Dispiace dirlo, ma – se le cose andranno avanti così – sembra proprio che dobbiamo rassegnarci. Quando uscirà dal carcere Leonard Peltier (Turtle Mountain Ojibwe, il più antico prigioniero politico indigeno degli USA) lo farà con i piedi in avanti.
Il 28 ottobre il “Mandela” dei nativi americani (in prigione dal 1976) era stato ricoverato all’ospedale, ma sarebbe già stato riportato in cella. Nonostante i suoi sostenitori chiedano che venga trasferito d’urgenza in una struttura medica. Nato nel 1944 da un nativo chippewa e una donna lakota, Peltier (80 anni compiuti in settembre) è seriamente malato. Soffre di diabete, di ipertensione e per le conseguenze del Covid-19. Situazione sanitaria che l’infinita detenzione non ha fatto altro che aggravare. Stando a quanto riferito da Kevin Sharp, il suo avvocato, un’udienza provvisoria sarebbe prevista per giugno 2026, mentre un’udienza completa è stata programmata non prima del giugno 2039. Quando Peltier, se fosse ancora in vita, avrebbe 94 anni.
In giugno Peltier si era vista negare ancora una volta la libertà condizionale da parte della Commissione di Libertà Condizionale statunitense (organizzazione ufficialmente “indipendente” ma – almeno per il caso Peltier – influenzata dal Federal Bureau of Investigation). L’ultima udienza risaliva a ben quindici anni fa.
Anche Amnesty International si era mobilitata affinché venisse scarcerato per “ragioni umanitarie”.
Come aveva commentato Nick Tilsen (presidente del Collettivo NDN, un’organizzazione indigena che da anni si batte per Peltier) “oggi è un triste giorno per i popoli indigeni e per la giustizia”.
Per continuare: “Hanno negato la libertà condizionale a un sopravvissuto tra i prigionieri indiani le cui condizioni di reclusione si possono definire una forma di genocidio. Mentre lotta per sopravvivere, insistono nel trattenerlo in carcere per un reato di cui non hanno prove contro di lui”. Oltre alle numerose incongruenze (v. le diverse versioni in merito a un camioncino – o a un pickup – bianco e rosso) ricordo che Peltier venne giudicato da una giuria di soli bianche e che molti testimoni in seguito confessarono di essere stati minacciati dall’FBI.
E secondo Nick Tilsen sarebbe proprio il Federal Bureau of Investigation (FBI) a diffondere false informazioni su Peltier allo scopo di mantenerlo in carcere vita natural durante.
Una vendetta infinita, anche se nei confronti di un capro espiatorio. Membro dell’American Indian Movement (AIM), Peltier era stato accusato di coinvolgimento nell’uccisione di due agenti speciali dell’FBI (Ronald A. Williams e Jack R. Coler) nella riserva di Pine Ridge nel 1975. Episodio di cui Peltier si è sempre dichiarato innocente.
L’ex presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un tentativo di sequestro, forse di assassinio, nei suoi confronti avvenuto nella mattinata del 27 ottobre. Stando a quanto si legge in un comunicato, mentre percorreva in auto la strada da Villa Tunari verso Lauca Ñ (nella zona, dipartimento di Cochabamba, sorge una caserma militare) per partecipare al suo programma radiofonico a Radio Kawsachun Coca “due furgoni (almeno tre secondo una ricostruzione successiva tratta da un video nda) tentavano di fermarlo e gli occupanti sparavano numerosi colpi (complessivamente circa una ventina in due momenti successivi nda) contro il veicolo su cui viaggiava”. Tanto che l’autista è rimasto ferito al braccio e alla testa.
Sospettando che il probabile mandante dell’imboscata sia l’attuale presidente Luis Arce (“Lucho”), Morales ha diffuso un messaggio in X in cui sostiene che Arce sia letteralmente impazzito (“Lucho se volvió loco”).
