#Americhe #Brasile – GUARANI’ E KAIOWA IN PIEDI DI FRONTE AL TERRORISMO DEI LATIFONDISTI – di Gianni Sartori

Nonostante la brutale violenza padronale di allevatori, agricoltori e pistoleros, gli indigeni guaraní-kaiowá tenacemente persistono nelle azioni di recupero delle terre ancestrali
A voler ricostruire lo stillicidio di indigeni assassinati dalle milizie dei latifondisti in Brasile, anche circoscrivendo alla sola etnia guaranì, si rischia di perdere il conto.
E comunque ogni calcolo sarà per difetto.
A solo titolo d’esempio, proviamo comunque a ricostruire qualche evento particolarmente doloroso degli anni scorsi.
L’indigena di etnia guaraní-kaiowá Clodiode Aquileu Rodrigues de Souza (26 anni) venne assassinata il 14 giugno 2016. Ennesima vittima innocente del conflitto che ha insanguinato per anni lo Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. Suoi carnefici, i gruppi armati finanziati dai terratenientes che volevano riprendersi una fattoria occupata due giorni prima dagli indigeni.
Indigeni che rivendicavano i loro diritti sulle terre ancestrali. Altre cinque persone, tra cui alcuni bambini, risultavano feriti da colpi di arma da fuoco. L’episodio cadeva giusto a un anno di distanza dall’uccisione in circostanze analoghe di un’altra indigena guaraní, Semião Fernandes Vilhalva (24 anni).
Del resto il 2015 era stato un anno nero (l’ennesimo) per gli indigeni del Brasile.
Stando a un rapporto pubblicato dal Consejo Indigenista Misionero (CIMI) ben 137 indigeni erano stati brutalmente uccisi (quelli di cui si è avuto notizia ovviamente) in Brasile, la maggior parte nel Mato Grosso do Sul (25 nel solo 2015).
Ma gli omicidi erano (e rimangono) la punta dell’iceberg di una serie impressionante di violenze operate dai proprietari terrieri contro i nativi. In buona parte conseguenza della tardiva o mancata delimitazione delle terre indigene da parte del governo.
All’epoca, su almeno 96 “terre indigene” già individuate soltanto quattro erano state debitamente approvate e delimitate.
Dato che sulla maggior parte delle terre dei Guaranì sorgono allevamenti di bestiame con piantagioni di soia, canna da zucchero e biocarburanti (vedi gli accordi della Shell con la società Cosan) alla violenza diretta dei proprietari terrieri fatalmente si sovrappone la disperazione dei nativi denutriti, emarginati, esclusi. Costretti a vivere in riserve sovraffollate: facile intravederli accampati ai bordi delle strade.
Solo nell’anno considerato (2015) erano stati 87 (45 sempre nel Mato Grosso do Sul) i casi documentati di suicidio tra i nativi. Inoltre i dati sulla mortalità infantile tra gli indigeni brasiliani era il doppio (26, 35 deceduti su mille nati vivi) della media nazionale (13,83 su mille).
Così, tanto per dare l’dea. E potremmo continuare. Le cose non sono certo migliorate nel corso dell’ultimo decennio (soprattutto durante il governo Bolsonaro). Ma passiamo ora ai nostri giorni.
Nel luglio 2024 diverse terre ancestrali (da decenni occupate dal latifondo imprenditoriale) sono state rivendicate – e in parte recuperate affidandole agli spiriti guardiani teko jara– dagli indigeni Guaraní-Kaiowa in varie zone del Mato Grosso do Sul. Almeno tre nella municipalità di Douradina. In particolare la Terra Indigena Panambi-Lagoa Rica, quella di Kunumi Poty Verá (dove avvenne il massacro di Caarapó nel 2016) e altre nella regione di Takuara dove nel 2003 era stato assassinato il leader guaranì Marcos Veron (massacrato di botte da tre dipendenti di un allevatore).
Analogamente altre azioni dirette di occupazione-recupero avvenivano in altre regioni brasiliane. Nell’ovest del Paranà (indigeni Ava Guaraní), nel Rio Grande do Sul (popolo Kaingang) e nel Ceará, uno stato del nord-est dove le popolazioni Jenipapo Kanindé (più conosciuta come Cabeludos da Encantada) e Anacé da decenni subivano le angherie delle multinazionali (v. la Pecém Agroindustrial S.A. – produttrice di carta – del Grupo Ypióca) e dei proprietari terrieri (come Ernani Viana).
