
“CAPIRE IL KURDISTAN – seconda edizione” – aggiornata alla primavera 2024 – con scritti di Gianni Sartori – quasi 800 pagine – in versione digitale – IN DOWNLOAD GRATUITO – FREE DOWNLOAD ![]()
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https://centrostudidialogo.com/libri-in-versione-digitale/

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Parlare di un “nuovo Vajont” è – per ora e forse – ancora prematuro. Però non si sa mai.
Certo le analogie non mancano. L’arroganza antropocentrica che della cosiddetta “Natura” (ambiente, Montagna…) intende farne scempio in nome del profitto; timide obiezioni da parte della popolazione (una parte almeno, quella non del tutto anestetizzata) e di qualche Cassandra di turno. Anche se per ora nessuno è stato ancora denunciato per ”diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” (Do you remeber Tina Merlin ?).
Un passo indietro. Fino alla metà degli anni ottanta chi percorreva la strada provinciale che scorre(va) in Alta Val d’Astico ad un certo punto, dalle parti di Casotto, si inoltrava in un paesaggio quasi primordiale, selvaggio. Circondato da enormi macigni su entrambi i lati della strada.
Testimonianza solida e imponente di un moto tellurico di inusuale potenza risalente al 1117. Una sorta di “bolgia infernale” (non un semplice conoide di deiezione) molto suggestiva su era cresciuta una fiorente e selvaggia vegetazione e dove, nella miriade di anfratti, varchi, pertugi e cavità, trovavano rifugio volpi, martore, tassi e quant’altro..
Poi (verso il 1987 mi pare) arrivarono le ruspe…
Per tornare ai nostri giorni, il recente crollo che ha portato alla chiusura della strada provinciale della Val d’Astico (dove ogni tanto si rilancia la folle idea di una prosecuzione della A 31, magari in galleria con tutti i rischi annessi e connessi di ulteriori crolli) proviene da “la Marogna”. Una frana potenzialmente attiva nell’ordine di 5-6 milioni di metri cubi.
Con ogni probabilità è la conseguenza della predazione estrattiva, dello sfruttamento insensato in corso da decenni sulla destra orografica (sotto al Monte Spitz di Tonezza).
Del resto prima o poi, a furia di scavare, doveva succedere.
Come il geologo Dario Zampieri (del dipartimento di geoscienze dell’ateneo patavino), dopo aver condotto studi approfonditi sulla instabile situazione della “Gioia” (la parete soprastante), da anni andava mettendo in guardia.
Documentando fotograficamente le centinaia di crepe, sgretolamenti e fessure che insidiavano il precario equilibrio di una massa di roccia di milioni di metri cubi.
Inizialmente (1987 circa) la cava aveva prelevato il materiale depositatosi sulla sinistra orografica, dal lato opposto della “Gioia”. Massi enormi, “danteschi”, calati rovinosamente a valle tanti secoli fa (dal versante dello Spitz), presumibilmente in coincidenza con il terremoto del 1117. Precipitando avevano invaso non solo lo stretto fondovalle – dove ora scorre la strada – ma in parte erano anche risaliti per inerzia sul versante opposto (la sinistra orografica, grosso modo sotto Luserna per capirci).
Poi, esaurito il materiale qui disponibile, i cavatori si erano trasferiti a prelevare sulla destra orografica.
Ricordo che proprio nel 1987 mi ero recato a fotografare i primi lavori di sbancamento scrivendo anche un trafiletto per “Nuova Vicenza” (contro l’apertura della cava ovviamente). Ma venne giudicato “eccessivamente polemico, allarmistico” (anche “destabilizzante” mi pare) e mai pubblicato. Perfino qualche esponente del WWF vicentino mi criticò in quanto “bisognava dialogare, meglio che venga prelevato del materiale già caduto etc.).
Ora, vedendo quanto è capitato, vien da chiedersi: Ma chi stava “destabilizzando” in realtà?
