#Kurds #Repressione – ANCORA SULLE CARCERI DI STERMINIO TURCHE – di Gianni Sartori

Leyla Güven

Mentre torna in libertà una donna curda di 82 anni (già ostaggio di Erdogan), una lettera di Leyla Güven denuncia le drammatiche sofferenze dei prigionieri politici.

L’ottantaduenne (82 !) Makbule Özer, veniva arrestata, insieme al marito Hadi Özer, il 9 maggio 2022 con l’accusa di “aver aiutato l’organizzazione”. Dato per scontato che con “l’organizzazione” si intende il PKK, di fatto veniva accusata di sostegno al terrorismo.

In precedenza, il 23 luglio 2018, la casa dei due anziani coniugi (nel distretto di Edremit a Van)* era stata perquisita con grande dispiego di forze dai corpi speciali.

In quel momento nell’abitazione si trovavano una quindicina di persone, tra cui quattro minorenni. Tutti indistintamente vennero insultati, minacciati, colpiti e terrorizzati con minacce per almeno tre ore da parte degli agenti.

Sottoposti a interrogatorio per circa due giorni, mentre Şükran Yıldız (che si trovava in casa della famiglia Özer in visita) veniva incarcerato per presunta appartenenza al PKK, altri (Makbule, Hadi, Medeni, Übeydullah e Emrullah Özer) venivano rimessi in libertà.

Condannata a due anni, Makbule Özer era tornata in libertà provvisoria (per ragioni di salute) nel settembre 2022. Ma era destino che potesse rimanere fuori dal carcere soltanto per un mese. Infatti l’ATK (Istituto di Medicina Legale) decretava che la sua situazione anagrafica e sanitaria era compatibile con la carcerazione.

E’ uscita nuovamente di prigione in questi giorni (si spera definitivamente) dopo averne trascorsi ben 254 dietro le sbarre.

Solo in un secondo tempo è stato possibile ricostruire i precedenti che avevano portato alla retata del 2018 e agli arresti del maggio 2022.

Risaliva a qualche tempo prima un incidente accaduto nel distretto di Rêya Armûşê (Ipekyolu), a circa 45 chilometri dall’abitazione degli Özer. Qui, nella notte del 15 luglio 2018, le unità speciali della polizia turca avevano compiuto una perquisizione in una abitazione di via Yalım Erez dove si trovavano due membri delle YPS (Unità di Difesa Civile). Anche in questo caso solo successivamente si è potuto identificarli come Metin Ünalmış (Numan Serhat) e Bilal Şimşek (Serhıldan Ararat). I due militanti reagirono con le armi e il bilancio finale fu di due poliziotti uccisi e di sei feriti. Ufficialmente Metin Ünalmış e Bilal Şimşek sarebbero caduti in combattimento. Invece secondo alcune associazioni per i diritti umani potrebbero essere stati giustiziati dopo che avevano esaurito le munizioni. Da questo episodio e dalle successive indagini si sarebbe poi arrivati all’arresto dei due anziani coniugi.

Sulle pessime condizioni in cui versano i prigionieri politici (soprattutto quelli curdi, ma non solo) in Turchia era recentemente intervenuta con una lettera (scritta verso la metà di luglio, ma arrivata solo in agosto) la prigioniera ed ex deputata (forzatamente destituita) del Partito democratico dei popoli Leyla Güven. Condannata a 27 anni e tre mesi per presunta “appartenenza a una organizzazione armata” (sempre in riferimento al PKK).

Il suo, un grido disperato che non dovrebbe rimanere inascoltato.

“Con la presente – ha scritto dalla prigione di Sincan (Ankara) – vorrei informarvi in merito alla situazione dei detenuti, in particolare di quelle e di quelli che soffrono per qualche malattia e la cui pena è già stata scontata, ma che rimangono ancora in stato di detenzione. Siamo particolarmente inquieti per la loro sorte. I detenuti gravemente malati tra cui quelli in fase terminale soffrono molto. Alcuni dei nostri compagni sono imprigionati da circa 30 anni e rimangono letteralmente sequestrati nonostante abbiano scontato la loro pena. Una situazione inquietante e di fronte a cui ci sentiamo completamente impotenti”

Leyla denuncia “un abuso di potere delle amministrazioni penitenziarie agli ordini del potere politico e con la complicità del potere giudiziario”.

