente Moisés in nome del Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del EZLN, si precisa che le minacce di tali figuri (in gran parte provenienti dalla comunidad Palestina e tra cui si trovavano anche funzionari comunali del municipio di Ocosingo) erano rivolte soprattutto contro bambini, donne, anziani. Minacce di “violación a mujeres, quema de casas y robo de pertenencias, cosechas y animales”.

Scopo evidente, terrorizzarli e sfrattarli dalle terre che occupano e coltivano ormai da oltre 30 anni.

In precedenza, posti di fronte a recenti minacce similari, gli esponenti zapatisti del Gobierno Autónomo Local del “6 de Octubre” e l’assemblea dei Colectivos de Gobiernos Autónomos Zapatistas del Caracol Jerusalén, avevano tentato – invano evidentemente – di dialogare.

La situazione appare alquanto complessa. Anche tra gli stessi abitanti di Palestina vi è chi denuncia minacce e pressioni da parte del crimine organizzato affinché “vengano scacciati le nostre compagne e i nostri compagni del 6 Ottobre”. Inoltre sarebbe confermato che “vi sono accordi precisi tra il crimine organizzato e forze interne alle istituzioni governative per fornire un aspetto legale a questi sfratti brutali”.

Addirittura, alcune funzionari comunali di Palestina che prendevano parte alle azioni per allontanare gli zapatisti, avrebbero sfrontatamente ammesso di avere dalla loro parte sia le autorità comunali di Ocosingo, sia quelle governative (dello Stato del Chiapas). Con precise direttive per ottenere le concessioni di proprietà delle terre forzatamente espropriate.

Torna alla memoria il metodo ampiamente utilizzato in Colombia nei decenni passati quando, prima di massacrare indios e contadini poveri, gli squadroni della morte facevano firmare alle loro vittime i passaggi di proprietà. Da segnalare che fino al recente cambio politico (con una nuova gestione a livello di governo comunale), gli abitanti del “6 de Octubre” avevano convissuto pacificamente con le altre comunità della zona.

Forse non accade casualmente. Questa comunità zapatista sotto minaccia era una delle sedi prescelte per la celebrazione degli “Encuentros de Resistencia y Rebeldía 2024-2025”.Previsti per l’ultima settimana di dicembre e i primi mesi del 2025. Con varie attività culturali in occasione del 31° anniversario di quello che è passato alla Storia come l’alzamiento armado del 1 gennaio 1994.

Di conseguenza l’EZLN ha annunciato che “di fronte all’attuale violenza, consapevoli del grave deterioramento della situazione, sospendiamoogni comunicazione e informazione su tali incontri”. Incontri che potrebbero anche venir sospesi per garantire la sicurezza delle comunità zapatiste nel Chiapas.

Agli zapatisti “sotto tiro” è giunta immediatamente la solidarietà del “Congreso Nacional Indígena – Concejo Indígena de Gobierno”.

Il CNI-CIG ha condannato quanto sta avvenendo pretendendo “justicia y respeto” per le basi di appoggio zapatiste del “6 de Octubre” nel Caracol di Jerusalem.

Prendendo posizione contro quella parte della popolazione di Palestina che “con l’appoggio delle autorità municipali e statali, sta tentando di spogliare delle proprie terre la comunità”.

In conclusione il CNI-CIG ha voluto assicurare che l’EZLN “no está solo”.

Appellandosi alla solidarietà nazionale e internazionale per “porre un freno alla violenza e difendere l’autonomia zapatista”.

Sempre in Messico, in questi giorni è tornata alla ribalta un altro caso di resistenza indigena, quella degli Otomi di Città del Messico.

Da quattro anni (dal 12 ottobre 2020, una data non casuale) un antico edificio di Ciudad de Mexico, l’Instituto Nacional de los Pueblos Indígenas (ora ribattezzato Casa de los Pueblos Samir Flores ) è occupato dal popolo otomi e riconvertito in un centro di Resistenza indigena contro l’emarginazione sociale e contro i grandi progetti estrattivi e inquinanti. Non secondariamente, funziona anche come supporto locale per il movimento zapatista.

Gli otomi, sono un antico popolo indigeno del Messico centrale (valle del Mezquital e della Barranca de Meztitlán, Querétaro, Michoacán, Tlaxcala…). Espropriati delle loro terre ancestrali col metodo dell’encomienda (diventata uno strumento di colonizzazione e di cristianizzazione forzata degli autoctoni), così come durante le rivoluzioni dei secoli scorsi si erano schierati con la ribellione, anche ai nostri giorni mantengono un sana postura resistenziale di fronte all’etnocidio strisciante della globalizzazione neoliberista. Lottando, come hanno dichiarato, per “preservare culture, lingue, forme di vita e autogoverno indigeni”.

Non per niente, celebrando il quarto anniversario dell’occupazione dello stabile (il 12 ottobre), hanno ricordato anche un’altra scadenza, il 532° anniversario dell’inizio della colonizzazione dell’America Latina.

Espropriati, dispersi, diseredati… molti otomi nella seconda metà del secolo scorso si inurbarono, soprattutto a Città del Messico. Costretti spesso a dormire in strada, esposti ai pericoli di una metropoli violenta. Soprattutto i bambini e le donne. Chissà, forse pensava anche a loro il subcomandante Marcos (poi Galeano) quando scriveva (vado a memoria): “Sono un curdo tra le montagne, una anarchico nelle guerra di Spagna, una donna sola di notte a città del Messico…”.

Dopo il terremoto del 1985, molti tra loro si adattarono a vivere negli edifici lesionati e abbandonati (in particolare nella zona della Colonia Juarez e della Colonia Roma). Per “dare almeno un tetto ai nostri figli”. Ma un altro terremoto nel 2017 provocò il crollo definitivo o comunque rese inabitabili molti degli edifici occupati. Da allora vissero nelle tende, accampati davanti alle macerie. Con tutti i problemi immaginabili. Dalla mancanza di acqua alle difficoltà per consentire ai bambini la frequentazione della scuola.

Per l’acqua ricorrevano a vari espedienti, approfittando se possibile dei momenti di irrigazione dei parchi pubblici o degli alberi lungo i viali. Per analogia, ricordo quanto mi raccontavano le donne delle bidonville sudafricane all’epoca dell’apartheid: entravano di nascosto nei cimiteri dei bianchi e usavano l’acqua delle fontanelle (quelle per i fiori) per lavare gli abiti dei familiari. Si impara ad arrangiarsi, da proletari.

I tentativi di dialogo con le istituzioni per ottenere altre abitazioni o un aiuto per costruirsele, risultarono infruttuosi. Inoltre talvolta erano attaccati dagli abitanti della zona e le loro tende incendiate. Oltre naturalmente a venir periodicamente smantellate dalla polizia (con scontri, feriti e arresti). Per cui, dopo alcuni anni passati all’addiaccio (molto duri soprattutto nella stagione delle piogge), decisero come comunità di occupare l’edificio in questione.

Dove sono intenzionati a rimanere.

Gianni Sartori