Mese: dicembre 2021
#Kurds #Migranti – TRAGEDIA DELLA MANICA: L’AGENZIA RUDAW RIPORTA LA TESTIMONIANZA DI UN SOPRAVVISSUTO KURDO CHE DENUNCIA IL MANCATO INTERVENTO DELLA GUARDIA COSTIERA (SIA INGLESE CHE FRANCESE) – di Gianni Sartori

La notizia, oltre che da qualche sito curdo militante, originariamente proveniva dall’agenzia Rudaw Media Network (Medyayî ya Rûdaw) solitamente ben informata e professionale. Oltre che in inglese, arabo e turco pubblica e trasmette sia in sorani che kurmani (due versioni della lingua curda). Tuttavia, operando in una situazione complessa, travagliata e non priva di contraddizioni interne in passato non era sfuggita a censure e restrizioni.
Se ciò era quasi scontato in Turchia (dove ancora nel 2017 era stato rimosso il canale televisivo della Rudaw), meno prevedibile nel Kurdistan siriano dove, ma è tutto da verificare e contestualizzare, avrebbe “diffamato” alcune formazioni politiche curde in quanto troppo critiche verso il PDK di Barzani (il partito curdo che governa il nord dell’Iraq). Come dicevo, si tratta di contraddizioni interne (“in seno al popolo”) su cui non è facile intervenire con cognizione di causa.
Blocco delle trasmissioni televisive (e sequestro delle attrezzature) anche in Iraq in quanto con le sue trasmissioni Rudaw avrebbe minato la “sicurezza sociale e la pace”.
Detto questo, va riconosciuto all’agenzia curda di essere intervenuta tempestivamente per raccogliere testimonianze dirette sulla recente tragedia del “mercoledì nero” (24 novembre 2021) costata la vita ad almeno 27 rifugiati (quelli accertati), tra cui donne e bambini, nel Canale della Manica.
Imbarcati su un vecchio gommone che con difficoltà avrebbe potuto trasportarne la metà, tentavano di raggiungere la Gran Bretagna provenendo dalle coste francesi. L’imbarcazione, evidentemente difettosa e inadatta alla navigazione, si era prima sgonfiata per poi lentamente affondare.
Un sopravvissuto intervistato da Rudaw ha denunciato che i rifugiati avevano ripetutamente chiamato i soccorsi sia britannici che francesi, ma invano. Non solo, erano stati sistematicamente rinviati dagli uni agli altri. Mentre gli inglesi sostenevano che il battello si trovava ancora in acque territoriali francesi, alla richiesta di aiuto rivolta alla Francia si sentivano dire di trovarsi già in quelle britanniche. Così come sembra fosse effettivamente (si presume per almeno cinque chilometri) anche se poi le correnti hanno trasportato i cadaveri degli annegati verso quelle francesi.
Il giovane scampato alla tragedia del mare è un curdo iracheno (così come diversi altri tra quelli imbarcati sul gommone), Mohammed Shekha Ahmad di 21 anni. Operaio, in Gran Bretagna andava per lavorare e guadagnare il denaro necessario per pagare un difficile intervento, un’operazione, alla sorellina malata rimasta in Iraq con la famiglia. Insieme a un parente di due delle vittime (con le quali era rimasto costantemente in contatto telefonico) ha esplicitamente accusato la Guardia costiera inglese di aver ignorato gli appelli disperati delle persone sul punto di annegare.
Stando al suo racconto, il battello aveva cominciato a perdere aria mentre si trovavano ancora in acque francesi e la pompa per gonfiarlo ben presto si era bloccata. Ma i trafficanti di esseri umani (che già avevano obbligato, minacciandoli con le armi, tutti i rifugiati a salire su un solo gommone quando alla partenza l’altro era risultato inservibile) avevano voluto proseguire almeno per un’altra ora, fino a quando – pare verso le 2 e trenta del mattino del giorno 24 – il motore dell’imbarcazione si era spento.
E a questo punto nessuno era intervenuto in soccorso nonostante i naufraghi avessero comunicato la loro posizione sia ai francesi che agli inglesi. Entrambi, come già detto, sostenevano che l’imbarcazione si trovava nelle acque territoriali altrui.
Il 28 novembre l’agenzia Rudaw aveva inviato un messaggio di posta elettronica sia al ministero britannico degli Affari Esteri che alla Guardia costiera chiedendo se esistesse una registrazione degli appelli dei naufraghi, ma la risposta era stata lapidaria. Per il governo inglese l’incidente era avvenuto in acque territoriali francesi. Senza ombra di dubbio.
