NASCE IL CENTRO STUDI DIALOGO

E’ stata annunciata nei giorni scorsi la nascita del Centro Studi Dialogo.

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Il Centro Studi Dialogo nasce come associazione di promozione culturale e si prefigge di divenire  un vero e proprio think thank Euroregionalista.

Un punto di incontro, e appunto di dialogo, fra tutte le persone che si interessano di Terre e di Popoli e che si auspicano un cambiamento delle istituzioni continentali, per passare dal modello attuale ad un futura Europa dei Popoli e delle Regioni.

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L’attività principale del Centro Studi Dialogo è quella editoriale: pubblica la rivista trimestrale “DIALOGO EUROREGIONALISTA”, diretta da Gianluca Marchi e riservata agli iscritti  all’associazione.

Un magazine con veste moderna e accattivante, ma che porta avanti con fermezza i  propositi del Centro Studi.

E lo fa parlando di cultura, di storia, di attualità, di musica, di sport, di biografie di personaggi noti e meno noti, di graphic novels, di tutto quanto, in poche parole, sottolinei le specifiche diversità che solo un nuovo progetto può contenere e difendere.

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Pubblica inoltre libri che vanno in tale direzione, libri che non sono mai arrivati al grosso pubblico o che sono quasi introvabili: in questo senso, per iniziare ha pubblicato un libro scritto dal grande sociologo veneto prof. Sabino Acquaviva intitolato “Corsica, storia di un genocidio”.

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Il Centro Studi Dialogo è inoltre in contatto costante con le maggiori realtà che, a livello europeo, sono portatrici  degli identici valori.

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per contatti : http://csdialogo.eu/  oppure   info@csdialogo.eu

IN MEMORIA DI IVANA HOFFMAN, INTERNAZIONALISTA AFRO-TEDESCA CADUTA IN ROJAVA – (Gianni Sartori)

IN MEMORIA DI IVANA HOFFMAN, INTERNAZIONALISTA AFRO-TEDESCA CADUTA IN ROJAVA

(Gianni Sartori)

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Ivana Hoffman (nome di battaglia: Avasin Tekosin Günes) è stata forse la più giovane  combattente internazionale caduta lottando insieme ai Curdi contro l’Isis. Venne uccisa  il 7 marzo 2015 nella città di Til Temir (Cantone di Cizire), a pochi chilometri da Kobane, in Rojava.

Avrebbe compiuto 20 anni in settembre.

Ivana, afro-tedesca, era nata in Germania nel 1995 e viveva a Duisburg. Militante del Partito Comunista Marxista Leninista della Turchia-Kurdistan (MLKP), si era integrata nella resistenza curda delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) in Rojava.

In Germania, a Duisburg, fin da quando aveva 13 anni era stata un’attiva militante dell’organizzazione “Young Struggle“, impegnata nella lotta contro il sessismo e il razzismo. I suoi primi contatti con rifugiati aderenti al MLKP risalivano al 2011 e già nel 2014 si trovava a combattere in Rojava.

Come quella dei Curdi, la sua era una “lotta era per l’umanità, ma anche per costruire un ponte tra la rivoluzione nel Rojava e la lotta di classe in Europa”. Di lei raccontano che “non poteva tollerare la sofferenza di qualunque persona, e che ha voluto combattere il fascismo in tutti i fronti”.

In particolare per la liberazione delle donne “opponendosi sempre ai meccanismi di oppressione patriarcale e ai comportamenti troppo spesso maschilisti degli uomini, inclusi i suoi compagni”.

I volontari del battaglione internazionalista Antifa Tabûr ricordavano che Ivana aveva continuato a sparare, fino all’ultimo proiettile, nonostante la loro postazione fosse stata accerchiata dai miliziani del Califfato nero.

Analogamente, in un comunicato del MLKP si leggeva che “hanno rafforzato le barricate in nome della libertà e dell’onore contro gli attacchi di Isis sconfiggendo il loro piano volto a prendere Til Temir e Heseke per proseguire con ulteriori massacri”.

Il comunicato del MLKP proseguiva sottolineando come “il più grande sogno della compagna Avasin era quello di prendere parte alla lotta in Turchia e nel nord del Kurdistan (il Bakur, ossia il Kurdistan al momento sotto amministrazione turca nda) a seguito della rivoluzione in Rojava (il Kurdistan sotto amministrazione siriana, almeno formalmente nda)”.

Per concludere: “I suoi sogni sono i nostri sogni, il suo cammino il nostro, la sua memoria il nostro onore. La compagna Avasin Tekosin Gunes è per noi immortale”.

