LA POPOLAZIONE DI AFRIN DICE “NO” AL MURO PER ANNETTERLA ALLA TURCHIA – di Gianni Sartori

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Già da alcune settimane Erdogan & C. hanno intrapreso la costruzione di un muro per annettere la regione di Afrin (nel nord della Siria) alla Turchia.

Il muro, alto mediamente tre metri, si va allungando per oltre 70 chilometri allo scopo di inglobare la maggior parte della regione curda per isolarla dal territorio siriano.

Ufficialmente realizzato per “proteggere” l’area dalla guerriglia curda, in realtà dovrà fornire protezione ai gruppi islamisti – alleati di Ankara – qui ormai stabilmente insediati. Non solo. Rappresenterà il suggello definitivo del cambiamento demografico (eufemismo per “pulizia etnica”) in atto.

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Ma la popolazione non sembra volersi rassegnare. Infatti dall’annuncio della costruzione numerose manifestazioni di protesta si sono svolte in Rojava. Particolarmente numerosa e combattiva quella del 12 maggio nella cittadina di Amude (centro amministrativo del cantone di Cizir) contro l’occupazione turca avviata più di un anno fa in totale violazione del Diritto internazionale.

Nel suo intervento Selva Sileman, copresidente del Consiglio popolare di Amude, ha sottolineato che “così come proseguono le pratiche di espulsione e di sterminio utilizzate dalle truppe di occupazione turche e dai loro alleati jiadisti in Afrin, ugualmente prosegue, sotto gli occhi indifferenti del mondo intero, la costruzione illegale del muro”.

I manifestanti portavano in corteo le foto delle vittime civili – centinaia – provocate dall’attacco dell’esercito turco (soprattutto tra gennaio e marzo 2018).

Altri ostentavano striscioni e cartelli molto espliciti: “Abbasso lo stato turco!”; “La determinazione delle donne fermerà l’occupazione”; “No alla guerra!”.

Gianni Sartori

CONTENTO DI AVER PRESO UNA CANTONATA? STAVOLTA DIREI PROPRIO DI SI’. RIZA ALTUN E’ VIVO E SMENTISCE LE AVVENTATE DICHIARAZIONI DEI POLITICI TURCHI – di Gianni Sartori

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Lo riconosco. Due mesi fa anch’io avevo preso – se pur con “beneficio d’inventario” e facendo ampio uso del condizionale – se non proprio per autentica, almeno per verosimile la notizia della morte di tre esponenti curdi del PKK e del ferimento di Riza Altun. Il fatto sarebbe avvenuto nel corso di un attacco aereo su Qandil il 21 marzo (tra l’altro giorno del Newroz, per cui l’evento acquistava un alto valore simbolico).

Invece il 10 maggio l’esponente del Consiglio Esecutivo della KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan)è apparso per una lunga intervista su Medya Haber. In buona salute e assai determinato. Riza Altun ha pubblicamente definito la notizia della sua morte come “propaganda della guerra speciale”.

Ha poi confermato che quel giorno c’era stato un attacco aereo (presumibilmente lo stesso documentato con un video), ma “io non mi trovavo nel luogo che è stato bombardato”. Tuttavia, anche se Altun non era sul posto “evidentemente c’era la necessità di tale propaganda, non solamente rispetto alla mia persona”: Infatti la stessa cosa era già accaduta ai danni di altri militanti curdi. Ossia, ha proseguito Altun “si fa propaganda con le liste rosse (dei militanti curdi nda) e cose simili. Non bisogna attribuirvi valore. Si tratta di un metodo della guerra speciale”.

Alla fine di marzo la notizia della morte di Altun era stata diffusa con clamore dai media turchi e vari esponenti del governo turco, come il Ministro degli Interni, avevano rilasciato dichiarazioni trionfalistiche. Con sparate del tipo: “Abbiamo fatto fuori un altro uomo di Apo a Qandil. Con questo gli abbiamo fatto un bel regalo elettorale…”.

Invece un portavoce del presidente Erdogan (citando l’agenzia stampa Anadolu Ajansi) aveva dichiarato che “abbiamo dato un altro colpo al PKK. Il terrorista Riza Altun, ritenuto ministro degli Esteri del Pkk e altri, sono stati colpiti in un’operazione efficace delle nostre forze di sicurezza”.

