#Asia #Beluchistan – QUALCHE INFORMAZIONE SUPPLEMENTARE PER I TURISTI D’ALTA QUOTA CHE BAZZICANO (A FIN DI BENE STANDO A QUANTO DICONO) LE MONTAGNE DEL PAKISTAN – di Gianni Sartori

In Pakistan la repressione nei confronti dei beluci e di altre minoranze (azara, cristiani..) si coniuga con lo sfruttamento intensivo delle risorse (minerarie in primis). Nella quasi generale indifferenza dell’opinione pubblica internazionale (a quando una campagna di boicottaggio almeno del turismo ?)

Dopo aver seguito, se pur da lontano e distrattamente (ci son cose più rilevanti e urgenti di cui occuparsi) l’ennesima messa-in-scena a base di montagne e alpinismo, ossia la retorica, invasiva celebrazione per l’anniversario della “conquista” italica del K2 (luglio 1954), mi sia consentito di fornire qualche ulteriore notizia sulla situazione del Pakistan. Soprattutto in materia di violazione sistematica dei diritti umani. E in particolare sui Beluci, popolo minorizzato (NON minoranza).

Tornando fatalmente ad affrontare la dibattuta questione dell’alpinismo (sempre più turistico, consumista…) come prosecuzione del colonialismo. Argomento di cui mi ero già, fin troppo forse, occupato (vedi qui, nota 1, per approfondire).*

Com’era prevedibile anche nelle recenti celebrazioni non si trova quasi nessun accenno (e comunque nessuna messa in discussione) sul ruolo di Impregilo (v. la diga di Tarbela sull’Indo in cambio dei permessi) che da allora si è aggiudicata in Pakistan (e non solo ovviamente) contratti miliardari. E nemmeno sui metodi usati con gli alpinisti pakistani, percepiti come di rango inferiore, semplici portatori. Anche se in realtà su quel terreno (casa loro) erano molto più abili, esperti e resistenti degli occidentali (Amir Mahdi era l’uomo che sul Nanga Parbat aveva riportato a valle Hermann Buhl).

Solo l’ormai trita e ritrita faccenda del contenzioso tra Bonatti (che si considerava abbandonato di notte a 8100 metri senza tenda con 40 sotto zero) e i due “conquistatori”, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Direi che ormai basta, non se ne può più. Anche perché chi ci ha rimesso veramente (reso invalido dalle numerose amputazioni per congelamento) era stato sicuramente l’hunza Amir Mahdi. E qui qualche responsabilità – pare l’avesse spinto a continuare anche quando l’hunza avrebbe voluto ridiscendere – forse ce l’aveva anche il peraltro ottimo (se confrontato ad altri alpinisti del secolo scorso) Walter.

Quanto ai disgraziati (non per colpa loro) Beluci va evidenziato che oltre il 60%, divisi tra Sulaymani e Makrani, si trova in Pakistan. Un altro 25% vive in Iran e una piccola minoranza in Afghanistan (oltre a quelli della diaspora). Popolo originariamente di montagna (per cui ha potuto conservare una – per quanto precaria – propria identità) in maggioranza di religione sunnita, ma con una consistente minoranza sciita (qualcosa del genere accade ai curdi in Iran).

Parlano una lingua iranica. Talvolta – forse erroneamente – vengono considerati come affini ai beluci anche le tribù Brahui (soprattutto in Pakistan) che però parlano una lingua dravidica.

EVIDENTEMENTE I DESAPARECISOS DEL PAKISTAN NON HANNO LO STESSO RISALTO MEDIATICO DELLE IMPRESE ALPINISTICHE

Risale al novembre dell’anno scorso l’uccisione di Balaach Mola Bakhsh, in quel momento nelle mani del Counter Terrorism Department (CTD, Dipartimento Contro il Terrorismo) del Pakistan.