Intanto si auspica che anche nella terra delimitata Panambi-Lagoa Rica il processo di demarcazione (avviato dalla FUNAI nel 20025 e confermato nel 2011) proceda ulteriormente.
Attualmente il Territorio Indigeno (TI) comprende un’area di 12.196 ettari, ma il procedimento legale sarebbe bloccato presso il tribunale regionale Federale che ne contesta la legittimità.
L’espropriazione, la colonizzazione subita dai guaranì-kaiowà risale almeno alla fine del XIX secolo e andò esasperandosi con l’istituzione delle Riserve Indigene istituite dal Servizio di Protezione dell’Indio (SPI, non più attivo).
Deleteria (dal punto di vista dei nativi) la realizzazione nel 1940 della Colonia Nazionale di Dourados.
Il dittatore dell’epoca, Getúlio Vargas, mentre cedeva agli agricoltori-allevatori le terre indigene, contemporaneamente procedeva a espellere i nativi , forzatamente trasferiti a molti chilometri di distanza.
Alcuni discendenti dei colonizzatori di allora mantengono tuttora le loro fattorie sulle terre indigene. Sfruttandole e depredandole con le monoculture di soia e mais (in funzione dell’allevamento).
Il 13 luglio 2024 si realizzava un ulteriore recupero di terre ancestrali ricche di biodiversità, con numerose piante autoctone indispensabili per la medicina tradizionale. Tra cui anche l’albero da cui estrarre la resina utilizzata nel rituale di iniziazione kunumi pepy (perforazione delle labbra). L’azione intrapresa dagli indigeni, a cui prendevano parte molte donne (anche un’arzilla ultra-novantenne), era stata denominata Yvy Ajhere e si era svolta all’insegna di cerimonie tradizionali, compresa la costruzione di una casa comunitaria di preghiera.
Contro gli indigeni era scattata la reazione isterica dei proprietari, arrivati a bordo di fuoristrada, con uso di petardi, sorvolo di droni e colpi di arma da fuoco. Come da protocollo.
Al momento l’area sarebbe ancora circondata da agricoltori e allevatori (oltre che dai loro pistoleros ovviamente) che hanno innalzato alcune strutture (soprattutto tende per ora) e installato potenti fari alimentati dai generatori. Godrebbero inoltre dell’appoggio politico di deputati federali legati all’ex presidente Bolsonaro.
Stessa musica in altre zone della regione di cui gli indigeni richiedono la restituzione: Pikyxi’yn e Kurupay’ty. Con uomini armati a bordo di motociclette e fuoristrada che hanno realizzato veri e propri posti di blocco. Facendo ugualmente ampio uso dei droni per controllare e contrastare le mosse degli indigeni (di fatto circondati, sotto assedio). Comunque nonostante dal 26 luglio siano cominciati anche i sorvoli di qualche elicottero, non sembra che gli indigeni abbiano l’intenzione di desistere e abbandonare il campo.
Gianni Sartori
#EuskalHerria #Toros – I BASCHI CONTRO LA CORRIDA – di Gianni Sartori
SE I MALTRATTAMENTI SUGLI ANIMALI POSSONO ESSERE PROPEDEUTICI A QUELLI SUGLI ESSERI UMANI, E’ PROBABILE CHE LA CORRIDA SIA STRETTAMENTE IMPARENTATA CON LA TORTURA. O ALMENO QUESTO SEMBRA ESSERE IL PENSIERO DI MOLTI BASCHI

Chiunque abbia visitati Hego Euskal Herria (Hegoalde, Paese basco del Sud, sotto amministrazione spagnola) negli ultimi decenni non avrà potuto ignorare, accanto alle numerose iniziative strettamente politiche (per l’Indipendenza, per i prigionieri politici, antimilitariste, di solidarietà internazionale con i popoli oppressi…) e culturali (difesa dell’euskara, della cultura basca..) altre vaste mobilitazioni in difesa di Ama Lur (Madre Terra, nella mitologia basca la madre di Eguzki – il Sole – e di Ilargi – la Luna). Dalle storiche manifestazioni di massa contro la centrale di Lemoiz a quelle contro la diga di Itoiz (definita “il prossimo Vajont”) per dirne un paio.
