LOMBARDIA E VENETO: IDENTITA’……………….. E’ FUTURO………………………. – originalmente pubblicato su https://bresciaprolombardia.wordpress.com

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Nell’ambito del dibattito in corso riguardante il rapporto tra l’identità e l’indipendentismo (la presa di posizione di pro Lombardia Indipendenza è al seguente link: http://www.prolombardia.eu/ca/2015/02/identita-lombarda-ed-indipendentismo/ ) ospitiamo il prezioso intervento di Stefano Zambon, giovane attivista del movimento indipendentista veneto Sanca Veneta.

Riproponiamo questo articolo, originariamente apparso sul sito sancaveneta.org, condividendone il contenuto e immaginando di applicare le stesse analisi e le stesse valutazioni alla nostra Lombardia.

<<Credo che essere indipendentisti significhi porsi delle domande fondamentali su ciò che siamo e su cosa vogliamo.

Nella politica Veneta indipendentista aleggia un falso pragmatismo. Una certa propensione ad ignorare ogni singola questione che non sia strettamente politico/amministrativa. Chi sventola questa bandiera lo fa sostenendo che qualsiasi considerazione e rivendicazione culturale vada messa da parte o rimandata a un secondo tempo, perché esistono problemi più grossi da risolvere (cosa sicuramente vera).

Viene da chiedersi però, dati gli scarsi risultati di tutte le formazioni indipendentiste venete, se l’ignorare questi aspetti, non sia una parte integrante e significativa del problema.

All’opposto esiste anche un area del mondo indipendentista Veneto, che va nella direzione opposta e quasi bilancia questa prima tendenza. Sto parlando dell’indipendentismo dei “nostalgici”: coloro che, rifugiatisi in un mondo di rievocazione, isolato dalla vita politica e culturale, hanno dedicato le proprie energie ad un apatico piagnisteo sui tempi che furono.

L’indipendentismo non può essere solo politica nè solo cultura. Un fenomeno politico non può infatti avere successo se non produce una narrativa, un immaginario, un mondo simbolico al quale attingere soluzioni e attraverso il quale rappresentarsi e raccontarsi.

Credo che la mancanza di successo dei movimenti politici indipendentisti in Veneto dipenda, al di la delle divisioni interne e di guida, da una questione più grossa: quella dell’identità Veneta.

Lottare per una coscienza culturale e storica comune è, oltre che importante di per sé, fondamentale per il nostro movimento.

Essa non può però essere una battaglia di “reazione”. La battaglia per l’identità veneta è troppo importante per essere rilegata al solo mantra del “ritorniamo alle tradizioni originarie venete”. Soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, in cui le dinamiche culturali e politiche si giocano su una continua tensione tra locale e mondiale, fossilizzare un’identità non è solo impossibile, ma è problematico e pericoloso.

Certamente dobbiamo riappropriaci di parte della cultura Veneta. Di ciò che l’egemonia italiana ha censurato e alienato (storia e letteratura in testa). Non dobbiamo però dimenticarci che l’identità è mutevole, si evolve con tempo, cambiamenti sociali e generazioni. In questo senso, spendersi per iniziative di rievocazione o difesa della tradizione soprattutto nel rivolgersi ai giovani rischia di provocare il prosastico buco nell’acqua, se non di aggravare l’allontanamento di quest’ultimi a cui già assistiamo (anche se per certi aspetti non dobbiamo ignorare i fattori ciclici che stanno spingendo un rinnovato interesse per certi aspetti legati a lingua e e tradizioni).

La strada da percorrere è piuttosto quella di imparare ad utilizzare l’enorme eredità culturale e storica consegnataci come patrimonio dal quale attingere elementi simbolici e di immaginario che ci aiutino, attraverso una rappresentazione e una narrazione condivisa, ad affrontare i problemi con i quali ci confrontiamo ogni giorno.

Ciò significa pensare e batterci per un’identità veneta nuova.

Un identità non solo più adatta ad essere vissuta ed interpretata da tutti ma anche più utile a costruire un percorso di rinnovamento che ci coinvolga come comunità. E spetta a noi, in quanto comunità, definirla su basi e concetti nuovi.

Riformare la cultura Veneta, in fondo, è l’unico strumento per arricchirladiffonderla ma sopratutto difenderla>>.

