“CAPIRE IL KURDISTAN” di Gianni Sartori – recensione del prof. PL Bernardini

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Nei giorni scorsi il prof. Paolo Luca Bernardini, docente all’Università dell’ Insubria di Como, ha scritto una recensione del libro di Gianni Sartori che abbiamo pubblicato e che omaggiamo ai nostri associati per l’anno 2019.

La recensione è stata pubblicata dal sito http://www.miglioverde.eu . Ringraziamo  il prof. Bernardini e il sito suddetto.

Capire il Kurdistan: un nuovo libro di Gianni Sartori
Promossa dal Centro Studi Dialogo, che ha in Gianluca Marchi uno degli animatori, ecco una bella pubblicazione che ci consente di capire quel che è stato, è, e forse sarà del Kurdistan, patria divisa (in quattro) della maggiore tra le “nazioni senza stato” del mondo (30 milioni di individui). Si tratta di una raccolta di articoli di Gianni Sartori, vicentino classe 1951, uno dei maggiori esperti italiani – ma forse europei – dei popoli senza stato, e della loro rivendicazione di “statualità”, spesso coronata di successo, molto più spesso ancora irrealizzata (come nel caso del Kurdistan, della Catalogna, della Scozia, per citare i casi che tengono desta l’attenzione del mondo). Autore tra l’altro di libri essenziali sui Paesi Baschi, la Catalogna, l’Irlanda, e anche di un interessante libro, “Ponti di roccia” (2000), che parla di tali strutture a Lumignano di Longare e non solo.
Occorre, da principio, affermare che la prospettiva di Sartori non è liberale-classica o libertaria: in linea generale, sembra che la lontana origine socialista e collettivista del nazionalismo (si veda l’opera fondamentale di Ernest Gellner [1925-1995], “Nationalism”, del 1983) si manifesti ancora, con laceranti contraddizioni, nel contesto indipendentistico mondiale; infatti sia in Catalogna, sia in Scozia, per dir così, brutalmente, è la sinistra a condurre il gioco: poiché infatti tensioni liberali si manifestano invece proprio nel Regno Unito (quest’anno asceso nella top 10 dello Index of Economic Freedom, in mezzo a tutte le sue ex-colonie, Singapore, Hong Kong, Australia, Nuova Zelanda e Irlanda), e politiche liberali (in economia, si pensi alla creazione della zona economica speciale alle Canarie) si hanno persino nella dittatoriale Spagna.
La situazione del Kurdistan è meno comprensibile, non ostante il marxismo anarchico del PKK, anche perché le logiche e le dinamiche medio-orientali sono assai diverse da quelle dell’Europa occidentale, anche e proprio quando si debbano affrontare posizionamenti ideologici.

