#HoTornaremAFer – Milano – 28 settembre 2019 – prof. Pietro Cataldi

Centro Studi Dialogo ha organizzato lo scorso 28 settembre a Milano un convegno dal titolo “#HoTornaremAFer, la via catalana verso la Libertà”, in collaborazione con Ciemen-Barcelona, Radio Catalunya Italia, Assemblea Nacional Catalana-Italia e Comitato 27Ottobre.

Il secondo intervento è stato del prof. Pietro Cataldi, Rettore dell’Università per Stranieri di Siena.

L’incontro è stato moderato da Andrea Acquarone, scrittore e giornalista.

L’INQUIETANTE FOTO RIEMERSA DI BOBBY SANDS – di Gianni Sartori

Bobby3-Andersonstown-Barracks

(foto ©Gérard Harlay – da https://www.bobbysandstrust.com)

Scusate se “mi attacco” qui per commentare l’articolo di Raffaele Menichini (“Le foto mai viste di Bobby Sands”) su la Repubblica di oggi, 29 ottobre.

Giornalista – all’epoca del Manifesto – che avevo tra l’altro conosciuto nel 1994, con Orsola Casagrande, Stefano Chiarini, Ronan Bennet e Gerry Adams quando quest’ultimo presentò a Venezia il suo libro “Strade di Belfast” (titolo poi abusivamente utilizzato anche da un terzaposizionista – leggi fascista – per un suo libro di fotografie sui murales irlandesi) .

“Strade di Belfast” – quello originario, autentico – venne pubblicato dalla casa editrice del compianto Chiarini, la Gamberetti .

Due precisazioni. All’epoca di quella foto (bellissima, inquietante, direi commovente…) Bobby NON aveva 27 anni come scrive Menichini (li avrà al momento della morte, nel 1981), ma solo 22.
Questo per ricordare quanto breve, dura e sofferta sia stata la vita di questo eroico proletario e rivoluzionario irlandese.
E poi tra i nove compagni che lo seguirono – e che morirono – nello sciopero della fame non tutti erano dell’IRA. Tre di loro appartenevano all’INLA.
Tanto per essere precisi.

Gianni Sartori

ROJAVA: PER LA GIOIA DI FASCISTI E ROSSO BRUNI, IL MASSACRO CONTINUA – di Gianni Sartori

turkeytroopssyria1800

Immagino quanta soddisfazione stia circolando tra quei disgraziati che  – pur continuando a definirsi di “sinistra” – gioiscono per la sconfitta dei Curdi. Quei Curdi che nel loro delirio hanno talvolta definito “invasori e pulitori etnici”. Rispettivamente, nei confronti della Siria e delle popolazioni arabe presenti nel nord-est. Un delirio, appunto.

Personaggi – ripeto – che si considerano di “sinistra”, ma che contendono a Forza Nuova e Casa Pound il primato nell’esaltare il presunto (molto presunto) “antimperialismo” di Assad e talvolta anche della Repubblica islamica iraniana. 

Come definirli? Rosso-bruni? Fascisti rossi? Stalinisti di ritorno…? Chissà.

Se c’è un briciolo di giustizia al mondo prima o poi tutto il fango che hanno riversato su questo popolo fiero e perseguitato gli si ritorcerà contro, seppellendoli di vergogna.

Correttamente, diversi osservatori hanno individuato una possibile analogia tra l’occupazione del Libano da parte di Israele nel 1982 e quella attuale del Rojava da parte di Ankara.

Come l’esercito israeliano si era portato appresso le milizie maronite collaborazioniste (in particolare l’Esercito libanese del sud a cui si aggiunsero miliziani della Falange), così quello turco ha rimesso in campo i suoi ascari islamici.

Nel settembre 1982, dopo aver costretto i combattenti palestinesi a lasciare Beirut e mentre all’OLP venivano date garanzie internazionali (da parte degli USA, coincidenza), Tsahal – nel frattempo entrato a Beirut ovest nonostante gli accordi – illuminava a giorno il quartiere di Sabra e il campo profughi di Shatila lasciando mano libera ai fascisti maroniti. Le vittime palestinesi (civili disarmati, donne, bambini…) furono centinaia. Ricordo bene: ammazzarono anche i cavalli.

Qualcosa del genere, sotto forma di stillicidio quotidiano, sta accadendo in diverse località dei territori curdi occupati da Ankara. Ieri è giunta una notizia – anche sotto forma di immagini agghiaccianti – dell’agenzia ANHA. Altre tre vittime indifese, altri tre scalpi per Erdogan che vanno ad allungare la lista dei civili assassinati da soldati turchi o dai loro alleati.

Come si vede chiaramente nelle foto, le tre persone – non ancora identificate – assassinate nel villaggio di al-Dabash (distretto di Zarzan/Abu Rasin nella regione di Al-Jazeera) erano ammanettate. Dopo averle uccise gli aguzzini le hanno anche sgozzate. Un crimine di guerra di cui si è reso responsabile uno stato membro della NATO. E, aggiungo, con il tacito consenso – di fatto almeno – del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Da quando – il 9 ottobre – questa seconda invasione (dopo quella di Afrin nel 2018) è cominciata con la benedizione di USA e Russia, non si contano i crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai suoi alleati islamisti: torture, centinaia di esecuzioni extragiudiziali, stupri.

Inoltre Ankara – oltre che di violazioni del cessate-il-fuoco – è stata accusata di fare uso di armi  proibite dalle convenzioni internazionali come il fosforo bianco (quello sparso abbondantemente dagli statunitensi a Falluja in Iraq, ricordate?).

Il 13 ottobre molti civili, tra cui bambini, sono stati colpiti da questa micidiale sostanza a Sere Kaniye. 

Altri villaggi (come Firehan d’Ayn Issa) sono stati bombardati ancora il 28 ottobre, sia dall’esercito turco che dalle milizie islamiche di al-Nusra.

Un’ultima analogia tra la tragedia del popolo palestinese e quella del popolo curdo. Permane nella memoria di chi ha iniziato la sua militanza in anni lontani del secolo scorso, l’amaro ricordo di un altro massacro. Analogo sia a quello di Sabra e Shatila, sia a quello odierno in Rojava. Nel 1976 il campo di rifugiati palestinesi di Tel al-Zaatar (sempre a Beirut) veniva assediato dalle milizie cristiano-maronite (oltre che dalle truppe comandate dal generale Aoun). Anche in questa circostanza i falangisti uccisero migliaia di palestinesi, dopo che si erano arresi (11 giugno 1976). Con una piccola differenza. In quel caso a coprire le spalle dei fascisti maroniti era l’esercito di Damasco (all’epoca di Assad padre), provvisoriamente “alleato” dei falangisti. Rimanendo ugualmente a far da palo durante il massacro.

Tanto per la cronaca, sicuramente a Tel al-Zaatar – e molto presumibilmente anche a Sabra e Shatila – insieme ai falangisti agirono anche fascisti italiani.

 

Gianni Sartori