ADESIONE DI PRO LOMBARDIA INDIPENDENZA ALLA COMMEMORAZIONE DI GIANNI BRERA A SAN ZENONE PO (PV)

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COMMEMORAZIONE DI GIANNI BRERA – SAN ZENONE PO (PV)
DOMENICA 14 DICEMBRE 2014 – ORE 11
(per informazioni 3381327466 – rais.posta@gmail.com )

Anche per quest’anno, Pro Lombardia Indipendenza, aderendo all’invito di “RAIS, Associaziù de Lumbardia”, parteciperà alla cerimonia commemorativa del compianto Gianni Brera, a pochi giorni dall’anniversario della sua scomparsa, avvenuta tragicamente il 19 dicembre 1992.
Pro Lombardia Indipendenza intende rendere omaggio a uno dei grandi rappresentanti della “coscienza lombarda”: Gioann Brera, che ai più è noto come grandissimo giornalista sportivo, in realtà fu anche romanziere, appassionato di storia e fervido difensore della sua amata nazione lombarda. Lo ricordiamo attraverso alcuni passi tratti da “Lombardia amore mio” (Edizioni Lodigraf) e “Storie dei Lombardi” (Edizioni Book time):

“In tutte le regioni malgovernate d’Italia si fanno plebisciti entusiasti della riunificazione d’Italia: in Lombardia non si fa nulla. Non i Lombardi hanno voluto l’Italia una: i Piemontesi erano più poveri e arretrati di loro: perchè desiderarli quali nuovi padroni? indire un plebiscito in Lombardia sarebbe stato pericoloso. scriveva Carlo Cattaneo “.

“Milano prospera com’è suo destino e suo vanto. All’amministrazione dello Stato provvedono i piemontesi, onesti ma duretti di crapa. In pochi anni si trovano a essere sopraffatti dalla marea dei burocratici meridionali. Così l’Italia, ennesimo paradosso della storia, viene ben presto governata dalle sue colonie… Ma un giorno ricordiamoci noi Lombardi di essere stati trattati come terra di conquista, di non aver potuto esprimere una nostra precisa volontà popolare”

“Quando scoppia la ribellione del marzo 1848, Milano segue o anticipa le altre capitali d’Europa. Non si parla ancora di Italia e nessuno parla di rivoluzione. Semplicemente Milano si ribella e si fa rispettare in nome delle libertà civili”. ” …la gran parte del Paese vive più o meno allegramente su di noi, che esprimiamo circa il 30% dell’economia “nazionale”. Nè possiamo dolercene, perchè metteremmo in ancora più vivo risalto la nostra qualità di imbecilli (da cui, per logica estensione, la qualifica di “barca di cojoni” attribuita a Milano). Come uscire da questa incresciosa situazione? Diamine: facendo noi stessi politica, imponendoci agli altri, tanto meno numerosi di noi!”

“Vengono affibbiati ai Lombardi tutti i peggiori difetti di cui possa patire un popolo… però, senza offesa, debbo subito aggiungere che i Lombardi non sono disposti a cambiare con chicchessia, né in Italia, né fuori. Va ben inscì?”.

“Immagino che i funzionari addetti alla delimitazione delle regioni da poco annesse al Piemonte abbiano subito compreso quanto sarebbe stato rischioso unire tutti i Lombardi: essi costituiscono in effetti una nazione non molto inferiore per entità numerica all’Olanda o al Belgio, di cui ripetono anche il chimismo etnico (Germanici più Celti in maggioranza). L’equilibrio demografico fra le regioni sarebbe stato compromesso d’acchito. Così succede che un buon terzo dei Lombardi vive fuori dai nostri confini amministrativi, e che una piccola parte, come accade ai Baschi in Francia, viva addirittura fuori dai confini politici nazionali”.

“LA PATRIA DI UN UOMO E’ IL POSTO DOVE E’NATO”, scriveva Brera. E il suo posto era la Lombardia. Ringraziamo un uomo che in momenti non sospetti attraverso il suo impegno e le sue opere ha permesso ai Lombardi di riscoprire la propria identità di popolo e che per questo viene celebrato a pieno titolo come il Granlombardo.