In precedenza era semplicemente scomparso (forzatamente desaparecido) così come è capitato a un gran numero di Baloch, oppositori veri o presunti. Sia, come nel suo caso, a Kech che in altre località del Belucistan . Ma almeno stavolta, dopo che era stato assassinato, si è assistito a una indignata sollevazione. Su iniziativa di Mahrang Baloch (che si definisce “femminista e nazionalista”) si costituiva il Baloch Yakjehti Committee (BYC, Comitato per l’unità del Belucistan) formato in gran parte da parenti dei desaparecidos. Mettendosi in marcia attraverso il Paese fino a Islamabad.

Dove fatalmente si erano scontrati con la polizia. Dopo una nutrita serie di arresti, i manifestanti venivano di fatto confinati per circa un mese al PEN Club (Club Nazionale della Stampa). Nonostante i tentativi del governo – e della stampa allineata – di screditare, delegittimare tale mobilitazione, a conti fatti si può dire che ha avuto grande risonanza e partecipazione.

Nel frattempo, il 2 agosto, si è conclusa (per decisione del BYC) la protesta a Gwadar, città portuale sotto controllo cinese. Protesta che in luglio era costata la vita ad almeno un soldato durante gli scontri tra esercito e manifestanti.

Le evidenti complicità dello Stato pakistano con il capitalismo internazionale implicano lo sfruttamento intensivo, sistematico del Belucistan. In particolare delle sue risorse minerarie, senza che questo comporti benefici per la popolazione autoctona. Emblematici in tal senso i megaprogetti del corridoio economico Cina-Pakistan che hanno comportato sia l’ulteriore militarizzazione del territorio che l’allontanamento forzato (deportazione ?) per gli abitanti.

Storicamente uno dei periodi peggiori per la popolazione del Belucistan ha coinciso con la dittatura di Pervez Musharraf (1999-2008). Con una serie infinita di uccisioni, sequestri e con la legittimazione di fatto della tortura (si potrebbe parlare di “guerra sporca” in stile sudamericano). Tra le vittime – che si contavano a migliaia – soprattutto scrittori, insegnanti, medici, studenti e ovviamente attivisti e militanti dell’opposizione.

Se pur con metodi meno brutali (ma solo relativamente, si son visti anche recentemente casi di desaparecidos e di vittime della tortura) i governi successivi mantennero il loro tallone di ferro ben calcato sui beluci. Reprimendone e soffocando le legittime aspirazioni all’autodeterminazione.

A tutto questo i beluci risposero organizzandosi in vario modo. Dagli estremisti del Baloch Liberation Army (BLA, Esercito di Liberazione Baloch) al BSO (Organizzazione degli studenti beluci). Oltre ovviamente al già citato BYC. Organizzazioni che in genere si collocano a sinistra, slegate dalla tradizionale leadership dei possidenti e proprietari terrieri (spesso collaborazionisti) e maggiormente radicate tra i lavoratori e le donne.

Criticando nel contempo con forza la sinistra (vera, presunta…?) pakistana per il suo sostanziale sostegno ai governi del paese e per la mancanza di solidarietà nei confronti dei beluci. Con uno sguardo di interesse e simpatia per quanto i curdi hanno saputo realizzare in Rojava.

Gianni Sartori

*nota 1:

vedi https://rivistaetnie.com/alpinismo-troppi-incivili-116678/;

v. https://rivistaetnie.com/alpinismo-pakistan-136126/;

v. https://centrostudidialogo.com/2021/06/14/asia-opinioni-ancora-su-alpinismo-colonialismo-e-altre-piccole-infamie-di-gianni-sartori/; v. https://rivistaetnie.com/montagna-rifiuti-116659/v.https://www.osservatoriorepressione.info/ancora-vittima-della-prosecuzione-del-colonialismo-altri-mezzi/;

v. https://rivistaetnie.com/scalatori-stato-canaglia-pakistan-118361/…);

