Mese: gennaio 2023
#Africa #Biafra – STRATEGIA DELLA TENSIONE IN NIGERIA? SI RIAFFACCIA LA QUESTIONE “BIAFRA” – di Gianni Sartori

Del Biafra il ricordo personale più intenso risale al 1968. Arzignano, forse dicembre o comunque clima invernale. Eravamo arrivati in bici, io (sedici anni) e Giorgio (qualcuno in più, all’epoca stava nella FGCI). Manifestazione di operaie e operai del tessile, occupazione del Comune, piazza presidiata…e l’immagine ancora vivida di un’edicola con tanti giornali che esponevano grandi foto (l’Espresso di allora?) drammatiche, strazianti: bambini africani con la pancia gonfia per il “kwashiorkor” (grave forma di malnutrizione e di avitaminosi) e ridotti a pelle ed ossa. Con gli immensi occhi sgranati che sembravano interrogarti. Impossibile non sovrapporre tali immagini a quelle dell’Olocausto.
Era appunto il Biafra (Eastern Region) che l’anno prima, in maggio, era insorto proclamando la secessione dalla Nigeria. Abitato oltre che dalla popolazione maggioritaria Ibibio, anche da Igbo e Ogoni (di questi si tornerà a parlare negli anni novanta per la questione del Delta).
La reazione di Lagos (all’epoca capitale della Nigeria, sostituita nel 1991 con Abuja), forte del sostegno britannico, rasentava il genocidio. Alla fine si parlerà di un milione di morti. In gran parte vittime, oltre che della guerra, di una devastante carestia criminalmente indotta. Conflitto documentato in tempo quasi reale (grazie alla televisione) e che determinò la nascita di alcune organizzazioni umanitarie (Aktion Biafrahilfe da cui deriverà la Gesellschaft für bedrohte Völker e presumibilmente anche Médecins sans Frontières).
Ma l’insorgenza era destinata alla sconfitta e il Biafra si arrendeva nel gennaio 1970 per essere reintegrato nella Nigeria.
Quanto al leader dei ribelli, il generale Ojukwu, come da manuale era scampato alla cattura fuggendo all’estero (in Costa d’Avorio). Tornerà in Nigeria solo con l’amnistia del 1982.
Quella del Biafra fu una tragedia ampiamente raccontata dai media in Occidente. Sia dagli articoli che – soprattutto – dalle immagini. A volte forse anche enfatizzata, strumentalizzata a fini politici.
Si parlò esplicitamente di una “campagna mediatica” intelligentemente promossa dal dipartimento della propaganda del governo provvisorio biafrano. Dipartimento che sarebbe stato coordinato dalla Markpress, un’agenzia svizzera di pubbliche relazioni appartenente ad un pubblicitario statunitense. Tra i compiti dell’agenzia, organizzare i viaggi in Biafra dei corrispondenti stranieri (tra cui il futuro scrittore Frederick Forsyth) garantendo l’ottenimento dei visti e il viaggio in aereo nonostante il blocco imposto da Lagos.
Immagini spettrali che si credeva ormai disperse nel flusso del tempo, dimenticate. E che invece, se pur in forma mano inquietante, eventi recenti hanno riportato alla memoria.
Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio un’autobomba esplosa in Nigeria a Imo State ha ucciso quattro funzionari della sicurezza (in un primo tempo si era parlato anche di altre vittime, forse civili). L’obiettivo dell’attentato, l’ex funzionario Ikedi Ohakim, è rimasto ferito, ma non gravemente. Ultimo episodio di una serie di attacchi spesso mortali. Come quello del settembre 2022 costato la vita a cinque soldati nello stato di Anambra.
In entrambi i casi i responsabili venivano individuati nei separatisti del Biafra. In particolare nell’organizzazione Ipob (Popolo indigeno del Biafra).
In realtà non esistono prove convincenti e la situazione dell’intera Nigeria è tutt’altro che tranquilla in generale. Negli ultimi due-tre anni si contano una cinquantina di attentati contro uffici delle commissioni elettorali.