Dario Pederzani – pro Lombardia Indipendenza – sez. Brescia –
http://www.prolombardia.eu

Un weekend nel segno della Liberta’ – Le impressioni di Dario Pederzani e di Juri Orsi, Osservatori Internazionali in Catalunya

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RIPORTIAMO QUI I RESOCONTI DI DUE DIRIGENTI DI pro LOMBARDIA INDIPENDENZA, PARTECIPANTI QUALI OSSERVATORI INTERNAZIONALI AL REFERENDUM CHE SI E’ SVOLTO IL 9 NOVEMBRE SCORSO IN CATALUNYA.

CONSULTA CATALANA DEL 9 NOVEMBRE: esempio di straordinaria democrazia

di Dario Pederzani

Una delegazione ufficiale di pro Lombardia Indipendenza, in rappresentanza della Lombardia con l’accreditamento di EFA – European Free Alliance (la casa comune dei movimenti indipendentisti-sovranisti europei) e di ICEC (associazione europea per l’autodeterminazione dei popoli), si è recata in Catalogna il 9 novembre 2014, per seguire da vicino le operazioni di voto nello storico referendum sull’indipendenza catalana. Nella serata di sabato 8, insieme alle delegazioni provenienti da tutta Europa (Süd-Tirol, Sardegna, Paesi Baschi, Galizia, Corsica, Bretagna, Scozia) siamo stati accolti dall’EFA e da Esquerra Republicana de Catalunya, e nel suo saluto di benvenuto, Jordi Solé Ferrando – deputato catalano di ERC e sindaco di Caldes de Montbuy – ha dichiarato: “I cittadini catalani voteranno in quanto cittadini liberi e sono orgogliosi di essere da esempio per tutti i popoli europei che perseguono la libertà”.

L’indomani, insieme agli altri osservatori internazionali, siamo stati accompagnati in numerosi seggi elettorali dove abbiamo potuto constatare la regolarità delle operazioni di voto e l’impressionante afflusso di cittadini ai seggi: code di decine, e in alcuni casi, centinaia di metri, erano composte ordinatamente da giovani, anziani, disabili in carrozzella, catalani da generazioni e catalani di adozione, tutti emozionati, tutti con un sorriso abbagliante e contagioso, tutti felici di scoprire che arrivavamo da ogni parte d’Europa per esprimere solidarietà proprio a loro, il popolo catalano in cerca della libertà.

Alla fine della giornata, ospiti della sede nazionale di ERC a Barcellona, abbiamo seguito l’afflusso dei primi risultati elettorali e successivamente ci siamo trasferiti al centro culturale El Born di Barcellona, luogo simbolo della storia e dell’identità catalana: al centro dell’enorme spazio museale abbiamo potuto ammirare le mura dell’ultimo bastione di resistenza che il popolo catalano oppose all’esercito spagnolo nel 1714, quando, appunto, la Catalunya perse la propria indipendenza. In un luogo evocativo come questo, Muriel Casals – presidente di Òmnium Cultural – e Carme Forcadell – presidente dell’Assemblea Nacional Catalana – hanno commentato la vittoria del doppio Sì alla consulta. In particolare, Carme Forcadell, parlando a braccio, conquistava tutti i Catalani accorsi per festeggiare e dichiarava, con il suo immancabile carisma, che “il voto di oggi rappresenta la rivolta democratica del popolo catalano: nonostante gli ostacoli e gli impedimenti messi in atto dallo Stato spagnolo, i cittadini catalani hanno esercitato la propria sovranità e hanno dimostrato di rifiutare la Spagna come proprio Stato. Il sentiero è tracciato e porterà all’indipendenza; il processo democratico intrapreso dalla Catalunya non potrà essere arrestato e sarà di esempio per tutti i popoli d’Europa che perseguono la propria indipendenza”.

Alla fine della giornata, avevano votato 2.305.290 cittadini (su 5.540.000 aventi diritto al voto, il 43%), 1.861.753 a favore dell’indipendenza (80,76%): un dato straordinario, se si pensa che in molti comuni di montagna non erano stati allestiti i seggi, che in molti non avevano potuto votare perché in possesso della tessera elettorale scaduta e che le Istituzioni ed i Partiti spagnoli avevano tentato fino all’ultimo di bloccare la consulta e di intimidire i cittadini (la procura generale dello Stato spagnolo aveva invitato la procura catalana a indagare su chi aveva autorizzato l’utilizzo delle scuole e di altri locali pubblici e a raccogliere i nominativi dei presidenti di seggio e dei volontari, dopo che il tribunale costituzionale spagnolo aveva sospeso la consulta. La Destra spagnola aveva addirittura richiesto l’intervento della Polizia per arrestare i presidenti di seggio!).

