#Turkey #Caccia – CI RISIAMO. IL CRIMINALE “TURISMO DI CACCIA” TURCO ANNUNCIA LA STRAGE PROGRAMMATA (A PAGAMENTO) DI SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE – di Gianni Sartori

In Turchia si apre la stagione della caccia a pagamento ai danni anche di specie in via di estinzione. Confermando che spesso il genocidio non è altro che la prosecuzione della caccia con altri bersagli.

Ne avevamo già parlato quattro anni fa quando era stato concesso a un cacciatore seriale statunitense di abbattere alcune delle rare capre selvatiche di montagna (simili allo stambecco e in via di estinzione) che vivono nella regione curda di Dersim. (v. https://centrostudidialogo.com/2020/12/08/kurdistan-natura-un-ennesimo-ecocidio-in-vista-che-si-traduce-anche-in-un-affronto-alla-fede-alevita-di-gianni-sartori/ ) e anche in precedenza (v. https://rivistaetnie.com/curdi-per-la-salvaguardia-ambiente-118922/)

All’epoca sembrava che la cosa dovesse finire lì. Ora ci risiamo e su scala direi “industriale”, vista la rarità della specie nel mirino.

Infatti, per fare cassa, la Direzione Provinciale di Van della 14° Direzione Regionale del Ministero dell’Agricoltura ha pubblicato l’annuncio ufficiale del permesso di vendita di quote per cacciatori stranieri nell’ambito del “turismo di caccia”.

Turismo e caccia. Due fattori di degrado ambientale, due fonti di ecocidi se presi singolarmente.

Con effetti esponenziali in caso di abbinamento.

Così gli sparatori seriali potranno assassinare impunemente le rare capre selvatiche (dalle corna “uncinate”, adunche; simili al nostrano stambecco) pagando 480 mila TL (Türk lirası, lire turche). Nella lista delle specie abbattibili a pagamento da settembre a marzo anche alcune varietà di cervi (compresi esemplari di Cervus elaphus), pecore selvatiche (mufloni) etc.

Per partecipare alla squallida asta (“Procedura di offerta aperta”) che si svolge nella sede della Succursale di van della Direzione Provinciale occorre versare preventivamente 180 mila TL, mentre la garanzia provvisoria viene stabilita in 5.400 TL.

Dopo quella di Van altre aste di caccia verranno organizzate in una decina di province.

La Direzione Generale di Conservazione della Natura e Parchi Nazionali (DKMP, la stessa che annualmente organizza “Corsi di Formazione Cinegetica” ossia di caccia con i cani) in settembre propone (mette in vendita, a concorso) un calendario delle capre selvatiche da massacrare in varie località.

Tra cui: Mersin (39 animali il 23 settembre, altri 6 il 24), Adana (2), Hatay (9), Niğde (15), Kayseri (9), Sivas (10).

Se a questi massacri legalizzati aggiungiamo le capre selvatiche vittime di bracconaggio, possiamo ben comprendere la legittimità delle preoccupazioni espresse da varie associazioni protezioniste e animaliste.

Inevitabile andare col pensiero a quanto scriveva Marguerite Yourcenar: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove le bestie agonizzano senza cibo e senz’acqua dirette al macello”.

Pensando al tragico destino di Armeni e Curdi, potremmo aggiungere che ci sarebbero meno genocidi di popoli e minoranze se non ci fosse stata l’azione propedeutica della caccia ( e non solo in Turchia naturalmente).

Gianni Sartori

#Kurds #Europe – DALLA GERMANIA ALLA FRANCIA ANCORA ESTRADIZIONI PER I RIFUGIATI CURDI – di Gianni Sartori

In passato la Francia era terra d’asilo anche per i Curdi. Per non parlare dell’impegno a favore del popolo curdo di persone come Danielle Mitterand e anche di François Hollande. Qualcosa deve essere cambiato evidentemente.

Al momento di scrivere non sappiamo se le persone interessate sono già state estradate.