Sul momento non si registravano condanne da parte del governo boliviano. Successivamente venivano date assicurazioni di una “inmediata y minuciosa investigación para esclarecer las circunstancias del presunto atentado”.
Mentre altre fonti governative avanzavano l’ipotesi di un “auto-attentato”, al leader del MAS giungevano calorose espressioni di solidarietà dai governi di Venezuela, Cuba, Honduras, Colombia…
In un messaggio del presidente colombiano Gustavo Petro si legge. “Tutta la mia solidarietà a Evo, il fascismo si espande in tutta l’America Latina. Ormai non si tratta più soltanto di eliminazione giuridica (un riferimento forse a quando venne incarcerato Lula e alle recenti denunce contro Morales nda), ma tornano ai metodi di sempre: l’eliminazione fisica”.
Aggiungendo che “la scelta delle destre di rompere il patto democratico mette in pericolo le decisioni del voto popolare. Il tempo che stiamo vivendo, con la policrisi mondiale (v. Edgar Morin nda) del capitalismo e dell’umanità, è un tempo in cui bisogna prendere posizione per giungere a una democrazia reale e globale”.
Così dal Venezuela: “Questo fatto ripugnante rappresenta un atto di violenza fascista che vorrebbe introdurre la violenza e l’odio politico nella società boliviana”.
Mentre Bruno Rodriguez, cancelliere cubano, ha definito l’attentato “un’aggressione codarda alla pace e alla stabilità”.
Solidarietà a Morales e condanna per l’inquietante episodio anche dall’ex presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner e dal segretario generale dell’OEA (Organizacion de los Estados Americanos), Luis Almagro.
Non è da sottovalutare che il fatto sia avvenuto a due settimane dall’inizio dei blocchi stradali da parte dei sostenitori di Morales che chiedono una soluzione per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la carenza di combustibile. Oltre a opporsi all’arresto di Morales richiesto dalla Fiscalía boliviana per il presunto “abuso de una menor cuando ejercía el poder”.
Accusa sempre respinta da Morales come “una mentira más” orchestrata dal governo.
Per la precisione, Morales è indagato per “tratta di esseri umani e violenza sessuale su minorenni” insieme ai genitori di una ragazza che l’avrebbero “donata all’ex capo dello stato in cambio di favori”. Ovviamente si tratterebbe di un fatto estremamente esecrabile, ma è perlomeno sospetto che la denuncia risalga al 26 settembre 2024, ossia ad appena tre giorni dalla conclusione di una protesta contro il presidente in carica Luis Arce – Da tempo in aperto contrasto con Morales per il controllo del MAS.
Per l’ex presidente si tratterebbe semplicemente dell’ennesimo atto di una “persecuzione politica orchestrata da mesi” per impedirgli di candidarsi alla presidenziali del 2025.
Poco prima del presunto attentato spiegava che “la strumentalizzazione della giustizia (lawfare, delegittimazione degli avversari politici con mezzi giuridici nda) è il nuovo Piano Condor: non si uccide più a colpi di pistola, ma si promuovono omicidi morali attraverso sentenze contro leader popolari. Hanno avviato contro di noi quattro processi giudiziari contemporaneamente per ottenere il nostro arresto”. Magari oggi sarebbe più drastico.
Tornando ai blocchi stradali tuttora in atto, stando ai dati forniti dall’Administradora Boliviana de Carreteras il 28 ottobre, sono almeno 22 e interessano le strade principali che uniscono Cochabamba con La Paz, Oruro e Santa Cruz. Con perdite calcolate in 1.200 milioni di dollari secondo il ministero di Desarrollo Productivo y Economía Plural.
Successivamente Morales, davanti alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) ha richiesto la destituzione di due ministri.
Precisando che “si Luis Arce no dio las órdenes de matarnos debe destituir y procesar de inmediato a sus ministros de Defensa y de Gobierno, Edmundo Novillo y Eduardo Del Castillo”.
