#Kurds #Repressione – ANCORA VIOLENZA CONTRO LE DONNE PRIGIONIERE NELLE CARCERI TURCHE – di Gianni Sartori

Mentre suscita scalpore l’allontanamento di qualche ambasciatore che ha “osato” sottoscrivere un appello per Osman Kavala, il filantropo in carcere da quattro anni, il solito velo poco pietoso si stende su infamie ben peggiori.
Garibe Gezer, ha denunciato di essere stata torturata e violentata dai suoi carcerieri in una cella imbottita della prigione di Kandira (Kocaeli). Inoltre, ha dichiarato l’avvocato, le sue ferite (conseguenza oltre che dello stupro e delle torture subiti anche di un tentativo di suicidio) non sarebbero state curate adeguatamente. Nonostante la giovane curda sanguinasse vistosamente dal capo.
Arrestata ancora nel 2016 a Mardin, in questi anni aveva già subito ogni sorta di angheria e spesso era finita in isolamento. Giunta nella prigione di tipo F il 15 marzo, dopo un periodo di isolamento a Kayseri, aveva chiesto di essere mandata in una cella comune da tre persone. Ma la sua richiesta veniva respinta e lei – per punizione – veniva rinchiusa in una cella imbottita (il 21 marzo). Subendo maltrattamenti sia da parte dei carcerieri maschi, sia dalle donne che l’avevano trascinata per terra tenendola bloccata per le mani e sfilandole gli abiti.
In risposta alle sue proteste (aveva battuto ripetutamente contro la porta della cella), il 24 marzo veniva nuovamente aggredita dai guardiani, picchiata con gli scarponi e rinchiusa in una cella di tipo particolare, classificata come cella di tortura da alcune Ong (ma la cui esistenza viene negata dalla direzione del carcere) in quanto interamente ricoperta di polipropilene, un isolante perfetto, quasi da deprivazione totale. Qui veniva torturata e violentata.

Quando poi Gezer aveva cercato di togliere il rivestimento dalle pareti, era stata nuovamente picchiata al punto da provocarne lo svenimento. Ammanettata con le mani dietro la schiena, era stata lasciata in cella in tali condizioni.
Successivamente, come reazione allo stupro subito, la prigioniera aveva tentato il suicidio impiccandosi. Ma la stoffa utilizzata si era spezzata ed era caduta battendo violentemente il capo. Nonostante una vistosa emorragia, veniva lasciata per diverse ora stesa a terra. Quanto alle sue lettere agli avvocati e alla sorella in cui denunciava l’accaduto, alcune non erano state nemmeno spedite, altre pesantemente censurate.
Sempre relegata in una cella singola (nonostante il rischio di un nuovo tentativo di suicidio e nonostante versasse in tali condizioni, quelle di una persona che aveva subito molteplici violenze) il 7 giugno la prigioniera aveva appiccato il fuoco alla cella.
Una protesta, la sua, anche contro la costrizione di dover espletare i propri bisogni sotto lo sguardo una camera di sorveglianza. Inoltre i carcerieri immettevano continuamente aria fredda nella cella attraverso il sistema di ventilazione.
Nella denuncia la cella viene descritta come “uno spazio da due a tre metri di lunghezza, interamente imbottita e sotto video-sorveglianza 24 ore al giorno, con escrementi dovunque e con un insopportabile odore di urina ed escrementi.
Nella cella come toilette c’era solo un buco visibile dalla camera di sorveglianza”.
Il 20 settembre i suoi avvocati (Eren Keskin, Jiyan Tosun e Jiyan Kaya) hanno sporto denuncia appellandosi “alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDH) e alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti”.
Per gli avvocati i carcerieri andrebbero incriminati in base agli articoli 86, 94 4 102 del codice penale turco, mentre i medici incorrerebbero nell’articolo 257.
Denunciato anche il direttore del carcere per “negligenza”.
Inoltre il caso di Garibe è stato posto all’ordine del giorno del Parlamento dai deputati di HDP (Partito democratico dei popoli) e anche l’Associazione dei diritti dell’uomo ha denunciato sia i carcerieri che i medici della prigione. 
Le dichiarazioni di Garibe Gezer in merito alle torture subite sono state confermate da un’altra detenuta, Resmiye Vatansever, davanti al giudice che l’aveva interrogata.

Gianni Sartori

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