Che cosa si impara da questo libro, corredato da eloquenti illustrazioni in bianco e nero, di splendide fanciulle, tra l’altro, che imbracciano il fucile come amazzoni sorridenti della terra donde sorse la civiltà? Innanzi tutto, si imparano i lineamenti di storia curda, storia che un tempo aveva anche in Italia i propri cultori in ambito accademico, si pensi a Mirella Galletti, prematuramente scomparsa. Una storia di continue lotte per l’indipendenza, ma anche di politiche imperialistiche, ottomane o persiane o perfino delle potenze europee del primo dopoguerra, del “divide et impera”, una storia che vede scontrarsi forti gruppi all’interno dell’universo curdo, diviso da due lingue (varianti della medesima, ma con notevoli differenze, come ha sottolineato Sophie Hardach che vede proprio nella divisione linguistica la causa principale della mancata indipendenza, cosa che non mi trova affatto d’accordo); una storia di diuturna, violentissima oppressione da parte della Turchia, e non solo la Turchia del presente regime, ma di tutti quelli più o meno dittatoriali che lo hanno preceduto, dai kemalisti in poi, e dunque per gli ultimi cento anni almeno. E’ una storia anche di gravi connivenze dei governi italiani nei confronti delle politiche di genocidio turche, anche a partire dal fatto che l’Italia è grande esportatore di armi verso la Turchia (si vedano i rapporti tra Prodi e Yilmaz del 1998); ma anche di omissioni e silenzi di vario tipo, con un universo curdo che guarda da sempre con grande simpatia all’Italia (e il numero della comunità curda nel nostro Paese è sempre più alto). Che poi l’Italia abbia rapporti privilegiati non solo con il mondo curdo, ma con quello caucasico è testimoniato tra l’altro dalla significativa presenza di armeni (i curdi vennero utilizzati dai turchi per il genocidio armeno nel 1915-1920), soprattutto a Venezia, dove fu attivo per lungo tempo un notevolissimo collegio e dove tuttora, splendida oasi di pace e cultura nel cuore della laguna, a pochi metri dal Lido rimane il monastero mechitarista di San Lazzaro, visitato da moltissimi turisti. Bellissima l’intervista a Bayar Sivzliyan sulla questione armena e curda presentata qui (pp. 115-119).
Ma Sartori sa offrire una visione davvero a 360 gradi della questione curda, che gli USA cercarono a suo tempo di risolvere con soluzioni parzialmente almeno indipendentistiche. Certamente, anche dopo il referendum del 2017 nel Kurdistan iracheno, le questioni sul tappeto sono tante: occorre cercare faticosamente di creare un solo Kurdistan indipendente – che comprenda i curdi di Siria, Turchia (la maggioranza), Iraq e Iran – oppure una soluzione alla Barzani e discendenti (un solo Kurdistan indipendente nell’attuale regione autonoma omonima in Iraq), è quella migliore? Non è cosa semplice da definire in un contesto del tutto scosso dalla guerra all’ISIS, e scrivo queste righe a poche ore dal ritrovamento del corpo di Lorenzo Orsetti: giusto le sue parole nel video-testamento, una persona che “crede nella libertà”. Morto poco più che trentenne combattendo per i curdi, pur essendo fiorentino, e legato all’anarchia di sinistra dell’YPG; morto in ogni caso per l’ideale universale di libertà, evidentemente, curdo per elezione e non per nascita. Del libro ovviamente di questo non si parla, ma si parla della morte, sempre violenta, e sempre per la causa curda, di due attiviste dai profili diversi e affascinanti, Barbara Kistler e Andrea Wolf, la prima svizzera, e la seconda tedesca, uccise sul finire del secolo in modo barbaro.
Il libro di Sartori ci conduce dunque in quasi trent’anni di lotte, di uccisioni, comprese quelle, col gas, praticate da Saddam Hussein, con almeno 5000 morti, tra cui moltissimi bambini (diffuse ad arte dagli americani, quelle terribili immagini fecero il giro del mondo), in questi giorni di marzo di 31 anni fa. Il progetto americano di un “Free Kurdistan”, datato 2007, sembra segnare il passo, per le mutate circostanze geopolitiche: con esclusione (ci pare di capire) di parte dei curdi di Iran, quello stato, tra Tabriz e Dyarbakir, sarebbe diventato, a dire degli americani, lo stato “più filo-occidentale da Bulgaria a Giappone”, anche in realtà vi sono molti stati filo-occidentali in questa vastissima linea.

Amare le ultime pagine del libro, “Cosa resta dell’autodeterminazione dei popoli”, ove si mostra bene il rischio, ma anche la realtà, delle “indipendenze a geometria variabile” di cui parla Manuel Castells (p. 251), spesso se non sempre eterodirette dalle grandi potenze (Europa esclusa). La domanda di fondo, dopo la lettura di un libro così avvincente (nota da pedante professore: un indice dei nomi di luogo e di persona gli avrebbe giovato, ed anche una cronologia degli avvenimenti), è questa: esiste una internazionale socialista, o anarco-socialista, da cui può dipendere una o l’altra indipendenza. Certamente, l’anarco-capitalismo, come si dice impropriamente, o il liberalismo classico o ancora il libertarismo alla Mises non sembrano (se non nella più astratta teoria) essere veri fomiti per le indipendenze. Certamente Mises non è l’autore più letto tra gli indipendentisti catalani e dubito lo sia in Kurdistan. Mentre lo sono molto di più scrittori appartenenti all’anarco-socialismo, come l’antropologo di New York David Graeber (1961-), docente alla LSE di Londra, autore dotato di finissima intelligenza ma certo poco incline a sposare tesi della scuola liberale-classica (anche se poi arriva a conclusioni che da tale scuola potrebbero essere ben condivise).
Quel che in ogni caso appare chiaro, è che, dopo decenni di stragi perpetrate in ognuno dei quattro stati ove sono ospiti nei confronti dei curdi, il sogno di un Kurdistan indipendente rimane, e qualcuno magari a Washington ancora lo sostiene, pur limitando il sogno alla sua porzione realizzabile, ovvero una indipendenza per il solo Kurdistan iracheno, che in questo senso potrebbe positivamente negoziare con Baghdad. Ma sarebbe sostenibile? O, come per la Grecia nel 1830, o per la Bulgaria, o innumerosi altri casi, si comincerebbe a parlare di una necessità di una “grande Grecia” e “grande Bulgaria” nel caso di specie, ovvero di un “grande Kurdistan”, di cui già si parla in un’infinità di movimenti di attivisti?

La fine della questione ISIS potrebbe davvero riaprire in via definitiva quella curda, con le necessarie cautele, e gli appoggi, mai negati, di Israele, ad esempio. L’UE non appare al momento in grado di dire la propria. Ma forse è meglio così.”

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