Ma nell’agosto 2005 a Donostia avevo avuto modo di partecipare a una manifestazione di natura prettamente “animalista” (o se preferite: antispecista) contro la corrida.
Promossa da Animalien Eskubideen Aldeko Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali) con molti slogan sia in euskara (coglievo ripetutamente l’avverbio negativo olofrastico “EZ”, NO), sia in castigliano (con i toreri chiamati “asesinos”). Qualcuna anche in catalano: “Defensar la Terra no es cap delicte” (Difendere la Terra non è reato).
Si voleva così protestare per la costruzione di una nuova arena. Presenti diverse centinaia di persone: animalisti, ecologisti (esponenti di Eguzki, di Lurra, di Eki e di Berdeak, i “Verdi” in basco), giovani dei Centri sociali, delle associazioni contro la tortura (con cui la corrida viene spesso equiparata) e qualche esponente politico della sinistra abertzale. Oltre a Juan Mari Beldarrain (una vecchia conoscenza di Eguzki, il movimento antinucleare basco con il Sole per simbolo) che avevo intervistato il giorno prima, anche Joseba Alvarez (ex parlamentare, all’epoca portavoce dell’Ufficio Esteri di Batasuna) che dovevo intervistare il giorno dopo. Insieme a una figura storica della sinistra indipendentista basca, il padre José Luis Alvarez, più conosciuto come Txillardegi. Linguista e scrittore, viene ricordato come uno dei fondatori di ETA all’epoca del franchismo.
Di quella circostanza conservo, oltre ad alcuni volantini bilingue, sia in basco che in castigliano, le immagini di pittoreschi cartelli di protesta contro la crudele “tradizione” (spagnola, non basca) e delle fantasiose magliette indossate da alcuni manifestanti. Per esempio una forse provocatoria “Lurra Ta Askatasuna” (Terra e Libertà) con il volto di Zapata. Su quella di un altro manifestante spiccava il volto sorridente di Gladys, una militante di Eguzki uccisa dalla polizia durante le manifestazioni contro la centrale nucleare di Lemoiz. In centinaia vennero picchiati e incarcerati, ma alla fine nessuna centrale venne a devastare i territori baschi. Diversamente da quanto accadde invece in altre regioni della penisola iberica dove evidentemente le proteste furono meno intense. Basti pensare alla Catalunya dove sorsero Vandellos (1 e 2) e Ascò (1 e 2) e dove – almeno nel secolo scorso – correvano i “treni nucleari” trasportando le scorie in Francia, in riva al Rodano. Dove sorgeva la centrale elettronucleare che ospitava il reattore “autofertilizzante” Super-Phénix (tardivamente chiuso nel 1998) per la produzione di plutonio-239.
Alla fine dovevo constatare che l’amalgama tra sinistra indipendentista (o comunque favorevole all’autodeterminazione) basca e movimenti ambientalisti e protezionisti sostanzialmente non solo reggeva, ma funzionava. Del resto quella della corrida è tutto tranne che una tradizione basca, per cui viene percepita come una forma di colonizzazione culturale (spesso equiparata come ho detto alla tortura).
Niente di strano quindi se anche quest’anno (agosto 2024) centinaia di persone hanno vigorosamente protestato alla Plaza de Toros de Illumbe (sempre a Donostia). Sia contro la corrida, sia per la non gradita presenza del re di Spagna (Felipe VI, figlio di quel Juan Carlos che si rompeva l’anca andando a caccia di elefanti). Inalberando per l’occasione, oltre alla bandiera basca (l’ikurrina), anche quella gloriosa (rossa, gialla e viola) della Repubblica, annientata da Franco nel 1939 (grazie al contributo di Hitler e Mussolini, do you remenber Gernika?).
Tra i partecipanti alcuni esponenti politici di EH Bildu ( Xabi Soto e Jon Albizu), la consigliera comunale Amaia Martin (di Irabazi) e Rosa Garcia (di Stop Desahucios, Basta Rifiuti).