E non in senso metaforico. Visto (e sentito) lo smottamento della notte tra 10 e 11 settembre il cui boato ha ridestato negli abitanti della valle ancestrali timori e – forse – rinnovato l’ostilità per il progetto di prosecuzione della A 31 (denominata non a caso “Autostrada Val d’Astico”).
Tra l’altro, prelevando i massi rimasti in bilico, ma comunque ormai assestati e trasformando il versante della montagna in uno scivolo sgombro da ostacoli, si son create le condizioni ideali perché il materiale potesse precipitare agevolmente fino al fondovalle.
La cava “Marogna”, gestita dalla società Sipeg Srl, era già “sorvegliata speciale” in quanto anche recentemente non erano mancati segnali premonitori.
Proprio nelle ore precedenti il crollo, il monitoraggio aveva rivelato spostamenti e instabilità significativi. Tanto che la strada provinciale 350 era già stata chiusa al traffico tra il km 36 e il km 35.
Si calcola che dalla “Gioia”, la parete soprastante, stavolta sia precipitato materiale per almeno 20.000 metri cubi. E non si può certo escludere che presto altri distacchi seguiranno. Anche perché il ritorno del tempo inclemente, delle piogge torrenziali, potrebbe innescare altre frane.
Ma allora “la montagna si ribella?” come ha scritto qualcuno. Ne avrebbe ben donde, ma in realtà mi sa che stiamo facendo tutto da soli.
Gianni Sartori

L’11 settembre è deceduto l’ex presidente-dittatore (per autogolpe, dal 1990 al 2000) del Perù Alberto Fujimori. Oltre che per il massacro dell’Ambasciata del dicembre 1996, verrà ricordato per essere stato condannato per crimini contro l’umanità. Tra le altre colpe, la sterilizzazione forzata di oltre 300mila indigene, le migliaia di esecuzioni extragiudiziali opera di squadroni della morte e dei militari (v.il Grupo Colina, V. Barrios Altos nel 1991…) e di sequestri di persone, i desaparecidos, le torture… Data la circostanza ho ripescato questa antica intervista (risale al 1997) ai coniugi Velazco, militanti del MRTA e vittime della repressione.
“E TU ORA COSA PENSI?…” – un incontro con Isaac e Norma Velazco- (intervista a cura di Gianni Sartori 1997)
Un anno fa, il 17 dicembre 1996, un gruppo di guerriglieri del MRTA (Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru) occupava l’ambasciata giapponese a Lima, come estrema forma di protesta contro il sistema carcerario peruviano, per la liberazione dei prigionieri politici uccisi lentamente, giorno per giorno, nelle prigioni di Fujimori. L’occupazione finì quattro mesi dopo con l’intervento delle teste di cuoio peruviane, addestrate da istruttori americani. I guerriglieri vennero giustiziati e fatti letteralmente a pezzi (alcuni decapitati). Nei comunicati del MRTA si sostiene che “come gran parte del Sud del mondo, il Perù si trova sotto il tallone del neoliberismo e il suo sviluppo economico avviene a scapito delle masse popolari, in particolare delle popolazioni indigene”. Da questo punto di vista l’azione per quanto estrema del MRTA è stata vista anche come “una risposta alla violenza del sistema politico ed economico, un tentativo di riaffermare la dignità umana”.
Ne abbiamo parlato con Isaac Velazco, intervenuto con la moglie Norma in quanto rappresentati del MRTA, ad un incontro-dibattito tenutosi a Vicenza, presso Villa Lattes, il 15 dicembre. Isaac porta i segni indelebili delle torture cui è stato sottoposto, torture che comunque non hanno potuto scalfire il profondo senso di dignità che traspare dai suoi gesti e dalle sue parole, testimonianza vivente dei milioni di Indios massacrati e perseguitati dai colonizzatori europei.
Che cosa intende sottolineare dell’attuale situazione in America Latina e in particolare nel Perù?
Vorrei ricordare cosa rappresenta l’attuale modello neoliberista per i popoli dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa… i cosiddetti popoli sottosviluppati. Sono questi popoli che hanno reso possibile, subendo uno sfruttamento durato ormai 500 anni, lo sviluppo industriale e le attuali condizioni materiali di vita di coloro che ancora ci opprimono, i paesi sviluppati.
