
segnaliamo ai nostri lettori un appuntamento per domani, 25 aprile, alle ore 17 a Tagliolo Monferrato: un atto unico con testi scritti dal prof. Gianni Repetto.

segnaliamo ai nostri lettori un appuntamento per domani, 25 aprile, alle ore 17 a Tagliolo Monferrato: un atto unico con testi scritti dal prof. Gianni Repetto.

La politica turca non si smentisce. Quando si tratta di affrontare la questione del genocidio armeno del 1915 in Turchia prevale l’indifferenza o l’amnesia. Anche quest’anno, com’era prevedibile.
Per il secondo anno consecutivo (senza contare i due precedenti sottoposti alla pandemia) l’ufficio del governatore di Istanbul ha, come previsto, deciso di proibire le commemorazioni del genocidio armeno nel distretto di Kadıköy. In quanto sarebbero “inappropriate”.
Tale decisione à stata prontamente criticata come antidemocratica dalla piattaforma della commemorazione.
Il 24 aprile per il popolo armeno non è una data qualsiasi. Quel giorno nel 1915 vennero arrestati oltre 200 intellettuali, un fatto che costituì preludio del genocidio.
La piattaforma della commemorazione ha ricordato che in anni passati (dal 2010) l’evento si era svolto senza incidenti. In compenso, ha anche denunciato, tante manifestazioni di stampo apertamente razzista si svolgono in Turchia senza alcuna proibizione.
Niente di nuovo naturalmente.. Stessa musica dell’anno scorso si diceva.
Nel 2022 una delle rare iniziative per ricordare il genocidio si era svolta in sordina nel cimitero armeno di Istanbul. Ogni altra iniziativa pubblica veniva proibita (così come l’uso del termine “genocidio”), nonostante qualche timido di normalizzazione nei rapporti tra Ankara ed Erevan.
All’epoca un deputato del Partito democratico dei popoli, Garo Paylan, aveva definito “infelice” la decisione del governatore. Aggiungendo che “la politica turca vorrebbeil nostro silenzio, ma noi continueremo a ricordare i nostri antenati”.
Per Meral Yildiz, un portavoce della piattaforma “non ci sarà mai fine a queste sofferenze. Quello che è stato fatto agli Armeni, poi ai Curdi e agli alaviti viene ora inflitto ai migranti siriani”.
Sempre nel 2022, un ulteriore segnale dell’arroganza turca era venuto dal ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu. In visita a Montevideo, aveva trovato ad accoglierlo una folta schiera di manifestanti armeni che lui aveva pubblicamente minacciati facendo ilsegno dei “Lupi Grigi” (organizzazione ultranazionalista, fascista, responsabile di numerosi omicidi nei confronti di dissidenti e oppositori).
Già in occasione del centenario (nel 2015) Erdogan aveva sfacciatamente (e provocatoriamente) celebrato il 23, 24 e 25 aprile per commemorare i soldati ottomani che ravveno sconfitto gli eserciti francesi, russi e inglesi nella battaglia dei Dardanelli (25 aprile 1916). Un modo per anticipare la già preannunciata risoluzione sul genocidio del parlamento di Strasburgo. Del resto proprio in quei giorni Erdogan aveva definito “deliranti” le opinioni espresse da Papa sulla tragedia armena.
Gianni Sartori