Il 28 ottobre interveniva in conferenza stampa il ministro del Gobierno bolivianoEduardo del Castillo attaccando a sua volta Morales di far “teatro”. Confermando gli spari, ma sostenendo che l’ex presidente in realtà cercava di sfuggire a un “puesto de control en Chapare”. Contro cui avrebbe aperto il fuoco per primo invece di fermarsi all’ordine degli agenti. Accusandolo esplicitamente di “tentato omicidio contro un uomo in divisa”. Ovviamente il leader cocalero ha negato tale eventualità precisando che “ninguno de nosotros llevaba ningún tipo de armamento”. E aggiungendo che “ahora ya nadie duda de que el atentado fue perpetrado por un grupo de élite militar y policial”.
Per Gualberto Arispe, deputato del MAS potrebbe trattarsi di un tentato sequestro, forse per poi trasferirlo a Santa Cruz nell’ambito delle indagini a suo carico. Mascherandolo come un “ ataque de narcotraficantes o un ajuste de cuentas” (regolamento di conti) nel caso in cui l’ex presidente fosse rimasto ucciso. Aggiungendo comunque che le proteste aumenteranno e così il blocco della circolazione. Tanto che – a suo avviso – il governo di Luis Arce Catacora “tiene los días muy contados”.
Ancora più radicali le dichiarazioni di un dirigente campesino, Víctor Choque.
Confermando che – a seguito della ventilata possibilità di far intervenire l’esercito contro i blocchi stradali – le organizzazioni dei produttori di foglie di coca del Tropico di Cochabamba avrebbero già preso la decisione di “retirar a sus hijos del servicio militar de los puestos castrenses de la región”. In quanto “nuestros hijos no pueden mancharse matando a los movilizados”. Nella consapevolezza che l’attentato a Morales coincideva con le previste operazioni congiunte di esercito, polizia e paramilitari per eliminare i blocchi stradali. Operazioni rese possibili dai recenti cambiamenti avvenuti negli alti livelli dell’esercito e della polizia. Un piano ben congegnato.
Inevitabile, confrontando le rispettive biografie dei due antagonisti, coglierne l’oceanica distanza.
Juan Evo Morales Ayma, detto el Indio, è stato il primo presidente indigeno a guidare uno stato sudamericano dopo più di 500 anni dalla “scoperta” attribuita a Colombo. Già esponente sindacale dei cocaleros della Bolivia (confederazione di contadini, con una forte componente quechua e aymara) è stato il fondatore del MAS (Movimiento al Socialismo).
Era nato in una famiglia indigena aymara nella città mineraria di Orinoca (dipartimento di Oruro) negli altopiani. Da qui i suoi si trasferirono nei bassopiani dell’est (provincia di Chapare) dedicandosi all’agricoltura e alla coltivazione di coca.
Diventato elemento di spicco del movimento (molti erano ex minatori rimasti senza lavoro per le ristrutturazioni neoliberiste degli anni ottanta), Evo nel 1997 veniva eletto alla Camera dei deputati in rappresentanza delle province di Chapare e di Carrasco (Dipartimento di Cochabamba). Con la più alta percentuale di voti (70%).
Venne poi forzatamente espulso dal Congresso nazionale con accuse pretestuose di “terrorismo” (per le sue iniziative in difesa dei cocaleros), presumibilmente su richiesta di Washington. Rimozione che in seguito venne classificata come “incostituzionale”.
Come è noto divenne presidente della Bolivia con le elezioni (anticipate) del dicembre 2005.
Ma – per farla breve – se Morales si è guadagnato legittimamente un posto nella Storia (e in particolare in quella della Resistenza indigena) lo si deve allo storico (appunto) decreto del 2006. Nell’anno precedente, attraversato da ingenti proteste popolari, il Congresso boliviano aveva approvato una legge sull’energia che aggiungeva al canone già esistente del 18% una tassa sulla produzione del 32%. Tale provvedimento obbligava le imprese a rinegoziare i propri contratti con lo Stato.
