Si può stare “dalla parte delle vittime” sempre e comunque? E soprattutto: si può farlo senza cadere nel patetico (nel “buonismo” qualunquista)?
Quien sabe, hermanos… Comunque ci provo.
Due notizie, due tragedie. La morte in carcere di due donne coraggiose.
Schierate su fronti opposti, ma ugualmente integre, degne, in piedi. Tragicamente unite nel medesimo destino: Viktoria Roshchyna e Elena Chesakova.
Della prima in questi giorni la stampa mainstream ne ha parlato abbastanza (doverosamente e giustamente, sia chiaro). Della seconda molto meno, quasi niente.
Giornalista freelance, già collaboratrice della web-tv ucraina Hromadske, si trovava a Shchastya e Lugansk all’inizio della guerra, poi a Huliaipole (Guljajpole, Makhnograd) e a Zaporizhzhia. Da 14 mesi Viktoria Roshchyna (27 anni) era incarcerata in Russia (nell’ultimo periodo – pare – nel carcere di Lefortovo a Mosca). Non si conosce con precisione la data dell’arresto (presumibilmente il 3 agosto, giorno dell’ultima telefonata alla famiglia) e il suo nome era in una lista di persone che stavano per essere liberate in uno scambio di prigionieri. Precedentemente, 16 marzo 2022, era già stata arrestata nei pressi di Mariupol, ma liberata dopo pochi giorni. Su tale esperienza aveva realizzato una serie di articoli conquistando il premio “Coraggio nel giornalismo”. Non si conosce la causa della sua morte (ripeto, in stato di detenzione) avvenuta, stando al comunicato inviato alla famiglia, il 19 settembre. Ma , sapendo che era sta segregata anche a Taganrog (carcere su cui aleggia il fondato sospetto della tortura) è lecito sospettare che sia una conseguenza dei maltrattamenti subiti.
Così per Elena Chesakova, deceduta secondo le autorità ucraine, per infarto. Per gli agenti che l’avevano in custodia “il suo cuore non ha retto”. Non ha retto a che cosa, vien da chiedersi.L’8 ottobre Elena era salita sul piedistallo di un monumento a Odessa esponendo la bandiera russa. Per poi dichiarare che “ucraini e russi fanno parte dello stesso popolo”. Aggiungendo, tra gli insulti e il lancio di oggetti di una folla di probabili banderisti (neofascisti ucraini) che “la guerra è stata voluto dagli USA e dalla Nato e non è nell’interesse di nessun slavo combatterla”.Bloccata dai militanti di destra, veniva consegnata alla polizia. Inutili i tentativi per convincerla a “scusarsi” pubblicamente in un video. Invece anche davanti alle telecamere aveva ribadito che non poteva “perdonare coloro che avevano attaccato il Donbass e Odessa nel 2014”, riferendosi ovviamente all’esercito ucraino.Convinta che “gli USA e la Nato stiano facendo tutto questo per distruggere gli slavi”.Per il suo gesto rischiava circa tre anni di carcere, ma come sostengono le autorità ucraine “il suo cuore non ha retto”.
Se la morte di Viktoria Roshchyna (deceduta alla vigilia di uno scambio di prigionieri) evoca fatalmente quella di Navalny, la vicenda di Elena Chesakova rimanda per analogia al giornalista e dissidente politico Gonzalo Lira.Arrestato qualche mese prima dal servizio di sicurezza ucraino (SBU) con l’accusa di aver “screditato le autorità e le forze armate ucraine”, era deceduto nel gennaio 2024 ancora in detenzione preventiva. Stando alle informazioni raccolte dal padre da tre mesi soffriva per “una polmonite doppia e di una grave forma di edema” Ma era stato lasciato senza cure.
Un recente attacco indiscriminato contro i lavoratori di una miniera in Belucistan getta ombre sospette sulle reali dinamiche di quella che si autorappresenta come una lotta di liberazione.
Vorrei poter dire che “l’avevo detto”.* Ovvero che non c’era troppo da fidarsi. Dietro il recente attivismo di un autoproclamato movimento di liberazione, sospettavo, intravedevo anche dell’altro.