Come si è concretizzato tutto questo nei territori che costituiscono l’attuale Perù?
I diritti del nostro popolo non sono mai stati rispettati. Ci è stato impedito di parlare la nostra lingua e ci è stata imposta quella dei conquistatori; la nostra cultura è stata proibita. Abbiamo dovuto subire un modello economico portato dall’Europa e le nostre terre comuni sono diventate terre dei conquistatori. Con violenza ci hanno tolto la libertà e ci hanno trasformato in servi e schiavi, obbligandoci a lavorare quelle terre che erano state nostre, a scendere nelle profondità della terra per estrarre l’oro, insieme al denaro unico vero Dio dei conquistatori. Quell’oro estratto dai nostri avi servì per l’accumulazione originaria del capitale che permise lo sviluppo industriale in Europa. Ricordo che anche ai nostri giorni circa diecimila tonnellate di oro estratto in Perù prendono ogni anno la via dell’Europa e degli Stati Uniti. Per cinquecento anni tutto il continente denominato America Latina ha sopportato il saccheggio delle risorse naturali. Più di 13 milioni di indigeni in Perù, e 64 milioni in tutta l’America Latina, furono assassinati nel più grande genocidio mai registrato dalla storia dell’umanità e di cui quasi nessuno ha il coraggio di parlare.
Come vivevano gli indigeni prima dell’arrivo dei conquistatori?
Nel continente sudamericano si erano sviluppate culture autoctone che avevano fornito soluzioni molto positive alle necessità delle popolazioni. L’economia non si basava sulla proprietà privata ma sul lavoro comunitario e, grazie ad un complesso sistema di opere idrauliche, l’agricoltura era ben sviluppata. Gli indigeni non conoscevano la fame e vivevano in un buon rapporto con la natura. La colonizzazione bloccò lo sviluppo di queste culture e il nostro popolo subì la violenza di un nuovo modo di concepire l’organizzazione sociale -quello dei conquistatori- basato sull’oro, il denaro, la proprietà privata e il possesso di servi e schiavi. Era la visione del mondo dell’Europa feudale, monarchica, dove già esisteva la proprietà privata delle terre e per imporla anche nel nostro continente si ricorse al genocidio.
Cosa sta accadendo ai nostri giorni in Perù, e in genere nel “Cono Sud”, con il Nuovo Ordine Mondiale?
Il colonialismo ha ceduto il passo al neocolonialismo e questo al neoliberismo che costituisce il vero e proprio imperialismo della nostra epoca, in grado di soddisfare la bramosia e l’avarizia dei pochi maggiori proprietari di capitali del mondo. Il capitalismo selvaggio attualmente applicato in Perù ha comportato la privatizzazione delle imprese statali, il fallimento di molte industrie e, come conseguenza, il licenziamento e la disoccupazione di migliaia e migliaia di lavoratori. Attualmente in Perù il 75% della popolazione attiva è senza lavoro o sottoccupata e questo si riflette anche a livello delle organizzazioni dei lavoratori. Nel 1990 gli operai iscritti al sindacato erano due milioni; oggi soltanto 600.000. Ovviamente il modello neoliberista favorisce condizioni che garantiscono un maggior sfruttamento dei lavoratori. Il diritto alla sindacalizzazione viene conculcato, oltre che con la repressione, attraverso contratti di lavoro precario, senza stabilità lavorativa, soprattutto per i giovani. In questo contesto si assiste ad un aumento della povertà; attualmente almeno 12 milioni di peruviani sono in condizioni di autentica miseria. Secondo i dati della Banca Mondiale, il Perù si trova al 10° posto come indice di povertà. Il 40% della popolazione sopravvive con meno di un dollaro al giorno.
Qual è, in questo tragico scenario che ha delineato, la situazione dell’infanzia?