Un risultato straordinario se si pensa che il dato eguaglia i favorevoli allo Statuto autonomo (1.900.000 nel 2006) e supera quello di chi votò a favore dell’indipendenza nelle consulte municipali (811.147), a favore dell’ingresso nella Nato (1.200.000 nel 1986) o della costituzione europea (1.300.000 nel 2005). Tra l’altro, i voti a favore dell’indipendenza, sono superiori alla somma dei voti ottenuti dai partiti unionisti spagnoli alle elezioni regionali del 2012 (1.344.149). Il presidente della Generalitat Catalana, Mas, ha dichiarato: “Vogliamo decidere il nostro futuro politico. È un diritto naturale di tutte le nazioni e gli Stati democratici maturi lo rispettano”. Tuttavia, le sue aperture (compresa la rinnovata richiesta di una consulta legale concordata con Madrid) sono state subito respinte al mittente dal primo ministro spagnolo, Rajoy, e dal ministro della Giustizia spagnola, che ha definito la consulta “un mezzo di propaganda politica delle forze indipendentiste, inutile e sprovvisto di legalità democratica”.

Junqueras – leader di ERC ed anche lui presidente in un seggio elettorale – ha proposto alla classe politica catalana di abbandonare i tatticismi, affinché il popolo eserciti la propria sovranità e ha richiesto la convocazione di nuove elezioni per raccogliere un nuovo mandato dal popolo catalano: costruire le basi della Repubblica Catalana, scrivere la nuova Costituzione e raggiungere la tanto agognata indipendenza.

Noi osservatori lombardi siamo stati testimoni di un giorno spartiacque nella Storia catalana. Ora sta a noi cittadini lombardi scegliere se diventare protagonisti dello stesso cambiamento nella Storia lombarda o assistere, impassibili, al declino della nostra società e della nostra terra.

UN PERSONALE RESOCONTO DEL REFERENDUM CATALANO

di Juri Orsi
In occasione della storica consultazione referendaria catalana dello scorso 9 di novembre pro Lombardia Indipendenza era presenta con una propria delegazione. Abbiamo avuto la possibilità di far parte della delegazione ufficiale di EFA(European Free Alliance), l’organizzazione europea che racchiude tutti i principali partiti indipendentisti, tra cui è possibile annoverare lo Scottish National Party ed Esquerra Republicana de Catalunya, che ci ha fatto da ospite e ha guidato la delegazione nei diversi seggi.
Lo storico week-end a cui abbiamo potuto prendere parte comincia nella serata di sabato 8 novembre, quando abbiamo avuto la possibilità di cenare con i principali esponenti di EFA e con diversi esponenti di spicco di ERC. In particolare, abbiamo potuto confrontarci con il deputato catalano Jordi Solé Ferrando, che ha risposto a tutte le nostre numerose domande sul futuro prossimo della Catalunya, non mancando di augurarci i medesimi successi per la nostra Lombardia. Difficilmente posso ricordare occasioni di confronto più interessanti, e so di poter parlare a nome di tutta la nostra delegazione. Il giorno dopo, il vero storico giorno che ha cambiato la storia della Catalunya e di tutta l’Europa, abbiamo viaggiato letteralmente dai monti al mare. Prima ci siamo recati nella città montana di Vic, centro dove storicamente l’indipendentismo ha sempre avuto largo consenso. Le lunghe code ai seggi sono state la migliore testimonianza di questa inarrestabile voglia di libertà. Vedere una simile voglia di partecipare ad una vera e propria rivoluzione democratica è stato a dir poco commovente.
Subito dopo ci siamo spostati da Vic a Badalona, centro nella periferia di Barcellona. Durante il tragitto in pullman ci ero stato detto di non aspettarci la stessa partecipazione di Vic, vista la forte componente di immigrati spagnoli ed extra-iberici nell’elettorato di Badalona. Questo ha amplificato la sorpresa e la commozione nel trovarci davanti una coda di più di cento metri. Cento metri di persone che con pazienza aspettavano sotto la pioggia per poter votare e decidere il proprio futuro. Uno spettacolo che lascia davvero senza parole. Nel pomeriggio abbiamo visitato altri seggi, stavolta a Barcellona, per poi recarci nella sede ufficiale di ERC, dove abbiamo assistito ai primi(incredibilmente positivi) dati sull’affluenza.
La giornata, storica tanto per la Catalunya quanto per noi lombardi in trasferta, si è conclusa al centro culturale el Born, dove Carmen Forcadell, presidentessa dell’Assemblea Nacional Catalana, ha dato voce a quanto milioni di catalani stavano già pensando: la Catalunya ha già votato, e le leggi dello stato spagnolo per essa non hanno più valore. Starà ora al governo di Madrid venire a patti con questa nuova realtà. Questo è quello che più mi ha colpito. Siamo atterrati in una regione spagnola, ma siamo decollati due giorni dopo da una terra che era conscia di essere una comunità nazionale, e che doveva solo affrontare un percorso politico per emanciparsi da uno stato divenuto ormai straniero. Non da una posizione di subalternità, quale sarebbe stata implicita per una regione qualsiasi, ma da una posizione di parità nei confronti del governo di Madrid. Non so quanto ci vorrà per la Catalunya per diventare uno stato, se ci vorranno mesi o solo poche settimane, ma sono certo nel modo più assoluto che il processo di autodeterminazione del popolo catalano non sia solo iniziato, ma sia già sulla via della conclusione. Una comunità nazionale ha riconosciuto di essere tale ed ha deciso di voler essere uno stato, la questione ora è solo quanto il governo di Madrid potrà resistere arroccato sul castello di carte costituzionali che fino a ieri credeva inespugnabile. I catalani avranno la forza di confrontarsi con uno stato riconosciuto come la Spagna?
Io ripenso a quei catalani che aspettavano sotto l’acqua, e dico sì, una determinazione simile non può essere arginata.