Ma, nonostante un velo di retorica che traspare da queste parole (per quanto sicuramente sincere e sofferte), di lei i compagni del MLKP ricordano soprattutto la grande umanità.

Raccontano che era “una persona allegra, una persona che a suo modo diffondeva ovunque buon umore”.

Nelle sue ultime lettere alla madre parlava di ritornare per “ contagiare ciò che mi circonda, i miei compagni e amici con lo spirito combattivo e la forza di volontà, sarò come le canzoni più belle, e tirerò il carro con tutte. Sarò una guerrigliera piena di amore e speranza per il prossimo“.

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IVANA NEI RICORDI DELLA MADRE

Nel marzo 2016, al momento del primo anniversario, era stata intervistata sua madre, Michaela Hoffmann.*

Michaela aveva raccontato che in Germania Ivana “aveva molti amici curdi, africani, turchi. Da sempre ha avuto un senso ben marcato rispetto alla giustizia. Un giorno ha poi iniziato a partecipare a manifestazioni antifasciste, campi giovanili ed eventi politici. Ha capito molto dell’oppressione di vari popoli, quindi lei stessa è divenuta attiva”

La giovane era rimasta colpita dalla lotta del popolo curdo e soprattutto dal ruolo assunto dalle donne curde. Aveva anche organizzato incontri-dibattiti e tenuto conferenze sull’oppressione delle donne e la guerriglia delle donne curde. “Ho avvertito subito – ricordava la madre – che lei prendeva molto sul serio la sua militanza e aveva un grande interesse per il Kurdistan. In una lettera scritta al momento di di partire per unirsi alla Resistenza curda, Ivana aveva  scritto che voleva “difendere la rivoluzione in Rojava” ed essere parte di essa”.

Fino ad allora Michaela non immaginava che sua figlia sarebbe andata in Rojava, ma poi, dopo la sua partenza: “nel corso dell’ultimo anno ho ricevuto da lei molte altre informazioni. Ora naturalmente posso comprendere tutto meglio. Quando mi sono recata là per portare a casa Ivana, mi sono resa conto di quanto sia importante sostenere questa lotta del popolo curdo. Erano in molti a renderle l’ultimo omaggio. Questo mi ha dato molta forza in quel momento. Ho avvertito diversi sentimenti, come rabbia, tristezza, ma anche orgoglio. Da quel giorno fino alla cerimonia funebre e il giorno successivo ho capito sempre più quanto è importante quello che Ivana ha fatto. Cerco di fare il meglio possibile per continuare ciò che lei ha iniziato”.

Ai funerali di Ivana (14 marzo 2015) migliaia di persone erano arrivate a Duisburg per renderle l’estremo saluto e onorarla.

Sia in Turchia che in Europa la sua foto, diventata un simbolo, è appesa in molte strade, sui muri delle case e negli spazi delle associazioni di sinistra.

La madre aveva anche ricordato come “recentemente per televisione ho visto un documentario che mostrava una strada di Kobane con la foto di Ivana.

Poi, ci sono il grande parco nella città siriana del nord, Efrin, a lei dedicato, il luogo in sua memoria a Colonia e sicuramente ancora molti altri posti a lei intitolati. Sono tutte tracce che lei ha lasciato”.

Qualche settimana prima dell’intervista Michaela era stata in Inghilterra a un evento per Ivana e uno dei partecipanti le aveva detto di essere stato “molto impressionato dal fatto che Ivana sia andata a Kobane e abbia contribuito alla costruzione di un ospedale. Mi ha colpito che qualcuno che non la conosceva personalmente fosse ispirato da lei. Ciò mi infonde la speranza che il messaggio di Ivana possa essere trasmesso alla prossima generazione. Il mio sogno è quello di andare nel villaggio assiro di Til Nasir vicino alla città di Til Temir che lei ha difeso. Spero che là ci sarà la pace e che tutti noi insieme possiamo realizzare ciò per cui Ivana si è impegnata”.

Il modo migliore per ricordarla. Per dimostrare che il suo sacrificio non è stato invano.

Gianni Sartori

 

* nota 1: Personalmente mi ha ricordato altri due esempi di “Madre coraggio” che avevo conosciuto: la mamma di Patsy O’Hara (prigioniero politico, militante dell’INLA morto in sciopero della fame nel 1981) e quella di Carlo Giuliani.

