#Americhe – DIRITTI UMANI VIOLATI IN AMERICA LATINA: non ci resta che piangere – di Gianni Sartori

da un dipinto di Fernando Botero

Quando si parla di diritti umani, democrazia o – magari alquanto genericamente – di libertà in America Latina prevale sui media la messa in discussione di regimi, veri o presunti, come Venezuela, Cuba e magari Nicaragua.

In realtà, lo hanno imparato a proprie spese attivisti per i diritti umani, sindacalisti, giornalisti non asserviti, donne, indigeni, migranti, ambientalisti…sono altri i Paesi maggiormente pericolosi. E guarda caso alcuni gravitano nell’orbita del Grande Fratello a stelle e strisce.

Fermo restando che – a parere di un gran numero di Ong – sarebbe proprio l’America Latina (condizionale d’obbligo, sempre) nel suo insieme il continente dove che denuncia la violazione dei diritti umani o difende l’ambiente corre più rischi.

Risale ai primi di giugno la pubblicazione dei dati sul 2021 raccolti dalla Commissione Interamericanadei Diritti Umani (CIDH, inserita nell’ Organización de Estados Americanos).

Documentando l’assassinio nel 2021 di circa 170 attivisti (quelli in qualche modo “certificati” beninteso, ma il numero di desaparecidos o non identificati rimane ben più consistente). Di questi 145 solo in Colombia che si aggiudica il primo posto, poco invidiabile.

Una situazione che il governo colombiano non cerca più di mascherare o minimizzare. Tanto da aver voluto rassicurare (per quanto possibile) la CIDH di mantenere attualmente sotto protezione  3.749 esponenti della società civile considerati a rischio.

Al secondo posto si collocava il Messico (dieci assassinati, in maggioranza leader indigeni e ambientalisti).

Particolarmente drammatico il caso recentemente denunciato di una madre, Ceci Flores, a cui era già stato fatto scomparire un figlio. Non aveva ancora superato il trauma, quando ad altri due suoi figli capitava la medesima sorte.

Aggiungendosi alla cifra incommensurabile di oltre centomila persone di cui non si conosce la sorte, scomparse nel nulla, presumibilmente in qualche fossa comune. Per questo si è integrata nel collettivo Madres Buscadoras de Sonora y de México, madri e sorelle dei desaparecidos che armate di pala e piccone scavano in cerca dei resti dei loro cari.

Sempre in base ai dati della CIDH,al terzo posto troviamo il Perù con cinque assassinati, seguito dall’Honduras con quattro e dal Guatemala con due.

Un Paese, il Guatemala, dove in passato si assisteva a un vero e proprio genocidio nei confronti delle etnie indigene (un totale di 25 etnie, di cui 22 di origine maya).

Come era prevedibile, la maggioranza delle vittime agiva in difesa della Terra, dell’ambiente o faceva parte di comunità indigene. Confermando che non rischia la pelle soltanto chi si espone denunciando gli abusi delle forze di polizia e dell’esercito (o delle squadre della morte, talvolta parastatali), ma anche chi semplicemente vorrebbe continuare a vivere pacificamente nella terre ancestrali in base alle proprie tradizioni e stile di vita. In questo appare evidente l’analogia con altre popolazioni indigene come gli adivasi in India o i nativi (gli “indiani”) negli USA e in Canada.

Ancor più grave il fatto che le minacce e le aggressioni non si limitano al soggetto dissidente ma coinvolgono spesso anche i suoi familiari (in perfetto stile mafioso).

E il 2022 non si annunciava migliore se già nei primi quattro mesi erano ben 89 gli attivisti ammazzati.

In attesa del documento della CIDH con i dati complessivi per il 2022 non possiamo che rattristarci per questa deriva apparentemente senza fine.

Gianni Sartori

#Kurds – Ieri Halabja, oggi (dicembre 2022) Çemço: nel Kurdistan iracheno (e nell’indifferenza universale) ancora guerra chimica contro i curdi – di Gianni Sartori

Passato alla storia come il “massacro di Halabja”, l’attacco con armi chimiche proibite dalla Convenzione di Ginevra avvenne tra il 16 e il 19 marzo 1988. Halabja (città della provincia di as-Sulaymaniya) era caduta il giorno prima, 15 marzo 1988, in mano alla formazione curda dell’UPK (Unione Patriottica Curda) guidata da Jalal Talabani.

Eravamo in piena guerra Iran-Iraq (avviata nel 1980) e, come è noto (vedi l’abbattimento da parte dell’Incrociatore USS Vincennes dell’Airbus A300 iraniano – 290 vittime tra cui 66 bambini – solo qualche mese dopo, inluglio) l’Occidente (o meglio: gli Stati Uniti) era all’epoca sostanzialmente schierato con Bagdad.

Il massacro di Halabja fu il risultato dell’impiego di gas chimici (gas mostarda) per ordine di Ali Hassan al-Majid (conosciuto come “Ali il Chimico”, poi condannato a morte e giustiziato). Per l’operazione genocida (inserita nella più vasta operazione Anfal, dal febbraio al settembre 1988) l’aviazione irachena si servì di caccia-bombardieri MiG-31 e Mirage. I morti accertati (tutti curdi) furono oltre cinquemila.

Una prima serie di attacchi aerei contro Halbja era già avvenuta dal 23 febbraio al 19 marzo 1988, quando la città era caduta in mano all’esercito iraniano.

Complessivamente l’operazione Anfal, ideata esplicitamente contro la popolazione curda, provocò la morte di circa 180mila persona e la distruzione del 90% dei villaggi curdi del Bashur (il Kurdistan posto all’interno dei confini iracheni). Oltre alla deportazione di gran parte dei curdi sopravvissuti.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole iracheno, per quanto opacizzato dalle nubi dei gas. Anche recentemente (nei giorni 7,8 e 9 dicembre 2022 per la cronaca) si torna a parlare di gas chimici impiegati contro la Resistenza curda. Stavolta per mano della Turchia.

Ankara prosegue imperterrita nella brutale operazione di occupazione militare e rastrellamento (ai limiti della pulizia etnica) lanciata il 15 aprile.

Anche se, va detto, sembra incontrare non poche difficoltà come starebbero a dimostrare i video diffusi dalla guerriglia curda che appare in grado non solo di resistere, ma anche di infliggere duri colpi alle truppe di occupazione. In questo momento i combattimenti più aspri si starebbero svolgendo nella regione di Medya. Qui l’esercito turco cercherebbe di stanare la resistenza curda dalla vasta rete di grotte, anfratti e tunnel in cui trova rifugio tra i combattimenti. In particolare la zona di Çemço (dove la residenza è più consolidata) sarebbero stati colpiti con armi chimiche decine di volte nei giorni già citati (7, 8 e 9 dicembre ).

Gianni Sartori