Nonostante un candidato alle prossime presidenziali, Peter Obi, sia di etnia Igbo, i separatisti dell’Ipob (il cui leader Nnamadi Kanu rimane in carcere ad Abuja) hanno dichiarato pubblicamente di non volerlo sostenere. In quanto non vogliono “aver a che fare con un sistema marcio e corrotto”. Il portavoce di Ipob ha anche specificato di non aver a che fare con gli attentati (opera di personale altamente specializzato, professionisti). A suo avviso realizzati proprio per screditare il movimento. In ogni caso, pur sentendosi estranei alla campagna elettorale, non intendono assolutamente ostacolarla. Fermo restando che per quanto li riguarda l’unica soluzione accettabile è quella dell’indipendenza.
Gianni Sartori
#Ambiente #Opinioni – QUANDO UNA TELEFONATA NON SALVA UNA VITA… – di Gianni Sartori

Mai posseduto uno di quelli arnesi infernali che di volta in volta vengono chiamati “telefono portatile”, “cellulare”, “smartphone”…o Dio sa cos’altro.
Per cui mi sento legittimato, almeno in parte, a (ri)sollevare la polemica sulle quantità industriali di telefoni cellulari che vanno a inquinare il pianeta in generale e l’Africa in particolare. Un Continente già pesantemente penalizzato in fase estrattiva (vedi per es. il cobalto, il litio…vedi quanto avviene nel Nord-Est della Repubblica democratica del Congo…ne riparleremo)*.
Come ha recentemente ricordato Damien Ghez, giornalista e disegnatore originario del Burkina Faso “le scorie elettroniche contengono mercurio, piombo, cadmio, arsenico e fosforo”. Sostanze nocive, inquinanti che richiederebbero quantomeno “un processo di decontaminazione da parte di imprese specializzate”. Ma questo evidentemente non rientra nei piani (e nei profitti) delle società occidentali che spesso “agiscono in disprezzo delle leggi e dell’impatto ambientale”.
Impatto in larga parte scaricato su quei Paesi del (cosiddetto) Sud del Mondo, ridotti al rango di immensa discarica planetaria.
L’occasione per l’intervento del giornalista africano è venuta da un comunicato del Ministero delle finanze spagnolo. Il 3 gennaio è stato annunciato lo smantellamento operato dalla Guardia Civil di una organizzazione criminale che in soli due anni aveva esportato in Africa circa cinquemila tonnellate di “scorie elettroniche pericolose” (in gran parte costituite da cellulari obsoleti). Guadagnandoci sopra qualcosa come un milione di euro e mezzo. Falsificando i documenti sulla provenienza e sul trattamento (in genere presentandoli come “articoli di seconda mano riutilizzabili”) in un primo tempo i carichi tossici venivano spediti alle Canarie. Da qui, per la precisione da Tenerife, proseguivano via mare verso la Mauritania, il Ghana, la Nigeria o il Senegal.
Non è una novità naturalmente. Il caso della Probo Koala che trasportava sostanze tossiche con destinazione Abidjan risale al 2006. Ma forse non ne abbiamo tratto le doverose conclusioni a livello di “principio di precauzione”.
Tanto è vero che periodicamente viene riproposta la tesi ottomistica per cui le migliaia di tonnellate di televisori, telefoni e strumenti elettronici spediti in discarica, in realtà rappresenterebbero una risorsa, “una ricca fonte di metalli”. E che “l’estrazione delle scorie elettroniche costituisce in sé stessa un buon affare”. In particolare per l’oro e il rame, secondo vari studi. In questo genere di riciclaggio la Cina sarebbe all’avanguardia (per lo meno a livello di sperimentazione), seguita da Stati Uniti, Unione Europea, Australia e Giappone. Oltretutto, in quanto automatizzabile, richiederebbe molto meno mano d’opera rispetto all’attività mineraria tradizionale.
Sarà, ma quello a cui si assiste è – per dirne una – la commercializzazione ogni anno di nuovi modelli di smartphones sempre più “performanti”. Nella totale indifferenza (“sconnessione” ?) da parte degli entusiasti consumatori seriali per la relazione tra l’acquisto del feticcio e le conseguenze ambientali e sociali così innescate.
Come ricordavano gli Amici della Terra “perfettamente e completamente inseriti nei processi economici della mondializzazione, gli smartphones compiono quattro volte il giro del mondo prima di arrivare nei nostri magazzini e nei negozi”. Calcolando l’estrazione delle materie prime, la fabbricazione dei componenti, l’assemblaggio e la distribuzione.
Ed è ormai risaputo che in ogni fase della loro esistenza (dall’estrazione alla dismissione) tali aggeggi sono causa di gravi danni ambientali in ogni parte del pianeta.
