
Mese: novembre 2019
#BestCartoons #ImmaginiInLibertà
CHIAMIAMO LE COSE CON IL LORO NOME: QUESTO E’ SIA GENOCIDIO CHE GINECIDIO – di Gianni Sartori

Per restare invece sulle generali, va sottolineato che l’operato genocida della Turchia nei confronti del popolo curdo non risale né a oggi, né a ieri.
Dal luglio 2015, come ritorsione, le forze armata turche posero sotto assedio molte città curde e rasero al suolo interi quartieri (come il centro storico di Dijarbakir, la Guernika curda). Oltre a centinaia di vittime civili, la guerra di Ankara causò la partenza di un milione e mezzo di sfollati. Si calcola che soltanto a Cizre circa 140 curdi siano stati bruciati vivi nelle cantine (febbraio 2016).
E non solo in Bakur. Nella regione di Qandil (Bashur, Kurdistan “iracheno”) dove la Turchia occupa illegalmente una ventina di basi militari sia i civili sia i guerriglieri del PKK vengono sistematicamente bombardati, sia da terra che dall’aria. Nelle mire di Ankara soprattutto la regione di Shengal, abitata da yazidi e quella petrolifera di Mosul-Kirkuk. Regioni su cui rivendica inesistenti diritti in quanto nel passato erano state occupate dall’impero ottomano.
Mentre nel 2018 era toccato al cantone curdo di Afrin di venir invaso, adesso è la volta del Rojava. Qui Ankara sembra voler completare (con il benevolo sostegno di Washington e Mosca e – si ritiene – la muta soddisfazione di Teheran) l’operato criminale di Daesh: esecuzioni extragiudiziali, stupri, torture..
Non per niente da quando, in ottobre, è stata invasa e occupata la regioni di Tal Abyad, altri 300mila curdi hanno dovuto lasciare le loro case.
La prossima sarà Kobane? Per ora sono state le donne del vicino villaggio di Jinwar (“Il villaggio delle donne libere”) a scegliere di allontanarsi prima dell’arrivo delle milizie jiadiste al servizio di Ankara.
Gianni Sartori
#NativiAmericani – mappa del genocidio
fonte Le blog du Griot
#BestCartoons #ImmaginiInLibertà
#Catalunya #PedroSanchez #Spain #HumoristaDisponible
by Ferran Martin

#VENETO – #BRAZIL – 25 nuovi Leoni di San Marco nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul – segnalazione di Ettore Beggiato
segnalazione trasmessaci da Ettore Beggiato

Il progetto, che vede l’impegno della Regione del Veneto e la collaborazione dell’associazione “Veneti nel mondo”, ha visto la collocazione del primo Leone nella località San Marcos di Arzvorezinha; in date diverse verranno collocati i Leoni nelle comunità di Jaguari, Monte Belo do Sul, Nova Prata e Vale Veneto.
Particolarmente toccante è stata l’inaugurazione nella piccola comunità di San Marcos, ove il Leone è collocato proprio di fronte alla cappella dedicata all’evangelista San Marco; erano presenti per il COMVERS il presidente Luciano Vencato Gastaldo, il consultore Ismael Rosset e il “padre” di questa operazione Cesare Prezzi; la delegazione veneta era composta dal consigliere regionale Luciano Sandonà, dal presidente dei “Veneti nel mondo” Aldo Rozzi Marin e da Ettore Beggiato, già assessore regionale ai rapporti con i Veneti nel mondo e cittadino onorario di Serafina Correa, che è un po’ la capitale del talian e del movimento di valorizzazione della cultura veneta in Brasile.
Nei giorni successivi i componenti della delegazione veneta si sono incontrati con diversi sindaci e amministratori locali al fine di rafforzare i legami fra il Veneto di qua e di là dell’oceano; particolarmente interessante una tavola rotonda alla quale hanno partecipato presso l’Università Federale di Santa Maria, una delle più importanti dello stato del Rio Grande do Sul, incentrata sulla difesa e valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico di queste straordinarie comunità che a distanza di centocinquant’anni (l’emigrazione veneta è incominciata attorno al 1875 subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia) mantengono inalterati i valori della nostra civiltà veneta.
Marco Dal Bon

#BestCartoons #ImmaginiInLibertà
#Catalunya #Referendum #Llibertat
by Rytis Daukantas

#BestCartoons #ImmaginiInLibertà
#Kurdistan #Kurds #UnitedStates #Trump
by Christo Komarnitski

4 novembre: anniversario della Vittoria. Ma vittoria di chi e di che? – di Francesco Casula
Lo storico sardo Francesco Casula esprime il suo pensiero sulla ricorrenza del 4 novembre, con un post sulla sua pagina Facebook.

4 novembre: anniversario della Vittoria.
Ma vittoria di chi e di che?
Temo e sospetto che in occasione del 4 novembre anche quest’anno, si scateneranno le fanfare della retorica, patriottarda e militarista, con eventi, manifestazioni, raduni d’arma, conferenze e cerimonie solenni in molte città italiane.
Senza alcun pudore. Infatti non c’è proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare alcuna vittoria. Infatti:vittoria di che e di chi?
Quella guerra fu semplicemente una inutile strage, come la definì il Papa Benedetto XV. E in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis),una gigantesca carneficina.
Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna.
Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico” (1).
Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore” (2).
Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”(3).
Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra.
Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati.
E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato” (4).
Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profilavano all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo.
I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni.
Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.
E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.
La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu: Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.
In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna.
Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” (5).
C’è da festeggiare per questo dramma immane? Magari spendendo soldi in parate militaresche?
Non c’è niente da festeggiare.
Ha ragione il combattivo e giovane sindaco di Bauladu, Davide Corriga Sanna, Presidente della Corona de Logu – l’Assemblea che raccoglie gli amministratori locali indipendentisti – a fare del 4 novembre “una giornata di riflessione sul prezzo pagato dalla Sardegna alla Prima Guerra mondiale, un tributo di sangue e di arretramento economico”.
Francesco Casula
Note bibliografiche
1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17.
2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Carlo Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30.
3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28.
4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218.
5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).
#BestCartoons #ImmaginiInLibertà
#Catalunya #SelfDetermination #Llibertat
by Tjeerd Royaards