v.https://rivistaetnie.com/pakistan-eliminazione-fisica-dei-beluci-127008/;

v.https://rivistaetnie.com/gatti-in-tangenziale-e-cristiani-in-pakistan-137788/;

v. https://centrostudidialogo.com/2023/05/22/asia-pakistan-opinioni-il-pakistan-brucia-ma-non-per-questo-si-deve-rinunciare-alle-settimane-biancheci-mancherebbe-di-gianni-sartori/;

v.https://rivistaetnie.com/pakistan-spariscono-minoranze-etniche-132877/;

v. https://centrostudidialogo.com/2021/01/26/asia-popolioppressi-pakistan-il-dramma-dimenticato-degli-hazara-di-gianni-sartori/

#Occitania #Ambiente – POSSIBILE “TENTATO OMICIDIO” E UN INCENDIO DOLOSO PER SCORAGGIARE GLI ATTIVISTI AMBIENTALI IN LOTTA CONTRO L’AUTOROUTE A69 – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Charly Triballeau AFP

Francia: la ZAD (Zone à défendre) contro la costruzione dell’autostrada A69 vittima di una misteriosa aggressione che lascia intravedere torbidi retroscena: strategia della tensione a bassa intensità?

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto gli oppositori all’A69 hanno subito una pesante aggressione. Erano accampati (legalmente) a Bacamp, nei pressi del cantiere della futura autostrada che dovrebbe collegare Castres (Tarn) a Toulouse (Haute-Garonne).

Stando alla denuncia inoltrata, verso le 3 del mattino alcuni zadisti sarebbero stati aggrediti da almeno tre individui che – dopo averne bloccato uno puntandogli un coltello alla gola – spargevano da un bidone liquido infiammabile sulle tende, su un’auto e anche su un militante ambientalista. Avevano appena innescato l’incendio delle tende, dell’auto e di alcuni sacchi a pelo quando l’arrivo di altri zadisti li avrebbe messi in fuga.

Fortunatamente nessun danno alle persone, ma sono state distrutti un’auto, qualche tenda, diversi oggetti personali e documenti cartacei (dossier, volantini …). E comunque per spegnere l’incendio son dovuti intervenire i pompieri.

Anche se dalle indagini per ora non sono emerse responsabilità precise, resta il fatto che questo atto di violenza (definito “abbietto” dagli ambientalisti) lascia intravedere possibili dinamiche da strategia delle tensione a bassa intensità. Con provocazioni e aggressioni. E probabilmente rientravano in questa logica anche alcuni misteriosi sabotaggi (tra aprile e giugno) alle attrezzature del cantiere della ditta concessionaria Atosca. Danneggiamenti e incendi che nessun collettivo ambientalista ha mai rivendicato (tranne uno da una sigla sconosciuta e forse inventata per l’occasione: “Gang d’Insolent.e.s éclatant le Capital”) e di cui soprattutto nessun zadista si è felicitato. Ben sapendo che tali azioni sconsiderate non fanno altro che portare all’inasprimento della repressione, contribuire alla criminalizzazione del movimento. Fatte le debite proporzione, un po’ come accadeva nel secolo scorso in Val di Susa con la messa-in-scena dei soidisant “Lupi Grigi” (una provocazione costata la vita a Edoardo Massari e a Soledad Rosas).

Gianni Sartori

#MemoriaStorica #Kurds – 15 AGOSTO 1984: NASCE LA LOTTA ARMATA DEI CURDI (una svolta storica per l’autodeterminazione del loro popolo e forse dell’intero Medio-oriente)

Esattamente 40 anni fa (15 agosto 1984) iniziava per il PKK la lotta armata.

Trentasei guerriglieri guidato dal comandante Egîd (Mahsum Korkmaz) attaccarono un commissariato della polizia militare a Eruh (Bakur, Kurdistan del Nord, entro i confini della Turchia). Nello scontro a fuoco persero la vita una guardia e un ufficiale turchi. Nessuna perdita tra i guerriglieri.