Ricordo che anche in passato, in varie occasioni, gli esponenti di E.H Bildu si sono dichiarati contrari a questo spettacolo crudele e obsoleto. Chiedendo alle autorità componenti “se veramente pensano che l’esibizione dei maltrattamenti sugli animali costituiva un buon biglietto da visita per la città”.
Come si diceva al sanguinario spettacolo di agosto 2024 (circa 8mila spettatori) ha presenziato anche il re di Spagna, accompagnato dalla figlia (la infanta Elena) e due nipoti.
I tre toreri hanno dedicato i tori abbattuti al sovrano che pare aver gradito molto.
Infatti sia il re che l’infanta hanno poi dichiarato che la corrida “gode sempre del loro totale sostegno”. Aggiungendo di voler presto tornare a “vedere i tori in questa piazza meravigliosa”.
Mentre l’Ertzaintza (la polizia “autonoma”) impediva lo scontro fisico (ma non un vivace scambio verbale di reciproche contumelie) tra taurinos e antitaurinos, la concentrazione anti-corrida si era protratta fin dopo le sei di sera.
Gianni Sartori
#ViviLaStoria #Hiroshima
la Vita prevale sempre sull’orrore della guerra

#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya
#Asia #Bangladesh – MENTRE LA LIBERAZIONE DI ALCUNI ARRESTATI NON SEMBRA PLACARE IL CONFLITTO SOCIALE, IL GOVERNO METTE FUORI LEGGE L’ORGANIZZAZIONE “JAMAAT-E-ISLAMI” – di Gianni Sartori

Le manifestazioni che avevano incendiato il Bangladesh nel luglio 2024 non si sono ancora completamente esaurite. Nonostante alcune modifiche apportate dal governo al sistema delle assunzioni nell’amministrazione pubblica (giudicato discriminatorio) e la liberazione di sei minorenni arrestatati durante gli scontri.
Le centinaia di migliaia di manifestanti scesi in strada, in gran parte studenti e diplomati disoccupati, richiedevano l’abrogazione di una legge di “discriminazione positiva” che favorirebbe l’accesso alla funzione pubblica dei parenti degli ex combattenti della guerra d’indipendenza (1971).
Quasi un provocazione in un paese di 170 milioni di abitanti, in cui l’età media è di circa 27 anni e quasi il 40% dei giovani tra i 15 e i 27 anni non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (stando ai dati ufficiali dell’Ufficio di statistica del Bangladesh)
Durissima la risposta delle forze dell’ordine (schierati anche i soldati, guardie di frontiera e milizie paramilitari) che hanno utilizzato fuego real uccidendo oltre 210 persone (tra cui numerosi minorenni, si calcola il 70% delle vittime). Anche se non si può escludere che alcuni siano stati uccisi da “franchi tiratori” che agiscono per alimentare ulteriormente la tensione (strategia della tensione a “bassa intensità”?).
E alcune fonti ipotizzano che il conto finale dei morti ammazzati potrebbe superare la cifra di 500.
Almeno due i caduti accertati tra i membri della polizia (uno dei quali sarebbe stato letteralmente linciato).
Ma evidentemente le pur severe misure repressive decretate in luglio (chiusura di scuole e università, restrizioni su Facebook, Whatsapp e Telegram, arresto di migliaia di esponenti dell’opposizione, ordine di “sparare a vista”…) non erano sufficienti per fermare le contestazioni. Come a Rampura e a Savar (nella periferia della capitale Dhaka) il 20 luglio dove in migliaia hanno sfidato il copri-fuoco. Arrivando all’assalto dei posti di polizia e del carcere di Narsingdi (almeno 800 detenuti evasi), all’incendio di edifici governativi e di una sede della televisione.
Con la preghiera del venerdì del 2 agosto (nonostante l’avvenuta liberazione di sei minori precedentemente arrestati, tra cui il leader studentesco Nahid Islam) si sono registrati nuovi scontri tra studenti e polizia.
Anche perché ancora non si conosce la sorte di altri studenti prelevati direttamente dall’ospedale di Dacca dove erano ricoverati.