Secondo il curdo superstite nel gruppo dei rifugiati (più di una trentina) si trovavano almeno 15 curdi iracheni, quattro curdi iraniani, quattro o cinque somali, due egiziani e un vietnamita. Di altri ignorava l’origine. Numerose le donne, tra cui una bambina di tre anni.
Con un pulmino erano stati portati a Dunkerque nella serata di martedì 23 novembre imbarcandosi verso le ore 21 o 22. In teoria avrebbero dovuto sbarcare in Gran Bretagna verso le due del mattino successivo. Verso le una e trenta i primi problemi, come spiegava il parente delle due vittime rimasto in contatto – a quanto sostiene – fino al mattino del giorno 24. Quando il canotto ormai sgonfio ha cominciato ad andare alla deriva, i migranti immersi nell’acqua si sono tenuti aggrappati fra di loro fino al momento in cui – e comunque dopo che il sole era sorto ed erano ben visibili – le forze non li hanno abbandonati. Allertato da alcuni pescatori, un battello francese era intervenuto, ma la maggior parte dei naufraghi erano già morti e altri due sono deceduti all’ospedale. Al momento non tutti i corpi sarebbero stati recuperati.
A rendere ulteriormente fosco il dramma – e sempre stando alle notizie fornite dal parente di due delle vittime – nei pressi del canotto in difficoltà era transitata una nave diretta verso la Francia. Mentre alcuni dei migranti avrebbero voluto chiedere soccorso, altri avrebbero insistito per proseguire verso le coste britanniche. Non solo, onde evitare di creare problemi ai loro parenti e amici in Gran Bretagna con cui erano stati a lungo in contatto telefonico (e che avrebbero potuto venir accusati di aver contribuito all’immigrazione clandestina), la maggior parte dei migranti a questo punto aveva già buttato in mare il telefono (come da prassi abituale prima di sbarcare e di essere fermati e perquisiti dalla polizia).
Gianni Sartori
#Sicilia #Autodeterminazione – Alcune domande in merito – di Lanfranco Caminiti

Qualche domanda in cerca di risposte.
1) «Ogni territorio, nello schema del modo di produzione capitalista, ha un suo ruolo assegnatogli, da cui si ricava estrazione di valore e capacità di controllo della popolazione; non è elemento neutro né tantomeno naturale. D’altro canto è un luogo dove operano e vivono soggetti sociali, che interagiscono con questo secondo le proprie priorità e interessi» (da “carmilla online”, Jack Orlando, recensione a: Alberto Magnaghi, a cura di, Quaderni del Territorio. Dalla città fabbrica alla città digitale (1976-1981), Derive Approdi, Roma, 2021) La domanda è: quali sono adesso le priorità e gli interessi di un movimento di indipendenza in Sicilia?
2) «La nazione napolitana ha i suoi comizi, e son quei parlamenti che hanno tutte le nostre popolazioni; avanzi di antica sovranità, che la nostra nazione ha sempre difesi contro le usurpazioni dei baroni e del fisco… Ma quando i nostri legislatori voglion dare a noi lo stesso sistema della Francia, non credi tu che la nostra nazione abbia a dolersi di una istituzione che la priva dei più antichi e più interessanti dei suoi diritti?» – Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, BUR, Milano 1998. In realtà, non accadde solo per la rivoluzione napoletana del ’99 di “imitare” la rivoluzione francese. Dal 1789, non c’è stata rivoluzione o cambiamento degli assetti istituzionali nel mondo che non abbia preso a prestito il “combinato disposto” di Stato e territorio. Non c’è statualità senza territorio (confini) su cui esercitare la propria sovranità, e non s’è dato territorio insorto che non abbia aspirato e aspiri a farsi Stato in proprio (magari declinato in “autodeterminazione dei popoli”): lo Stato è territoriale, o non è. La domanda è: quale può essere la forma istituzionale a cui aspirare in cui si esercita sovranità popolare senza che questo comporti obbligatoriamente la centralizzazione della decisione politica e, in sostanza, del potere?