Subito dopo, da una moschea di Eruh, venne proclamata la dichiarazione delle Hêzên Rizgarîya Kurdistanê (HRK, Forze di Liberazione del Kurdistan; un esplicito riferimento alle originarie Unità per la Liberazione del Vietnam): “Le HRK hanno come obiettivo quello di lottare per l’indipendenza nazionale del nostro popolo, per una società democratica, la libertà e l’unità, dirette dal PKK armato contro l’imperialismo e il fascismo coloniale turco”.

Alla prima azione ne seguì immediatamente un’altra sotto il comando di Abdullah Ekinci (Ali) a Şemdinli. Dove venne attaccata, con lanciagranate, una caserma.

Con duri scontri tra guerriglieri e soldati turchi.

Inoltre, se pur per breve tempo, entrambe le città rimasero sotto il controllo della guerriglia.

Si trattava dei primi segnali di opposizione al regime dopo il golpe del 12 settembre 1980. Da allora il 15 agosto per molti curdi è considerato “giorno festivo”.

Nei suoi diari, resi noti solo successivamente, il comandante Egîd confessava di aver sofferto molto per i dolori alle gambe (probabilmente per una malattia congenita) che gli impedivano quasi di camminare durante la lunga marcia di avvicinamento. Problema che non rivelò ai suoi compagni preferendo stoicamente soffrire in silenzio. Inevitabile l’analogia con la situazione patita da Ernesto CHE Guevara sia a Cuba che in Bolivia a causa dell’asma.

Nel caso l’attacco non avesse avuto buon esito, il “piano B” prevedeva che i guerriglieri si ritrovassero ai piedi della montagna di Çirav.

Arrivati a Eruh verso le ore 21 del 15 agosto (dopo aver studiato a lungo da lontano l’obiettivo con i binocoli), i guerriglieri si divisero in tre unità. I primi spari colpirono il posto di guardia, poi con i lanciagranate venne abbattuto il piano superiore della gendarmeria. Mentre parte dell’edificio cadeva in mano ai combattenti curdi, (seminando il panico tra i soldati turchi) un’altra colonna invadeva la mensa ufficiali.

Mentre per diverse ore la città restava sostanzialmente sotto il controllo curdo, vennero distrutti l’ufficio postale, una banca, i veicoli dei militari…Inoltre molto materiale amministrativo (documenti) venne confiscato . Un camion intero non bastava a contenerlo per cui una parte venne trasportata con i muli.

Per il giorno 18 agosto l’unità guerrigliera era ritornata sana e salva alla base tra le montagne.

Una svolta storica, si diceva. Paragonabile a quella intrapresa da ANC e PAC dopo Sharpeville (1960) in Sudafrica. Non tanto per aver imbracciato le armi dopo decenni di resistenza passiva (il che non impediva al regime turco di condannare all’impiccagione i dissidenti) , ma soprattutto per aver “cominciato a riorganizzarsi, a riappropriarsi della propria identità, a rivendicare il diritto all’autodeterminazione” (come ha ricordato Besê Hozat, co-presidente del Consiglio esecutivo del KCK).

Diventando – il 15 agosto –  un simbolo imprescindibile non solo per I curdi, ma per gran parte dei popoli del mondo (maggioritari o minorizzati, più o meno oppressi, sfruttati e marginalizzati). Ma che è costata immensi sacrifici: almeno 50mila i curdi caduti in questa lotta di liberazione. Una lotta che ha saputo evolversi, aggiornarsi, confrontarsi con questioni che forse 40 anni fa non erano così presenti alla consapevolezza del movimento (ecologia, femminismo…). Un punto di riferimento per chiunque, in qualsiasi parte del monda, sta lottando per la libertà.