E anche quello di un padre, Ernesto Guevara Lynch (1900-1987) con cui avevo parlato in due-tre occasioni nel 1985-86 e di cui conservo gelosamente alcune lettere. Come si può comprendere dalla lettura del suo libro “Mi hijo el Che”(Mio figlio il Che) aveva saputo raccogliere l’immensa eredità morale del figlio, Ernesto Guevara de la Serna.

QUALCHE MODESTA CONSIDERAZIONE SULL’EUSKARA, la lingua degli “Indiani d’Europa”- di Gianni Sartori

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Osservo che spesso si attribuisce all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese del 1789 la quasi totale responsabilità della repressione linguistica e culturale subita dalla “nazioni senza stato”. Anche nel caso dei baschi.

Quasi che l’ancienne regime invece le tutelasse e salvaguardasse la loro integrità.

In realtà la faccenda mi sembra un tantino più complessa.

A mio modesto avviso, quello che traspare è una sostanziale continuità. Quale che sia il “blocco dominante al potere”, lo stato mantiene il controllo esercitato nei confronti dei “sottoposti” (sia sulle classi subalterne che sui popoli minorizzati) con ogni mezzo ritenuto necessario.

Come sentenziava Luigi XIV sul letto di morte: “Lo Stato rimane”.

Non solo dopo la morte di un monarca assoluto.

Anche dopo una rivoluzione. Soprattutto se va troppo per le lunghe e degenera in guerra. Senza dare risposte e soluzioni adeguate alle aspirazioni di giustizia e libertà da cui, presumibilmente, era stata innescata.

Per restare nell”Esagono”, pensiamo alla dura repressione della ribellione dei Bonnets rouges in Bretagna (scoppiata per le nuove tasse, ma che en passant aveva fornito l’occasione per l’incendio di vari castelli e l’uccisione dei proprietari) per mano di Luigi XIV.

Pensiamo allo sterminio di donne basche accusate di stregoneria in Lapurdi (regione considerata “sediziosa”) alla fine del XVI secolo: oltre tremila “streghe”, circa il 12% della popolazione di allora.

L’inviato del re, il visconte di Lancres (tutto fuorché un illuminista o un “giacobino” ante litteram) individuò nella “stregoneria” una probabile fonte di disordini. Agì quindi di conseguenza spedendo le povere donne (al massimo erboriste e depositarie di saperi tradizionali, comunque “soggetti antagonisti”) sul rogo.

Successivamente, nel XVII sec., scoppiò una rivolta in Zuberoa.

Era la risposta dei Baschi a Luigi XIV che aveva arbitrariamente concesso la proprietà della provincia al Conte di Treville.

La ribellione era guidata da un certo Matalas, poi fatto decapitare.

Appare evidente che anche l’aristocrazia si dava da fare.

Quanto alla specifica, mirata repressione linguistica operata dallo stato francese in Iparralde, non ebbe inizio di punto in bianco con il 1789. C’erano già dei precedenti.

Nel 1539 Francesco I firmò un’ordinanza che imponeva ai tribunali l’uso esclusivo del francese. Il primo passo in un’epoca in cui Iparralde godeva ancora di una certa relativa autonomia e conservava in parte le sue istituzioni tradizionali.

Circa un secolo dopo la nascita dell’Accademia della Lingua rappresentò un ulteriore passaggio nel fare della lingua francese l’elemento unificante del territorio.

Poi, con la rivoluzione del 1789, un’ulteriore mazzata (in precedenza avevo scritto: “il colpo di grazia”, ma poi a conti fatti si è visto che qui l’euskara è comunque sopravissuto, con o senza il benestare istituzionale.

Non fu di lunga durata l’entusiasmo suscitato in Ipar E.H. (ma pare anche in Hego E.H., soprattutto nelle zone costiere) nelle classi emergenti basche che videro nella Rivoluzione una possibilità di cambiamento e di progresso economico.

L’imposizione del francese a tutte le nazionalità presenti nell’Esagono determinò una sorta di messa al bando dell’euskara (oltre che del bretone, del corso…..)

L’obiettivo era quello di salvaguardare unità e coesione dello stato francese. Ma questo avveniva a spese dei popoli minorizzati, delle Nazioni senza stato.

Ma andiamo con ordine.

Quando, dopo le prime sollevazioni a Parigi, il re Luigi XVI convocò i tre Stati Generali, i baschi di Iparralde protestarono perché, come in Lapurdi, clero, nobili e borghesia non si erano mai riuniti.

Dopo che Lapurdi, Zuberoa e Nafarroa Beherea (Bassa Navarra) vennero riconosciute come circoscrizioni autonome, ogni herrialde (regione) inviò i suoi rappresentanti convinti che le nuove istituzioni rivoluzionarie avrebbero ripristinato le libertà storiche basche.