Affermazioni che ora come ora appaiono quantomeno precipitose e avventate. E comunque, dopo la lunga intervista di Riza Altun in televisione, avranno tutto il tempo per rimangiarsele.

Gianni Sartori

NON SI AMMAZZANO COSI’ ANCHE I BAMBINI? VITTIME DIMENTICATE NEL BASSO VICENTINO – di Gianni Sartori

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Il paesaggio del Basso Vicentino che si può contemplare dall’alto dei Colli Berici – per esempio dalla Croce di Lumignano – ha subito negli ultimi vent’anni vistose trasformazioni.

O meglio, deturpazioni.

Al posto dei grandi pioppi incolonnati lungo le strade, delle folte siepi di opio (acero campestre) o di quelle – più raffinate – di carpino, oggi come oggi è tutto un dilagare irrefrenabile di capannoni (per non parlare della inquinatissima – metalli pesanti – A31 con tutto il suo accompagnamento di complanari, bretelle e rotatorie).

Entrambi comunque, le ecologiche siepi e i devastanti capannoni, potrebbero aver contribuito a celare una miriade di drammi dimenticati o rimossi.

Grandi e piccoli, hanno comunque segnato questa contrade. Apparentemente, ma solo apparentemente, pacifiche e un tempo bucoliche.

Qualche pro-memoria.

La morte atroce di Paolo Floriani, un ragazzino del campo nomadi di viale Cricoli annegato nel Bacchiglione. A Debba, novembre 1987. Inseguito, braccato, aveva attraversato a nuoto il fiume  – sicuramente gelido in quella stagione – ben quattro volte per sfuggire alla polizia.

Oppure, lo avevo già scritto anche qui mi pare, il calvario della bambina ebrea Sara Gesses a Vo’ Vecchio (tecnicamente in provincia di Padova, ma solo per qualche centinaio di metri), riconsegnata ai nazifascisti – dalle suore – dopo che la mamma era riuscita a nasconderla.

Non ho invece potuto risalire al nome di un ragazzo russo massacrato dai soldati tedeschi a Monticello di Barbarano. Secondo Aldo Viero avrebbe potuto chiamarsi “Igor”, ma era più che altro una sua ipotesi, non una certezza.

Una premessa sulla mia fonte. Aldo Viero, scomparso un paio di anni fa, lo incontravo durante i miei soliti giri in bicicletta. Sempre intento a sistemare il Parco degli Olmi che aveva ideato e – con l’aiuto dei vicini – sistemato e attrezzato alle pendici del Monticello. Tra gli alberi piantati, olmi appunto, il capitello della Madonna, alcune panchine, le sagome appese ai rami – mosse dal vento – di uccelli e farfalle e quelli veri, talvolta nidificanti. Un ambiente sereno e piacevole, ottimo per una sosta ombrosa. Mi aveva riferito della consistente presenza di soldati tedeschi nella villa con parco (oggi Villa Traverso Pedrina) che sorge tuttora davanti alla sua casa. Aumentati a dismisura soprattutto negli ultimi mesi di guerra. Quando la sconfitta appariva ormai scontata e – forse anche per questo – frustrati e incattiviti ancora più del solito. Raccontava di quando, ragazzino di dieci anni-  diventato suo malgrado la mascotte della truppa – era riuscito a entrare nel deposito-viveri. Per uscirne con gli abiti “imbottiti” di tabacco che aveva trafugato. Scoperto da un soldato aveva rischiato grosso, ma poi il tedesco, impietosito, lo lasciò andare. I suoi familiari avrebbero ricambiato tenendolo nascosto per qualche giorno nell’aprile del ’45. Quando la disfatta era totale e qualche rappresaglia partigiana contro gli occupanti sarebbe stata comprensibile.

Ma il fatto che ancora lo turbava, di cui parlava con grande difficoltà era appunto la storia del ragazzo russo.