Nel frattempo il 1 agosto, per decisione della premier Sheikh Hasina con un’ordinanza del Ministero degli Interni, il partito islamista Jamaat-e-islami (alleato del maggior partito di opposizione, il Bangladesh Nationalist Party) e la sua organizzazione studentesca (Islami Chhatrashibir) sono stati classificati come “formazioni terroriste”. In quanto ritenuti tra i maggiori responsabili dei recenti violenti disordini (con saccheggi e vandalismi). Tale organizzazione viene considerata come l’emanazione, l’erede delle forze che nella guerra di indipendenza del 1971 si erano schierati con il Pakistan.
La decisione è stata commentata favorevolmente sia da settori della comunità cristiana che dalle Forze armate.
Sheikh Hasina ha anche chiesto alle organizzazioni internazionali (alle Nazioni Unite in particolare) di “inviare i loro esperti per indagare in maniera adeguata su quanto è accaduto”.
Gianni Sartori
#Kurds #LinguaLocale – A BATMAN I CITTADINI RIPRISTINANO LA SEGNALETICA IN LINGUA CURDA – di Gianni Sartori

Mentre cade il decimo anniversario del massacro di Shengal, a Batman si registra un piccolo gesto di resistenza civile contro l’ennesimo attacco all’identità curda.
Non lo si consideri irrilevante. Certo, paragonato a quanto avviene in Rojava e in Bashur (Kurdistan del Sud, in territorio iracheno) con le operazioni militari di Ankara (coadiuvata dagli ascari jihadisti) e a dieci anni dalle stragi di Shengal contro i curdi ezidi potrebbe sembrare una piccola cosa. Riguardo a tale anniversario, è di questi giorni una dichiarazione del Fronte delle Donne del Kurdistan del Sud sull’aggressione, correttamente definita “genocida”, operata dall’Isis a Shengal (Sinjar) il 3 agosto 2014. Un massacro che – sottolinea il comunicato – costituiva il 74° sofferto dalla comunità ezida nella sua storia.
Nel denunciare che migliaia di donne sono state assassinate o catturate (e non sempre è stato poi possibile trovare una soluzione per riportarle a casa), il Fronte delle donne ricorda tuttavia come le YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione popolare) e le YPJ (Yekîneyên Parastina Jin – Unità di Difesa delle Donne) siano riuscite a liberarne o riscattarne centinaia. Così come è avvenuto per tanti minori rapiti dalle milizie jihadiste (anche se di circa 1300 si son perse le tracce; molti di loro – secondo l’intelligence curda – attualmente si troverebbero in Turchia).
Inoltre l’Isis (in sintonia con lo Stato turco) aveva cercato di cancellare, fare tabula rasa, della lingua, della cultura, dell’autogoverno e della stessa vita degli ezidi. Senza però riuscirci.
Con la stessa logica di attacco alla cultura curda le autorità turche (con precise direttive del Ministero dell’Interno ai prefetti delle province curde) avevano provveduto a far cancellare manu militari la segnaletica in lingua curda posta a tutela dei pedoni nella città di Batman. Con particolare accanimento erano state eliminate le scritte “Pêşî Peya” (Precedenza ai pedoni) e “Hêdî” (Rallentate).
Espressione, a mio avviso, di un atteggiamento comunque prevaricatore, intollerante nei confronti dei soggetti più deboli (almeno sulle strade).
Successivamente, il 31 luglio, la municipalità ( il co-sindaco Gülistan Sönük con numerosi esponenti del consiglio comunale) e la cittadinanza avevano provveduto a ripristinarle. All’iniziativa prendeva parte anche il deputato del Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza dei Popoli Zeynep Oduncu.
I partecipanti avevano cantato una canzone curda (“Zimanê Kurdî”) e scandito slogan in curdo (“Zimanê me rûmeta me ye” ossia: la nostra lingua è il nostro orgoglio”).
Negli ultimi tempi gli attacchi alla cultura e all’identità del popolo curdo si sono andati intensificando, sia con gli arresti di persone che eseguivano danze e canzoni tradizionali, sia appunto cancellando le scritte in lingua curda. Non solo la segnaletica stradale ovviamente. Ma questa aveva assunto un significato particolare in quanto – come ha ricordato Gülistan Sönük “la perdita di vite umane lungo le strade dovute all’assenza di prevenzione sembra non aver turbato il sonno delle autorità turche, ma le scritte in curdo sì”.