Ma il 4 agosto 1789 i deputati eletti nell’Assemblea Nazionale, eliminando i privilegi della nobiltà e del clero, abolirono anche i fueros di Iparralde in quanto “privilegi della monarchia” ( i fueros venivano considerati accordi stretti direttamente con il sovrano).

Il 12 gennaio 1970 la Francia veniva divisa in dipartimenti e Iparralde formalmente scompariva in quanto integrata nel dipartimento dei Bassi Pirenei, insieme al Bearn (nonostante l’opposizione congiunta dei deputati baschi e bearnesi).

Invano un deputato di Lapurdi aveva tentato di ottenere un nuovo ordinamento amministrativo presentando il progetto di un dipartimento basco.

Vennero cambiati i nomi di molti paesi: Arbona in Constante; Kambo in La Montagna; Itsasu in Union; Donibane Lohizune in Chavin-Dragon; Sempere in Beaugard; Urt in Liberté; Ustaritze in Marat; Sara in la Colomba; Mirafranga in Tricolore; Boigorri in Termopoli; Garazi in France; Donapaleu in Monte Bidouze; Baiona in Porto della Montagna…

I rappresentanti baschi finirono per abbandonare l’Assemblea Nazionale.

Altre norme e consuetudini vennero abolite negli anni successivi. L’abolizione del mayoragzo determinò la frammentazione delle fattorie e quindi al vendita delle terre che vennero acquistate dalla borghesia locale.

Poi toccò alle terre comunali.

Le massicce diserzioni dall’esercito di giovani baschi (ora sottoposti alla leva obbligatoria) vennero punite dalla Francia con la deportazione nelle Lande di circa 4mila abitanti di Sara, Itsasu, Ezpeleta, Ainhoa, Kambo…Si trattava soprattutto di persone anziane, donne e bambini. Secondo lo storico basco Inaki Egana “la metà non sopravvisse al penoso viaggio”.

Insieme ad alcuni suoi complici, uno dei maggiori responsabili della deportazione, Jean Berouet, venne ucciso da un gruppo di giovani baschi a Ustaritze nel 1797.

Con il senno di poi, un’occasione irreparabilmente persa per entrambi: per i Baschi innanzitutto, ma forse anche per la Francia rivoluzionaria che non seppe (o non volle) coniugare i Diritti dell’Uomo e del Cittadino con i Diritti dei Popoli. Diciamo che all’epoca mancava un antesignano di Emilio Lussu o di Lelio Basso.

Se poi guardiamo a Hego Euskal Herria (Paese basco provvisoriamente sotto amministrazione spagnola), le cose andarono anche peggio, sempre per opera della “monarchia tradizionale” (“organica” e cattolica, la stessa vagheggiata da Franco).

Dai massacri di eretici (veri o presunti, in realtà più che altro dissidenti) dell’Inquisizione dopo l’invasione della Navarra da parte di quel che rimaneva dei “re cattolici” (il solo Ferdinando, a quel punto Isabella era già defunta) alle stragi operate nel dopoguerra (quella civile spagnola, dopo il 1939) dal cattolicissimo Franco…

Fino, si parva licet, alla bassa manovalanza neofascista italica operante nei vari squadroni della morte antibaschi (ATE, BVE, GAL) in batteria con elementi dei Guerrilleros de Cristo Rey (cattolici ultratradizionalisti, legati ai servizi segreti spagnoli)

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UNO SGUARDO SUL MONDO

Con la fine dell’impero coloniale francese (ma non della “politica d’Oltremare”, vedi il rilancio del neocolonialismo, gli interventi militari…) si è in parte assistito alla rinascita di lingue che in passato venivano schiacciate dall’omologazione alla lingua e alla cultura esportata dalla metropoli.

Sia in Asia che in Africa, le lingue tradizionali in precedenza erano considerate quantomeno un modo poco colto di esprimersi (anche da una parte della popolazione locale) mentre contemporaneamente si celebrava la grandeur francese.

Indirettamente l’esempio del cosiddetto “terzo mondo” con le sue lotte di liberazione (Algeria, Vietnam, colonie portoghesi…) fornì, se non un modello, sicuramente una indicazione per le lotte di liberazione in Europa, dai Paesi baschi alla Corsica.

ETA si richiamava esplicitamente all’esempio del FLN (Algeria) e Yves Stella (uno dei fondatori del FLNC, Corsica) parlava della sua lunga esperienza in Africa da cui trasse la convinzione che era possibile combattere per salvaguardare la propria cultura e lingua (identità o appartenenza che dir si voglia).