Pro Lombardia Indipendenza ringrazia sentitamente Sanca Veneta e l’amico Stefano Zambon per la gentile concessione e continua a ritenere indispensabile il confronto e la collaborazione tra i movimenti indipendentisti di tutta Europa, nel solco dei principi di democrazia, partecipazione, autodeterminazione e solidarietà tra i popoli.

SANCA VENETA è un movimento indipendentista social-democratico Veneto. Si batte per l’indipendenza del Veneto, per la valorizzazione del suo patrimonio culturale e per la sua federazione in un Europa plurale e solidale.

STEFANO ZAMBON è laureando in Lingua Araba e Turca alla SOAS (School of Oriental and African Studies) a Londra.

IDENTITA’ LOMBARDA E INDIPENDENTISMO

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Merita qualche riflessione il tema dei vessilli lombardi e dell’approccio, identitario o meno, su cui l’indipendentismo in Lombardia può fondarsi.

Della definizione di “Nazione”

Una nació és una comunitat de persones vinculades per territori, història, tradicions, cultura, llengua, economia…, amb consciència d’aquests vincles i voluntat d’afirmar-los i de fer-los respectar. La identitat catalana, articulada a partir d’aquests paràmetres, respon a aquesta definició de nació. Els Països Catalans, actualment, són una de les moltes nacions sense estat en una Europa en què les fronteres no responen a la realitat nacional que la integra.”

La citazione sopra non è stata redatta da un partito “etnonazionalista” catalano mosso dalla “volontà di escludere” qualcuno, ma da Esquerra Republicana de Catalunya (principale partito della locale riscossa indipendentista, di sinistra e progressista tra l’altro), che ne ha fatto l’incipit del proprio progetto politico. Un partito che, con coerenza di ideali e costanza di prassi, con più pratica e meno grammatica, è riuscito a portare la questione catalana dove ben sappiamo.

Non possiamo quindi che prendere spunto da una realtà così viva e di successo come quella catalana, senza alambiccarne presunte “lezioni” che determinerebbero la presunta mancanza di “identità” nel processo indipendentista catalano; il quale non solo è presente per ammissione esplicita dei suoi protagonisti politici, ma anche implicita per quel che riguarda la popolazione che fa parte di tale processo: durante le manifestazioni indipendentiste si parla prevalentemente la lingua catalana, e per accendere la curiosità sul voto catalano in molte capitali europee si sono esibite compagnie di “Castells” (le Torri Umane), una delle espressioni della peculiarità identitaria catalana.

Con quello spirito nel cuore, insomma, l’identità catalana si è fatta largo anche nei cuori di chi catalano di nascita non è, facendogli quindi capire che la Catalogna è una nazione e come tale merita la propria indipendenza.

Perché la Lombardia non dovrebbe quindi percorrere lo stesso percorso?

Obiezione 1) “Perché i lombardi sono insensibili alla propria identità, i fallimenti degli ultimi 30 anni lo dimostrano”.

Obiezione senza fondamento. Per 30 anni la questione indipendentista è stata erroneamente interpretata da un partito che,  al massimo, parlava dell’inesistente “Padania”, con un “Sole delle Alpi” verde in campo bianco (gli stessi colori della Rosa camuna, tra l’altro, sarà anche per questo che gli iscritti a questo movimento se ne stanno così innamorando?) come bandiera. Come si è già detto nell’altro intervento, l’azione di governo regionale “identitaria” (volta insomma a riscoprire le peculiarità culturali lombarde e a propagandarle tra la cittadinanza) è sempre stata prossima allo zero. Quei pochi centri culturali finanziati dalla Regione in questi anni sono stati purtroppo via via depotenziati e finanziati male. Eppure non si può proprio dire che i lombardi siano disinteressati alla propria cultura e alla propria identità: è innegabile che stiamo vivendo un periodo in cui la lingua lombarda, nelle sue varianti, si sta rivitalizzando per merito di privati cittadini ed associazioni; ci fosse un serio sostegno amministrativo (che in Catalogna negli anni non è mai mancato) saremmo ancor più in là con il discorso.

Il termine "identità" viene ben utilizzato qui dalla pagina social del Comune di Milano

Obiezione 2) “Riscoprire o celebrare l’identità vuol escludere chi non ha il pedigree lombardo”.