Ovviamente le principali vittime di questa situazione sono i soggetti più deboli, come appunto i bambini. Molti bambini cercano di alimentarsi rovistando tra le immondizie e chiedendo l’elemosina. Molti sono costretti a lavorare, sottopagati, in età giovanissima, altri si trasformano in mercanzia sessuale. È normale incontrare bambini tra i 9 e i 14 anni che si prostituiscono nelle zone residenziali. I giovani che non trovano lavoro sono spinti a rubare per sopravvivere. Attualmente le carceri sono piene di questi giovani cui il modello neoliberale non offre un futuro. Eppure il Perù è molto esteso e relativamente poco popolato con i suoi 23 milioni di abitanti. Inoltre è ricco di risorse naturali che potrebbero garantire una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti…
Il vostro movimento riconosce un ruolo particolare alle culture indigene?
Attualmente il Perù costituisce una società pluriculturale, sia dal punto di vista etnico che linguistico. Come MRTA riconosciamo questa realtà e la incorporiamo nel nostro processo di trasformazione e liberazione sociale. Noi lottiamo affinché le popolazioni indigene, assieme a tutto il popolo peruviano, vengano rivalutate in quanto esseri umani. In particolare riconosciamo nella cultura tradizionale indigena un elemento molto importante per la costruzione di una società basata sulla dignità umana: la comunità andina, una forma di produzione e di organizzazione sociale che ha come base il lavoro solidale e la proprietà comunitaria. La comunità andina implica la partecipazione di tutti i membri della comunità in quanto comuneros all’organizzazione sociale; le autorità vengono scelte da tutti, in modo democratico, diretto e partecipativo. Quando i rappresentanti non corrispondono alle esigenze della comunità vengono immediatamente revocati. Il prodotto del lavoro solidale viene distribuito tra tutti i membri della comunità. A questa tradizione india noi facciamo riferimento per il nostro modello di società.
Un’ultima domanda. Come giustifica l’azione compiuta a Lima dal vostro gruppo nella residenza dell’ambasciatore giapponese e conclusasi tragicamente?
Non ho niente da giustificare. Il nostro popolo è stato vittima di ogni violenza per più di 500 anni. Anche adesso la violenza è un elemento strutturale della società peruviana e lo Stato la applica sistematicamente contro la popolazione. È una vera e propria azione di sterminio contro chi si ribella ad un sistema economico che lo condanna a morire di fame. Penso che un popolo ha il diritto di difendersi. Come può la Comunità internazionale considerare democratico un governo che tra il ‘92 e il ‘95 ha incarcerato 10.000 prigionieri politici, che ha torturato quasi 100mila persone (soprattutto con scariche elettriche sulla lingua, sui genitali…) per ottenere informazioni, per far loro confessare azioni che non avevano commesso? Sono centinaia le donne violentate e le comunità indigene sterminate dall’esercito. I nostri compagni sono entrati nella residenza per denunciare la guerra non dichiarata del neoliberismo contro l’umanità, per mostrare a tutti come in questo paese solo pochi privilegiati possono vivere al livello del primo mondo, a prezzo della vita di milioni di diseredati. Eppure, anche se molti dei presenti nell’ambasciata erano complici della barbarie delle multinazionali e del governo, sono sempre stati trattati come esseri umani dal MRTA (i guerriglieri liberarono anche la madre di Fujimori ndr). La maggior parte dei media ha definito l’azione del MRTA un atto terrorista. E tu ora cosa ne pensi? E cosa credi penseranno quelli che leggeranno le mie dichiarazioni?
Gianni Sartori (1997)

Il prigioniero politico curdo Naif Işçi, in carcere dal 2010 e ora in sciopero della fame, dovrebbe – ai termini di legge – essere già tornato in libertà. Ma la sua pena viene prolungata di tre mesi in tre mesi in quanto non si sarebbe “pentito”.
Naif Işçi lo detto chiaramente: proseguirà nello sciopero della fame (iniziato il 2 agosto) fino alla definitiva liberazione. Anche se questo dovesse comportare gravi conseguenze per la sua salute, già gravemente compromessa (a causa di un incidente e di cure inadeguate la sua gamba sinistra è diventata più corta e attualmente quasi non riesce a camminare).
