#Azerbaijan #Ambiente – REPRESSIONE PREVENTIVA IN ATTESA DELLA COP29 – di Gianni Sartori

Mentre sia avvicina la scadenza di COP29, in Azerbaijan si va inasprendo la repressione nei confronti di ecologisti, difensori dei diritti umani, giornalisti…E anche chi si azzarda a prelevare campioni di terreno, sospettandoli contaminati, per analizzarli rischia l’arresto immediato.

Forse esaltata dalla recente vittoria dell’Azerbaijan contro l’Armenia nel Nagorno Karabakh, la campagna presidenziale (Elezione della Vittoria – Zəfər seçkisi, febbraio 2024) del presidente uscente İlham Əliyev (risultato poi vincitore) era stata condotta all’insegna della repressione. Con l’arresto sia di dissidenti che di giornalisti non allineati. Tra questi ben sei della redazione di Abzas Média, specializzata in giornalismo investigativo. Fortunatamente (e coraggiosamente) le loro inchieste venivano riprese da un collettivo internazionale coordinato da Forbidden Stories. Tra cui quella sull’inquinamento da cianuro (con rischi immaginabili per la salute della popolazione) derivante dall’attività da una miniera d’oro a circa 450 chilometri dalla capitale. La miniera di Gedabek, sfruttata dalla holding britannica Anglo Asian Mining.

Già l’anno scorso un centinaio di cittadini di Söyüdlü (il paese che sorge nelle vicinanze) erano scesi in strada per denunciare. Caricati e picchiati dalla polizia, alla fine si contavano decine di feriti e altrettanti arresti. Protestavano soprattutto contro la realizzazione di un nuovo lago artificiale che dovrebbe funzionare da stoccaggio per i fanghi (le scorie) al cianuro. Un altro bacino in attività (posto a 400 metri dal paese e risultato contaminato) avrebbe già da tempo avvelenato il suolo. Potrebbe essere il responsabile, la causa principale di un gran numero di malattie respiratorie e di tumori (con decessi ben oltre la norma). Tra i fermati (per aver filmato la scena) anche la giornalista Nargiz Absalamova. Arrestata nuovamente alla fine dell’anno scorso, rischia fino a otto anni di carcere. Un altro giornalista che aveva documentato fotograficamente la protesta, Elmaddin Shamilzade, dopo essere stato fermato, veniva anche picchiato. Non solo, anche minacciato di stupro se non avesse consegnato la sua password. Tanto che ora vive in esilio all’estero.

Temporaneamente sospese (ufficialmente per accertamenti, analisi del suolo…), dopo circa tre mesi le attività della miniera erano riprese. Veniva anche istituita una Commissione d’inchiesta presieduta dall’attuale ministro dell’Ecologia e delle Risorse naturali (nonché presidente designato della COP29), Mukhtar Babayev. I risultati ufficiali delle analisi apparivano quasi confortanti: “In nessun campione prelevato dal suolo si è riscontrata la presenza di cianuro in quantità superiore ai limiti consentiti”. Posizione ufficiale comunque, senza che l’opinione pubblica e la stampa investigativa potessero accedere ai dati raccolti Per cui i timori degli abitanti di Söyüdlü sono rimasti immutati. Poco rassicurante oltretutto la presenza costante della polizia che controlla gli ingressi del paese. Un clima cupo avvolge il paese. Si parla di intimidazioni, minacce, arresti extragiudiziali, addirittura di torture per chi mostra l’intenzione di tornare in strada a protestare. Quanto all’ingegnere in energie rinnovabili Kanan Khalilzade (esponente dell’ONG Ecofront), scoperto mentre prelevava dei campioni di terreno per analizzarli, era stato immediatamente arrestato. L’oro qui estratto viene venduto in Svizzera, presso MKS PAMP (specializzata in minerali preziosi), rifornendo tra gli altri: Tesla, Samsung, Apple…Naturalmente quella della miniera di Gedabek non è l’unica questione spinosa per l’Azerbaijan. In vista della COP-29 (Climate Change Conference), prevista per novembre a Baku, nel paese si va diffondendo un’autentica campagna di sistematica intimidazione nei confronti della società civile e dei possibili contestatori.

Un documento dell’Unione per la libertà dei prigionieri politici dell’Azerbaijan ha fornito una lista di 303 prigionieri politici. Stando a quanto qui denunciato, il governo sta applicando misure molto severe (persecuzioni, minacce, lunghe detenzioni, confessioni estorte con la tortura…) nei confronti di chiunque si azzardi a criticare l’operato del governo. Siano essi difensori dei diritti umani, ecologisti, giornalisti d’inchiesta, docenti universitari che scrivono articoli di etnologia non allineati con la retorica nazionalista ufficiale… Situazione che appunto si va esasperando man mano che si avvicina la scadenza della Conferenza sul cambiamento climatico.

Gianni Sartori

#Asia #Popoli – ESTRADIZIONE IN VISTA PER UN DISSIDENTE MONTAGNARD – di Gianni Sartori

Il caso di un dissidente Montagnard che rischia l’estradizione in Vietnam mette in evidenza le contraddizioni della politica thailandese nei confronti dei rifugiati.