Elencando alla rinfusa “violazioni dei diritti umani, esaurimento di risorse non rinnovabili, sostanze tossiche rilasciate nella biosfera, emissione di gas con conseguente effetto serra…
Abbiamo a che fare con una minaccia incombente, uno stillicidio nei confronti dell’ambiente, della biodiversità e dell’umanità. Se la maggior responsabilità ricade ovviamente sul “Nord” del mondo, non per questo – ci avvisa Damien Ghez – possiamo evitare di identificare i complici nativi che accettano di ricevere e smaltire in maniera pericolosa quelle mercanzie mortifere.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#SAHARA #SFRUTTAMENTO – TURISMO E COLONIALISMO A BRACCETTO NEI TERRITORI SAHARAWI – di Gianni Sartori

La discussa tesi – evocata dal sottoscritto in svariate occasioni (vedi l’alpinismo in Pakistan) – per cui turismo e colonialismo spesso vanno a braccetto, riceve un’ulteriore conferma.
Questa la notizia. In quel di Dakhla un ristorante in prossimità all’Atlantico avrebbe raggiunto il rango di “paradiso marocchino delle ostriche”.
Se può lasciare indifferenti la notizia che la nuova gestione avrebbe “convertito” al consumo di ostriche l’affezionata clientela (ormai oltre il il 50% dei clienti consumerebbe, a testa, almeno 20 ostriche a pasto in alternativa al pesce) quello che sconcerta è altro.
Ossia che perfino la rivista Jeune Afrique – in quello che a prima vista sembrava un articolo promozionale – parli di Dakhla come di una località marocchina a tutti gli effetti. Dandolo per scontato. E invece Dakhla – se la geografia non è un’opinione – si trova nella Penisola del Rio de Oro ossia in territorio saharawi.*
Il locale in questione serve almeno 500 piatti di ostriche al dì (circa 2000 nei fine settimana) in ogni periodo dell’anno (tranne che nel Ramadan) e con il suo allevamento rifornisce di ostriche un buon numero di altri ristoranti.
Oltretutto l’attuale proprietario sarebbe originario del Morbihan (in Bretagna, ma si può ?). Viveva a Marrakesh, ma si è innamorato della “laguna di Dakhla assai pescosa grazie a una falda pratica preistorica” che garantisce la temperatura ottimale per l’allevamento delle ostriche. Torna alla mente la questione della risorsa ittica, una delle poche a disposizione della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (l’altra è costituita da fosfati). Risorsa attualmente saccheggiata dal Marocco, fino a qualche tempo fa anche con la benedizione dell’Unione Europea (grazie ai voti presumibilmente comprati).
Ma i turisti? Quelli che vi fanno scalo (definiti “amanti degli scatti allo iodio”, con riferimento, presumo, ai selfie con piedi nell’acqua e Oceano sullo sfondo) sarebbero per lo più, oltre che marocchini benestanti, europei e statunitensi dediti al surf. E qui, senza bisogno di aggiungere altro, il cerchio si chiude.
Gianni Sartori
* nota 1: Insediato da secoli nei territori conosciuti come Sāqiyat al-ḥamrāʾ (Saguia el Hamra) e Wādī al-dhahab (Rio de Oro) il popolo saharawi rivendicava il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza già negli anni trenta del secolo scorso.
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Lombardia #Milano
#Africa #Francia – PRESENZA FRANCESE NON SEMPRE GRADITA NELLE EX COLONIE – di Gianni Sartori

Non sembrano dover migliorare, per lo meno non a breve, le relazioni tra Parigi e alcune sue ex colonie africane. Dopo il contenzioso con il Mali (inaspritosi con il golpe del 2020), ora prende quota anche quello con il Burkina Faso.
Negli ultimi giorni le “autorità di transizione” di Ouagadougou (insediate con il golpe della notte tra il 30 settembre e il 1 ottobre 2022) avevano già dichiarato come “non gradito” l’ambasciatore Luc Hallade. Un esplicito messaggio ufficiale in tal senso, proveniente dalla ministra degli Affari esteri Olivia Rouamba, era stato consegnato direttamente al Quai d’Orsay. Con la richiesta di poter “cambiare interlocutore”.