In Germania – il 19 settembre – il rifugiato curdo Selahattin Erkul veniva arrestato all’Ufficio immigrazione e portato all’aeroporto di Amburgo. Prossima destinazione la Turchia

Originario di Sirnak, vittima di persecuzioni in Turchia per ragioni politiche, aveva consegnato la sua brava domanda d’asilo, allegando tutti i documenti necessari, ancora nel 2022 e attendeva una risposta a Kiel. Ma veniva ammanettato proprio mentre si recava all’ufficio per gli stranieri per rinnovare il permesso di soggiorno. In Turchia rischia condanne pesanti essendo accusato di appartenenza a una organizzazione illegale.

Sempre il 19 settembre, in Francia il CDK-F (Conseil Démocratique Kurde en France) denunciava che un altro rifugiato curdo, Idris Kaplan, era stato arrestato dalla polizia e trasferito nel Centre de rétention administrative (CRA) di Vincennes. Anche per lui si prospetta l’espulsione in Turchia dove rischia almeno 25 anni di carcere. Non sarebbe il primo caso del 2024. Dall’inizio dell’anno sono già stati consegnati alla Turchia dalla Francia altri tre rifugiati curdi: Mehmet Kopal, Firaz Korkmaz e Serhat Gültekin.

Da parte su il CDK-F, oltre a condannare quella che definisce “una flagrante violazione dei diritti umani e del diritto d’asilo”, ha lanciato un appello alla mobilitazione per fermare l’espulsione di Idris Kaplan.

Ricordando che la Turchia rappresenta “un Paese dove i diritti dei Curdi vengono sistematicamente derisi e dove le persecuzioni politiche, la repressione e le torture sono ordinaria amministrazione”. Ma pur essendo a conoscenza di tutto ciò “la Francia si ostina a volerlo rinviare in un paese dove la sua vita e la sua libertà sono gravemente minacciate”. Secondo il CDK-F in tal modo Parigi violerebbe non solamente l’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma anche il principio di non-respingimento previsto dalla Convenzione di Ginevra. Quello che proibisce di rinviare una persona in un paese dove rischia la tortura, la persecuzione o trattamenti disumani. Auspicando ancora che “la patria dei diritti dell’uomo, smetta di rendersi complice delle politiche repressive di Ankara che criminalizza i Curdi e tutti i militanti politici in lotta per la libertà e la giustizia”. Per concludere che “rispedire il rifugiato politico Idris Kaplan in Turchia, non sarebbe altro che far precipitare un essere umano nelle grinfie di un regime autoritario, in spregio dei valori che la Francia pretende di difendere”. Un paio di giorni prima, il 17 settembre, per un’altra militante curda rifugiata in Francia dal 1991 – Gulhatun Kara (esponente del Movimento delle Donne curde in Europa) – si prospettava il pericolo dell’estradizione. Non direttamente in Turchia, ma in Germania essendo accusata da Berlino, in base a un’inchiesta del 2019, di appartenenza a una organizzazione terroristica. La richiesta tedesca si basa sulla presunta appartenenza della donna al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Presunta in quanto la femminista curda è accusata sostanzialmente di aver preso parte a manifestazioni e a trasmissioni radio-televisive in cui si chiedeva la liberazione di Ocalan. Arrestata in Francia nel giugno scorso in applicazione di un mandato di arresto europeo (e poi in libertà provvisoria), Gulhatun Kara in passato aveva subito la tortura in Turchia. In sua difesa, oltre alla associazioni curde, si è mobilitato il Partito Comunista Francese. In un comunicato il PCF ha voluto sottoscrivere l’appello lanciato dal Conseil démocratique kurde en France che chiedeva di non applicare il mandato d’arresto tedesco. Aggiungendo che “se deve esserci un processo, questo deve svolgersi sul suolo francese”. Concludendo che per il Parti communiste française è giunta l’ora di “décriminaliser” il movimento nazionale curdo e di ritirare il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea.