Nelle Filippine continua una tragica “guerra a bassa intensità” costata ormai oltre 43mila vittime. Tra le ultime, una coppia di dirigenti comunisti
Quello che si svolge nelle Filippine è sicuramente ascrivibile ai “conflitti a bassa intensità”, soprattutto perché se ne parla poco.
Tra le ultime notizie, quella della morte di un sotto-ufficiale del secondo battaglione di fanteria durante uno scontro con guerriglieri comunisti (presumibilmente del Nuovo esercito popolare) nella provincia di Masbate City (isola di Masbate).
In precedenza tra i soldati e i guerriglieri si era registrato un nutrito scambio di colpi a Barangay Villahermosa.
Inoltre il 21 febbraio, tre membri del Nuovo Esercito Popolare avevano ucciso due soldati del 31° battaglione di fanteria a Barangay Cotmon (regione di Albay)
In un comunicato di NPA si leggeva che tale operazione si iscriveva nel quadro di una “campagna punitiva” contro le unità delle AFP (l’esercito governativo) e altri agenti statali “coinvolti in flagranti violazioni dei diritti umani”.
In particolare, il 31° e IBPA a cui appartenevano i due militari sarebbero stati “responsabili di numerosi crimini fascisti contro le popolazioni di Albay, Sorsogon e Masbate”.
Parlando dello scontro tra ribelli comunisti (maoisti e non) e forze governative in atto da oltre un cinquantennio, le fonti ufficiali riportano la cifra di oltre 43mila morti tra il il 1969 e il 2008. Anche se in genere si evita di specificare quante siano le vittime del regime e in particolare della “guerra sporca” (esecuzioni sommarie, persone morte sotto tortura…).
Tra gli ultimi caduti accertati, due figure di primo piano: Benito e Wilma Tiamzon. Rispettivamente presidente e segretaria generale del Partito comunista delle Filippine (Pcf). Considerati inoltre tra i principali leader del Nuovo esercito del popolo (Npa). La notizia è di qualche giorno fa anche se gli eventi dovrebbero risalire all’anno scorso (agosto 2022)
Ufficialmente (stando a quanto dichiarato dai militari) i due sono caduti in combattimento, mentre per i loro compagni sarebbero stati torturati e assassinati.
Nelle dichiarazioni del Comitato centrale del partito si denuncia che erano stati catturati dai soldati della 63esima brigata di fanteria insieme ad altri militanti. Lo scontro era avvenuto nei pressi del villaggio di Basey nel corso di un’operazione antiguerriglia sull’isola di Samar. Per essere poi picchiati, torturati e assassinati. I loro corpi venivano quindi imbarcati su un battello che era stato fatto esplodere per cancellare le tracce dei maltrattamenti, le ferite.
Nell’agosto 2016 i due militanti comunisti (appena usciti dal carcere) avevano preso parte ai colloqui di Oslo per una soluzione politica del conflitto. Le trattative che tanto avevano fatto sperare (e che godevano del sostegno esterno, ma esplicito, delle gerarchie cattoliche dell’arcipelago) si svolsero tra rappresentanti del governo filippino e del Fronte Nazionale Democratico. All’epoca NDF aggruppava varie organizzazioni politiche comuniste .
Oltre a stabilire un sostanziale cessate-il-fuoco, le conversazioni avrebbero dovuto portare a sostanziali riforme economiche e alla liberazione di centinaia di prigionieri politici.
Ma poi la parola era tornata alle armi.
Certamente la morte di questi due militanti storici rappresenta una grave perdita per il Pcf. Perdita che va ad aggiungersi alla recente morte in esilio (dicembre 2022) di Jose Maria Sison, leader storico del partito. Alla sua memoria era stata dedicata l’operazione condotta da NPA contro l’esercito il 21 febbraio 2023 a Barangay Cotmon.
Gianni Sartori