Gianni Sartori

#Ireland #Proteste – A DERRY (IRLANDA DEL NORD) GIOVANI REPUBBLICANI CONTESTANO LA TRADIZIONALE SFILATA DEGLI UNIONISTI FILO-BRITANNICI – di Gianni Sartori

Dopo l’impazzimento generale per il triplice omicidio di Southport (quando si son viste le bandiere unioniste sfilare con il tricolore irlandese) in Irlanda del Nord rispunta il tradizionale contenzioso tra cattolici e protestanti.

E così – se Dio vuole – in Irlanda del Nord si torna alla “normalità” (normalità nord-irlandese, beninteso).

Un passo indietro. Nei giorni scorsi non credo di essere stato l’unico a rimanere basito, sconcertato (“spaesato”) per alcune immagini dei recenti disordini che avevano turbato, oltre alle città britanniche, anche Belfast nell’Irlanda del Nord. Con saccheggi, assalti alle moschee, percosse e ingiurie nei confronti degli immigrati.

Disordini interpretati anche come una strumentalizzazione xenofoba (alimentata dai social) dell’estrema destra per il triplice assassinio di tre bambine a Southport.

Alcune immagini, come avevo detto “a caldo”, mi erano apparse semplicemente surreali. Non solo per la bandiera (bianca) con croce di San Giorgio (rossa) e nei riquadri ben quattro A cerchiate (?!?).

Ma piuttosto vedendo il video di un corteo con giovani dal volto coperto tra cui uno con la solita bandiera di San Giorgio (simbolo britannico per eccellenza). Addirittura con al centro la Red Hand of Ulster (Mano Rossa dell’Ulster. Inequivocabilmente un simbolo unionista (utilizzato dai lealisti filoinglesi, sia dai gruppi politici come l’UDA che dai paramilitari come l’UVF…). Poco lontano un altro ragazzo con il tricolore irlandese che a Belfast si caratterizza automaticamente come simbolo repubblicano (“feniano”).

Ebbene, nella sequenza si vedevano i due avvicinarsi – forse con un residuo di reciproca diffidenza – un cenno di assenso ed eccoli manifestare insieme, fianco a fianco, addirittura a braccetto. Divisi da secoli di conflitti, ma uniti contro l’immigrazione. E stando ai “si dice” qualcosa del genere potrebbe essere accaduto anche in qualche quartiere popolare di Dublino (questa notizia da verificare comunque).

Una sorta di ammucchiata sostanzialmente condannata dalle formazioni repubblicane di sinistra.

Ma poi, come dicevo, il mosaico sembra essersi ricomposto da tradizione. Non a caso nella notte tra sabato e domenica 11 agosto a Derry, nel contesto della solita marcia per commemorare gli “Apprendisti” e i 105 giorni dell’assedio di Derry da parte dell’esercito cattolico di Giacomo II. Mentre sfilavano gli Unionisti protestanti (“lealisti” nei confronti della corona inglese), alcune decine di giovani repubblicani (cattolici e sostenitori della riunificazione delle “Sei Contee” con la Repubblica) hanno voluto esprimere vigorosamente il loro dissenso. Gli scontri (durati alcune ore, con lanci di petardi, molotov e oggetti vari) scoppiavano quando le forze di polizia erano intervenute per tener separate le due comunità. Nel frattempo si è appurato che gran parte dei disordini scoppiati in Irlanda del Nord dopo la tragedia di Southport sarebbero stati innescati da ex appartenenti alle milizie protestanti filoinglesi (UVF, UFF…). A cui nelle manifestazioni si erano aggregati pochi giovani provenienti dai quartieri cattolici. Forse non abbastanza attrezzati politicamente. 

Gianni Sartori

#Kurds #Appello – MANO TESA DELL’AANES A DAMASCO – di Gianni Sartori

Nonostante i ripetuti attacchi del regime alla regione di Deir ez-Zor, l’AANES chiede a Damasco di ripristinare il dialogo per una soluzione politica che garantisca sia l’unità della Siria che l’autonomia per i territori del nord e dell’est.