Stando a una ricostruzione di Le Monde, il contenzioso sarebbe nato (pretestuosamente?) per una lettera inviata da Hallade ai connazionali francesi residenti a Koudougou. Un messaggio con cui li sconsigliava dal rimanere in città e li invitava a “ricollocarsi nella capitale o a Bobo-Dioulasso”. In quanto Koudougou, terza città del Paese, sarebbe ormai “passata in zona rossa dopo il colpo di Stato del 30 settembre” e rimanervi “rappresenta un grave rischio”.
E puntualmente, il 3 gennaio, il portavoce del governo Jean-Emmanuel Ouedraogo ne ha annunciato l’espulsione.
Il “governo di transizione” (23 ministri, con tre militari a capo del ministero della difesa, dell’amministrazione territoriale e sicurezza, dell’ambiente; primo ministro l’avvocato Joachim Kyelem de Tembela, direttore del Centro di ricerche internazionali e strategiche) insediato dal capitano Ibrahim Traoré in teoria dovrebbe, entro il luglio 2024, ripristinare la Costituzione e indire nuove elezioni.
In precedenza, il 24 gennaio 2022, un altro golpe, opera del colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, aveva estromesso il presidente Marc Khristian Kaboré regolarmente eletto.
Causa principale dei due colpi di stato quasi consecutivi, l’allargarsi delle insorgenze jihadiste soprattutto nel nord del paese. Si calcola che attualmente più del 40% del territorio rimanga fuori dal controllo statale.
Tra le aggressioni delle bande jihadiste più recenti (e sanguinose) quella del 26 settembre 2022 quando una quarantina di persone sono rimaste uccise nell’attacco a un convoglio di camion che trasportavano cibo e rifornimenti per le popolazioni del nord in difficoltà.
Da segnalare che – come era avvenuto per il Mali dove ormai si parla di “rottura diplomatica” – oltre che dalla Francia il Burkina Faso sembra prendere le distanze anche dalla Ecowas/Cedeao (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale). Proprio nel delicato momento in cui attorno a questa si andava costituendo una nuova unità antiterrorismo (vedi la riunione del 19 dicembre in Guinea Bissau per la formazione di un esercito comune). In prosecuzione e sostituzione della operazione Barkhane (ormai definitivamentearchiviata) e per garantire reciproco supporto logistico e consulenza strategica nel contrasto all’insorgenza jihadista.
Pur criticando (ed escludendoli da qualche riunione iniziale) i governi attualmente al poter grazie al colpo di Stato (come appunto quelli del Burkina Faso e del Mali) la Cedeao ha comunque auspicato che possano partecipare alle fasi ulteriori degli accordi sulla sicurezza.
Preoccupata dal fatto che ormai gli attacchi jihadisti si estendono anche al di fuori del Sahel (come in Togo e e nel Benin).
Tornando alle deteriorate relazioni tra la Francia e il Mali, va ricordato come il ministro degli esteri maliano sia intervenuto pesantemente contro Parigi addirittura in sede onusiana.
Nel suo intervento del 18 ottobre 2022 al Consiglio di sicurezza, Abdoulaye Diop (oltre alle scontate critiche alla Minusma, la missione Onu in Mali) ha rilanciato le accuse (già formulate in agosto) di aver fornito “sostegno ai terroristi” (addirittura ?!?), di aver condotto operazioni “di aggressione e spionaggio” e “violato lo spazio aereo maliamo” (l’unica plausibile, direi).
Accuse prontamente rispedite al mittente come “infondate e menzognere” da parte dell’ambasciatore francese Nicolas de Rivière.
Gianni Sartori
#DialogoEuroregionalista – E’ in uscita il nuovo numero del nostro trimestrale

Verrà consegnato nei prossimi giorni agli associati per l’anno 2022 il quarto ed ultimo numero dell’anno di Dialogo Euroregionalista, il trimestrale edito da Centro Studi Dialogo.
Questo numero contiene contributi di Yann Lorec, Alberto Schiatti, Jean-Simon Gagné, Gerry Hassan, Hala Bedi Irratia, Frédéric Bertocchini, Fiona Johnston, Suso de Toro, Xavier Diez, Ettore Beggiato e Sampiero Sanguinetti.
La rivista verrà presentata nei prossimi giorni dal presidente di Centro Studi Dialogo, Giovanni Roversi, e dal responsabile alla redazione, Alberto Schiatti, con un video che verrà diffuso tramite i nostri account social.