In ogni caso, alla fine del XX secolo la situazione in Iparralde (Euskadi Nord), per quanto grave, non era altrettanto drammatica di quella che si registrava in Hegoalde (Euskadi Sud).

Anche a vent’anni dalla sua fine, la dittatura franchista durata un quarantennio aveva lasciato segni indelebili.

Questa la situazione su quanti utilizzavano l’euskara in Hego Euskal Herria alla fine del secolo scorso:

Bizkaia 17%; Alava 7%; Gipuzkoa 44% (un’ipotesi: la vicinanza alla frontiera di Gipuzkoa consentì la fuga in Iparralde e in Francia a un numero maggiore di cittadini baschi nel 1939; col tempo molti rientrarono e presumibilmente i loro figli erano cresciuti parlando anche euskara); Navarra11%;

Nello stesso periodo in Ipar Euskal Herria (paesi baschi “francesi”, per convenzione) la situazione era questa:

Lapurdi 24%; Bassa Navarra 72%: Zuberoa 70%.

Appariva evidente che complessivamente il basco si era meglio conservato al Nord (pur segnato dalle rappresaglie giacobine) rispetto al Sud (che aveva invece “goduto” della Tradizione clerico-fascista.

Naturalmente, se in Iparralde non si sono registrati arretramenti, gran parte del merito va all’impegno sociale, all’insegnamento, all’attività di associazioni e volontari.

A conti fatti, in Hegoalde (“Paesi baschi “spagnoli”, tanto per intenderci) alla fine del secolo scorso il 67% della popolazione parlava solamente il castigliano, mentre il basco come lingua di comunicazione era utilizzata da nemmeno il 10%. Drammatico!

E questo nonostante l’esistenza di una radio e di una televisione basche (ETB, anche se i programmi erano soprattutto “per giovani”: giochi, sport, cartoni animati…) e della possibilità di corsi in euskara all’Università.

Tra le cause, ovviamente la dura repressione fascista (al limite del genocidio culturale, e non solo).

 Va anche considerato il “peso linguistico” (espressione che prendo in prestito) delle varie istituzioni (esercito compreso) e dell’amministrazione.

Altro fattore,il tentativo franchista (riuscito solo in parte: molti figli di immigrati si integrarono nella lotta dei baschi per la libertà, vedi il Txiki) di trasformare i caratteri etnico-culturali della nazione basca attraverso una immigrazione massiccia nelle aree industriali basche.

Per quanto riguarda i giornali, se l’euskara era ed è presente sulla stampa lo si deve alle iniziative sociali degli abertzale, non certo a quelle della Comunità autonoma.

A grandi linee possiamo calcolare che attualmente esistono circa un milione (su tre milioni di abitanti) di basco-parlanti.

Oltre che dalla prevalente presenza delle lingue francese e spagnola (scontata), a suo tempo qualche ulteriore difficoltà sorse con l’introduzione dell’euskera batua (unificato)

Fermo restando che vanno sempre tenute in considerazione le difficoltà inerenti alla forzata “tripartizione” del paese basco, possiamo affermare che dalla fine del secolo scorso in Hego Euskal Herria si va evidenziando una certa “normalizzazione” linguistica.

Quasi una istituzionalizzazione (paragonabile a quella dei Paisos Catalans).

NON è esistita comunque una politica linguistica comune in quanto non esiste una stato basco (e tantomeno uno stato basco unitario).

Sostanzialmente si può parlare di TRE politiche linguistiche diverse a seconda delle diverse realtà sia giuridiche che socio-linguistiche in cui versa E.H.

Nelle tre Vascongadas l’euskara ha conquistato terreno da un paio di decenni.

E’ adottato dai mezzi di comunicazione, nell’amministrazione, nell’insegnamento e dalla fine degli anni novanta anche in ambito lavorativo, in particolare nei servizi.

Fino a qualche anno fa la situazione peggiore era quella della Navarra, linguisticamente divisa in tre zone principali:

il nord in cui si parla il basco, Pamplona e dintorni da considerare “zona mista” e il sud dove è assai carente (anche a livello istituzionale).

E lo sbandierato bilinguismo ? Non è sempre una garanzia, anzi. Come spesso succede (vedi in Irlanda tra inglese e gaelico) la lingua più forte finisce con divorare l’altra.

In base all’articolo 3 della Costituzione spagnola, tutti i cittadini (baschi compresi) avrebbero il dovere di conoscere il castigliano. Invece il basco rimane un “diritto”.