Forse stavano mettendo in pratica il progetto nazista di utilizzare la metà degli “slavi” come manodopera – schiavi o servi della gleba – nelle terre occupate (dopo averne sterminato l’altra metà). Infatti si erano portata appresso una famiglia russa – sequestrata durante la ritirata – per utilizzarla nei lavori pesanti. Oltre al padre e alla madre, anche un ragazzo di forse 14 anni anni, già alto e molto robusto. Una sera si erano ubriacati più del solito e andarono a prenderlo – così mi raccontava Viero – per portarlo al centro della sala pretendendo che gridasse “Abbasso Stalin” e “Stalin maiale” (in tedesco o in russo, non saprei…). Il ragazzo si rifiutava, non parlava e stringeva i pugni per non scoppiare a piangere. Cominciarono a prenderlo a sberle, poi a pugni. Quando cadde sul pavimento iniziarono con i calci, massacrandolo, rendendolo (così narrava con voce alterata dall’emozione Aldo) come “una poltiglia”. Al punto che il cadavere ridotto a brandelli sarebbe stato gettato in qualche fossato e nemmeno seppellito.

Tutto qui. Mi pare che basti. Una “piccola storia ignobile” destinata al dimenticatoio come chissà quante altre. Migliaia, milioni di vittime anonime e innocenti, travolte – oltre che dalla furia della guerra- dall’abiezione di ideologie totalitarie e razziste come appunto quella nazifascista.

Gianni Sartori

DOPO OTTO ANNI OCALAN INCONTRA I SUOI AVVOCATI – di Gianni Sartori

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ll 2 maggio, dopo ben otto anni di proibizione, Ocalan ha potuto incontrare per un’ora i suoi avvocati nell’isola-prigione di Imrali.

Un avvenimento che è sicuramente dovuto all’estenuante sciopero della fame, avviato dall’esponente di HDP Leyla Guven l’8 novembre 2018 e condotto ormai da oltre settemila prigionieri politici curdi e da centinaia di sostenitori. In gennaio, sempre in risposta allo sciopero della fame, Ocalan aveva potuto incontrare, ma solo per pochi minuti, il fratello (dopo due anni di isolamento totale).

Nella conferenza- stampa tenutasi a Istanbul presso l’hotel Taksim Hill il 6 maggio, gli avvocati ( Hamili Yıldırım, Abdullah Öcalan, Ömer Hayri Konar, Veysi Aktaş) hanno riportato una dichiarazione del leader curdo in cui si auspica la ripresa dei negoziati di pace. Quanto allo sciopero della fame in corso, Ocalan ha chiesto di evitare ogni perdita di vite umane.

Dal 27 luglio 2011 questa è la prima volta che al leader curdo viene concesso di incontrare i suoi difensori. Da allora questi avevano deposto ben 810 domande per poterlo vedere.

Nel comunicato degli avvocati si auspica una soluzione politica attraverso un “metodo di negoziazione democratica lontano da ogni polarizzazione e da ogni cultura del conflitto “ per arrivare a una “profonda riconciliazione sociale”.

Proseguendo: “Possiamo risolvere i problemi in Turchia, così come in tutta la regione, a cominciare dalla guerra (…) con l’intelligenza, la politica e la cultura al posto della violenza fisica”.

Per quanto riguarda la Siria gli avvocati ritengono che “attraverso l’intermediazione delle Forze democratiche siriane (FDS) tutti dovrebbero sforzarsi di risolvere i problemi astenendosi dalla cultura del conflitto nella prospettiva di una democrazia locale garantita dalla Costituzione nel quadro dell’unità del paese. E in quanto tale, l’opinione della Turchia dovrebbe essere presa in considerazione”.

Quanto ai militanti prigionieri in sciopero della fame “con tutto il rispetto dovuto alla resistenza degli amici dentro e fuori dalle prigioni, noi vorremmo sottolineare che non devono arrivare a metter in pericolo la loro salute o a morire. Per noi la salute mentale, fisica e spirituale viene prima di tutto”.

In sostanza occorre “approfondire e chiarire il metodo adottato nella dichiarazione del Newroz 2013 e proseguire su questa strada”.

Per arrivare a “una pace degna e a una soluzione politica democratica”.

Gianni Sartori

5 MAGGIO 1981: MUORE L’ALLODOLA D’IRLANDA – di Gianni Sartori

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La morte di Bobby Sands nel 1981 ha rappresentato per molte persone un evento di quelli che ti segnano, ti cambiano se non proprio la vita almeno la percezione della stessa (oltre che della Storia, della politica…).