#Africa #Opinioni – MA I TUAREG CHE FINE HANNO FATTO? – di Gianni Sartori

Verso la fine dell’anno scorso, in dicembre,il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA, un’alleanza di gruppi tuareg con una componente araba minoritaria) aveva rivolto un appello ai mediatori internazionali – e all’Algeria in particolare – sollecitandoli a indire una “riunione urgente” per aggiornare l’accordo di Pace nel nord del Mali, accordo risalente al 2015 e di cui denunciava il sostanziale decadimento.
Analogamente a quanto aveva già fatto nel luglio 2022 con un comunicato da Kidal, la città nel nord-est del Mali conquistata nel marzo 2012 da una coalizione di ribelli tuareg. Insorti qualche mese prima e provvisoriamente coalizzati – purtroppo – con formazioni di stampo jihadista. In particolare Ansar Din (“difensori della religione”), un movimento all’epoca guidato da Iyad Ag Ghali, ex fautore dell’autodeterminazione dell’Azawad diventato successivamente sostenitore della sharia.
Già allora non pochi osservatori paventano una possibile radicalizzazione del CMA (alimentata dalle frange interne più impazienti) come reazione all’inerzia dimostrata da Bamako. Timore mai sopito in quanto uno dei maggiori esponenti, Alghabass Ag Intalla, si andava collocando su posizioni tutt’altro che antagoniste rispetto a quelle del già citato – e famigerato -Alghabass Ag Intalla. Ritenuto costui l’attuale leader del GSIM (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani) presumibilmente legato a Al-Qaïda.
Ferme restando alcune differenze fondamentali (mentre storicamente i tuareg puntavano alla secessione, le milizie jihadiste aspirano a conquistare e controllare l’intero Paese), lasciava – e lascia -ben sperare il fatto che nel comunicato di Kidal il CMA condannasse “ogni forma di violenza e di terrore esercito sulla popolazione civile”. Il minimo sindacale per un movimento che si autodefinisce di liberazione.
A conferma di quanto la situazione fosse fluida, talvolta altalenante, nel settembre 2022 interveniva (con un’intervista a “info Matin”) Moussa Ag Acharatoume, esponente del Consiglio nazionale di transizione e della commissione Difesa e sicurezza del Mali (oltre che fondatore del Movimento per la salvezza dell’Azawad, coordinamento di ex ribelli tuareg firmatari degli accordi di pace). Denunciando che “le comunità tuareg sono vittime di un’organizzazione (Daesh nda) che ha ben pianificato la sua azione e che non mira soltanto a conquistare il nord-est del Mali, ma sta sviluppandosi anche in altri paesi come la Nigeria, il Niger…fino al Burkina Faso, al Togo, al Benin”. Senza escludere la Mauritania.
Invocando quindi una “strategia comune di Mali, Niger e Burkina Faso contro il terrorismo dello Stato islamico”. Dal marzo dell’anno scorso (più o meno dallo sganciamento dei francesi) il gruppo combattente guidato da Moussa Ag Acharatoume (Msa), insieme alla tribù tuareg Dawshak, contrasta militarmente l’espansione di Daesh nella regione di Menaka.
Un pericolo, quello jihadista, della cui ampiezza autorità e popolazione non avrebbero ancora ben compreso la portata. E soprattutto che non danneggia (sia con i recenti massacri di civili, sia contaminandone la lotta per l’autodeterminazione) soltanto la comunità tuareg.
E – come si diceva all’inizio – a cinque mesi dal comunicato di luglio (nel dicembre 2022, sempre da Kidal ) l’ufficio politico del CMA avevarilanciato (anche se – forse – in termini più dialoganti). Esprimendo innanzitutto “riconoscenza per gli sforzi compiuti dalla mediazione internazionale guidata dall’Algeria che avevano portato alla firma dell’accordo”.
Ma comunque sollecitando “una riunione d’urgenza con l’insieme della mediazione internazionale in un luogo neutro”.
Per “evitare la rottura definitiva degli accordi del 2015”.
Accordi che non comportavano l’agognata indipendenza dell’Azawad, ma una sostanziale autonomia e l’integrazione degli ex combattenti insorti nel nuovo esercito maliano.
Aspettative che finora sono andate sostanzialmente deluse.
Gianni Sartori