3) Lo Stato è un manufatto politico moderno. Proprio come la nazione, che è un costrutto recente, benché la “narrazione nazionalista” si pretenda rappresentare una storia antica e continua (con l’invenzione della tradizione). Eppure, per dirla brutalmente con il maresciallo Pilsudski, fondatore della moderna Polonia indipendente: «È lo Stato a fare la nazione, e non la nazione lo Stato». All’inizio del XX secolo un intenso e appassionato dibattito si svolse nella sinistra marxista: il Bund ebraico (la cui organizzazione degli operai ebrei si estendeva nei territori di Russia, Polonia e Germania) e l’austro-marxismo (Bauer, Renner, Adler), alle prese con la crisi dell’Impero austroungarico, sostenevano il principio della “autonomia culturale”: una nazione era una comunità identificata da una “cultura”: si separava così il nazionalismo dalla sovranità statale e la nazionalità dal territorio. Il leninismo, invece, includeva il territorio nella definizione di nazione. Nazione e Stato-territoriale sono interconnessi: «gli Stati creano nazioni per riempire le proprie strutture, le nazioni si sentono incomplete senza la sovranità statale» (le citazioni sono da: Eric Hobsbawm, Nazionalismo, Rizzoli, 2021). La domanda è: l’indipendenza è solo un processo di “autonomia culturale” o è anche un processo politico di “conquista” di un territorio?
4) Tutto il processo liberal-democratico dell’Ottocento di costruzione delle nazioni e degli Stati si basava su un principio di “dimensione geografica”: le nazioni dovevano essere grandi, perché la grandezza consentiva lo sviluppo della produzione industriale e la creazione di un mercato interno; il libero scambio avrebbe poi “garantito” il progresso dei rapporti tra gli Stati-nazione. L’internazionalismo proletario segue, a modo suo, questo schema: «S’intende da sé, che per poter combattere, in generale, la classe operaia si deve organizzare nel proprio paese, in casa propria, come classe, e che l’interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma “per la forma”. Ma “l’ambito dell’odierno Stato nazionale”, per esempio del Reich tedesco, si trova, a sua volta, economicamente “nell’ambito” del mercato mondiale, politicamente “nell’ambito” del sistema degli Stati. Ogni buon commerciante sa che il commercio tedesco è al tempo stesso commercio estero, e la grandezza del signor Bismarck consiste appunto in una specie di politica internazionale» (Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, Savelli, 1975). La domanda è: la globalizzazione – che è processo “compiuto” e non “in atto” – consente, favorisce, è indifferente alla formazione di “piccole nazioni” o le penalizza?
5) «For greater clarity we shall designate the three above-mentioned fundamental phases of the national movement as Phase A (the period of scholarly interest), Phase B (the period of patriotic agitation) and Phase C (the rise of a mass national movement)» – Miroslav Hroch, Social preconditions of national revival in Europe, Columbia University Press, New York, 1985). La domanda è: in che fase siamo in Sicilia? Non siamo certo nella fase C (un movimento di massa), ma non siamo neppure nella fase A, quella di un interesse solo “accademico”, da studiosi. Siamo già nella fase B – un periodo di agitazioni?
Lanfranco Caminiti
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#Serbia #Ambiente – A VOLTE RITORNANO: LA RIO TINTO CONTESTATA IN SERBIA – di Gianni Sartori

Nella multinazionale Rio Tinto (all’epoca Rio Tinto-Zinc, mi pare, in seguito Rio Tinto Ldt) ero inciampato ancora nei primi anni ottanta con le iniziative antiapartheid (e relative campagne di denuncia e boicottaggio). Per cui ero venuto a conoscenza della presenza, non sempre gradita, di questa compagnia mineraria in Sudafrica. L’avevo poi ritrovata, sempre negli ottanta, in alcune scritte di protesta sui muri di un’azienda mineraria (non so cosa avesse combinato) in Catalunya. Del resto – ma lo avrei scoperto soltanto in seguito – il nome derivava direttamente dal fiume della penisola iberica lungo cui avviò nel 1873 le prime attività di scavo (nella provincia di Huelva). In genere, se non ricordo male, veniva contestata soprattutto per gli effetti deleteri per l’ambiente che provocava.
Sinceramente me n’ero ormai dimenticato.
La ritrovo ora in Serbia, nuovamente messa in discussione per le possibili, ulteriori ferite che potrebbe infliggere, oltre cha all’ambiente, alla salute degli abitanti delle aree interessate dalla sua attività.
In questi giorni il centro e le strade principali di alcune città sono rimasti occupati e bloccati dalle proteste che – sia a Belgrado che in altre località – hanno coinvolto migliaia di cittadini serbi contrari a due nuove leggi. Una sulle espropriazioni e l’altra sul referendum: secondo i manifestanti, due cavalli di Troia per consentire la realizzazione di alcuni progetti industriali nocivi per la salute.
Viene contestata soprattutto la prevista apertura di una miniera di litio per mano appunto della Rio Tinto.