Per chi scrive le cose andarono altrimenti. Dopo una militanza iniziata nel ’68 ritenevo di aver concluso il mio impegno (per stanchezza esistenziale, sensazione di impossibilità nel cambiare le cose, riflusso… fate voi) con le manifestazioni, talvolta dure, a cui avevo partecipato nel 1974 (esecuzione di Puig Antich) e nel 1975 (vedi le proteste per l’uccisione di Varalli, Zibecchi e Micciché e, in settembre, per la fucilazione di due etarra – Txiki e Otaegi – e di tre militanti del FRAP). Per qualche anno mi dedicai ad altro, pur mantenendo curiosità per quello che nel mondo si muoveva e agitava (con qualche incursione nella Spagna post-franchista, per esempio…). Poi era arrivato lo sciopero della fame dei militanti repubblicani irlandesi e il tragico epilogo. Piantai tutto (quasi tutto, a dire il vero) e partii per Belfast. Da allora sostanzialmente ho continuato, bene o male.

Colpa sua, di Bobby. Accidenti a lui che potrebbe essere ancora al mondo. Era infatti più giovane di me e la cosa mi colpì molto (fino ad allora erano stati soprattutto compagni miei coetanei a morire: Salvador Puig Antich, Saltarelli, Franco Serantini, Txiki…). A distanza di tanti anni – visto anche come poi sono andate le cose in Irlanda – mi chiedo se ne valesse veramente la pena. Ma questo nulla toglie al suo coraggio e a quelli dei suoi 9 compagni.

Un breve riepilogo, senza dimenticare che comunque «viviamo per calpestare i re» come spesso si cita (*) in qualche manifestazione ribelle.

Sembra soltanto ieri e invece sono passati quasi 40 anni. Sotto gli occhi attoniti di una vecchia Europa sazia e soddisfatta, 10 giovani repubblicani irlandesi sacrificavano la loro vita per rivendicare diritti inalienabili come quello dell’autodeterminazione e per il riconoscimento dello status di prigioniero politico per chi viene incarcerato nel corso di una guerra di liberazione.

Lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze fa parte della tradizione celtica irlandese. Ma quello condotto con estrema determinazione dai prigionieri degli H Block, più che un esplicito richiamo al diritto tradizionale gaelico e alle leggi druidiche, rappresentava un atto prettamente politico all’interno di un processo collettivo di liberazione.

Sono oltre una ventina i detenuti politici irlandesi morti nel secolo scorso in sciopero della fame.

Il primo di questa lista è Thomas Ashe, uno dei protagonisti della “Pasqua di sangue” dublinese (del 1916) morto nel 1917 dopo essere stato costretto a ingerire cibo per forza. Nel 1920 moriva Terence McSweeney, sindaco di Cork, detenuto nel carcere di Brixton (Londra) dopo 74 giorni di sciopero della fame. Nel corso della medesima protesta morirono anche Fitzgerald Michael e Murphy Joseph. Nel 1923, durante la vera e propria guerra civile tra l’Ira e i sostenitori dello “Stato Libero”, disposti ad accettare la divisione dell’isola, nel carcere irlandese di Montioy persero la vita – dopo oltre 40 giorni di sciopero della fame – Andrew Sullivan e Dennis Barry.

Sempre in Irlanda, nel carcere di Arbour Hill, nel 1940 morirono dopo 50 giorni di sciopero della fame Jack McNeela e Tony d’Arcy. In un altro carcere irlandese la stessa sorte toccò a Joseph Witty. Nel 1943, dopo 31 giorni di sciopero della fame e della sete, si spegneva nel carcere di Dublino il volontario dell’Ira Sean Mc Caughey.

All’inizio degli anni Settanta la situazione in Irlanda del Nord precipita: il 6 febbraio 1971 l’Ira uccide un soldato inglese (vittima che va ad aggiungersi ai soldati già uccisi nel 1969 dai cecchini protestanti) e la reazione non tarda; il 9 agosto dello stesso anno viene introdotto l’internamento a tempo indeterminato (quella stessa mattina 342 uomini, in prevalenza cattolici, furono arrestati) durante il quale sarà regolarmente impiegata la tortura fisica.

Si intensificano gli scontri di strada e il 30 gennaio 1972 le truppe inglesi massacrano tredici persone inermi a Derry (“domenica di sangue”).

Due mesi dopo Londra riprende in mano direttamente l’amministrazione dell’Ulster e “concede” ai detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici. Ma la pressione giudiziaria si fa sempre più pesante. Nel 1973 vengono introdotti i tribunali speciali, senza giuria, e nel 1974, con l’introduzione del “Preven-tion of terrorism act”, il fermo di polizia viene portato a sette giorni. Nel periodo immediatamente successivo lo sciopero della fame provoca altre due vittime nelle carceri inglesi: Michael Gaugham nel 1974 e Frank Staff nel 1976.