“Un abuso – sottolinea – degno di altre epoche, quelle delle monarchie onnipotenti, sadiche e crudeli”

Tra i casi più gravi denunciati da Leyla Güven, quelli di Selver Yildirim e di Özge Özbek (rinchiuse nel carcere di Sincan).

Selver Yildirim (condannata a 30 anni di cui 25 scontati) ha perso completamente la vista dall’occhio destro e conserva solo il 15% da quello sinistro. Le è stata diagnosticata una CRSC (corioretinopatia sierosa centrale) e perde costantemente liquido dagli occhi. Le cure a cui è stata sottoposta appaiono del tutto inadeguate, se non addirittura controproducenti. Non può né leggere, né scrivere e nemmeno osservare a lungo qualcosa. Per motivi “di sicurezza” l’amministrazione le impedisce di utilizzare occhiali adeguati come quelli prescritti da un oculista. Trasferita varie volte all’ospedale, è rientrata in cella senza mai essere stata esaminata.

Ancora più drammatica la situazione di Özge Özbek che soffre di un serio tumore al cervello. Tanto da aver perso l’udito dal lato destro per la pressione esercitata. Già operata una prima volta nell’ottobre 2020, per i medici la sua vita è in pericolo e in ogni caso dovrebbe poter essere curata fuori dal carcere. Così almeno si erano espressi sia il Consiglio della sanità dell’ospedale del ministero della Salute, sia il Consiglio della sanità dell’Istituto di medicina legale di Istanbul (ATK) che avevano definito la detenzione “incompatibile con il suo stato di salute”. Invano ovviamente. Nel novembre 2011 Özge Özbek era stata condannata a sei anni e tre mesi per presunta “appartenenza a una organizzazione terrorista”. All’epoca era ancora studentessa e aveva iniziato a lavorare nei servizi sociali a Diyarbakır.

Altri casi paradossalmente drammatici: Nedime Yaklav che ha già scontato una pena di 30 anni e avrebbe dovuto uscire nell’aprile 2023; Gülşen Adet che ugualmente ha scontato 30 anni di detenzione e doveva tornare in libertà nel marzo 2024; così come sarebbe toccato alla sorella Nuriye Adet. E ancora: Hicran Binici (con una pena già scontata di 30 anni) che avrebbe dovuto lasciare il carcere nell’aprile 2024…

Nel suo appello Leyla Güven si rivolge soprattutto alle donne curde affinché intraprendano un’azione solidale, lottando “con fierezza e determinazione”. In precedenza aveva scritto agli ambasciatori di una quindicina di paesi (in particolare a quello francese) chiedendo loro di “contribuire non solo a una soluzione pacifica e democratica della questione curda, ma soprattutto per informarli sulla situazione dei detenuti”. Al momento non risulta ci sia stata risposta

Gianni Sartori

* Nota: Per la cronaca: in passato il distretto di Van costituiva il distretto centrale dell’omonima provincia. Nel 2012, con l’istituzione del comune metropolitano di Van, è stato diviso tra il distretto di Edremit e e altri due di più recente istituzione (Ipekyolu e Tusba).

#Breizh #Kurdistan – IN MEMORIA DI UN INTERNAZIONALISTA BRETONE – di Gianni Sartori

Come qualche mese fa a Rennes Serhildan-Bretagne e il CDKR (Consiglio democratico curdo di Rennes), in questi giorni le Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno voluto ricordare l’internazionalista bretone Kendal Breizh

Il 10 febbraio 2024 Kendal Breizh ( Olivier Le Clainche) veniva ricordato all’Espace des deux rives a Rennes con canzoni curde, poesie in lingua bretone e interventi dei suoi amici e compagni in francese. In perfetta sintonia con lo spirito internazionalista che animava questo quarantenne bretone che con il suo sacrificio ha legato indissolubilmente e per sempre la Bretagna (Breizh) e il Kurdistan.

L’evento era stato organizzato da Serhildan-Bretagne e dal Consiglio democratico curdo di Rennes (CDKR).

Originario del Morbihan (era nato a Malestroy nel 1977), da giornalista Olivier aveva collaborato con Radio Bro Gwened e con France bleu Breizh Izel.

