#EuskalHerria #PrigionieriPolitici – QUALCHE CONSIDERAZIONE SUI PAESI BASCHI E LA RECENTE LIBERAZIONE DI UN PRIGIONIERO – di Gianni Sartori

Ormai a occuparsi – ancora – dei baschi si rischia di perdere una buona occasione per tacere, mi dicono.
 
In effetti, se confrontata con altre (Irlanda, Sud Africa…), la “soluzione politica” adottata in Euskal Herria (sostanzialmente la fine della lotta armata) è risultata frutto di una sconfitta più che di un compromesso storico tra belligeranti. Certo, anche in Irlanda e in Sud Africa (non parliamo nemmeno della Colombia, ancora peggio che in E.H.) molti problemi sono rimasti irrisolti. Ma qui almeno, con l’amnistia e il processo di riconciliazione, i prigionieri politici erano tornati in libertà e anche a livello sociale si era intravisto qualche modesto miglioramento.
 
Invece per i prigionieri baschi (non solo gli etarra, anche esponenti politici della sinistra abertzale) le cose sono andate sicuramente male, molto male. Basti pensare al caso di Otegi, l’esponente di Batasuna a suo tempo condannato sostanzialmente per aver partecipato a una cerimonia in memoria di un etarra (come se in Irlanda del Nord avessero arrestato e condannato Gerry Adams per aver presenziato al funerale di un caduto dell’IRA).
 
E’ vero, forse l’ETA avrebbe dovuto deporre le armi ancora negli anni settanta, alla morte di Franco. Ma all’epoca, ricordo, il passaggio alla democrazia avvenne senza alcuna “rottura”, in sostanziale continuità con il precedente regime. Funzionari, militari, magistrati etc. – per quanto potessero essere compromessi con il franchismo – rimasero al loro posto.
 
Per dirne una, il giudice militare che aveva condannato a morte l’anarchico catalano Salvador Puig Antich (militante del MIL, garrotato nel marzo 1974) proseguì la sua carriera, da civile, tranquillamente fino alla pensione. E rivendicando sempre la “legittimità” (a suo avviso naturalmente) di quella infame condanna.
 
D’altra parte non dimentichiamo cosa avvenne nel Paese Basco nel 1976. Una serie di eventi che molto probabilmente tolsero ai baschi in generale – e agli etarras in particolare – l’eventuale intenzione di deporre le armi.
 
Riassumendo.
 
Una volta c’era il GAL, ma prima ancora il BVE, la tripla A (con un evidente richiamo a quella argentina), l’ATE (fantasiosamente, l’acronimo di Euskadi Ta Askatasuna a rovescio…). Gli squadroni della morte spagnoli, costituiti da elementi della mala marsigliese, neofascisti italici e portoghesi e integrati da guardie civili fuori servizio, agirono soprattutto negli anni della transizione – pilotata – alla democrazia. Colpendo in particolare i rifugiati baschi (in Ipar Euskal Herria, la parte nord del Paese Basco, in territorio francese). Le speranze sbocciate con la morte del caudillo (20 novembre 1975) vennero stroncate da subito. In questo senso il 1976 per i baschi fu un anno decisivo e terribile: rapimento e scomparsa di Pertur (a cui secondo alcuni storici potrebbe aver preso parte Concutelli), l’assalto squadrista a Jurramendi (dove vennero fotografati, tra gli altri, Delle Chiaie e Cauchi), il massacro durante una manifestazione a Gasteiz (Vitoria) quando i lavoratori riuniti in assemblea in una chiesa nel quartiere proletario di Zamaraga vennero fatti sgomberare con un fitto lancio di lacrimogeni all’interno dell’edificio. Mentre uscivano vennero accolti da colpi di armi da fuoco che provocarono cinque morti e oltre un centinaio di feriti.
 
E non contribuì certo a pacificare gli animi il sostanziale fallimento dell’evasione (5 aprile 1976, attraverso un tunnel scavato) di una trentina di prigionieri politici dal carcere di Segovia.
 
Vennero braccati senza tregua (anche con elicotteri) dalla G.C. (pare con l’ausilio della polizia francese) sui Pirenei avvolti dalla nebbia mentre tentavano di espatriare in Francia. Ai 24 baschi (sia di ETApm che di ETAm) si erano uniti anche cinque catalani, tra cui Oriol Solé (amico fraterno di Puig Antich) ucciso durante la fuga. Molti dei fuggitivi catturati denunciarono di aver subito torture.
 
Più che abbastanza insomma per far capire a quelle teste dure dei baschi (con i loro sogni di indipendenza e socialismo) che se anche qualcosa stava cambiando, non cambiava la sostanza. Concetto ribadito nel 1981 con il colpetto di Stato ufficialmente “fallito”, ma NON per Euskal Herria dove fu propedeutico all’inasprirsi della repressione (vedi il Piano ZEN).
 
Da sottolineare come oltre ai militanti della sinistra abertzale (e non solo quelli di ETA) venissero colpiti dalle squadre della morte anche dissidenti di altro genere. Sempre per dirne una: in un attentato venne ucciso un giovane basco renitente alla leva.
 
Senza con questo dimenticare, ovviamente, l’altra strage fascista di poco successiva (24 gennaio 1977) a Madrid e rivolta contro tutto il movimento operaio iberico che si andava riorganizzando.
 
Quella che passerà alla storia come la Matanza de Atocha fu opera di alcuni franchisti spagnoli (ma tra loro c’era almeno un neofascista italiano, poi rifugiatosi in Brasile) che assassinarono cinque avvocati legati alle CC.OO e al PCE.
 
Insomma all’epoca forse non era realisticamente pensabile che il conflitto si esaurisse. Avrebbe dovuto comunque concludersi, trovare altre forme per esprimere la volontà di autodeterminazione dei baschi, almeno negli anni ottanta. Prima che la strage dell’Hipercor (1987) e l’uccisione dell’esponente del PP Miguel Angel Blanco (1997) screditassero irreparabilmente presso l’opinione pubblica iberica non solo l’organizzazione indipendentista, ma gran parte dell’area abertzale.
 
Ricordo che il giovane consigliere comunale di Ermua venne sequestrato e poi assassinato dall’ETA che chiedeva il trasferimento dei prigionieri baschi in E.H. Un gesto indegno di un movimento di liberazione, a mio parere.
 
Sia come sia, a pagarne il prezzo – salatissimo – è poi toccato ai prigionieri baschi. Per molti di loro la conclusione è stata la morte in cella (per suicidio, malattia…) o la possibilità di uscirne, se gravemente ammalati, soltanto per gli ultimi giorni di vita.
 
Ogni tanto tuttavia, nonostante l’artificioso prolungamento della pena, qualcuno esce in condizioni decenti. Così almeno pare sia andata per Agustin Almaraz Larranaga, arrestato a Gasteiz nel 1995 (con l’accusa di far parte del “commando Araba”) e liberato dal carcere di Basauri il 23 agosto.
 
All’uscita è stato accolto da decine di amici e parenti che aspettavano questo momento da 25 anni. Anni trascorsi da Almaraz in varie prigioni: Carabanchel, Valdemoro, Ocana, Burgos, Puerto, Estremera, Zuera e Basauri.
 
Come capita alla maggioranza dei prigionieri baschi abertzale non ha goduto di permessi e tantomeno della liberazione nel 2014 quando – a rigor di legge – la sua pena si sarebbe dovuta concludere.
 
 
 
Gianni Sartori
 
 
 

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