Intanto era stato revocato lo status di prigioniero politico.

Il 27 ottobre del 1980 inizia negli H Block del carcere di Long Kesh (soprannominato “Maze”) uno sciopero della fame che – dopo essere stato sospeso a Natale e ripreso il 1 marzo 1981 – porterà alla morte di 10 militanti repubblicani. Che i loro nomi possano vivere per sempre nella mente, nel cuore e nelle lotte di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Più forti della morte.

La mattina del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni, muore Robert Gerard Sands. Nato a Belfast nel 1954 da madre cattolica e padre protestante, era entrato nell’Ira a soli 18 anni. Quando morì ne aveva 27. Oggi Bobby è sepolto a Milltown, il cimitero cattolico di Belfast-Ovest, posto lungo le “Falls” (Falls Road), la famosa arteria repubblicana. Qui riposano molti martiri della causa irlandese: combattenti come Bobby Sands e Joe McDonnel o semplici cittadini assassinati dalla polizia come Sean Downes. Ricordo che il 16 marzo 1988 Milltown fu teatro di una brutale aggressione armata da parte di un fanatico lealista (miliziano filobritannico) conclusasi con una strage di cattolici, ai danni di un corteo funebre.

Il 14 maggio, dopo 59 giorni di sciopero, muore Francis Hughes, di 25 anni. Soprannominato “il Che Guevara dell’Ulster”, nel ’78 era stato arrestato e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso otto soldati inglesi.

Raimond McCreesh muore il 21 maggio, dopo 61 giorni. Entrato nell’Ira a soli 16 anni, fu arrestato nel ’76 dopo un’imboscata contro l’esercito. Quando morì aveva 24 anni ed espresse al fratello sacerdote che l’assisteva il desiderio che la sua morte non provocasse alcuna violenza.

Patsy O’Hara si era staccato dall’Ira e unito, nel 1975, all’Inla (Irish NationalLiberation Army) di Derry. Dopo l’arresto subì in carcere ogni tipo di violenza fisica e psichica. Morì il 21 maggio all’età di 24 anni. Nel 2015 anche sua madre, Peggy O’Hara, se n’è andata. L’avevo conosciuta e visitata a casa sua, a Derry, in un paio di occasioni. Mi ha lasciato, oltre a una drammatica intervista (**) dove raccontava quei giorni di immenso dolore, anche alcune foto del figlio e una toccante dedica sul libro che mi aveva regalato (“The irish Hunger Strike” di T. Collins). E quest’anno, in gennaio, è morta la mamma di Bobby Sands, Rosaleen.

L’8 luglio 1981, dopo 61 giorni di astensione dal cibo, moriva Joe McDonnel, membro dell’Ira di Belfast e il più anziano del gruppo. Fra i compagni che sostituirono i primi quattro morti toccò a lui prendere il posto di Bobby Sands, insieme al quale era stato arrestato e con cui oggi è sepolto.

Martin Hurson era stato arrestato nel novembre del ’76 per cospirazione e detenzione di esplosivi. Portato a Long Kesh, venne interrogato e torturato. Morì il 13 luglio, a 24 anni, dopo 46 giorni di sciopero della fame.

Kevin Lynch, militante dell’Inla, fu arrestato nel ’76 in seguito all’uccisione di un poliziotto, venne torturato e condannato a dieci anni. Iniziò lo sciopero il 23 maggio e morì il 21 agosto, all’età di 25 anni.

Kieran Doherty, già attivissimo militante dell’Ira, durante lo sciopero della fame svolse un ruolo di leader, riconosciutogli dagli altri detenuti, soprattutto nei contatti con la Chiesa. Morì il 2 agosto, a 25 anni, dopo essere riuscito a sopravvivere senza cibo per 73 giorni.

Thomas McIlwee, esponente dell’Ira, passò la maggior parte della sua prigionia nel blocco di punizione. Quando morì, dopo 62 giorni di sciopero della fame, aveva soltanto 23 anni.

Emblematica la vita di Micki Devine. Vissuto fin da bambino in condizioni di estrema povertà (raccontò di aver spesso patito la fame), fu uno dei primi membri dell’Inla di Derry. Iniziò lo sciopero della fame a metà giugno e morì il 20 agosto, a 27 anni.