Premessa. Qui non si discute del presunto ruolo delle minoranze genericamente chiamate Montagnard (ma loro si autodefiniscono Degar, ossia “figli delle Montagne”) nel collaborare con le forze colonizzatrici (francesi, statunitensi…) contro il movimento di liberazione vietnamita. A conti fatti possiamo riconoscere che si son fatti strumentalizzare (e non si esclude che possa ancora avvenire) per ragioni di pura e semplice sopravvivenza. Ma per essere poi scaricati (USA e getta) come da manuale. Tuttavia, trattandosi di minoranze a rischio, a mio avviso vanno comunque difese e tutelate.

In particolare quando si tratta di rifugiati in odor di estradizione.

Questione tornata d’attualità in questi giorni per il caso di Y Quynh Bdap, definito dalle agenzie “leader delle minoranze etniche montagnard”.

Provvisto del riconoscimento di status di rifugiato dall’Unhcr (agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), ma ugualmente suscettibile di espulsione in Vietnam dopo che un tribunale thailandese ha recepito e autorizzato la richiesta di estradizione di Hanoi (dove lo attende una condanna a dieci anni di carcere).

Il rifugiato trentaduenne viveva in Thailandia dal 2018, ma attualmente si trova in carcere a Bangkok, arrestato con decine di altre persone a seguito degli attentati del giugno 2024 in Vietnam.

Da parte sua Y Quynh Bdap ha immediatamente presentato appello e inoltrato un’altra richiesta d’asilo all’ambasciata canadese.

Se non dovesse venir estradato entro novanta giorni – come ha ricordato il tribunale – dovrà essere rimesso in libertà.

Il governo di Hanoi lo richiede per sue presunte responsabilità in due attacchi di giugno contro uffici governativi nella provincia di Dak Lak(distretti di Cu Kuin). Attentati in cui hanno perso al vita quattro poliziotti, due dipendenti comunali e tre civili. Tra le persone arrestate contemporaneamente a Bdap, una decina sono già state condannate all’ergastolo, le altre a pene variabili da tre a 20 anni.

Cofondatore di Montagnards Stand for Justice (un movimento che si batte per la libertà politica e religiosa dei Montagnard e riunisce vari gruppi etnici minoritari degli altopiani vietnamiti), Bdap, condannato a dieci anni in contumacia, ha rigettato ogni accusa di coinvolgimento.

L’episodio è un altro segnale del cambio di politica di Bangkok (ufficialmente: Krung Thep Maha Nakhon o anche Krung Thep) in materia di asilo politico. Per decenni “santuario” di fatto di tutto il profugato dell’Asia del Sud-Est (Vietnam, Cina, Myanmar, Cambogia, Laos…), la Thailandia da qualche tempo si mostra più disponibile all’estradizione dei dissidenti qui esiliati. Aspettandosi un analogo trattamento dai paesi circostanti dove si sono rifugiati molti thailandesi dopo il colpo di Stato del 2014.

In un suo documento Human Rights Watch (HRW) ha lapidariamente definito questi accordi nient’altro che un “mercato di scambio di rifugiati e dissidenti”.

Precedenti preoccupanti, forse propedeutici allo svuotamento – di fatto – della legge in merito alla “prevenzione e repressione della tortura e delle sparizioni forzate”. Legge adottata in Thailandia due anni fa, ma entrata in vigore solo da febbraio. Fortemente richiesta per anni dalle ONG, avrebbe dovuto impedire l’espulsione o l’estradizione di ogni persona suscettibile di venir “sottoposta a tortura, a trattamenti crudeli, disumani o degradanti o a sparizione forzata”

Invece anche recentemente si è assistito all’espulsione di decine di rifugiati cambogiani. Dissidenti che poi, in patria, hanno subito trattamenti degradanti.

Stesso atteggiamento assunto dalle autorità thailandesi nei confronti di rifugiati Rohingya (etnia perseguitata in Myanmar). Rimpatriati contro la loro volontà così come Hmong in fuga dal Laos e cristiani dal Pakistan.

Sul caso di Y Quynh Bdap era già intervenuta in luglio Amnesty International sostenendo che “le autorità thailandesi non devono rinviare un militante dei diritti umani, un autoctono Montagnard e Edê (uno dei circa quaranta gruppi etnici che costituiscono i Montagnard; i più noti sono i Jarai e i Bahnar nda) in Vietnam , dove rischia di essere sottoposto a tortura”. Aggiungendo anche che “le autorità vietnamite conducono da tempo una politica violentemente persecutoria e razzista nei confronti della popolazione indigena dei Montagnard”.

Per cui la Thailandia non dovrebbe “ cedere ai tentativi evidenti di repressione transnazionale del Vietnam”. Dal momento che secondo Amnesty International “i tribunali vietnamiti non sono indipendenti”.

Come confermerebbe proprio il caso di Y Quynh Bdap “giudicato e dichiarato colpevole in contumacia, in evidente violazione del diritto a un processo equo”.

Altre perplessità (e qualche manifestazione di dissenso) sono sorte recentemente per l’imprevista bocciatura parlamentare della proposta di legge sull’integrazione delle minoranze etniche (una sessantina, il 10 per cento della popolazione thailandese). Minoranze che non di rado hanno subito discriminazioni e allontanamenti forzati dalle terre ancestrali. Per alcuni parlamentari “il loro riconoscimento come popolazioni indigene della Thailandia risulterebbe ingiusto per la maggioranza thai”.

Gianni Sartori