#EuskalHerria #Txiki – AGUR ETA OHORE, AMA – di Gianni Sartori

IL 22 LUGLIO LA MAMMA DEL TXIKI LO HA RAGGIUNTO, ENTRAMBI LIBERI ALLA FINE

L’anno prossimo saranno cinquant’anni. Il 27 settembre 1975 veniva fucilato davanti al cimitero di Cerdanyola (Catalunya) Juan Paredes Manot conosciuto come “Txiki”. In questi giorni, il 22 luglio, anche sua madre Antonia María Manot se n’è andata. Dopo aver portato con grande dignità il peso di un dolore incommensurabile per 49 anni.

Recentemente il giornale basco Naiz aveva ricordato un episodio allucinante (o semplicemente grottesco, comunque ingiustificabile) risalente al 27 settembre 2009 quando i militi dell’Ertzaintza (la polizia “autonoma” basca) erano penetrati in forze nel cimitero di Zarautz in cerca di non meglio precisati “terroristi”. Incontrando soltanto le facce perplesse prima ancora che indignate della mamma del Txiki, dei suoi fratelli e di tanti altri parenti e amici che con una cerimonia funebre volevano ricordare il coraggioso, giovanissimo combattente basco assassinato dall’ormai agonizzante regime franchista.

Dovendo comunque giustificare la loro inopportune presenza, se la presero con le bandiere basche (l’ikurrina) che ricoprivano la tomba. Pretendendo inoltre la sospensione della mesta cerimonia (“ordini da Madrid” si giustificarono).

Sempre il 27 settembre 1975 un altro basco, Angel Otaegi, veniva fucilato nel carcere di Villalón. Così come tre esponenti del FRAP (Xosé Humberto Baena, Ramon García Sanz e José Luis Sánchez Bravo) a Hoyo de Manzanares.

Da più parti si interpretò la decisione di fucilarli (in alternativa all’ignobile garrota) come un gesto di estrema magnanimità da parte del boia Franco.

E in effetti lo stesso Txiki avrebbe chiesto, tramite i suoi avvocati Marc Palmés (1943-2005) e Magda Oranich, di venir fucilato. Ma in realtà le cose sarebbero andate diversamente. Il dittatore pretendeva che le cinque esecuzioni avvenissero nel medesimo giorno (per ragioni evidenti di “spettacolarizzazione), ma aveva a disposizione soltanto due boia patentati (uno dei quali, Antonio López Sierra, l’anno prima aveva giustiziato l’anarchico catalano Salvador Puig Antich).

Mentre evidentemente nei ranghi della Guardia Civil non mancavano i volontari disponibili per fucilare due etarra e tre comunisti.

Conoscevo bene il cimitero di Zarautz e la tomba del Txiki avendoli visitati insieme al fratello Mikel (quello che aveva assistito all’infame fucilazione, quando sul giovane basco venne praticato un impietoso tiro a segno prolungandone l’agonia). In precedenza l’avevo cercato anche a Cerdanyola, ma come ho già raccontato ero arrivato tardi. “I baschi sono venuti a riprenderselo” mi aveva spiegato un anziano antifascista del luogo.

Per maggiori informazioni vedi:

E ora sua madre lo ha finalmente raggiunto.

Aveva perso un figlio (“mi Jon” lo chiamava affettuosamente ogni qualvolta lo ricordava), ma in qualche modo ne aveva acquistati tanti altri nel Paese basco:

”Perdí un hijo, pero gané mucho en Euskadi”.

E infatti:

“…desde entonces, muchos jóvenes me llaman ‘ama’ por la calle”

Alla notizia fatalmente ho ripensato ad altri genitori di militanti uccisi che ho conosciuto: Peggy e Jim O’Hara (genitori di Patsy O’Hara), Giuliano e Haidi Giuliani (genitori di Carlo Giuliani), Ernesto Guevara Lynch (il padre del CHE)…

Duro destino il loro. Sopravvivere alla morte del figlio mantenendo il ricordo e alimentando gli ideali per cui aveva lottato.