 

LOCAL TAX: l’ultima arma a doppio taglio dello Stato italiano – di Gabriele Barrale – pro Lombardia Indipendenza – Franciacurta

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Riportiamo un intervento di Gabriele Barrale, della sez. Franciacurta di pro Lombardia Indipendenza, sull’ennesima futura vessazione nei confronti dei cittadini Lombardi – da http://franciacortaprolombardia.wordpress.com

Per l’anno a venire si prospetta una novità sul piano dei contributi. Lo Stato italiano è riuscito ancora una volta a partorire una “perla” che graverà tuttavia come un macigno sugli Enti locali (e se parliamo di fisco, be’, va da sé che i primi a farne le spese saranno quelli lombardi): stiamo parlando della LOCAL TAX (che chic questi inglesismi! lo zuccherino dei media per far ingoiare meglio ai cittadini pillole amare come il fiele). La nuova tassa con tutta probabilità entrerà in vigore nel 2015 e sarà approvata contestualmente con la Legge (hanno avuto l’accortezza di non chiamarlo più “Patto”!) di Stabilità, il cui iter parlamentare prenderà avvio il prossimo 27 novembre. In merito il delegato al fisco locale dell’ANCI, Guido Castelli, ha di recente affermato: «Con questa Legge di Stabilità, il 2015 per i Comuni sarà un anno terrificante». Una dichiarazione debordante di consolazione.

Mascherata come la panacea che finalmente, dopo tanto discutere, darà piena “autonomia” agli Enti locali in materia fiscale, a ben guardarla la Local Tax appare più come un’opportunità data ai Comuni di scegliere se assumere la cicuta per endovena o per via rettale. Il Presidente del Consiglio, in occasione della XXI Assemblea ANCI tenutasi a Milano tra il 6 e l’8 novembre, ha annunciato alla platea: «L’autonomia che vi propongo è organizzativa, vi diamo degli obiettivi e poi voi fate come vi pare, è evidente che poi ne risponderete di fronte ai cittadini». Tra le righe di questa ridondante affermazione, si cela in realtà debitamente nascosto tutto un progetto autoritario dello Stato italiano. Vedremo perché.

Osserviamo intanto in breve i punti salienti della Local Tax.

1) IMU e TASI verranno accorpate, assieme a TOSAP, imposte di scopo, di soggiorno, di pubblicità. Sarà pressoché impossibile unire a esse anche la TARI sui rifiuti, giacché i parametri di calcolo sono incompatibili quantomeno con le prime due.