Gianni Sartori

#Matinik #Kanaky – FRANCIA: “OLTREMARE” SEMPRE INQUIETO – di Gianni Sartori

manifestazione dell’Organisation de la Jeunesse Anticolonialiste de la Martinique (OJAM) (1962) – elaborazione su immagine @ https://www.critikat.com/

Dalla Martinica alla Nuova Caledonia, i “territori d’oltre mare” sono percorsi da proteste e ribellioni. A cui il governo francese risponde con il copri-fuoco e la repressione

Nell’isola di Martinique (in creolo Matinik, Colletività territoriale francese d’oltre mare il suo status) il nuovo movimento di protesta per il costo eccessivo della vita, iniziato il primo di settembre, non sembra doversi raffreddare tanto presto. Tanto che il 18 settembre – a seguito delle recenti proteste – in alcuni quartieri del capoluogo Fort-de-France (v. Sainte Thérèse) e di Lamentin è stato instaurato per ordine del prefetto Jean-Christophe Bouvier, un copri-fuoco dalle ore 21 alle 5 del mattino. Gli spostamenti notturni sono così proibiti “per una durata limitata rinnovabile” fino al 23 settembre (in particolare nell’area portuale e in quella commerciale di Dillon). Nel comunicato delle autorità si denunciava, non del tutto a sproposito, come “le scene di caos e di saccheggio a cui assistiamo da giorni, la violenza operata da bande di teppisti sono inaccettabili. Sono i più deboli, i più indigenti a essere le prime vittime”.

Una settimana fa, nella notte tra venerdì e sabato, contro il commissariato di Fort-de-France venivano esplosi alcuni colpi di arma da fuoco (senza peraltro causare alcun ferimento). Anche il traffico del porto marittimo (per cui transita il 98% delle merci) risentiva pesantemente delle proteste.

In seguito, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, nel quartiere Dillon veniva dato alle fiamme un McDonald’s e venivano erette alcune barricate (in qualche caso poi date alle fiamme). Nella stessa zona una cinquantina di persone assaltavano un supermercato Carrefour, fuggendo poi in motocicletta dopo averlo saccheggiato (uno dei responsabili sarebbe stato arrestato). Per controllare la situazione sul posto era stato inviato uno squadrone di un centinaio di gendarmi. Dall’inizio delle ultime contestazioni al costo della vita sarebbero stati incendiati una dozzina (secondo altre versioni almeno una cinquantina) di veicoli, assaltati e saccheggiati una ventina di negozi (stando ad altre versioni almeno 35) e arrestate una quindicina di persone (dato su cui tutte le fonti, sia istituzionali che dei rivoltosi, concordano). Tra i feriti da colpi di arma da fuoco, tre manifestanti (è probabile che altri abbiano preferito curarsi in proprio) e una decina di funzionari di polizia.

Oltre al copri-fuoco, tra i provvedimenti urgenti anche l’arrivo di un consistente “rinforzo” di forze dell’ordine dalla Guyane e dalla Guadeloupe.

Tutto aveva preso il via il 1 settembre con l’appello in rete del “Rassemblement pour la protection des peuples et des ressources afro-caribéennes” (RPPRAC). Tra le richieste, un consistente abbassamento dei prezzi sui beni essenziali. La prima manifestazione di protesta, a cui partecipavano centinaia di persone, si era svolta all’interno di un centro commerciale. Nelle contestazioni successive non erano mancati momenti di tensione ed episodi di violenza.

Ancora una volta vien da dire “niente di nuovo”. Proteste contro il costo eccessivo della vita avevano già turbato in maniera ricorrente nei decenni precedenti questa isola delle Antille. Dove il prezzo dei generi alimentari si aggira su un 40% in più rispetto all’Esagono.

Come confermava un sindacalista di Force ouvrière consommateurs Martinique (AFOC) sostenendo che “la collera qui si va manifestando o rimane latente almeno dal 2009”.

E proprio quindici anni fa uno sciopero generale di ampia portata, con cui si chiedeva un allineamento dei prezzi a quelli del “Continente”, aveva letteralmente paralizzato le Antille francesi (oltre alla Martinica, Saint Martin, Saint-Barthélemy e Guadalupa).