Antonia María Manot era partita tanto tempo fa, carica di speranze, da Zalamea de la Serena (dove era nata nel 1928) nell’Estremadura per raggiungere nel 1962 la costa dell’Atlantico, conquistare una vita degna per sé e per i figli al prezzo di tanti sacrifici. Ed è sicuramente alquanto significativo che un figlio di proletari immigrati sia diventato in qualche modo l’eroe nazionale di Euskal Herria (senza esagerare potremmo definirlo il CHE Guevara basco).

Così che da quel giorno infausto del 1975, la sinistra abertzale celebra il Gudari Eguna (“Giorno del combattente”) il 27 settembre. Rompendo con la tradizione precedente del PNV che lo celebrava il 28 ottobre (fucilazione di 42 gudari nel 1937 a Santona durante la Guerra Civile).

Gianni Sartori

#Kurds #Iran – Rojhilatê Kurdistanê (Kurdistan iraniano): impiccagione in vista per altre tre donne curde dissidenti – di Gianni Sartori

COME IN SUDAFRICA ALL’EPOCA DELL’APARTHEID, IN IRAN LE “FORCHE DELLA VERGOGNA”  CONTINUANO A MIETERE VITTIME TRA I DISSIDENTI  (SOPRATTUTTO – ma non solo – QUELLE CURDE)

Non pare proprio attenuarsi la politica repressiva (al limite del genocidio) del regime iraniano nei confronti dei dissidenti curdi. E contro le donne in particolare.

Arrestata con alcuni familiari il 6 giugno 2023, Pakhshan Azizi (da anni militante attiva in difesa dei diritti delle donne ) e poi rinchiusa nel carcere di Evin, in questi giorni è stata condannata alla pena capitale dal Tribunale “rivoluzionario” islamico di Teheran. Accusata di far parte del PJAK (Partito per una vita libera del Kurdistan), in oltre 15 mesi di isolamento aveva subito torture sia fisiche che psicologiche.

Solo un paio di settimane fa (il 14 luglio) la sindacalista curda Mohammadi era stata ugualmente condannata a morte dal tribunale “rivoluzionario” islamico di Rasht (capitale della provincia di Guilan, la località dove era stata arrestata il 5 dicembre 2023) per “partecipazione a ribellione armata”. Attiva da oltre un decennio in un sindacato legale, si era opposta pubblicamente alle torture e alle esecuzioni extragiudiziali nelle carceri iraniane. Anche Sharifeh è stata detenuta in totale isolamento per circa tre mesi, senza possibilità di ricevere visite o di poter avere contatti telefonici con i figli. Inoltre l’11 giugno di quest’anno era stato arrestato anche suo marito.

E presto il cappio potrebbe stringersi al collo anche di un’altra militante curda, Warisheh Moradi.Era stata arrestata un anno fa a Sine (Sanada) in quanto esponente di KJAR (Società delle donne libere del Kurdistan orientale) ora su di lei incombe la concreta minaccia di una condanna a morte.

Ma naturalmente le forche iraniane non vengono innalzate solo per i dissidenti curdi.

E’ di questi giorni l’ennesimo appello di Amnesty International (a cui ci associamo) per l’accademico svedese-iraniano Ahmadreza Djalali, docente e ricercatore (in medicina dei disastri e assistenza umanitaria) in diverse università europee (Belgio, Italia, Svezia…).

Arrestato nell’aprile 2016 e accusato arbitrariamente di “spionaggio e collaborazione con Israele”, avendo ormai esaurito tutte le vie legali per annullare la condanna a morte, si trova in una situazione di rischio imminente di esecuzione.

Come da manuale, è stato sottoposto a isolamento carcerario, maltrattamenti e torture (per farlo “confessare”). Inoltre le sue condizione di salute si vanno aggravando seriamente.

Il suo processo è stato definito “iniquo” da A.I. che ne chiede l’immediata scarcerazione.

Dichiarandosi sempre innocente (e dicendosi convinto che le prove siano state fabbricate ad arte) , il 26 giugno era entrato in sciopero della fame (forse, ma non si sa con certezza, attualmente sospeso).

Gianni Sartori