Obiezione ancor più assurda della precedente. Impossibile negare che chiunque recepisca come “più integrato” una persona di natali non lombardi che però ne parla la lingua (o almeno ne possiede una marcata cadenza). Più un’identità è ben spiegata, senza inutili paure o illazioni, più è in grado di farsi accettare anche da chi non è “erede fisico”; ancora una volta quindi citiamo l’esempio catalano. Solo quando due culture diverse si incontrano può nascere l’integrazione: se uno dei due non possiede cultura, come può chiedere ad un altro di integrarsi? Ecco perché nella Lombardia italiana, mortificata nella propria cultura e ridotta a mera istituzione locale, si hanno problemi marcati di integrazione.

Per rendere immediatamente "integrato" il soggetto principale della campagna pubblicitaria, è stata utilizzata la lingua lombarda

Obiezione 3) “Non è il periodo storico per rivalutare la propria identità”.

Anche qui, è il contrario. Come ben spiegato in questo articolo datato 2011: “…Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici.” – da “La storia d’Italia (mal)raccontata agli italiani” – pubblicato sulla rivista “Limes”

Questo vuol dire che, anche sotto questo aspetto, la propaganda filo unitaria sta cedendo colpi. Non è per loro più possibile, per esempio, affrontare con la stessa sicumera di sempre il tema del “risorgimento”; lo sminuire le precedenti esperienze storiche (e ciò vale per tutti i popoli presenti nello Stato italiano) per rileggerle in un’ottica “italianista” si sta sempre più affievolendo. Compito anche nostro quindi non ignorare o sbeffeggiare la nostra stessa cultura e la nostra stessa identità, quantomeno per tenerle vive per chi sarà più interessato.

Un esempio concreto, apartitico e apolitico datato Febbraio 2015. 

Lingua lombarda 1

L'opinione di una professoressa di Storia e Filosofia sempre FEBBRAIO 2015

Obiezione 4) “Basta allora che lo Stato italiano conceda le rivendicazioni identitarie per smorzare qualsiasi processo indipendentista”.

Lo Stato italiano si fonda sul dogma di un “unico popolo italiano”, ammettendo che invece è composto da più popoli vorrebbe dire sconfessare sé stesso e la propria natura come è sempre stata presentata.

Le trappole insite nel rigetto dell’approccio identitario.

1) Porre la questione indipendentista in un’ottica esclusivamente economica.

Il vero nemico dell’indipendentismo non è il suo approccio identitario, ma è piuttosto un errato senso di “egoismo” che traspare quando si approccia la tematica in modo unicamente fiscale: “se i cittadini italiani residenti nella regione Lombardia non vogliono più pagare essi non sono solidali con i cittadini italiani residenti nelle altre regioni“, questo è il pensiero comune che tanti lombardi stessi purtroppo fanno. Se non ci si vuol riconoscere come “lombardi” allora ci si riconosce come “cittadini italiani residenti nella regione Lombardia” sperando di coinvolgere la popolazione in un processo indipendentista ammettendo però che essa è “popolo” appunto dello Stato dal qual ci si vuole staccare, una fortissima contraddizione dalla quale si svia per convenienza.

Basterebbe quindi che lo Stato italiano si adoperi per concessioni in senso fiscale per smorzare qualsiasi processo indipendentista: basti vedere la riforma del Titolo V, che spense per anni qualsiasi volontà indipendentista in Lombardia o Veneto.

2) Porre la Regione come fulcro dell’azione politica indipendentista.

Grazie al “buongoverno” di tanti governi regionali (per primo quello lombardo), l’ente in questione è prevalentemente visto come inutile ulteriore “mangiatoia” che grava sulle spalle del contribuente, richiedere ulteriore “autonomia” per un Ente che gode di pessima fama fa ricadere nella trappola “dell’egoismo”. I discorsi “sovranisti”, inoltre, si son rivelati un fallimento principalmente in quelle regioni già a Statuto speciale, dove le possibilità per esercitare tali poteri sono in teoria garantiti, figuriamoci nelle regioni a Statuto ordinario quale è la Lombardia. L’Ente regionale non è sovrano di nulla e la sua vita o meno dipende dal livello istituzionale più alto, lo Stato italiano. Se questo decidesse d’imperio di fondere Lombardia e Piemonte in un’unica Regione dal nome “Distretto 1″, togliendole qualsiasi prerogativa, potrebbe farlo benissimo. L’Ente regione deve essere quindi considerato al massimo come un “mezzo” per arrivare all’autodeterminazione di un’attuale nazione senza Stato, utilizzando le possibilità che offre per introdurre con più facilità discorsi identitari che avanzano comunque in modo naturale.