Nel frattempo anche la Nuova Caledonia (Collettività francese d’oltre mare sui generis) torna a infiammarsi se pur debolmente. Da giorni sono in corso operazioni di polizia nel quartiere di Saint-Louis.

Tale “bastione indipendentista”, situato nel comune del Monte-Dore (conurbazione sud di Nouméa), corrisponde al territorio dell’omonima tribù composta da circa 1200 persone. Già noto per gli scontri ricorrenti (in particolare tra il 2001 e il 2004) tra gli indigeni Kanak e la comunità wallisienne (immigrati provenienti dalle isole Wallis e Futuna, Collettività d’oltre mare francese separatasi dalla Nuova Caledonia nel 1959), era tornato alla ribalta per i numerosi posti di blocco qui eretti dagli indipendentisti nell’insurrezione del 2024.

Dopo alcune settimane di relativa quiete, nella notte tra il 18 e il 19 settembre due persone sono state uccise dal Groupe d’intervention de la Gendarmerie nationale (GIGN) portando a tredici il numero delle vittime dall’inizio della ribellione in maggio (tra cui due poliziotti). I gendarmi tentavano di arrestare una dozzina di rivoltosi kanak sospettati di aver aperto il fuoco contro le forze dell’ordine. Nella mattinata di giovedì 19 settembre, alla notizia dei decessi, decine di persone si erano riunite per esprimere la loro protesta, ma venivano respinte con diversi lanci di lacrimogeni.

Le contestazioni, iniziate il 13 maggio, alla riforma del corpo elettorale (poi sospesa, almeno temporaneamente) hanno già causato centinaia di feriti, danni materiali non indifferenti (si calcola per circa 2,2 miliardi di euro) e numerosi arresti (circa 2500) di insorti kanak. A Saint-Louis le forze dell’ordine per ora si sono insediate a qualche chilometro dal quartiere – in mano agli indipendentisti – controllandone le entrate. Gli abitanti possono accedervi soltanto appiedati e mostrando i documenti ai blocchi stradali. Intanto dal 21 al 24 settembre il copri-fuoco, finora dalle ore 22 alle 5 del mattino, dovrebbe essere intensificato dalle ore 18 alle 6 del mattino. Una risposta, stando alle dichiarazioni del generale Nicolas Matthéos, comandante della gendarmeria di Nouvelle-Calédonie ad alcuni recenti episodi. Quali “lanci di pietre e di bottiglie molotov sui gendarmi, tentativi di barricate, un principio di incendio al museo, la distruzione di un trasformatore elettrico e l’incendio di una abitazione a Bourail”. Tutti eventi conseguenti alla notizia della morte di due militanti kanak.

Niente di paragonabile comunque, ha precisato, a quanto avvenuto in maggio. Anche se le strade principali della parte meridionale della Grande Terre (l’isola maggiore della Nouvelle-Caledonie) rimangono ancora impercorribili.

Gianni Sartori

#Americhe #Società – L’ARGENTINA NON E’ UN PAESE PER PENSIONATI… – di Gianni Sartori

Grigliate per la casta, repressione per i pensionati. Con ampio uso di uno spray al peperoncino (yapa) più costoso di una pensione minima. Così va l’Argentina del “libertario” Javier Milei.

Non dovrebbe essere passato del tutto inosservato il fatto che Javier Milei e il suo ministro Patricia Bullrich hanno avviato una sistematica repressione delle proteste sociali. Contro chi si oppone in generale e contro i piqueteros (giovani e disoccupati organizzati dei quartieri popolari) in particolare.
Lanciando del tutto a sproposito accuse di “sedizione” (se non addirittura di “terrorismo”) contro chi si oppone alla svendita del Paese al grande capitale finanziario.