Ma il 1º maggio 2006 (data scelta non a caso) Evo Morales, in quanto presidente e mantenendo così le promesse fatte in campagna elettorale, emanò un decreto di nazionalizzazione di tutte le riserve di gas naturali boliviane.
Per cui lo Stato riprendeva “la proprietà, il possesso e il totale e assoluto controllo degli idrocarburi”. Inviando l’esercito e i tecnici della compagnia di Stato (YPFB) a occupare gli impianti. Dando alle compagnie straniere sei mesi di tempo per rinegoziare i contratti o venir espulse.
Altra storia, si diceva, quella di Luis Arce. Nato a la Paz nel 1963, figlio di due insegnanti. Cresciuto in una famiglia della classe media, si era diplomato al liceo nel 1980. Aveva poi studiato all’Istituto di educazione bancaria di La Paz, diplomandosi come contabile nel 1984. Conseguiva nel 1991 una laurea in economia all’Università Superiore di San Andrés per poi completare gli studi presso l’Università di Warwick a Coventry (Gran Bretagna) con un master in economia nel 1997. Altri titoli accademici: un paio di dottorati onorari presso l’Università delle Ande (UNANDES) e l’Università Privata Franz Tamayo (UNIFRANZ) in Bolivia. Nel gennaio 2003 (incautamente con il senno di poi) Morales lo aveva nominato al Ministero delle Finanze. Nel 2009, assumeva il nuovo Ministero dell’Economia e delle Finanze Pubbliche. Vincitore alle presidenziali del 2020 come candidato del MAS, contro il suo insediamento ci fu un fallito tentativo golpista da parte del ministro della difesa del precedente governo Áñez (Luis Fernando López) e di ufficiali boliviani.
Gianni Sartori
* nota 1: Questo il messaggio di Evo su X: “La mentira organizada del gobierno y sus medios de comunicación pagados se esfuerzan todavía por desviar la verdad sobre el atentado criminal que sufrimos este domingo en el Trópico del que gracias a Dios, a mis padres Q.E.P.D y a nuestra Pachamama logramos salvar la vida. Ahora ya nadie duda de que el atentado fue perpetrado por un grupo de élite militar y policial. Si Luis Arce no dio las órdenes de matarnos debe destituir y procesar de inmediato a sus ministros de Defensa y de Gobierno, Edmundo Novillo y Eduardo Del Castillo. El Pueblo sabe que la verdad siempre se impondrá tarde o temprano”.
Un estratto dell’incontro con la dr.ssa Nurgül Çokgezici , psicologa, docente, traduttrice, mediatrice linguistico culturale e componente attiva della Comunità curda di Milano, per offrire una testimonianza di prima mano sul Popolo Curdo, sulla sua Cultura e sulla sua Lingua. Per vedere il video completohttps://youtu.be/rKKRrXdMp7E?si=kSQjUh3i3mjvlSlh
Capisco che possa lasciare, non dico “basiti” (si è visto ben altro), ma perlomeno perplessi. “Ma come – sento dire – viene adottata per quanto tardivamente una legge di amnistia (richiesta e concepita a favore degli indipendentisti catalani nda) e poi a usufruirne sono le forze dell’ordine, quelle che hanno picchiato i refrattari alla monarchia spagnola? Ma si può?”.
Tranquilli: si può, si può… Del resto basterebbe guardarsi indietro. per esempio all’amnistia del dopo apartheid. A conti fatti, a trarne beneficio sono stati forse più i vigilantes al servizio del regime sudafricano, i torturatori…più ancora dei dissidenti di ANC e PAC. Così in Irlanda, dove – sempre a spanne – probabilmente ne sono usciti meglio quelli delle milizie lealiste (UVF, UFF..) piuttosto che i repubblicani.
