#Kurds #Iran – CURDI IN ROJHILAT: TRA REPRESSIONE E PATRIARCATO – di Gianni Sartori

Ci devo tornare su, ma niente di personale. Con la Repubblica dell’Iran intendo.
Lo so, lo so. Teheran sostiene i palestinesi (ma se è per questo anche la Turchia – a modo suo – li sostiene). Si oppone – anche lei a modo suo – all’imperialismo e quindi – almeno per i compagni “campisti” – svolge un
ruolo non indifferente nel contrastare l’invadenza statunitense in Medio oriente.
Vero, ma – come posso dirlo? – andatelo a spiegare ai curdi, cazzo.
Oltre a costituire loro malgrado (e calcolando solo quelle “legali”, dopo un “regolare” processo) la popolazione con il maggior numero di condanne a morte emesse al mondo (anche di donne che si sono ribellate alla violenza maschile), i curdi del Rojhilat subiscono da Teheran ogni genere di angherie e persecuzioni.
Una miriade di inquietanti episodi.
Magari, presi uno per uno, niente di stratosferico, ma – sommati e contestualizzati – siamo se non già al genocidio strisciante, perlomeno ai preliminari.
Restando solo agli ultimi giorni, nel distretto di Baneh un altro kolbar (“spallone”) curdo – Fereydun Salehi di Bokan – è stato ammazzato dalle forze di sicurezza iraniane.
Altri dodici suoi colleghi sono rimasti feriti, più o meno gravemente.
Centinaia di abitanti della zona sono scesi in piazza per protestare contro l’ennesima aggressione (secondo il sito “Kolbernews” il gruppo sarebbe stato attaccato proditoriamente) nei confronti di questi lavoratori che per sopravvivere si dedicano al trasporto di merci di ogni genere sulla frontiera di Hengejal (tra il Kurdistan “iraniano” e il Kurdistan “iracheno”).
Altra vittima curda proveniente dal Rojhilat nelle acque dell’isola di Creta.
In questo caso, alla miseria e all’oppressione voleva sfuggire emigrando.
Stando a quanto dichiara l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, la giovane curda Monira Heydari sarebbe annegata a causa del naufragio del battello con cui, insieme ad altri richiedenti asilo, tentava di raggiungere la Grecia.
Originaria di Zardoei, un villaggio vicino alla città di Paveh, negli ultimi anni si era trasferita a Kermanshah.
Rientra invece a pieno titolo nel capitolo “femminicidio” il duplice assassinio a Sine (sempre in Rojhilat) di due sorelle per mano del marito di una di loro.
Sempre da un rapporto dell’Organizzazione dei diritti dell’uomo Hengaw, sappiamo che il 25 luglio, in un parco del quartiere di Hajiabad, nel corso di una discussione, le due donne (Bayan Moradi e Sahar Moradi) sono state uccise a colpi di armi da fuoco. A sparare il marito di Bayan che da qualche mese era rientrata nella sua famiglia d’origine per l’acuirsi delle liti tra i coniugi. Colpita anche la sorella Sahar intervenuta per placare gli animi. Entrambe le sorelle lasciano due figli.
In questo caso, ovviamente, si tratta di una questione per così dire di carattere generale, legata alla questione del patriarcato sempre imperante.
Ma è comunque significativo che l’assassino non sia stato ancora arrestato.
Sempre al patriarcato (in questo caso per contrastarlo) ci riporta l’iniziativa di una associazione di donne curde del Rojhilat (Komalgeha Jinen Azad ye Rojhilate Kurdistan- Comunità delle donne libere del Kurdistan orientale, KJAR) che sta lanciando una campagna contro i matrimoni combinati (e forzati) delle minorenni in Iran.
Il loro slogan è tanto semplice quanto esplicito: “Il matrimonio dei bambini è un femminicidio”.
Ricordiamo che in Iran ogni anno circa 30mila bambine e ragazze con meno di 14 anni vengono “maritate”
(“legalmente”, dai loro stessi genitori). Comprese alcune di sette-otto anni.
In base all’articolo 1014 del Codice civile iraniano – fondato sulla legge islamica – le femmine possono venir sposate a 13 anni, i maschi a quindici. Inoltre i genitori possono richiedere a un giudice di autorizzarne il matrimonio anche a sette anni.
Le iniziative per contrastare questa pratica abominevole (diffusa soprattutto nelle aree rurali e tra i ceti meno
abbienti) vengono regolarmente stoppati dal clero (appoggiato in questo dai partiti conservatori). Sicuramente un modo per mantenere il ruolo di subalternità, di
“inferiorità” tradizionalmente attribuito alle donne dall’ideologia patriarcale dominante.
Questa campagna – ci ricordano le donne di KJAR – si inserisce in quella contro il femminicidio e contro le
condanne a morte emesse – anche recentemente – nei riguardi di donne che, in genere, si sono ribellate ai soprusi.
 
 
Gianni Sartori

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