E alla fine nelle braci repressive son caduti pure i pensionati, solitamente risparmiati in quanto innocui (si presume) vecchietti. Così è accaduto il 18 settembre, quando erano trascorse poche ore dalla grigliata (“asado”) nella residenza presidenziale dove Milei aveva festeggiato il veto per la Ley de movilidad jubilatoria (legge sulla mobilità delle pensioni, di fatto bloccate per decreto presidenziale). Le forze di Sicurezza (nella fattispecie il corpo di Infantería y de Detención de la Policía Federal) intervenivano per reprimere una manifestazione indetta nella Plaza de los Dos Congresos davanti al Parlamento. Dove (come ogni mercoledì) un migliaio circa di anziani autoconvocati chiedevano sia un – per quanto modesto – aumento della pensione che la restituzione della copertura del PAMI (assistenza sanitaria pubblica per rimborso spese mediche, ricoveri, interventi d’urgenza etc.). Dato che chi percepisce la pensione minima (anche con l’integrazione del “bonus straordinario”) di fatto viene a trovarsi sotto la soglia di povertà, i miseri aumenti richiesti servirebbero a comprare cibo e medicine, non certo beni voluttuari.

Ufficialmente i feriti tra chi protestava sarebbero stati “solo” una decina (ma è lecito sospettare che in molti abbiano preferito curarsi in casa), sia a causa dei gas lacrimogeni che delle manganellate o dei proiettili di plastica.

Tra loro anche la deputata di sinistra Vanina Biasi. Le prime cariche e lanci di lacrimogeni si registravano mentre il corteo percorreva l’avenida Entre Rios, coinvolgendo anche persone estranee alla manifestazione che semplicemente stavano transitando.

Niente di nuovo naturalmente. Negli ultimi cinque-sei mesi solo a Buenos Aires oltre 660 persone sono rimaste ferite nel corso di manifestazioni e sit-in (si parla di quelle verificate, quindi per difetto). Un’ottantina ha subito detenzioni arbitrarie e 47 giornalisti sono rimasti feriti tra Buenos Aires, Rosario e Cordoba, sempre nel corso di manifestazioni.

Senza dimenticare le ripetute irruzioni delle forze di sicurezza in mense e centri comunitari e nei luoghi di lavoro (v. la sospensione manu militari delle assemblee sindacali dei lavoratori).

Continuando con le innumerevoli perquisizioni (in molti casi l’arresto) nelle abitazioni di aderenti a Polo Obrero e altre organizzazioni di sinistra.

Da qui la denuncia alla Corte interamericana dei diritti umani, sostenuta da gran parte delle forze di opposizione. Recentemente anche Amnesty International ha espresso preoccupazione per il “deterioramento delle libertà democratiche in Argentina”.

Gianni Sartori

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#Oceania #Territorio – PAPUA NUOVA GUINEA: SCONTRI “TRIBALI” A CAUSA DELLA MINIERA D’ORO “NEW PORGERA LIMITED” – di Gianni Sartori

I recenti scontri in Papua Nuova Guinea sono stati descritti come conseguenza di “pratiche tradizionali tribali”, ma in realtà rappresentano l’irruzione della modernità legata allo sfruttamento minerario di territori rimasti finora, se pur parzialmente, incontaminati

Qualche considerazione in merito agli “scontri tribali” intorno alla miniera d’oro a cielo aperto di Porgera in Papua Nuova Guinea (provincia di Enga). Tra le prime dieci più grandi miniere d’oro del mondo, dal valore di diversi miliardi di kina (un miliardo di kina corrisponde a 227 milioni di euro), rappresenta il 10% del valore delle esportazioni annuali del Paese.

A oltre duemila metri di altitudine e a circa 600 chilometri a nord-ovest di Port Moresby, la New Porgera Limited è oggi posseduta al 51% da azionisti papuani (la holding statale Kumul Minerals, l’amministrazione provinciale e i proprietari terrieri locali) e al 49% dalla Barrick Niugini (joint venture tra la canadese Barrick Gold e la cinese Zijin Mining).