Proseguono ormai da parecchi giorni gli attacchi da parte di Damasco, con il sostegno di organizzazioni fiancheggiatrici filo-iraniane (v. Difa al-Watni, Difesa della patria, a quanto pare apprezzata anche da Ankara) irrobustite con miliziani pachistani e afgani, nella regione di Deir Ez-Zor. Area a maggioranza araba, in gran parte desertica ma petrolifera (in cui si mantiene la presenza di circa 900 militari statunitensi) sotto il controllo delle forze arabo-curde. Come da manuale il maggior numero di vittime si contano tra la popolazione civile. Tra gli ultimi incidenti, il bombardamento delle città di Abu Hemam (una vittima accertata: Resmiya Salih al-Id di 40 anni), Kishkiye e della zona rurale di Bisêra. Si calcola che in una settimana (dal 7 agosto) negli attacchi contro Deir Ez-Zor siano morte almeno una quindicina di persone (una trentina i feriti accertati).

Scontata la ferma condanna per tali operazioni (e della propaganda di guerra con cui si vorrebbe attribuire alle FDS – Forze Democratiche Siriane – la responsabilità del conflitto) da parte dell’Amministrazione autonoma democratica del nord e dell’est della Siria (AANES) che tuttavia non rinuncia alla possibilità di un confronto con il regime. Invitandolo a “mettere da parte la demagogia e la retorica ostile per impegnarsi in un sincero dialogo nazionale per il futuro della Siria”.

Accusati di “collaborare con gli Stati Uniti”, i curdi a loro volta accusano il regime di “utilizzare un linguaggio di odio e tradimento”. Inoltre con il suo operato Damasco “impedisce di occuparsi seriamente della questione autonomia o separatismo”. E’ noto che ai curdi viene rinfacciato di voler frantumare la Siria mentre in realtà si tratterebbe soltanto di riconoscere l’autonomia (fondata sul Confederalismo democratico) dei territori già amministrati dall’AANES.

Concetto ribadito ancora una volta dal PYD (Partito dell’unione democratica) che ha rilanciato la proposta di un “dialogo nazionale” e la necessità impellente di negoziati. In quanto “la soluzione del conflitto in corso sta nelle mani dei Siriani e non nei forum internazionali come Astana o Ginevra”.

Per cui il governo siriano dovrebbe “abbandonare le soluzioni militari e concentrarsi sul dialogo politico per garantire l’unità e l’integrità della Siria”.

Un approccio alla questione che non è esclusivo dei Curdi. In questi giorni si è tenuta a Hesekê una riunione tra i leader tribali (sia arabi che curdi) che si sono trovati concordi sia nel condannare gli attacchi di Damasco a Deir ez-Zor, sia nel sostegno alle FDS. Nella dichiarazione finale, comunicata dallo sceicco Hesen Ferhan (co-presidente del Consiglio della Tribù Tey), si leggeva che “noi come tribù appoggiamo le FDS e le Forze Asayish di Ordine Pubblico con i nostri uomini, donne e giovani. E garantiremo la sicurezza del nostro paese con ogni mezzo necessario”. Con una richiamo alla “nostra esperienza che è l’arma più potente contro i tentativi di spezzarne l’unità”. Protezione e sicurezza del paese che rappresentano un “sacro dovere per ogni membro delle nostre tribù e clan del nord e dell’est della Siria”. Con l’appello finale a “tutti i popoli della regione affinché sostengano le FDS e le Forze Asayish anteponendo l’interesse del paese a ogni altra questione”.

Stando almeno a tale comunicato sembrerebbero rientrate le rivendicazioni di alcune tribù arabe (in particolare della tribù Akaiadat) favorevoli al ripristino della sovranità diretta di Damasco (per i curdi tali tribù sarebbero state sobillate dal regime). L’anno scorso una rivolta araba nella regione di Deir ez-Zor era scoppiata in contemporaneità (difficile pensare a una coincidenza, piuttosto a un coordinamento) con gli attacchi delle formazioni jihadiste filoturche a Manbij e Tell Tamer.