Per non parlare della Colombia! Per certi aspetti una farsa. Non solo per le centinaia di esponenti della società civile, sindacalisti, indigeni ed ex guerriglieri eliminati nel corso del processo di pace. Ma soprattutto pensando a quanti membri degli squadroni della morte (statali o parastatali) sono rientrati in società con la fedina penale intonsa (magari per riprendere i loro traffici).
E non voglio nemmeno ricordare, per carità di patria, l’amnistia di Togliatti che rimise in circolazione una caterva di fascisti mentre sotto processo finivano i partigiani.
Ricapitolando. Ai primi di giugno i deputati spagnoli, dopo un’ultima sessione a dir poco incandescente (condita di reciproci insulti) avevano approvato (177 a favore, 172 contro) una legge di amnistia. Senza peraltro fornire il numero preciso dei potenziali beneficiari. Mentre per il Governo si trattava di circa 400 persone, per gli indipendentisti la cifra si aggirava sui 1400.
Tra loro, l’ex presidente del governo autonomo catalano, Carles Puigdemont, l’ex vicepresidente ed esponente di ERC Oriol Junqueras, l’altro leader di ERC Josep Maria Jové.
Oltre a sindaci, consiglieri comunali, direttori televisivi e radiofonici, funzionari che in qualche modo avevano partecipato all’organizzazione del referendum sull’indipendenza del 2017. Ma anche responsabili delle manifestazioni di protesta del 2019 (una risposta alle condanne per sedizione inflitte a esponenti indipendentisti).
Un’amnistia comunque anomala (nata zoppa ?) in quanto prevede che siano i tribunali a giudicare caso per caso (con il timore legittimo che le sentenze siano alquanto varie). Quanto agli esponenti politici indagati per “appropriazione indebita” o addirittura per “terrorismo”, potrebbero esserne esclusi. In quanto, secondo qualche procuratore, si tratterebbe di reati “non passibili di amnistia”.
Come avvenne in luglio quando la Corte Suprema di Spagna negava all’ex presidente catalano Carles Puigdemont la possibilità di rientrare in Catalunya dall’esilio (proprio in quanto accusato di “appropriazione indebita”).
Attualmente, fine ottobre 2024, ne hanno usufruito 154 persone.
Tra cui ben 95 agenti delle forze dell’ordine (Cuerpo Nacional de Policia, Guardia Civil, mossos d’Esquadra…). Una settimana fa, in un colpo solo sono stati amnistiati 45 membri della G.C. sottoposti a inchiesta per il loro operato all’epoca del referendum. In precedenza ne avevano usufruito 46 membri della Polizia nazionale, indagati per aver agito con violenza nei seggi elettorali di Barcellona. Amnistiati anche quattro membri della polizia autonoma catalana (Mossos d’Esquadra).
Degli altri 59 amnistiati, 24 sono funzionari che avevano collaborato al referendum (giudicato illegale da Madrid) e 35 manifestanti già condannati (su migliaia).