2) Si retrocede in modo drastico sulle detrazioni fisse: se con la prima vecchia IMU vi era un bonus di € 200 sulla prima casa, maggiorata di € 50 per ciascun figlio a carico sotto i 26 anni, con la Local Tax si passa a € 100; con ogni probabilità scordiamoci le maggiorazioni (già scomparse, d’altra parte, nell’ultima IMU).

3) I Comuni devono dire addio e rinunciare in toto all’Addizionale IRPEF (che fruttava circa € 4,5 mld), la quale verrà incamerata dallo Stato, in cambio (forse) della cessione agli Enti locali di aliquote IMU su capannoni, alberghi e centri commerciali.

4) Il punto nodale (e dolente) sta nelle nuove aliquote comunali. Lo Stato ha di fatto aumentato le forbici entro le quali i Comuni possono intervenire (di qui principalmente la c.d. ”autonomia” di cui tanto si discute): sulla prima casa (detrazioni escluse) si va dal 2,5 al 5‰; per tutti gli altri immobili si passa da una forbice attuale che va dall’8,6 al 10,6‰ a quella che andrà dall’8,5 al 12‰.

Prima di proseguire nel nostro discorso occorre tenere a mente che la prossima Legge di Stabilità prevede che i trasferimenti dello Stato ai Comuni siano tagliati complessivamente di € 1,2 mld, ai quali si devono aggiungere 300 milioni di riduzioni di spese derivanti da provvedimenti del 2013 e del 2014; un nuovo sistema di contabilità; il mancato rifinanziamento del patto di stabilità verticale; il divieto di utilizzo degli avanzi di bilancio vincolati. Complessivamente l’ANCI ha previsto un taglio totale che si aggira attorno ai 3 miliardi di euro. E tutto questo discorso vale solo per i Comuni. Non stiamo parlando, infatti, dei tagli agli Enti regionali, ad esempio quello di 730 milioni di euro al sistema sanitario della Regione Lombardia.

In triste sintesi, i Comuni da un lato sono obbligati a rinunciare ad Addizionale IRPEF e a ulteriori trasferimenti dallo Stato; dall’altro sono costretti ad addossarsi una responsabilità che solo direttamente è loro, perché sarà pur vero che saranno i Comuni a dover aumentare le aliquote e, dunque, incrementare la pressione fiscale sui loro cittadini, ma è pur altrettanto vero che vi sono costretti da uno Stato infame. Difatti, per coprire la progressiva riduzione delle Entrate (i trasferimenti statali son passati da € 16,5 mld nel 2010 a soli € 2,5 mld nel 2013), i Comuni o non erogano più servizi di base, o saranno per forza di cose obbligati a ritoccare le aliquote aumentandole. Nell’uno e nell’altro caso, si genererà una situazione auspicata a tavolino dallo Stato: ridurre gli Enti locali a capri espiatori della morsa fiscale italiana. Un cappio ben congeniato.

A fronte di quanto sta accadendo, appaiono oltremodo ridicoli i recenti entusiasmi dei vertici dell’ANCI. Piero Fassino canta vittoria perché in virtù delle ultime trattative con il Governo si è riusciti a confermare ai Comuni gli oneri di urbanizzazione di spesa corrente. Non è che un annaspare in acque fognarie. Lo Stato non retrocede di una virgola in materia tributaria e gli Enti locali si tirano ulteriormente la zappa sui piedi: la situazione continuerà a peggiorare con sempre meno margini d’intervento futuri (anche gli escamotages più servili prima o poi finiranno, cari Sindaci!).

Con la Local Tax lo Stato italiano fa un passo in avanti verso il suo obiettivo, quello di sempre, quello innato nella sua natura autoritaria: privare i cittadini di quel già risicato margine di democrazia che ancora possono esercitare (per quanto incompiuta sia sempre stata). Uno Stato autoritario non priva mai con manovre eclatanti i suoi cittadini della democrazia, no. Uno Stato autoritario fa in modo che sia il cittadino stesso a rinunciarvi secondo una logica perversa pazientemente infusa nella sua coscienza. Se lo Stato italiano inizia (come da tempo sta già facendo) a mettere in cattiva luce, con ogni mezzo disponibile, Province, Comuni, Regioni e tutti gli Enti locali e amministrativi, fuorché se stesso; se, dopo averli messi in cattiva luce, fa in modo di addossare su di essi la responsabilità di ogni malversazione a carico dei cittadini, allora diventerà davvero un gioco da ragazzi eliminare gli Enti locali, proseguire sulla strada di un centralismo assoluto e annullare ogni significato e valore alle rappresentanze locali senza eccessive opposizioni e con addirittura il beneplacito dei cittadini. Si tratta di una campagna di odio ben indirizzata e oramai avviata a pieno regime. Ricordiamo le Province, che né son state sciolte come promesso (con l’illusorio pretesto di un taglio alla spesa pubblica), né d’ora in avanti saranno più eleggibili dai cittadini; ricordiamo l’auspicio del pres. campano Caldoro di abolire le Regioni (dic. 2013); ricordiamo la celebre bacchettata del pres. Renzi «le Regioni hanno qualcosa da farsi perdonare» (ott. 2014).