Il ventottenne prigioniero curdo è in carcere da 14 anni. In teoria avrebbe già dovuto uscire in libertà condizionale, ma la sua detenzione viene ogni tre mesi (per ben cinque volte) arbitrariamente prolungata in quanto non avrebbe “espresso rimorso”.
Nel settembre 2010 era stato condannato a 24 anni per “aver commesso un crimine in nome di un’organizzazione illegale di cui non era membro”, per “aver esercitato propaganda per un’organizzazione illegale”; per aver “violato la legge su riunioni, manifestazioni e marce” e per “possesso e trasporto non autorizzato di sostenza pericolose”.
Penso sia inutile precisare che con “organizzazione illegale” ci si riferisce al Partito dei Lavoratori del Kurdistan.
Successivamente, forse per la giovane età, la pena veniva ridotta a sedici anni. Tuttavia non gli viene concesso di usufruire della libertà condizionale (come stabilito dalla legislazione).
Il 1° agosto il comitato amministrativo del carcere di tipo T di Ahlat aveva rinviato ancora una volta di tre mesi la sua rimessa in libertà. Il giorno dopo Isçi entrava in sciopero della fame sostenendo (in una lettera inviata all’Associazione dei Diritti dell’Uomo- IHD) che la cosa, oltre che illegale “è completamente assurda e fondata su decisioni prese in base al loro punto di vista sulla vita”. Che si tratti di “visioni del mondo” opposte (come spesso accade tra colonizzati e colonizzatori) appare evidente. Altrettanto evidente che gli viene richiesto di rinunciare alla propria personale identità politica e culturale.
Sempre nella lettera inviata a IHD, il giovane curdo denuncia come ogni tre mesi “mi vengono poste domande che non hanno niente a che vedere con la mia situazione. Domande come: “Siete pentito?”; “il Partito dei lavoratori del Kurdistan è un’organizzazione terrorista?”; “Cosa pensate di Abdullah Öcalan?”. Il consiglio – prosegue Isçi nella lettera – agisce come un tribunale. Inoltre il direttore del carcere mostra chiaramente il suo atteggiamento ideologico, influenzando gli altri membri del consiglio di amministrazione spingendoli a dare un parere negativo”.
E ricorda che non è certo l’unico detenuto politico a versare in tale situazione. Nella prigione dove si trova attualmente “almeno altri sei”.
Gianni Sartori

Mentre decine di organizzazioni di difesa dei diritti umani chiedono l’annullamento della condanna a morte per Pexşan Ezîzî, la prigioniera curda – insieme ad altre quattro compagne detenute a Evin – rifiuta di testimoniare davanti al procuratore. Come protesta per le condanna a morte inflitte ai prigionieri politici.
Narges Mohammadi, prigioniera politica e Premio Nobel per la Pace per il suo impegno in difesa dei Diritti umani, ha dichiarato che il procuratore del carcere di Evin, il 9 settembre avrebbe voluto interrogare cinque prigioniere (inclusa Narges). Ma la sua richiesta è stata rifiutata per protestare contro le condanne a morte.
Oltre a Werîşe Muradî, hanno rifiutato di testimoniare Werîşe Muradî, Pexşan Ezîzî, Mecbube Rezayî e Perîwş Muslimî.
In agosto, dopo l’esecuzione del curdo Reza (Gholamreza) Rasaei* (arrestato nell’ambito delle manifestazioni “Jin, Jîyan, Azadî “) le donne prigioniere nel carcere di Evin avevano organizzato una protesta venendo quindi attaccate e picchiate dalle guardie carcerarie.
Tra le donne prigioniere che hanno rifiutato il confronto con il procuratore anche Pexşan Ezîzî recentemente condannata a morte.
In questi giorni 26 organizzazioni di difesa dei Diritti umani hanno inviato al potere giudiziario iraniano la richiesta di annullare tale condanna chiedendone la scarcerazione.