Altri due prigionieri vennero salvati quando ormai erano in coma. Uno di loro, Pat McGeown, è morto nel 1994. L’altro, Lawrence McKeown, scrittore e conferenziere, è rimasto segnato a livello fisico.

Ho avuto l’onore di incontrare (e ospitare) McKeown negli anni ’90 durante un giro di conferenze. Naturalmente gli chiesi dove avesse trovato la determinazione per aggiungere anche il suo nome alla lista dei volontari che avrebbero dovuto sostituire i compagni morti durante la protesta. «È praticamente impossibile – mi aveva detto – capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti, dopo che ci era stato tolto lo status di prigionieri di guerra. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Eravamo tutti molto giovani, tra i 20 e i 30 anni. La maggior parte quando erano entrati in carcere erano poco più che adolescenti. Tra di noi c’era molta unione, molta solidarietà e forti convinzioni politiche, le stesse che mi avevano portato a entrare nell’Ira, ben sapendo che la prospettiva della prigione e della morte era tutt’altro che remota.

Vedere con i miei occhi la dura repressione subita dai detenuti non ha fatto altro che rafforzare le mie convinzioni. Il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarci, di farci apparire come delinquenti comuni. Dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali». Aveva poi aggiunto che «molti volontari dell’Ira prigionieri sono morti in sciopero della fame negli anni Venti, Quaranta, Settanta… E così via fino al 1981. In tutto i detenuti politici irlandesi morti durante uno sciopero della fame negli ultimi 80 anni sono 22. Di tutti loro possiamo dire che sono “morti perché altri fossero liberi” (come è scritto sulla tomba di Micky Devine e Patsy O’Hara, a Derry). Anche lo status di prigioniero politico era stato ottenuto, nel 1972, con uno sciopero della fame. Venne poi ritirato nel 1976».

La loro decisione quindi non fu certo presa alla leggera. «Per quanto mi riguarda – proseguiva McKeown – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno; chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto. Avevo pensato molto a quali sarebbero state le conseguenze per la mia famiglia… Io ero sposato ma almeno non avevo figli, diversamente da altri volontari, come Bobby Sands…».

Le richieste fondamentali degli scioperanti di Long Kesh erano cinque, strettamente collegate alla rivendicazione dello status di prigionieri politici: non indossare uniformi carcerarie, non svolgere lavori penali, libertà di studio e associazione, possibilità di ricevere visite e pacchi, diritto alla riduzione della pena. Tali richieste, anche se in maniera non plateale e senza la reintroduzione formale dello status di prigioniero politico, vennero poi riconosciute e soddisfatte nella sostanza.

Ai primi di novembre del 1981, infatti, dopo la fine dello sciopero della fame, il ministro Prior presentava le sue riforme carcerarie che comportavano per i detenuti repubblicani del “Maze” il permesso di indossare i propri vestiti, la possibilità di beneficiare della riduzione della pena ecc. Niente altro da aggiungere che non sia già stato detto dai diretti interessati con il loro gesto così radicale e definitivo.

Per quanto mi riguarda: «In qualunque luogo mi sorprenda la morte, seppellite il mio cuore a Milltown».

Gianni Sartori

(*) Questa è la citazione esatta da «Enrico IV» di Shakespeare: «Se viviamo è per camminare sulla testa dei Re. Se moriamo, o che bella morte, quando i Principi muoiono con noi. Ora per le nostre coscienze le armi sono giuste. Quando l’intenzione nel portarle è ragionevole».

TURCHIA: UNA QUESTIONE DI DONNE: “Lo Stato non ci ha trattato come esseri umani. E quindi noi non riconosciamo più lo Stato” – di Gianni Sartori

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Brutti tempi – ma non è certo una novità – per le donne a cui è toccato la mala-sorte di nascere e vivere entro i confini dello Stato turco.

Solo in aprile – stando a quanto riporta l’agenzia ANF citando l’associazione “Noi fermeremo i femminicidi” – almeno 20 donne sono state assassinate in Turchia. Inoltre, sempre secondo ANF, altrettanti bambini avrebbero subito abusi.