Dato che – ovviamente – bloccare le strade e il traffico non è consentito neanche in Serbia – per evitare di incorrere nei rigori della legge e per limitare l’intervento della polizia, i manifestanti hanno attraversato e riattraversato in massa (“massa critica”) le strade, instancabilmente. Con l’ovvio risultato di mandare il traffico in tilt.
Mentre nella capitale le iniziative di protesta si sono svolte nel complesso pacificamente, altrove si sono registrati disordini e scontri con la polizia. In particolare a Sabac i contestatori avevano circondato il commissariato locale esigendo la scarcerazione di alcuni manifestanti fermati dalla polizia. Dato che per l’anno prossimo sono previste le elezioni generali, le manifestazioni hanno fornito anche l’occasione per esprimere le istanze dell’opposizione politica serba.
Gianni Sartori
#Kurds #Attacchi – HANNO UN NOME LE SOSTANZE CHIMICHE UTILIZZATE DALLA TURCHIA CONTRO I CURDI – di Gianni Sartori

Risale agli inizi di novembre la nascita di una “Coalizione contro le armi chimiche nel Kurdistan iracheno”. Un’ampia iniziativa contro le operazioni militari avviate in aprile da Ankara nel Kurdistan del Sud (oltre le proprie frontiere) e su cui grava il fondato sospetto dell’utilizzo di armi chimiche. L’invasione terrestre e i bombardamenti, almeno ufficialmente, sarebbero rivolti esclusivamente a colpire le basi del PKK, ma non hanno risparmiato i civili.
Finora (oltre a numerosi sindacalisti, giornalisti, avvocati, docenti universitari, esponenti della cultura, difensori dei diritti umani…) a tale Coalizione hanno aderito alcune organizzazioni britanniche come Peace in Kurdistan, Campaign Against Criminalising Communities e Defend Kurdistan Initiative UK.
Oltre all’invio di una delegazione (composta da medici, studiosi, giornalisti, politici…) nel nord dell’Iraq per visitare di persona i luoghi interessati dal conflitto e incontrare le persone sopravvissute ai gas asfissianti, nei programmi della Coalizione sono previsti incontri con i responsabili del PDK (Partito democratico del Kurdistan, al potere nella regione curda dell’Iraq), dell’UPK (Unione patriottica del Kurdistan) e del consolato britannico.
Con un rapporto finale da inoltrare alla sede di Ginevra delle Nazioni Unite.
Da parte della Coalizione un appello è stato rivolto alle istituzioni internazionali (in particolare all’ONU e all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – OIAC) affinché intervengano per fermare tali crimini di guerra. Critiche anche al governo britannico in quanto avrebbe concesso – stando alle dichiarazioni della Coalizione – una settantina di licenza per l’esportazione di armamenti che potrebbero aver contenuto fosforo bianco.
La questione era stata sbrigativamente accantonata dal ministro turco della Difesa, Hulusi Akak. Negando l’uso di gas chimici e sostenendo che sarebbe stato utilizzato solo spray al peperoncino.
Da parte del PKK, attraverso il membro del comitato esecutivo Murat Karayilan, su SterkTV è arrivata sia una immediata smentita di tali affermazioni, sia la denuncia dell’uso di almeno cinque armi chimiche già individuate.
Si tratterebbe di:
1) Un gas nervino conosciuto come Sarin (talvolta odorerebbe di frutta; ricordate “l’odore delle mele” percepito dai bambini curdi prima di morire soffocati all’epoca di Saddam ?) che congela le cellule nervose provocandone lo stordimento e successivamente la morte.
2) un’altra arma chimica soffocante avrebbe invece contenuto il gas cloropin. Conosciuto anche come “Croce Verde”, venne prodotto e utilizzato della Germania ancora nella prima Guerra mondiale. Non si esclude che attualmente la Turchia sia in grado di produrlo autonomamente.
3) un altro gas (pure di produzione tedesca e di colore giallo) conosciuto come zolfo Mustant che brucia – letteralmente – le persone (chiamato anche “Croce Bianca”).
4) non si conosce invece la denominazione di un altro gas utilizzato nel Kurdistan del Sud i cui effetti sono quelli di un generale intorpidimento, la perdita della memoria e una temporanea paralisi.
5) e infine l’unico di cui Ankara ha ammesso l’uso, lo spray al peperoncino. Impiegato in genere contro i manifestanti, all’interno dei tunnel il suo utilizzo può comunque risultare micidiale.
Gianni Sartori