Integrandosi nelle YPG (Unità di protezione del popolo) aveva voluto dare il suo contributo alla lotta dei curdi contro Daesh in Rojava. Il 10 febbraio 2018 aveva perso la vita nel corso di un bombardamento turco a Jandairis, nel cantone curdo di Afrin.

Come aveva ricordato un esponente del CDKR “Kendal Breizh, militante della sinistra internazionalista, vicino al movimento indipendentista bretone, era rimasto affascinato dal modello di democrazia diretta sperimentata dalla popolazione del Rojava”.

La manifestazione coincideva con quella in memoria di altri volontari caduti combattendo a fianco dei curdi contro lo Stato islamico e seguiva di un mese l’inaugurazione a Rennes della Piazza Fidan Rojbîn Dogan, una delle tre militanti curde assassinate a Parigi il 9 febbraio 2013.

Da segnalare che i militanti della sinistra indipendentista bretone (ma anche molti autonomisti e amministrazioni comunali) da sempre si mobilitano per altri popoli in lotta per l’autodeterminazione. Per esempio, non solo a Rennes e Nantes, ma anche in tante località minori sono presenti vie dedicate a Bobby Sands e agli altri hunger-strikers irlandesi morti nel 1981, alle vittime dell’apartheid sudafricano e anche ai baschi assassinati dal franchismo.

In questi giorni di fine agosto le Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno voluto ricordarne “la grande professionalità di giornalista che aveva dedicato il suo impegno ad amplificare le voci marginalizzate, a difendere la giustizia sociale e le cause ambientaliste (…). La sua voce risuonava sulle onde di Radio Pro Gwyned, una stazione radio bretone impegnata a sostegno della giustizia sociale e per la conservazione della cultura bretone. L’ardente desiderio di un mondo più giusto lo aveva indotto a cambiare il suo microfono con un’arma”.

Olivier era giunto nel Rojava nel momento forse più duro, drammatico della lotta contro il terrorismo dello Stato islamico e – assunto il nome di Kendal Breizh – aveva partecipato alla liberazione di Raqqa e di Deir ez-Zor, facendosi apprezzare per il suo coraggio. Nel 2018, al momento dell’invasione turca di Afrin, fu tra i primi a impegnarsi nella lotta di resistenza. Ma il 18 febbraio un bombardamento turco poneva fine alla sua vita esemplare.

Gianni Sartori

#Asia #Pakistan – TERRORISMO DI MARCA SETTARIA O STRATEGIA DELLA TENSIONE? – di Gianni Sartori

Poco dopo l’alba del 26 agosto oltre una ventina di persone (23 quelle accertate, per la maggior parte originarie del Punjab) sono state uccise nel distretto di Musakhail (sud-ovest del Pakistan, Belucistan).

Si ritiene che i responsabili dell’eccidio appartengano a un gruppo di separatisti beluci, il BLA (Baloch Liberation Army). Una trentina di costoro avevano installato un posto di blocco lungo l’autostrada costringendo a scendere i passeggeri di una ventina di autobus e di alcuni camion e furgoni (poi incendiati). Dopo averne controllato i documenti e l’identità, avevano aperto il fuoco.

In un altro attacco (sempre nella nella provincia di Monday), evidentemente coordinato con il primo, un’altra quindicina di persone provenienti dal Punjab venivano assassinate (per un totale complessivo finora accertato di 39 vittime).

In un comunicato il BLA avrebbe rivendicato il grave atto terroristico sostenendo che in realtà sarebbero stati uccisi “soldati in abiti civili” in quanto “la lotta è contro l’esercito pakistano occupante”.

Una presa di posizione poco convincente se pensiamo ad altri episodi simili.

Come in aprile quando, nei pressi della città di Naushki, una decina di lavoratori provenienti dal Punjab (e impiegati nell’estrazione delle risorse minerarie), dopo essere stati fatti scendere, venivano ammazzati brutalmente.

Nelle ore immediatamente precedenti il gruppo separatista aveva assaltato una caserma nei pressi di Kalat uccidendo sei agenti e quattro civili. Inoltre erano stati distrutti con l’esplosivo alcuni tratti della rete ferroviaria.

Da un comunicato del ministro dell’Interno Mohsin Naqvi si è poi appreso che le forze dell’ordine avrebbero ucciso una dozzina di miliziani, mentre l’esercito pachistano parlava di una ventina.

Gianni Sartori