Formalmente nelle Vascongadas i ragazzi delle scuole medie dovrebbero conoscere il basco, ma tale norma non viene applicata adeguatamente.

 Da quanto mi era stato riferito, negli ultimi decenni sono rimasti in vigore tre i modelli di insegnamento.

Nel primo con tutte le materie in castigliano, il basco è seconda lingua.

In un’altro l’insegnamento è bilingue.

Nell’ultimo troviamo tutte le materie in euskara e il castigliano come seconda lingua.

E questo, sostengono gli indipendentisti abertzale, sembra l’unico che garantisce veramente l’apprendimento della lingua.

In Navarra esiste (per decine di migliaia, oltre centomila alunni) la scolarizzazione del primo tipo, ma a quanto sembra i bambini non imparano l’euskara.

Dalla prima metà degli anni novanta (1993) si sono applicati due tipi di insegnamento:

1) quello della scuola pubblica che dipendeva dal governo regionale basco

2) e quello della scuola privata (per esempio le scuole gestite dal clero o i collegi francesi, anche tedeschi, riservati in genere ai ragazzi di ricca famiglia).

Questo all’epoca aveva comportato la chiusura di molte scuole basche (le ikastolas) che dovevano scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. Ne era derivata una lacerazione, una divisione.

E’ probabile che le ikastolas, in quanto spina nel fianco del governo basco (in senso buono: di stimolo, di pressione) siano state elegantemente e volutamente mandate in crisi (sempre secondo gli abertzale).

O forse il governo basco considerava la normalizzazione linguistica ormai conquistata.

Parlando di “ikastolas”, ricordo che contemporaneamente (in sintonia) all’operazione contro il giornale in lingua basca “Egunkaria”* nel 2003 (arresto di una decina di redattori, alcuni sottoposti a tortura, chiusura del giornale e del suo sito internet per presunta relazione con ETA) vennero perquisiti anche gli uffici della Federazione delle Ikastolas. Una grande quantità di materiale  pedagogico, contabile e culturale venne sequestrato ed inviato a Madrid.

Tornando al 1993, questi in sintesi furono i modelli scolastici imposti a E. H. dallo stato spagnolo.

E’ da allora che l’euskara diventa, da lingua della Resistenza, uno strumento di mobilità sociale per tutti quei settori (funzionari, impiegati pubblici, telecronisti, presentatori televisivi…), soggetti che non si erano mai particolarmente distinti nella lotta per l’autodeterminazione.**

 

Gianni Sartori

*nota 1: Egunkaria era l’unico quotidiano pubblicato integralmente in euskara (sei giorni a settimana) e distribuito in tutte e sette le province basche (sia in Hego E.H. che in Ipar E.H.).

** nota 2: Analogia evidente con il gaelico: a Dublino lo imparavano i funzionari statali per fare carriera, mentre a Belfast i militanti e i prigionieri repubblicani come rivendicazione.

 

 

SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR – (di Gianni Sartori)

Pubblichiamo questo articolo di Gianni Sartori su una “ormai storica” vicenda di inquinamento del territorio, in questo caso veneto. Un problema che ha colpito e colpisce anche la Lombardia, spesso poco attenta a questi aspetti. Per noi Indipendenza significa anche amore per la propria Terra, nella speranza di consegnare un futuro migliore ai nostri figli.

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SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR

(Gianni Sartori)

 

Avvertenza: questo non è, assolutamente, un articolo di informazione sull’inquinamento da PFASS che sta impregnando le acque e i corpi del Veneto. Soltanto un necrologio, un amaro amarcord condito di qualche considerazione su come funziona il capitalismo, quello del nord-est in particolare. Per gli aspetti tecnici potete attingere alle puntuali denunce pubblicate da qualche anno a questa parte su Quaderni Vicentini.  In tempi non sospetti, quando invece un noto quotidiano locale ignorava o minimizzava la grave situazione che si andava delineando.

Non è nemmeno un invito a intervenire per rimediare. Da tempo ho la convinzione che cercare di fermare il degrado ambientale sia quasi impossibile. Nel Veneto senza “quasi”. Qui la catastrofe è ormai completa, per quanto subdola e inavvertita. Il territorio veneto e ancor più quello vicentino (un’autentica “poltiglia urbana diffusa” da manuale) hanno raggiunto livelli di contaminazione e cementificazione tali che soltanto un’apocalisse di ampia portata potrebbe, forse, porvi rimedio. Ripristinando in parte quell’ordine naturale che oggi come oggi appare irrimediabilmente stravolto.