La Local Tax è, dunque, un’arma a doppio taglio e i Comuni sono le sue vittime sacrificali. Gli Enti locali son privati di risorse e vengono condannati alla gogna, dati in pasto a cittadini esasperati e poco informati. Fatta franca ancora una volta, lo Stato italiano gioisce e coglie due piccioni con una fava: le sue casse resteranno intaccate e l’accentramento autoritario del suo potere potrà crescere senza eccessivi ostacoli.

“E quand l’è ch’el vegnarà el dì ?? “ – Lettera aperta a Dario Fo

Lettera aperta a Dario Fo, Premio Nobel, lombardo

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Caro Dario,
ho letto con estremo piacere la tua firma in calce al documento sottoscritto da decine di intellettuali e personaggi celebri in sostegno al Diritto di Votare del popolo catalano in occasione della Consulta del 9N.
Devo confessarti che non sono rimasto sorpreso dalla tua adesione: in un mondo ancora diviso da ideologie che fanno riferimento al passato, la tua voce si alza come un segnale di Libertà, in controtendenza, come spesso è accaduto in passato.
D’altra parte, come dimenticare il tuo impegno per ridare voce nelle tue opere teatrali a quel mondo lombardo antico, con quel tuo gramelot che tanto scalpore fece decenni orsono. Come dimenticare anche interpretazioni musicali, vedi “Ho visto un re”, che raccontavano di un contado derubato e stravolto dai poteri forti di allora.
Gli stessi poteri forti che, dopo la Rivoluzione industriale, furono rappresentati in terra lombarda dallo Stato Italiano: tu che sei sempre stato attento ai diritti degli “ultimi” non ti sarai dimenticato, come hanno fatto tutti gli altri, degli operai e dei cittadini milanesi massacrati nel 1898 dai carabinieri e dalle cannonate di Bava Beccaris.
Avevano una sola colpa: chiedere pane e Liberta’ di espressione. La stessa che oggi, giustamente tu invochi per i Catalani.
Una stretta di mano, caro Dario, e un ringraziamento da chi sostiene il Diritto dei Popoli a decidere sul proprio futuro, nella certezza di trovarti anche al fianco del Popolo Lombardo, quando pensera’ sia venuto il momento di decidere.
“E quand l’è ch’el vegnarà el dì ?? “, come chiese un operaio milanese a Turati……… presto, speriamo…….nella certezza che oggi in Catalunya inizierà a crollare un altro Muro, quello creato dagli Stati centralisti per soffocare la voce dei Popoli sottomessi con guerre e invasioni.
Un caro saluto


Alberto A. Schiatti
pro Lombardia Indipendenza – Insubria

Abbattiamo tutti insieme il nuovo muro d’Europa – di Juri Orsi – dal blog http://parolelombarde.wordpress.com/