Operatrice sociale, studentessa all’Università Allameh Tabatabai di Teherán e giornalista, Pexşan Ezîzî era stata arrestata da agenti del Ministero degli Interni e sottoposta a tortura per settimane. Accusata senza prove di appartenenza al PJAK (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê – Partito per una Vita Libera in Kurdistan), in luglio è stata condannata alla forca per “ribellione armata contro il sistema”.
Era già arrestata nel 2009 (e rimessa in libertà nel 2010) per aver preso parte alle manifestazioni studentesche di protesta (sempre per le condanne a morte nei confronti dei militanti curdi).
In seguito aveva lasciato l’Iran per recarsi prima nella regione autonoma del nord e dell’est della Siria e successivamente nel Kurdistan del Sud (in Iraq). Lavorando con i rifugiati all’epoca degli attacchi dell’Isis nella regione.
Tra le organizzazioni intervenute in sua difesa, la berlinese HÁWAR.help, Kurdistan Human Rights Network (KHRN) di Parigi e l’ONG Iran Human Rights di Oslo. Definendo il processo a cui è stata sottoposta “grossolanamente ingiusto “ e la pena di morte “una palese violazione dei principi e delle norme in difesa dei diritti umani, un’espressione evidente della sistematica repressione della libertà di espressione e del diritto alla vita”.
Gianni Sartori
*Nota 1: Sul caso di Reza Rasaei riporto quanto scritto all’epoca da Amnesty International: “Reza (Gholamreza) Rasaei, un uomo di 34 anni appartenente alla minoranza etnica curda e a quella religiosa yaresan, è stato impiccato in segreto all’alba del 6 agosto 2024 nel carcere di Dizel Abad, nella provincia di Kermanshah. L’esecuzione è avvenuta in relazione alla rivolta “Donna Vita Libertà” che ha attraversato l’Iran nel periodo settembre-dicembre 2022.
Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e Africa del nord, ha dichiarato: “Con l’attenzione della stampa a livello globale e nazionale concentrata sulle tensioni con Israele, le autorità iraniane hanno segretamente eseguito l’orribile e arbitraria condanna a morte di un uomo che aveva subito maltrattamenti e torture in carcere, compresa la violenza sessuale, per poi essere condannato alla pena capitale a seguito di un processo farsa”.
“Questa esecuzione mette nuovamente in evidenza quanto il sistema giudiziario iraniano sia corrotto fino al midollo e sottolinea la risolutezza mortale delle autorità di Teheran nell’usare la pena di morte come strumento di repressione politica per instillare paura nella popolazione. Con l’insediamento del nuovo presidente, avvenuto la scorsa settimana, è stata dissipata anche qualsiasi illusione di progresso nel campo dei diritti umani”.
“La continua messa a morte arbitraria di manifestanti dopo la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ dimostra ancora una volta che, senza riforme costituzionali, legali e politiche, le violazioni dei diritti umani e l’impunità persisteranno. È necessario che gli stati avviino indagini secondo il principio della giurisdizione universale contro tutti coloro che sono ritenuti responsabili di crimini di diritto internazionale, incluse le alte cariche dello stato iraniano”.
Secondo le notizie fornite ad Amnesty International da una fonte informata, le autorità non hanno dato alcun preavviso della messa a morte di Reza (Gholamreza) Rasaei né a lui, né alla sua famiglia, né al suo avvocato.
Poche ore dopo averli informati a esecuzione avvenuta, i familiari sono stati crudelmente costretti a seppellire il corpo di Rasaei in una zona remota, lontano dalla loro casa e sotto la sorveglianza delle forze di polizia.
Rasaei era stato condannato a morte il 7 ottobre 2023 dopo un processo gravemente iniquo basato su “confessioni” sotto coercizione e mediante maltrattamenti e torture, tra cui percosse, scosse elettriche, soffocamento e violenza sessuale.
Nel periodo successivo alle proteste “Donna Vita Libertà”, le autorità iraniane hanno intensificato l’uso della pena capitale: nel 2023 le esecuzioni registrate da Amnesty International sono state almeno 853.