Questo intervento è da intendersi come una piccola ed incompleta puntualizzazione su tematiche che meritano doverosi approfondimenti, dei quali ci occuperemo più avanti. Visto il particolare momento che sta passando la politica lombarda, non ci interessa soffermarci su polemiche fatte partire da chi ci governa da 20 e più anni senza risultati, o dai loro aspiranti ghostwriters / spin doctors / avvocati / portaborse.

Soprattutto dopo un articolo in cui, in modo non del tutto velato, il nostro approccio alla questione indipendentista viene maldestramente criticato: non si sa se per necessità di sviare l’attenzione dal traballante referendum sull’autonomia e farsi così notare dai nuovi amici in Regione Lombardia (gli unici destinatari del nostro comunicato, del resto), per puro protagonismo o per altro. Continuiamo quindi a credere che l’indipendentismo in Lombardia sia stato screditato dalle azioni di quel partito che agisce da più di 20 anni nella nostra terra e all’estero, più che dalla nostra opera o dal nostro approccio filosofico, e sarebbe bene astenersi da dispensare giudizi ed etichette in merito quando si dimostra di non averli ben compresi.

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I leghisti si arroccano su richieste annacquate – pubblicato su “Il Cittadino di Lodi” del 12.2.2015

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“E la montagna partorì un topolino”.

Inizia così un duro commento di pro Lombardia Indipendenza in merito alla proposta di Referendum che andrà ai voti nei prossimi giorni presso il Consiglio Regionale lombardo, come appare sul sito ufficiale del Movimento, http://www.prolombardia.eu.

In molti si chiederanno i motivi di questa contrarietà e forse vale la pena di chiarirli in modo conciso, ma chiaro.

Per prima cosa, occorre leggere con attenzione il testo del quesito referendario: “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’Unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di particolari condizioni di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma della Costituzione?”

Già da un primo impatto, si noterà che NON ci troviamo di fronte a un Referendum che richiede l’Indipendenza, ma neppure una forma di Regione a Statuto Speciale, come era stato sbandierato dalla propaganda leghista sia durante la campagna elettorale regionale sia durante questi ultimi mesi di gestione della macchina regionale.

Ed e’ oltremodo bizzarro che un Partito che chiede, all’art. 1 del proprio Statuto, l’Indipendenza della Padania, una volta al potere nelle Regioni più rappresentative di tale territorio si arrocchi su una richiesta tanto annacquata.

Significativo in tal senso anche il passaggio “… nel quadro dell’Unità nazionale…”, che dimostra quanto sia doppio il comportamento dei dirigenti leghisti: si urla “Secessione” ai meeting del Partito per accontentare la militanza rimasta e si tranquillizzano gli attuali (e futuri….) alleati di Palazzo con parole suadenti e a loro gradite.

Per noi di pro Lombardia Indipendenza tale comportamento non costituisce certo una novità: cogliemmo questa doppiezza anche in occasione dell’ultimo Congresso federale (quello che incoronò il nuovo astro Salvini…. ) e rifiutammo l’invito ufficiale, anche perché un Movimento come il nostro che in Europa ha stretti rapporti di collaborazione con il serio Indipendentismo (SNP scozzese, ERC catalana, N-VA fiamminga, BNG gallego, ecc ecc), non poteva certo sedere al fianco dei nuovi “amici” della Lega Nord, la sigra LePen e i rappresentanti della Russia centralista di Putin.

Da quel momento, in effetti, abbiamo potuto constatare come la propaganda leghista abbia abbandonato la sua connotazione secessionista e si sia progressivamente “italianizzata”, abbracciando temi cari alla destra nazionalpopolare e qualunquista italica, sino a raggiungere l’apoteosi in diverse manifestazioni in comune con i nuovi “camerati” di Casa Pound.

Anche in sede lombarda, la giunta Maroni non ha certo brillato per dare lustro alla cultura e alla tradizione lombarda (sicuramente ostaggio degli alleati Forza Italia, Fratelli d’Italia, NCD…. partiti totalmente legati a logiche unioniste) e si e’ distinta solo per aver commissionato a personaggi a lei legati una specie di inno che sta facendo sorridere l’Europa intera: una canzonetta riciclata (per ammissione dello stesso autore….) ben distante da quelli che dovrebbero essere i termini di paragone in ambito continentale e totalmente avulsa dalla tradizione lombarda.