Prendiamo atto comunque che se  pur molto  tardivamente, la questione PFASS ha assunto rilevanza non solo locale ma anche regionale (vedi la richiesta di analizzare l’acqua “potabile” nelle scuole in provincia di Rovigo). Ma per quanto riguarda la “sfilata degli ipocriti” (i sindaci vicentini che hanno manifestato a Lonigo contro l’inquinamento da PFASS) direi che si commenta da sola. Dov’erano le istituzioni in tutti questi decenni (almeno 4, dagli anni settanta) mentre la RIMAR prima e la MITENI (cambia il nome, ma l’azienda fisicamente è sempre la stessa) poi versavano schifezze direttamente nelle nostre acque e indirettamente nel nostro sangue?

Solo una facile “profezia”. E’ probabile che tra una decina d’anni altri sindaci sfileranno nel Basso Vicentino (magari, azzardo, in quel di Albettone, uno dei tratti più riempiti da scarti di fonderia e altre schifezze) per esprimere una tardiva e altrettanto ipocrita indignazione per l’inquinamento prodotto dai rifiuti tossici (metalli pesanti) ammucchiati a tonnellate sotto la A31.

Non dovendo preoccuparmi di fornire numeri e dati sull’inquinamento prodotto dalla exRimar, ora Miteni (ampiamente disponibili in rete), attingo a qualche  ricordo personale*riesumando speranze e delusioni di quando, ormai 40 anni fa, forse si sarebbe ancora potuto arginare la marea tossica non più strisciante, ma ora dilagante.

Un accenno soltanto all’apprezzabile richiesta (per quanto simbolica e fuori tempo massimo, a mio  avviso) avanzata da qualche oppositore di “parametri certi sulla soglia di inquinanti presenti nelle acque con cui si abbeverano gli animali e si irrigano i campi, così come è doveroso da parte del Governo dare una risposta immediata per fare fronte alla crisi che per ovvie ragioni rischia di precipitare su chi lavora di agricoltura, soprattutto considerando il fatto che l’inquinamento da Pfass ha contaminato anche la catena alimentare, come risulta da una serie di prime analisi effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità in alcune zone del Veneto. Sia sul siero umano che su alcuni alimenti come uova e pesci emerge infatti la presenza di contaminazione, come abbiamo sottolineato in una risoluzione indirizzata al Governo a dicembre.”

Una presa di posizione modesta, scontata, ma sempre meglio che niente.

D’altra parte: l’avete voluto il capitalismo? E allora godetevelo, cazzo!

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Metà anni settanta. Qualche anno prima avevo (coerentemente o sconsideratamente…non l’ho ancora capito) rinunciato al posto statale da insegnante elementare, pur avendo vinto il concorso. La scelta (comunque sofferta per un giovane proletario figlio di proletari, con scarse alternative) veniva dopo aver scoperto che l’assunzione comportava un giuramento (allo Stato delle stragi? Mai!). Ero quindi tornato allo scaricamento e stivaggio di camion alla Domenichelli, in notturna, alternando con saltuari lavori da operaio (tra le altre, la Veneta-Piombo di Alte-Ceccato: tutta salute!).

Finendo poi inchiodato per qualche anno alla fresa, nel “retrobottega” di una microazienda artigiana con orari prolungati.

Fu durante un breve periodo di transizione di circa 20 giorni (transitavo da operaio in una microazienda a commesso in una libreria) che tornai a scaricare con una delle due o tre famigerate “cooperative” **di facchinaggio esistenti in città. Questo mi consentiva, paradossalmente, di staccare dal lavoro in orari decenti (tra le cinque e le sei di sera), mentre prima in genere finivo verso le 19,30-20. Una possibilità per frequentare Radio Vicenza, all’epoca gestita da amici e compagni di area libertaria, in particolare Rino Refosco e Rosy. Doveva essere la fine del 1976 , mi pare. Lo deduco dal fatto che quasi ogni sera qualcuno dedicava una canzone (in particolare “Ma chi ha detto che non c’è?” di Manfredi) al compagno Claudio Muraro da poco arrestato (nel 1976) e ancora detenuto a Vicenza, prima di finire nel “circuito dei camosci” delle carceri speciali (a Pianosa, mi pare).

Dalla radio veniva denunciata con ostinazione la recente scoperta che la RIMAR (“Ricerche-Marzotto”) scaricava fetide sostanze nelle acque correnti dell’Alto Vicentino. In particolare quelle della Poscola, un nome a cui ero sentimentalmente legato. Nasceva infatti dall’omonima grotta situata a Priabona, un “aperitivo” prima del Buso della Rana.