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Domani partirò per la Catalunya insieme a tutta la delegazione di pro Lombardia Indipendenza. Avremo l’onore di far parte della delegazione ufficiale dell’European Free Alliance(EFA), l’organizzazione europea che riunisce i più importanti movimenti politici indipendentisti. Tra di essi è possibile annoverare lo Scottish National Party, nonché il primo partito catalano, Esquerra Republicana de Catalunya, che ci farà da ospite in quest’avventura. Mentre i catalani voteranno per la propria indipendenza dando inizio ad una nuova fase della storia europea, gireremo per numerosi seggi incontrando importanti figure politiche catalane ed europee.
Faccio fatica a ricordare momenti di maggiore entusiasmo. Da una parte l’onore di far parte di una delegazione ufficiale, e soprattutto il riconoscimento dato al nostro movimento, d’ora innanzi il vero riferimento politico internazionale per l’indipendentismo in Lombardia. Dall’altra, la consapevolezza di essere presente, e chissà, dare il proprio contributo, a quello che sarà considerato come un momento rivoluzionario della storia d’Europa. Sono convinto che negli anni a venire ricorderò con estrema gioia i prossimi giorni, ed è una sensazione davvero piacevole.
Ma aldilà dell’entusiasmo personale che questo viaggio può darmi, cosa comporterà questo referendum per l’Europa? Partiamo da un presupposto, la storia ha davvero una mirabile teatralità. Il 9 novembre non sarà solo la data del referendum catalano, ma sarà anche il venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, l’evento che ha segnato un passaggio dirimente nella storia d’Europa, rivoluzionando completamente la cartina dell’Europa orientale. Quella che fu una rivoluzione per l’Europa orientale ebbe invece relative conseguenze per l’Europa occidentale. Il sistema degli stati europei è sopravvissuto. Fino ad ora.
Il referendum in Catalunya potrebbe infatti cambiare sia la nostra concezione dei rapporti tra i diversi stati europei sia l’idea di autodeterminazione dei popoli. L’opinione pubblica europea dovrà affrontare la decisione inamovibile ed unilaterale di un popolo di autodeterminarsi, e tutto ciò nonostante la costituzione spagnola che vieta tale diritto. Per la prima volta vedremo il voto democratico di un popolo soverchiare l’autoritarismo di uno stato europeo, dando inizio ad una nuova evoluzione del diritto degli stati. Un nuovo muro sta per essere abbattuto, il muro dell’autoritarismo stantio dello stato novecentesco.
Se la caduta del muro di Berlino ha permesso una nuova fase di convivenza del popolo tedesco e di tutti i popoli europei, l’indipendenza della Catalunya permetterà una nuova fase di libertà in Europa, un risveglio delle comunità nazionali come la Lombardia, ed una nuova affermazione della democrazia.
Spetta ai catalani l’onore di portare a compimento questa rivoluzione, ma mai come in quest’occasione tutti noi dobbiamo manifestare con forza la nostra solidarietà al popolo catalano,
Abbattiamo tutti insieme un nuovo muro, ed entriamo in una nuova Europa.
Juri Orsi

L’indipendenza e il finto rischio dell’escalation secessionista – di Juri Orsi – da http://parolelombarde.wordpress.com/