Nel marzo di quest’anno, mentre era in sciopero della fame da oltre venti giorni (prima in una piazza di Leh, poi all’ospedale per l’aggravarsi delle sue condizioni), Sonam Wangchuk veniva intervistato da Le Monde. Tra i fondatori nel 1988 di The Students’ Educational and Cultural Movement of Ladakh (SECMOL), l’ingegnere e militante ambientalista aveva osservato che “ventun giorni erano la durata del più lungo sciopero della fame del Mahatma Gandhi durante la lotta per la libertà”. Questo non era certo il suo primo sciopero. Come vedremo non sarebbe stato nemmeno l’ultimo. Un aggiornamento. Il 21 ottobre, il ministero degli Esteri indiano (poco prima dell’arrivo del primo ministro Narendra Modi a Kazan, sede dal 22 al 24 ottobre del vertice dei Brics) aveva diffuso un comunicato destinato a sviluppi successivi alquanto rilevanti. Non solamente per i rapporti tra India e Cina, ma anche per il futuro dei tribali autoctoni del Ladakh. Successivamente Xi Jinping e Narendra Modi confermavano di aver raggiunto un accordo sul pattugliamento del confine nella regione del Ladakh. Quasi contemporaneamente Sonam Wangchuk poneva termine al suo – ennesimo – sciopero della fame. Da anni questo militante si batte per ottenere da Delhi un governo autonomo per il Ladakh. Per dare la possibilità alle popolazioni locali di autogovernarsi e difendere il delicato ambiente in cui vivono. In passato il Ladakh faceva parte della regione autonoma del Kashmir. Ma quando questa nel 2019 venne privata del suo status speciale e divisa tra Jammu e Kashmir, rimase sotto il controllo del governo centrale. Da anni Sonam Wangchuk e i suoi seguaci chiedono l’applicazione del sesto allegato della Costituzione indiana. Consentendo al Ladakh, in quanto “area tribale” di diventare un “distretto autonomo”. Istituendo Consigli regionali per esercitare in modo indipendente scelte legislative, giudiziarie e finanziarie in determinati ambiti. Tale provvedimento è già in vigore negli Stati nord-orientali dell’India, abitati da varie etnie autoctone tribali. Così come nel Ladakh dove il 97% della popolazione fa parte di tribù ufficialmente riconosciute. Come ha più volte ricordato Wangchuk “il sesto allegato dà alla popolazione locale non solo il diritto, ma anche la responsabilità di preservare il clima, le foreste, i fiumi e i ghiacciai”. A tale scopo ai primi di settembre l’energico sessantenne e circa 150 sostenitori avevano iniziato una marcia verso New Delhi percorrendo centinaia di chilometri. Ai primi di ottobre, ormai prossimi alla meta, venivano arrestati. Iniziavano quindi uno sciopero della fame sospeso soltanto quando veniva loro assicurata la ripresa dei colloqui con emissari del governo. Tuttavia i nuovi accordi India-Cina potrebbero costituire fonte di ulteriori preoccupazioni per le popolazioni locali, in gran parte dedite alla pastorizia. Se negli ultimi anni il contenzioso tra Pechino e Delhi, le tensioni militari, avevano pesantemente limitato i loro spostamenti, ora si teme per la prevista realizzazione di progetti (dighe, centrali elettriche…) per la produzione di energia. Con effetti devastanti sul delicato habitat himalayano. Altra preoccupazione, per quanto mi riguarda, l’eventuale rientro in massa di turisti d’alta quota, alpinisti e affini alla ricerca di “cime inviolate” (in stile Hindu Kush per capirci).
Un incontro con Alessandro Sgambati, presidente del Club Touristi Triestini, per ripercorrere la Storia dell’associazione e del Territorio in cui opera. Sarà l’occasione per sottolineare l’iniziativa “1914-1918: Assente! Odsoten! Assent! Odsutan! Abwesend!” che vuole contribuire al ricordo dei caduti del Litorale nel corso della Prima Guerra Mondiale. In contemporanea sui social e sul nostro Blog.
Dieci anni fa, il 26 ottobre 2014, a Lisle-sur-Tarn moriva tragicamente, a soli 21 anni, il giovane botanico di Tolosa Rémi Fraisse. A ucciderlo l’esplosione di una granata OF-F1 sparata dalla gendarmeria.
Rémi partecipava a una manifestazione contro la diga (barrage) di Sivens (dal nome della foresta circostante) in Occitania ed era il primo ambientalista a essere ucciso dalle forze dell’ordine in Francia dal 1977.
Quando, il 31 luglio, l’insegnante e militante antinucleare Vital Michalon perse la vita (ugualmente per una granata) a Creys-Malville durante una manifestazione contro il Superphénix.
Con la morte di Rémi, nel giro di qualche ora il cantiere dello sbarramento di Sivens venne provvisoriamente chiuso. Anche se ormai la zona umida di Testet era irreparabilmente distrutta.