Denuncia dopo denuncia, non mancarono velati consigli di “lasciar perdere, non mettersi contro qualcuno troppo grande per voi…”. Se non vere  e proprie minacce, quasi.

Tutto qui, per quanto mi riguarda. Tornai quindi ai miei soliti orari e le mie frequentazioni calarono sensibilmente (o forse per scazzi personali e comunque “avevo altro da fare”).

E pensare che in anni non sospetti avevo avuto anche modo di visitarla, la RIMAR intendo. Doveva essere verso la fine del 1967 o l’inizio del 1968, sicuramente prima del 19 aprile e della storica rivolta operaia (a cui, casualmente, mi capitò di assistere, ma ve lo racconto un’altra volta, magari per il 50°) con abbattimento della statua del feudatario locale.

Mi capitava allora di andare qualche pomeriggio a Valdagno in autostop per frequentare la piscina comunale aperta in periodo invernale. Un tardo pomeriggio stavo giusto rientrando a Vicenza quando un macchinone si fermò in risposta al mio pollice levato. Salgo e il signore dopo un po’ si presenta. Era uno dei fratelli Marzotto, nientemeno. Evidentemente metteva in pratica i principi paternalistici su cui si fondava la dinastia.

Il clima doveva già aver cominciato a surriscaldarsi (quello sociale, non si parlava ancora dei cambiamenti climatici) perché il borghese che gentilmente si prestava a farmi da autista commentò alcuni recenti episodi di contestazione al consumismo sostenendo (vado a memoria, sono passati 50 anni) che per la “felicità” della gente era indispensabile che tutti potessero godere di auto, frigoriferi e lavatrici. Poi, caso mai, si poteva pensare…non ricordo a cosa, sinceramente.

Dato che non dovevo sembrare molto convinto di questo elogio della merce, mi propose una visita alla sua fabbrica d’avanguardia che sorgeva lungo il percorso. Fu così che mi affidò a un tecnico per una visita guidata della RIMAR. Poco convinto il tecnico, poco convinto anch’io che temevo di non trovare un altro passaggio prima di notte, la visita fu alquanto frettolosa e mi rimase soltanto la sensazione di un leggero bruciore alle mucose respiratorie. Per chi non è del posto, segnalo che la già denominata Rimar oggi si chiama Miteni, dopo aver cambiato due-tre volte nome, consiglio di amministrazione e in parte proprietà.

Tutto qui.Ricordo solo che un’altra volta presi un passaggio dall’altro Marzotto, il fratello in politica nel PLI. Evidentemente ci tenevano a mostrarsi generosi con le masse popolari appiedate.

Ma dopo il 19 aprile le cose cambiarono, evidentemente e non mi capitò più l’onore di un autista chiamato Marzotto. In compenso, nel febbraio 1969 (all’epoca dell’occupazione della fabbrica) tornai a Vicenza con la grandissima compagna, partigiana e giornalista dell’Unità, Tina Merlin (ma questa è un’altra storia).

Gianni Sartori

* nota 1: “Preserva i tuoi ricordi, è tutto quello che ti resta” P. Simon (cito a memoria)

** nota 2 : “famigerate” perché, come scoprii a mie spese, oltre a praticare una forma mascherata di caporalato, non versavano mai alcun contributo, nonostante richiedessero la consegna del libretto di lavoro. Perché? In caso di incidente potevano sempre dire di averti assunto proprio quel giorno e di non aver ancora compilato le “carte”. 

Una nota polemica anche per alcuni “compagni”. Ricordo benissimo che per gli amici di Potere Operaio la mia scelta era stata classificata da “lumpenproletariat”. Detto da loro, di estrazione medio e piccolo-borghese pareva un complimento. Questo nella prima metà degli anni settanta. Dopo, nella seconda metà dei settanta, quando erano già diventati quelli di AutOp, le cose cambiarono con la scoperta dell’”operaio sociale”. Addirittura a Scienze Politiche di Padova si organizzarono corsi e seminari sulle cooperative di facchinaggio. Ma non ne ricordo uno che fosse uno di costoro (devo far nomi?) che sia venuto una sola volta a scaricare camion. Avevo invece condiviso spesso tali attività ricreative con il già citato compagno anarchico Claudio Muraro (fratello della filosofa Luisa Muraro, quella dell’Erba Voglio e della Signora del gioco) sia alla Domenichelli che alla Olimpico-traslochi.