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Una delle più comuni critiche che vengono rivolte all’indipendentismo, e più in generale allo stesso diritto di autodeterminazione, è il rischio che una volta ottenuta l’indipendenza, anche le nuove entità statali inizino ad essere dilaniate da ulteriori spinte indipendentiste; questo processo, se portato agli estremi, finirebbe con lo sfociare in un’assenza dello stato. Quante volte abbiamo sentito o letto la frase: “entro pochi mesi finiremmo a fare secessioni di un condominio dall’altro”. Ora, aldilà dell’effettiva natura negativa dell’assenza dello stato, cosa del tutto opinabile, è utile analizzare se questo timore sia fondato o meno. Se una o più comunità nazionali soggiogate dallo stato italiano ottenessero l’indipendenza, si creerebbe davvero un precedente politico e giuridico che porterebbe in pochi mesi alla dissoluzione di qualunque istituzione e ad una sorta di guerra di tutti contro tutti come molti paventano?
Possiamo analizzare la questione dapprima da un punto di vista empirico, per poi passare ad un’analisi teorica. Noi lombardi abbiamo una grande fortuna; per cercare modelli di istituzioni che riconoscono la sovranità dei cittadini ci basta guardare pochi kilometri a Nord. In questo caso possiamo guardare al principato del Liechtenstein. Come è noto, il principato è un esempio di microstato. Infatti la sua popolazione conta circa 36°000 abitanti, divisi in 11 comuni. Ovviamente tali comuni hanno poche migliaia di abitanti, la capitale Vaduz ne ha infatti solo 5 mila. È interessante notare che la costituzione del principato riconosce il diritto di secessione dei singoli comuni. Nell’articolo 4 della costituzione leggiamo infatti “Ai singoli Comuni spetta il diritto di recedere dall’Unione statale. Sull’avvio del procedimento di recesso decide la maggioranza dei cittadini ivi residenti aventi diritto di voto”. Questo potrebbe risultare scioccante per tutti gli strenui difensori della sacra unità dello stato, in quanto il vaso di Pandora che secondo loro noi stiamo cercando di aprire risulta aperto a pochi kilometri da noi. Possiamo osservare allora qual è il risultato del riconoscimento del diritto di autodeterminazione, controllando se effettivamente si presenta come quello scenario post-apocalittico descritto in precedenza. Sorpresa sorpresa, i comuni non secedono dal principato. Il motivo è evidente: non hanno interessa a farlo. Che interesse avrebbe un comune di poche migliaia di abitanti a creare uno stato indipendente, con tutti gli oneri interni ed internazionali che ne derivano? Che interesse ha a secedere da uno stato che dal punto di vista amministrativo e politico funziona? È quindi evidente che questo rischio di dissoluzione di qualunque unità politica che porta alla fine del nostro vivere comunitario non sussiste, come evidenzia la prassi in esame.
Ma se esiste la possibilità per i singoli comuni del Liechtenstein di dividersi dal principato, perché ciò non avviene? Questo può essere spiegato dall’analisi teorica precedentemente citata. Posto che il controllo di un determinato territorio costituisce un tratto caratterizzante e fondamentale dello stato moderno, e che lo stato può essere oggi considerato come entità politica fondamentale del mondo contemporaneo, è evidente che l’autodeterminazione di una comunità nazionale che decide di secedere dallo stato di appartenenza costituisce una rottura del contratto sociale alla base della formazione dello stato suddetto. Il recesso da un contratto di questo tipo non è affatto una decisione dettata da motivazioni contingenti; costituisce infatti una forma di ribellione politica(e, spero non ci sia necessità di evidenziarlo, PACIFICA). La scelta democratica di rompere il contratto dipende dal venir meno di condizioni fondamentali e imprescindibili per la convivenza di un popolo con una data organizzazione statale. Nel caso lombardo, ad esempio, possiamo annoverare una rapina fiscale senza precedenti nella storia moderna dell’Occidente e un sistema costituzionale che impedisce di fatto qualunque riforma in senso democratico. Se non sussistessero condizioni paragonabili a queste, non si arriverebbe al recesso dallo stato e alla formazione di una nuova entità statale. In Liechtenstein non si verificano secessioni proprio perché non sussistono le condizioni per una rottura politica simile. Questo confuta quindi il rischio di una sistematica serie di secessioni politiche; la nuova entità statale sorta dalla prima secessione si dividerebbe a sua volta solo se si costituissero delle condizioni di malfunzionamento o iniquità così gravi da spingere una parte a voler rompere i legami politici con essa. Altrimenti nessuno avrebbe interesse a secedere da uno stato formandone uno nuovo. Insomma, il nostro essere indipendentisti non deriva da un capriccio passeggero, ma dalla convinzione(che chiaramente noi consideriamo consapevolezza) che non sussistano più le condizioni per continuare a vivere sotto uno stato che stritola la nostra economia, impedisce il nostro autogoverno, nega e tenta di cancellare la nostra cultura e la nostra storia. Una condizione del genere, dal mio punto di vista, potrebbe di certo venire a crearsi nei nuovi stati, provocando la volontà della popolazione di una data area di autodeterminarsi. È quantomeno pronosticabile però che questo sarebbe un caso limite e sicuramente che non si verificherebbe con facilità, provocando una serie incontrollata di secessioni come da molti paventato.
In ogni caso, immaginando la Lombardia del futuro, sarà doveroso prendere spunto dal principato del Liechtenstein per la natura costituzionale del nostro nuovo stato, riconoscendo il diritto di secessione alle future unità territoriali lombarde. Questo per due ordini di motivi:da una parte riconoscere il diritto di secessione rappresenta un aspetto fondamentale, insieme ad un sistema di democrazia diretta, per garantire il vero autogoverno individuale e collettivo; dall’altra perché riconoscere un diritto di secessione alle nostre future unità territoriali rappresenta il primo incentivo per il governo federale a funzionare nel modo migliore e nel totale rispetto dei diritti democratici dei cittadini. Concludendo, l’indipendenza della Lombardia non aprirà un vaso di Pandora scatenando una serie infinita di secessioni, ma sarà il primo passo per la formazione di un sistema istituzionale che, riconoscendo il diritto di autodeterminazione, funzionerà nel modo migliore per far sì che le sue parti componenti siano soddisfatte dalla sua unità.


Juri Orsi