Nel 2024, le esecuzioni procedono a livelli allarmanti: secondo il Centro Abdorrahman Boroumand per i diritti umani in Iran, al 30 giugno 2024 erano state almeno 274 le persone messe a morte.
Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezioni, indipendentemente dalla natura o dalle circostanze del crimine, dalla colpevolezza o innocenza della persona o dal metodo utilizzato dallo stato per eseguire la condanna a morte. L’organizzazione chiede da tempo alle autorità iraniane di stabilire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte.

Come denunciato dal Comité de soutien aux droits de l’homme en Iran (CSDHI, fondato venti anni fa da dissidenti e vittime della repressione in Iran rifugiati in Francia) Sara Deldar, originaria di Rasht, una prigioniera politica iraniana che aveva partecipato alle manifestazioni di massa del 2022, è deceduta in carcere per mancanza di cure adeguate.
La morte sarebbe sopraggiunta a causa delle complicazioni, tra cui una grave infezione, conseguenti alle ferite da colpi di arma da fuoco (di provenienza governativa) subite durante le proteste. La sua salute avrebbe continuato a peggiorare anche dopo essere uscita di prigione (in libertà condizionata) fino al tragico epilogo.
Infermiera di professione, era rimasta colpita mentre interveniva per soccorrere altri manifestanti feriti. Arrestata, processata e condannata a un anno e tre mesi di detenzione, veniva rinchiusa nel carcere di Lakan, a Rasht.
Nel suo ultimo messaggio del 21 luglio 2024, Sara Deldar aveva denunciato le dure condizioni di detenzione subite e parlato della infezione divenuta cronica che l’aveva afflitta sia in carcere che fuori. A cui si era aggiunta una grave anemia, l’ipertrofia della milza e serie complicazioni (sempre a causa dell’infezione non curata) ai reni e alle ovaie.
Soffriva inoltre di fegato (si ritiene che necessitasse di un trapianto).
Il suo non è un caso isolato. Sara aveva ricordato che tante altre detenute politiche versano nelle medesime condizioni, vittime dell’insalubrità della prigione e della negligenza (eufemismo) dei carcerieri. Diverse donne rimaste colpite durante le proteste le avevano confermato che in qualche caso le pallottole erano state lasciate nei loro corpi senza venir estratte e tantomeno senza che venissero curate adeguatamente le ferite. Di conseguenza molte di loro soffrivano di acuti dolori (a cui cercano di porre rimedio con gli analgesici), di debilitazione e di insonnia.
In un precedente messaggio, a un anno da quando era stata portata direttamente dal tribunale alla prigione, Sara aveva scritto:
“Domani è il primo anniversario di quando sono entrata nel carcere di Lakan. Non provo né risentimento, né paura, né rimpianto. Non mi sono nemmeno posta la domanda se avrei potuto agire diversamente. Non ho fatto nulla di male se non curare i feriti. Rifiutandomi di tacere di fronte all’ingiustizia. La mia coscienza mi ha guidato e non sto scrivendo altro che la verità”.
Sempre secondo CSDHI, il Ministero iraniano dell’Interno avrebbe contattato la famiglia facendo pressioni affinché la morte della giovane rimanesse un “fatto privato”. Costringendola a una cerimonia funebre a cui hanno partecipato soltanto pochi familiari sotto il controllo stretto delle forze dell’ordine.
Negli ultimi anni diversi prigionieri politici sono deceduti per ragioni di salute. Sia per problemi preesistenti (ma comunque aggravati dalla detenzione), sia come conseguenza diretta delle pessime condizioni carcerarie. E soprattutto della mancanza di cure.
Solo quest’anno, tra il 30 maggio e il 15 agosto, sono almeno 34 i prigionieri politici a cui sono state negate cure adeguate.
Ovviamente sappiamo anche che questi metodi (un supplemento di pena) non rappresentano una prerogativa esclusiva dell’Iran.
Gianni Sartori