Pesanti condanne per due attivisti del clima che in ottobre si erano inerpicati su un ponte bloccando il traffico in Gran Bretagna. Forse i movimenti ecologisti (alcuni almeno) verso un cambio di strategia
Stavolta, il 21 aprile, la giustizia britannica, nella fattispecie il tribunale di Southend (Trowland), è andata giù severa e pesante. Due militanti ecologisti, Morgan Trowland (40 anni) e Marcus Decker (34), esponenti di Just Stop Oil (e detenuti dal giorno dell’azione diretta) sono stati condannati rispettivamente a tre anni e due anni e sette mesi di detenzione. Entrambi avevano subito altre condanne per precedenti azioni di protesta.
La loro colpa, aver scalato (il 17 ottobre 2023) il ponte Queen Elizabeth II sul fiume Támesis (sud-est di Londra), percorso da circa 160mila veicoli al giorno. Causandone la temporanea chiusura (e il conseguenteblocco stradale) per quasi l’intera giornata (dalle 4 del mattino alle 21). Con disagi e problemi per migliaia di automobilisti. In particolare, stando a un comunicato della polizia dell’Essex “per una donna incinta che aveva necessità di cure urgenti”.
Scopo della loro protesta, richiedere al governo britannico la sospensione dello sfruttamento di idrocarburi.
Condannandoli il giudice Shane Collery ha dichiarato che “devono essere puniti per il caos che avevano provocato e per dissuadere altri dall’imitarli”. Ricordando che con il loro gesto avevano danneggiato “decine di migliaia di persone, alcune in maniera significativa”.
Da parte sua l’organizzazione ecologista (Just Stop Oil) ha definito la condanna come “la più grave nel Regno Unito per un’azione pacifica sulla questione del clima”.
Da quando sono iniziate le proteste, sono più di 2mila gli ambientalisti arrestati, di cui 140 incarcerati, in Gran Bretagna.
Forse anche per questo all’inizio di gennaio Extinction Rebellion aveva annunciato la temporanea sospensione nel Regno Unito delle spettacolari azioni di disobbedienza civile (vedi il blocco di strade e aeroporti, perfino l’altamente simbolico Tower Bridge) con cui si era fatta conoscere.
Impegnandosi invece per l’organizzazione nel corso del 2023 di manifestazioni di massa contro l’inazione del governo britannico in merito al cambiamento climatico.
Allo scopo di “privilegiare la partecipazione rispetto ai blocchi stradali” per mettere sotto accusa quello che definiscono “l’abuso di potere delle istituzioni”.
Una scelta tattica adottata dopo ampie discussioni e comunque giudicata “controversa” (in quanto forse non altrettanto efficace) da parte dei militanti.
Presumibilmente anche un tentativo da parte di Extinction Rebellion di recuperare l’iniziale prestigio dopo che alcune organizzazioni più radicali (tra cui anche Just Stop Oil, oltre a Insulate Britain) si erano fatte notare per aver bloccato alcune autostrade londinesi e ricoperto (ottobre 2022) di zuppa vegetale l’opera di Van Gogh “lI Girasoli” alla National Gallery.
Gianni Sartori

Sostanzialmente confermata la pesante condanna per la militante curda Ayşe Gökkan.
Nata a Urfa (distretto di Suruç) nel 1965, la giornalista Ayşe Gökkan nel corso della sua vita ha subito un’ottantina di arresti e detenzioni. La maggior parte dopo il 2009, quando era stata eletta sindaco del distretto di Nusaybin a Mardin con l’83 % dei voti. Un caso evidente di sistematica persecuzione intimidatoria.
Portavoce del movimento delle donne curde “Tevgera Jinên Azad” (TJA), era già stata condannata nel 2020 a 18 anni di carcere per essersi “trovata in una zona sottoposta a giurisdizione militare” e per aver “causato danni materiali” (non meglio specificati).
Processo e condanna erano la conseguenza di un’azione di disobbedienza civile risalente all’ottobre 2013. All’epoca la militante curda aveva protestato con uno sciopero della fame contro la costruzione di un muro alla frontiera con la Siria. In seguito era stata accusata di appartenenza al PKK (e quindi di “terrorismo”). La precedente condanna a 30 anni di prigione risaliva all’ottobre 2021 e in questi giorni il verdetto è stato sostanzialmente confermato (22 anni e sei mesi) dalla Corte di appello regionale di Diyarbakır.
In dettaglio: dodici anni per aver fatto parte della “direzione” del PKK, sette e mezzo per appartenenza al PKK e tre anni per propaganda a favore del PKK.
In passato Ayşe Gökkan veniva penalmente perseguitata (circa 200 le procedure a suo carico, soprattutto dopo essere stata eletta) anche per la partecipazione al movimento delle donne contro il patriarcato Rosa e per aver preso parte allo sciopero della fame indetto dalla prigioniera politica (ed ex deputata curda) Leila Guven contro l’isolamento carcerato imposto a Öcalan.
Inoltre è in attesa di un altro processo alla Corte di cassazione per una precedente condanna a sette anni e mezzo.
Gianni Sartori