Quel che verrebbe umilmente da suggerire al presidente Bashar al-Assad è di preoccuparsi non tanto per le richieste di autonomia avanzate dai curdi, ma piuttosto dei territori persi nel nord-ovest (con i villaggi di al-Bab, Azaz, Jarabulus, Rajo, Tal Abyad, Ras al-Ayn…). Territori occupati militarmente da Ankara in almeno tre fasi: agosto 2016 con l’operazione “Scudo dell’Eufrate”, gennaio 2018 (“Ramo d’ulivo”) e ottobre 2019 (“Primavera di pace”). Definitivamente entrati a far parte della cosiddetta “fascia di sicurezza” sotto controllo turco. Di fatto una provincia turca che dipende dal Governatorato di Gaziantep. Per non parlare della questione del Golan sempre sotto occupazione israeliana.

Gianni Sartori

#Europa #Ambiente – DIVERSI PAESI EUROPEI INASPRISCONO LE PENE PER GLI ATTIVISTI AMBIENTALISTI – di Gianni Sartori

In Europa le iniziative degli ambientalisti non sembrano aver incontrato più di tanto il sostegno delle popolazioni. In compenso su di loro si va abbattendo la repressione. E si registrano le prime defezioni come nel caso dell’autoscioglimento di “Letzte Generation”.

Le generazioni future forse non ringrazieranno.

Mentre caldo torrido e tempeste improvvise allietano l’estate della masse popolari europee, nel Vecchio Continente si inasprisce la repressione contro i militanti ecologisti. Dalla Gran Bretagna alla Francia, all’Austria, alla Germania…(e si presume che l’Italia finirà per allinearsi).

Roger Hallam era già conosciuto come uno dei fondatori del movimento “Just Stop Oil” e di “Extinction Rebellion”. Dal 18 luglio anche per essere uno dei cinque ecologisti (gli altri sono Daniel Shaw, Louise Lancaster, Lucia Whittaker De Abreu e Cressida Gethin) condannati a pene spropositate (quattro e cinque anni di detenzione) per “complotto inteso a provocare perturbazione dell’ordine pubblico”.

In quanto avrebbero preso parte a una riunione Zoom al fine di radunare attivisti per bloccare la M25, la grande circonvallazione di Londra. Operazione posta in essere il 7 novembre 2022 e durata circa quattro giorni.

Allo scopo di gettare l’allarme sulle nuove licenze per l’estrazione di petrolio e di gas che il governo stava per concedere.

Un caso analogo a quello di altri due militanti ecologisti che nell’aprile 2023 erano stati condannati a tre anni di carcere dopo essersi arrampicati sul Ponte Queen Elizabeth. Rimanendovi sospesi per circa 37 ore, bloccando di fatto la circolazione.

Non si tratta di episodi destinati a rimanere isolati. Di fronte alla crisi climatica (e a tutto il resto: estinzione delle specie, deforestazione, migrazioni indotte dai cambiamenti climatici, carestie, guerre a macchia di leopardo, genocidi più o meno mascherati di palestinesi, curdi, mapuche, adivasi, indios…) è probabile che le azioni di protesta vadano intensificandosi. Comportando fatalmente qualche “disturbo della quiete pubblica”. O se vogliamo qualche contrattempo per l’ordinaria opera di estrazione del profitto dalle attività quotidiane. Non sia mai, devono aver pensato le autorità britanniche introducendo (nel 2023) il Public Order Act. Con cui si andava criminalizzare ogni azione ritenuta atta a perturbare l’ordine pubblico. A discrezione delle forze dell’ordine in base al successivo (2024) Police, Crime, Sentencing and Courts Act.