Come totalmente distante rimane quello che vorrebbe essere il “nuovo” vessillo Lombardo che qualcuno in giunta pensa di istituzionalizzare in un prossimo futuro: quel simbolo bianco/verde rappresentante la Rosa Camuna, commissionato dai democristiani ai designer Pino Tovaglia, Bob Noorda, Roberto Sambonet e Bruno Munari nel 1975, e che qualcuno pensa di perpetuare a danno della Storica Bandiera Lombarda raffigurante la Croce di San Giorgio.

Di fronte a tutto questo, i Dirigenti di pro Lombardia Indipendenza hanno deciso di allertare tutti gli attivisti e predisporre una campagna di informazione nei confronti dei conterranei lombardi: lo scopo sarà quello di far conoscere appieno i vantaggi e le prospettive reali di quella che resta l’unica opzione di salvezza per la Lombardia: l’Indipendenza, ovviamente raggiunta con modi democratici e in coordinamento con tutti i Movimenti Indipendentisti fratelli del Continente.

BASTA ITALIA, BASTA VOLERLO

Alberto Schiatti

pro Lombardia Indipendenza

“Volete voi che la Regione Lombardia, NEL QUADRO DELL’UNITA’ NAZIONALE…….” NO, GRAZIE, ALL’ENNESIMA PRESA PER I FONDELLI NEI CONFRONTI DEI LOMBARDI……….UNA SOLA STRADA: INDIPENDENZA

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E fu così che la montagna partorì il topolino. La macroregione è ormai relegata nello scantinato insieme alle altre mille improbabili proposte elettorali leghiste di questi ultimi 20 anni (ad altre latitudini dicono “Passate le feste, gabbato lo Santo”, la “lombardizzazione” del detto potrebbe essere “Passate le elezioni, dimenticati gli elettori”), a scorno perpetuo di chi continua a porre fiducia in loro.

Se da un lato la Lega Nord conclude imperterrita il suo percorso di “italianizzazione” (come già denunciammo, soli, declinando l’invito a partecipare al Congresso di elezione del loro attuale Segretario Salvini) promettendo rivoluzioni e sfracelli se governasse lo Stato italiano, si palesa completamente inetta nelle posizioni di concreto potere sia in Lombardia, sia in Veneto, dimostrandosi solo capace di disinnescare la voglia indipendentista che in queste due nazioni d’Europa alberga.

Nel caso dei nostri confinanti veneti ha promesso il referendum solo dietro una “raccolta fondi” (disertata in primis dai promotori del referendum stesso, non versando un € dal loro lauto stipendio), come se i figli di San Marco non pagassero già abbastanza tasse ed imposte.

Nel nostro caso, invece, la concessione di un referendum è arrivata da parte di galantuomini che rappresentano partiti politici denominati “Forza Italia”, “Nuovo Centrodestra” e “Fratelli d’Italia”, dopo un ovvio rimpasto di poltrone.

Chiaramente era assolutamente necessario per i proponenti specificare che l’autonomia risiede saldamente “nel quadro dell’unità nazionale”, per evitare polemiche tra gli alleati prima citati; vengono attualmente omessi gli ambiti in cui questa “autonomia” dovrebbe prendere forma per specificarli in una seduta del Consiglio regionale.

Probabilmente non saranno diversi da quelli già chiesti all’epoca della cosiddetta “devolution”, chiaramente bocciati dal successivo referendum tenuto in tutto lo Stato italiano, ma l’occasione sarà solo quella di continuare l’ennesimo gioco di sponda politico con il Partito Democratico, da sempre insensibile a qualsiasi richiesta territoriale lombarda.

Non crediamo assolutamente che questo referendum serva a “sensibilizzare” i lombardi in materia, perché chi governa la Lombardia dimostra di non fare nulla per aumentare questa presunta sensibilizzazione: non ha promosso nulla che possa rifarsi ad un percorso indipendentista ed identitario, anzi ha approvato un “inno” dal quale qualsiasi lombardo, forse addirittura vergognandosi d’essere tale, ha immediatamente preso le distanze e prossimamente proporrà l’attuale “rubinetto” come bandiera ufficiale di regione Lombardia.

Nei fatti, una Regione che si muove “nel quadro dell’unità nazionale” italiana niente altro può scegliere se una canzonetta raffazzonata alla veloce come inno e un simbolo inventato e scelto da una giunta di democristiani come bandiera, diversamente da tutte le altre libere nazioni d’Europa.

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