Ancora nel 2009, il consiglio dipartimentale del Tarn aveva deciso per la realizzazione di un bacino artificiale di 1,5 milioni di metri cubi d’acqua (costo previsto di nove milioni di euro).
Per quanto devastante dal punto di vista ambientale, il progetto era stato presentato e inaugurato come “d’utilité publique”. In realtà doveva costituire una consistente riserva di acqua per l’irrigazione delle coltivazioni di cereali (principalmente mais) utilizzati per l’alimentazione degli animali da allevamento. Secondo un rapporto di esperti, avrebbe rifornito solamente una trentina di aziende dato che la maggioranza delle imprese agricole e degli allevamenti in zona erano già autosufficienti. Inoltre, segnalavano sempre gli esperti, non si era nemmeno tentato di cercare soluzioni alternative.
Purtroppo sui 36 ettari sottoposti al progetto si trovava una zona umida boscosa in cui erano state identificate 94 specie protette. Per ben due volte il Conseil supérieur de protection de la nature (CNPN) aveva espresso la propria contrarietà, giudicando le previste misure di compensazione “irrealizzabili, inadeguate o troppo ipotetiche”.
Le prime contestazioni da parte di ambientalisti, associazioni e parte dei contadini locali (riuniti nel “collectif pour la sauvegarde de la zone humide du Testet”) risalivano al 2012. Esprimendosi con petizioni, manifestazioni, catene-umane. Ma invano, dato che nel 2013 la préfecture del Tarn autorizzava il progetto.
Mentre prendeva il via l’azione di disboscamento, una parte degli oppositori arrivava all’occupazione de La Métairie Neuve, una antica fattoria a circa tre chilometri dalla diga prevista.
Nonostante la sospensione del progetto nel 2015 (per intervento di Ségoléne Royal, ministro dell’Ecologia) il danno risultava irreparabile e gran parte delle specie rare precedentemente qui identificate ormai irreperibili. Veniva comunque mantenuta una occupazione permanente (sostanzialmente una ZAD), se pur da un esiguo numero di militanti riuniti nel collettivo “Tant qu’il y aura des bouilles” (in riferimento alle “bolle”, le risorgive). Come a Notre-Dame-des-Landes, anche qui gli zadistes si arrampicavano sugli alberi o scavavano nel sottosuolo per proteggere la foresta.
Ma l’intervento delle forze dell’ordine andava via via inasprendosi prefigurando quanto in epoca successiva sarebbe avvenuto con la A69. Si arrivava a una serie di espulsioni “muscolari” e alla distruzione degli accampamenti (con vari casi di trauma cranico, punti di sutura, ferite da flashball o da lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo).
A questo si aggiungevano le azioni squadristiche delle “milices pro-barrage” (almeno in parte allevatori di bestiame, presumibilmente) con taglio di pneumatici, parabrezza sfondati, accampamenti saccheggiati, materiale rubato, azioni intimidatorie…
Determinato a “débloquer ce pays” (come aveva dichiarato di fronte a una platea di allevatori), il primo ministro Manuel Valls ammetteva apertamente che il governo non poteva permettersi un altro cedimento come si andava profilando a Notre-Dame-des-Landes.
Per salvare il salvabile, il 25 e il 26 ottobre 2024 circa tremila persone tornavano a manifestare pacificamente. Tuttavia, vuoi per la presenza massiccia dei reparti mobili, vuoi per l’esasperazione, nella notte scoppiavano i primi incidenti. Tra le una e le due del mattino i gendarmi lanciavano le prime “granate offensive”. Una esplodeva sulla schiena del giovane Rémi Fraisse che moriva sul colpo. Collaboratore di France Nature Environnement, nella sua città, Tolosa, si era occupato sia di protezione ambientale che di studio della biodiversità urbana.
In conclusione, l’8 gennaio 2018 i giudici istruttori del tribunale di Tolosa hanno emesso un verdetto di non luogo a procedere nei confronti del gendarme responsabile.