Cinque anni fa il governo non aveva rinnovato la licenza alle compagnie straniere e nel 2020 la miniera veniva chiusa. Ma le attività riprendevano alla fine del 2023 (dopo lunghe trattative), nonostante gli indigeni avessero denunciato sia le ripetute violenze contro la popolazione da parte del personale di sicurezza, sia l’inquinamento di fiumi e terreni agricoli (resi improduttivi) a causa dello smaltimento delle scorie minerarie.

Questo per la cronaca.

Tornando ai recenti scontri, ritengo che sottolinearne l’aspetto “tribale” sia quantomeno riduttivo, fuorviante (direi anche “folcloristico”). Rischiando (forse intenzionalmente) di proiettare sul conflitto un equivoco. Ossia che si tratti di una manifestazione di brutale, ancestrale “primitivismo”. Roba da “selvaggi”.

Da un certo punto di vista (il mio, ovviamente) si tratta di una questione ben più prosaica, direi modernissima. Legata alla piaga planetaria dell’estrattivismo che agisce sempre in maniera devastante. Sia quando è gestito da qualche potenza neo-coloniale, sia quando è in mano alle “borghesie” locali.

Nel caso di Porgera direi che sono all’opera entrambe.

Nonostante i proventi della miniera vengano parzialmente ridistribuiti anche ai proprietari terrieri locali come forma di parziale compensazione per i danni ambientali.

Danni che però, diversamente dai profitti, si riversano indistintamente (“equamente” ?) su tutta la popolazione e sull’habitat.

Per cui, ripeto, il vero problema non sono i “tradizionali conflitti tribali” (resi comunque più devastanti dalla massiccia introduzione di moderne armi da fuoco automatiche), ma la presenza stessa della miniera.

Ossia più la “modernizzazione” indotta dall’estrattivismo che la sopravvivenza di pratiche tradizionali.

Gli scontri che hanno coinvolto centinaia di tribali, appartenenti a clan definiti “rivali” (concorrenti ?) erano iniziati in agosto e il 15 settembre sarebbero esplosi con particolare virulenza (si parla di centinaia di colpi di arma da fuoco). Forse alimentati – se non proprio innescati – anche dalla frana che in maggio aveva seppellito centinaia di abitanti dei villaggi costringendo i sopravvissuti – traumatizzati – allo sfollamento in condizioni precarie.

Il fatto contingente, scatenante degli ultimi episodi di violenza riguarderebbe la presenza dei cosiddetti “minatori illegali” (definiti “immigrati clandestini”) in conflitto aperto con i proprietari dei terreni da dove si estrae l’oro.

Secondo Al-Jazeera, negli scontri di domenica 15 settembre si sarebbero contate almeno 35 vittime (tra cui due funzionari della miniera in un agguato successivo) e centinaia di sfollati dopo che le loro case erano state date alle fiamme.

In un secondo tempo, Mate Bagossy, consigliere umanitario delle Nazioni Unite per la Papua-Nuova Guinea, indicava in almeno una cinquantina il numero delle persone rimaste uccise (in base alla testimonianza delle popolazioni locali).

Nemmeno l’applicazione di un severo copri-fuoco (con l’ordine di sparare a chiunque brandisca un’arma) e la proibizione della vendita di alcolici pare aver riportato alla calma.

Non mancavano i precedenti. Con 17 morti (quelli accertati) nel 2022 e almeno una trentina (tra cui 16 bambini) negli attacchi dell’inizio di quest’anno nella provincia del Sepik orientale.

Conseguenza inevitabile, la chiusura della miniera (per quanto temporanea, in attesa che “il governo ristabilisca la legge e l’ordine nella regione”) annunciata il 19 settembre dall’impresa mineraria canadese Barrik Gold. Concedendo ai dipendenti locali di prendere un congedo (non retribuito) per poter mettere al sicuro la famiglia.

Comunque sia, rimane il fatto incontestabile che – al di là della “ridistribuzione” più o meno equa dei profitti (all’origine del sanguinoso contenzioso) – l’attività della miniera sta inquinando e degradando irreparabilmente le acque e i terreni. Con conseguenze immaginabili per il futuro.

Gianni Sartori