Entrambi, i femminicidi e gli abusi su minori, risultano in preoccupante aumento. Sempre in aprile, quindici donne hanno denunciato di aver subito aggressioni sessuali e tre bambini sono stati uccisi. Contemporaneamente, i tribunali hanno concesso consistenti riduzioni di pena per “buona condotta” (!) a una mezza dozzina di stupratori.

In marzo le donne assassinate in Turchia erano state 27 e in gennaio 43.

Ad alimentare tale situazione, oltre al clima politico promosso dal partito di Etdogan, l’AKP, contribuiscono sia la sostanziale impunità, sia il linguaggio apertamente sessista dei media.

Una conferma di questi dati viene anche da Jin News, l’agenzia di stampa fondata l’8 marzo 2012 da una trentina di giornaliste e artiste (sia turche che curde, tra cui Evrim, Beritan e Zerha Dogan).*

La loro missione: denunciare le discriminazioni e le violenze quotidiane subite dalle donne. La scritta in turco riportata sotto al logo (Kadman Kalemiyle Hakikatin Izinde) sta per “sulla scia della verità”.

In precedenza il governo turco aveva fatto chiudere una prima loro agenzia (Jihna Haber Ajans) e anche il quotidiano Gujin.

Particolarmente gravi poi le violazioni dei diritti umani nei confronti delle donne curde in Bakur (il Kurdistan sotto amministrazione – o meglio: occupazione militare – turca).

Secondo un rapporto di GOCIZDER (un’Associazione- osservatorio sulle migrazioni), durante il periodo di coprifuoco totale (24 ore su 24, senza luce e senza acqua) imposto dall’esercito turco tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, le donne curde sono state sistematicamente minacciate di stupro e venivano impedite l’assistenza e le cure mediche (anche alle donne incinte). Con le prevedibili conseguenze psicologiche: depressione, stress post-traumatici, suicidi…

Contro le città e i villaggi che avevano dichiarato l’autonomia (in base ai principi del Confederalismo democratico) Ankara aveva scatenato i suoi reparti militari attaccando e bombardando con carri armati ed elicotteri.

Almeno mezzo milione di persone avevano dovuto abbandonare le loro case trasformandosi in rifugiati. Le vittime registrate erano state 3638 (di cui un centinaio bruciati o sepolti nelle cantine di Cizre) mentre risultava incalcolabile il numero delle violazioni dei diritti umani.

Il rapporto di  GOCIZDER (“Violazioni dei diritti umani contro le donne e la loro esperienza durante il copri-fuoco e la migrazione forzata”) si basava sulle testimonianze di 480 donne e metteva in evidenza il carattere sessista della violenza di Stato. Un documento che dovrebbe allertare anche in merito ai progetti, in parte già avviati, di Erdogan nei confronti del Nord della Siria. E’ facilmente immaginabile quali rischi correrebbero le popolazioni di quei territori al momento ancora parzialmente sotto il controllo dei Curdi e dei loro alleati.

Significativa la dichiarazione di una ragazza diciottenne che aveva trascorso tre mesi nelle cantine di Cizre:
“C’erano molte persone ammalate. Ma non potevamo né andare all’ospedale, né procurarci le medicine. Non potevamo assolutamente uscire. Lo Stato non ci ha trattato come esseri umani e quindi noi non riconosciamo più lo Stato. Personalmente ho smesso anche di andare a scuola, non ne voglio più sapere”.

Altra testimonianza da Nusaybin:

Una donna era rimasta ferita davanti a casa nostra. I soldati continuavano a sparare e noi non potevamo uscire per soccorrerla. Era incinta ed è rimasta a morire  sulle scale dove l’avevano colpita”.
Tra i più drammatici, il racconto di una donna di Cizre la cui figlia era rimasta ferita non gravemente: “Lei ci aveva detto di non portarla all’ospedale perché l’avrebbero uccisa. Invece noi nonostante le difficoltà siamo riusciti a raggiungerlo, ma poi  laggiù i soldati l’hanno assassinata. E’ il mio più grande rimorso”.

 Gianni Sartori

*Nota 1: Una certa notorietà è toccata all’artista Zerha Dogan, arrestata nel 2017 (e rilasciata nel 2019) per un acquarello su cui aveva dipinto lo strazio della regione di Nusaybin sotto l’attacco turco. 

A lei – nel 2018 – Banksy aveva dedicato un mural sul mitico Bowery Wall (un muro già utilizzato da Keith Haring nel 1982) di N.York.