Come dicevo non sembri una piccola cosa. Ricordo solo che il Black Panther Party for Self-Defence di Huey Newton e Bobby Seale nacque da una iniziativa similare (come si può apprendere dal film “Panther” di Van Peebles). Quando nel 1966 i cittadini afro-americani di un quartiere di Oakland si organizzarono per regolare il traffico su una strada pericolosa e priva di semafori dove molti bambini avevano perso la vita.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Cymru
#Africa #Sahara – ANCHE PARIGI RICONOSCE LA SOVRANITA’ DEL MAROCCO SUL SAHARA OCCIDENTALE – di Gianni Sartori

Dopo Washington, Berlino, Madrid…anche Parigi si schiera con Rabat e abbandona la causa del diritto all’autodeterminazione per il popolo saharawi. Poche speranze dalla solidarietà internazionale, compresa quella irrilevante dell’Italia (nonostante i trascorsi della premier Meloni e le antiche prese di posizione della Lega nel secolo scorso)
Risaliva all’anno scorso (luglio 2023) – dopo quelli “illustri” di Stati Uniti (2021), Germania e Spagna (2022) – il riconoscimento da parte di Israele della sovranità del Marocco sui territori del Sahara occidentale. Presa di posizione in linea con il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Tel-Aviv e Rabat. Scontato il compiacimento espresso dal gabinetto reale che aveva resa pubblica la lettera del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Compiacendosi per “il riconoscimento della sovranità del regno sulle Province del Sud” e forte del sostegno di oltre quindici paesi europei al piano di autonomia (con l’apertura di una trentina di consolati a Laâyoune e a Dakhla).
E “finalmente” anche la Francia si è accodata, alla faccia della Repubblica Araba Saharawi Democratica e del popolo saharawi.
Parigi infatti ha dichiarato di ritenere il piano marocchino per il Sahara occidentale come la “sola base in grado di risolvere l’ormai cinquantennale conflitto con gli indipendentisti del Polisario”. Da parte sua il Polisario (Frente popular de liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), da Algeri, ha accusato la Francia di “sostenere l’occupazione violenta e illegale del Sahara occidentale da parte di Rabat”.
Polemico anche il governo algerino che ha annunciato “il ritiro con effetto immediato del suo ambasciatore in Francia”.
Poche le reazioni critiche, mentre 2022 un analogo riconoscimento da parte di Madrid era stato fortemente contestato e discusso (non solo nella penisola iberica).
Nei due anni precedenti (2020 e 2021), dopo una tregua di fatto (cessate il fuoco) che risaliva al 1991, erano riprese le tensioni, gli scontri tra esercito marocchino e Polisario. Dopo che per 30 anni le legittime aspettative della popolazione erano state regolarmente disattese. In particolare il referendum sull’autodeterminazione, sempre annunciato e rinviato, mentre il Marocco continuava a inviare coloni (una vera e propria operazione di sostituzione etnica).
In questo contesto, mentre sia il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che l’Unione Africana stavano dando prova di totale inadeguatezza, Madrid (al governo il socialista Sanchez) non trovava di meglio da fare che accodarsi a Washington e Berlino. Così come ora la Francia di Macron.
Resta invece l’incognita di una chiara presa di posizione da parte dell’Italia.
Qui andrebbero considerati i trascorsi della premier Meloni che in gioventù aveva visitato in un paio di occasioni (così come Alemanno) i campi dei rifugiati saharawi (ne parlava nella sua biografia).
Una presenza la sua forse incongrua visto che il Polisario era nato in stretta relazione con i movimenti di liberazione del secolo scorso in stragrande maggioranza schierati a sinistra. Anche se dopo l’89 sembrava prevalere la componente strettamente nazionalista rinviando le questioni sociali a dopo l’indipendenza.
Si narra poi che esponenti del Polisario avessero partecipato ai Campi Hobbit di rautiana memoria.