E se Londra non lesina nelle condanne, Parigi non è da meno.

Vedi quanto avviene con le proteste contro la A69, una lingua d’asfalto di 53 chilometri in costruzione tra Castres e Toulouse. Progetto sostenuto dai politici locali e definito “un ecocidio economicamente scandaloso” dagli ambientalisti che – nonostante l’asprezza della repressione – continuano a opporsi.

In base ai dati forniti l’8 agosto dal Coordinamento anti-repressione, un collettivo che raccoglie i vari gruppi attivi contro la A69 (tra cui Attac, il Groupe national de surveillance des arbres- GNSA e La Voie est libre-LVEL, le organizzazioni in cui è maggiore il numero degli arrestati) dalle prime iniziative del febbraio 2023 centinaia di persone sono state fermate, 130 quelle indagate, 60 i processi (tra quelli già avviati e quelli a venire).

Sette militanti si trovano in carcere e 44 sotto controllo giudiziario, 27 quelli con foglio di via.

Tra le persone per cui la sentenza è già stata emessa, una è stata posta in libertà dopo 4 mesi di detenzione, un’altra è stata condannata a sei mesi. Per altri quattro condannati la pena si è trasformata in arresti domiciliari con braccialetto elettronico. In qualche caso la perquisizione, l’interrogatorio e l’arresto si sarebbero svolti con modalità discutibili. Alcuni hanno denunciato maltrattamenti e anche “fratture al volto che hanno richiesto interventi operatori” come confermato dai certificati medici.

Vista la situazione generale, non si può dire cada come un fulmine inaspettato a ciel sereno (direi ci sta visto che si parla di clima) il comunicato del 6 agosto di Letzte Generation, il ramo austriaca di “Ultima Generazione” (il collettivo che pratica la disobbedienza civile, la resistenza non-violenta sorto in Germania). Con cui annunciava, a tre anni dalla nascita, l’ autoscioglimento. Sia per non meglio specificati “dissensi interni” (probabilmente sulle modalità di intervento), sia – soprattutto direi – per problemi finanziari (gli avvocati costano).

“Avevamo continuato nonostante la violenza subita, le minacce di morte, gli arresti e il carcere, l’odio nei nostri confronti e le multe che ormai raggiungono le decine di migliaia di euro – spiegavano nel comunicato. Ma ora, non vedendo la possibilità di conseguire risultati “sospendiamo le nostre proteste”.

Proteste avviate nel 2021 contro la costruzione di un grande tunnel autostradale nel centro di Vienna. In seguito avevano occupato le piste e le strade degli aeroporti austriaci per protestare contro l’impiego delle energie fossili e la catastrofe climatica. Stando alle dichiarazioni della portavoce Marina Hagen-Canaval alcune centinaia di persone (oltre 600) avrebbero preso parte alle diverse azioni di protesta (calcolando solo quelle del 2023 e del 2024 almeno 378). In questi tre anni, secondo Letzte Generation, il governo austriaco avrebbe “brillato per totale incompetenza”. Ma, sempre a loro avviso “anche la società ha fallito visto che parte della popolazione continua a sostenere l’uso dei combustibili fossili”.

Tuttavia per quanto ora si sentano “profondamente tristi”, sono anche convinti di “aver piantato i semi di una futura sollevazione pacifica politicizzando migliaia di persone”.

Va ricordato che alcuni militanti austriaci (tra cui Martha Krumpeck) rimangono ancora in carcere e molti altri rischiano la medesima sorte (o comunque multe pesantissime) in caso di condanna. Attualmente sarebbero 230 le cause penali in corso e quasi 4mila le denunce amministrative (civili). Per un totale di 1060 arresti.

Per cui “utilizzeremo le nostre rimanenti risorse finanziarie per coprire le spese legate alla nostra difesa nei tribunali”.

Fermo restando che “Noi rimaniamo in collera. La resistenza continua”.

Gianni Sartori