Anche se la cosa andrebbe presa con benefico d’inventario sapendo come la destra radicale europea (v. l’Aginter Press, v. Jeune Europe di Jean Thiriart, v. Lotta di Popolo e Terza Posizione…) già in passato si fosse infiltrata in alcuni movimenti di liberazione africani (mentre contemporaneamente forniva “volontari” e mercenari al Sudafrica per combattere sia in Namibia che in Angola) strumentalizzandone le componenti meno politicizzate, le faide interne…
Nel frattempo, apparentemente poco preoccupato delle improbabili prese di posizione del governo italiano a favore dei saharawi (e forte del riconoscimento internazionale di “quelli che contano”) il Marocco prosegue nella sua opera di colonizzazione di circa due terzi del territorio rivendicato dal Polisario. In particolare delle coste ricche di pesca. A cui si va aggiungendo il turismo (nuovo paradiso dei surfisti europei) che – come al tempo dell’apartheid sudafricano e oggi con la Turchia – si può solo boicottare.
Gianni Sartori
#EuskalHerria #Territorio – Cambio della guardia a Konpantzia – di Gianni Sartori

Nuovo cambio di gestione (“traspaso de poderes” mi suona francamente retorico, eccessivo) del “più piccolo condominio (franco-spagnolo) al mondo”: Konpantzia (Isola dei fagiani). Isoletta basca, in passato nota soprattutto per qualche trattato e diversi matrimoni tra reali di Francia e Spagna.
Strategicamente incastonata nel fiume Bidasoa (lo ricordavo molto inquinato all’epoca delle mie prime incursioni in E.H. negli anni settanta-ottanta), tra Hendaia e Irun, affiora l’isoletta denominata in basco Konpantzia. Conosciuta anche come Isola dell’Ospedale – in quanto sede di un lazzareto, ma anche territorio franco, neutrale per lo scambio di prigionieri – e Isola della Conferenza per il trattato “Pace dei Pirenei” che qui sancì la fine delle ostilità tra Francia e Spagna nel 1659-1660. Ma anche la definitiva divisione tra Ego E.H. e Ipar E.H. (Egoalde e Iparralde, Paese Basco del Sud e Paese Basco del Nord).
Come è noto (ma forse non abbastanza) Euskal Herria è ancora diviso in due dalla frontiera tra Spagna e Francia, i due stati alla cui amministrazione (per qualcuno occupazione) i Paesi Baschi sono storicamente sottoposti.
In base al trattato di Baiona del 1856, ogni sei mesi Madrid e Parigi si alternano nell’esercitare le rispettive sovranità nazionali su questo lembo di territorio basco. Per cui, alla data convenuta, il 31 luglio 2024 si è svolto il semestrale cambio di gestione, in questa circostanza a favore della Francia.
Accompagnata dalle note della banda musicale di Irun, la vicedirettrice dipartimentale Pauline Potier ha assunto la carica formale di “vice-regina” dell’isola. La cerimonia si è svolta di fronte al monumento che in passato aveva assistito sia alla firma di trattati, sia a fidanzamenti e matrimoni di membri illustri delle due case regnanti.
Tra i più notevoli, nel 1615 il fidanzamento ufficiale tra gli eredi dei due regni: Elisabetta di Francia (figlia di Enrico IV) e Filippo IV di Spagna.
Contemporaneamente, l’infanta di Spagna (sorella di Filippo IV) Anna d’Austria veniva promessa al principe Luigi (fratello di Elisabetta di Francia).
Invece nel 1659 Konpantzia era destinata a ospitare il fidanzamento tra Maria Teresa d’Austria (figlia unica di Elisabetta di Francia e di Filippo IV di Spagna) e il re di Francia Luigi XIV, nipote di Filippo
Ma non crediate sia finita qui. Vent’anni dopo, nel 1679 vi si celebrarono le nozze tra Carlo II di Spagna e Maria Luisa d’Orleans. Poi nel 1721 il fidanzamento fra Luigi XV re di Francia e Maria Vittoria di Spagna (che però andarono in bianco).
In ogni caso, a meno che non abbia fatto confusione, un bel casino al limite dell’incesto. Proprio come nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, suggeriva argutamente Trilussa: “so’ cuggini, e fra parenti nun se fanno complimenti…” (cercatevi il resto in “Ninna nanna della guerra”, meglio se nella versione dei Gufi piuttosto che in quella di Baglioni).
Gianni Sartori