Cioè, come minimo, l’ennesima strumentalizzazione di una lotta popolare di autodeterminazione. Se non addirittura una riedizione (in salsa pakistana o altra) della classica “strategia della tensione” (per definizione manipolata, pilotata, manovrata…).
In Belucistan, nel distretto di Duki (Pakistan sud-occidentale), l’11 ottobre oltre una ventina di persone sono state massacrate (e un’altra decina è rimasta ferita) in una miniera di carbone. Le vittime erano dei minatori, mentre gli assalitori (una quarantina, in abiti civili), in mancanza di rivendicazioni, per ora non sono stati identificati. Si presume comunque che si tratti di un’altra azione del BLA (Balochistan Liberation Army), ultimamente piuttosto attivo. Pur mantenendo, ripeto, tutte le riserve sull’autenticità di questa recrudescenza.
La brutale irruzione, durate almeno trenta minuti con bombe a mano e lanciagranate, si è scatenata direttamente contro gli alloggi dei lavoratori delle miniere della Junaid Coal Company. Dal comunicato della polizia si ricava che le vittime in maggioranza provenivano dalle aree di lingua pashtu del Belucistan (dove – come il persiano e la lingua dravidica brahui – risulta minoritaria rispetto alla prevalente lingua beluci). Almeno quattro degli assassinati erano invece originari dell’Afghanistan (forse hazara). Gran parte dei macchinari sono stati dati alle fiamme. Haji Jairuyá Nasir, proprietario (o direttore) della miniera ha messo in guardia i soccorritori in quanto prima di andarsene gli aggressori avrebbero posizionato una decina di mine.
Pur nella consapevolezza della pesante situazione in cui versano i Beluci (emarginati, sottoposti a repressione..) che vedono le risorse naturali della loro terra svendute dal governo centrale di Islamabad alle compagnie estrattive, tale deriva settaria (rivolta contro altri sfruttati) non è assolutamente accettabile.
Per certi aspetti rievoca un altro settarismo, quello indirizzato contro gli hazara insediati nella provincia pakistana del Belucistan (la maggior parte a Quetta). Attualmente sono circa mezzo milione, in gran parte discendenti da coloro che qui emigrarono dall’Afghanistan più di un secolo fa. Di religione sciita, periodicamente sono sottoposti a uccisioni mirate, rapimenti e massacri.
D’altra parte è notorio che molte milizie e movimenti radicali del Pakistan vengono manipolate dai servizi segreti (pakistani, ma non solo). Era il caso (tanto per citarne un paio, ma l’elenco sarebbe lungo) dei fondamentalisti sunniti di Lashkar-e-Jhangvi Al-Alami, considerato ilbraccio armato del movimento Sipah Sahaba Pakistan (Ssp, a sua volta presumibilmente manipolato dai servizi). Dopo essere state dichiarate illegali, le due organizzazioni si ricostituirono come Millat Islamia Pakistane e Ahl-e-Sunnat Wal Jamat.
Non mancherebbero poi anche “influenze” esterne, in particolare saudite. Come nel caso di Wahhabi Daeshe da Lashkar-e- Jhangvi (ugualmente responsabile di attacchi contro la minoranza azara).
Tra l’altro, forse è solo una coincidenza, ma nel gennaio 2021 undici minatori hazara erano stati prima sequestrati e poi assassinati nella città di Machh (in questo caso sembrerebbe dall’Isis). Si trattava di lavoratori qui emigrati – spinti dalla miseria – da Daikondi (Afghanistan). Le famiglie delle vittime avevano espresso la loro rabbia manifestando nelle strade contro il governo (definito “complice”). Rifiutandosi addirittura di seppellire i morti come forma di protesta per la mancata protezione.
Sono oltre 200 le persone giustiziate in Arabia Saudita nei primi dieci mesi del 2024. Inoltre, nonostante il decreto reale n° 46274 del 2020, permangono preoccupazioni per la sorte di condannati minorenni all’epoca del reato. Un bagno di sangue per “ripulire il braccio della morte”.
L’8 ottobre 2024 il Dipartimento degli Affari Esteri (DFA) di Manila annunciava l’avvenuta esecuzione di un cittadino filippino, reo – stando alle accuse – di aver ucciso un saudita. Notizia confermata dall’ambasciata filippina a Riyadh.
Uno dei tanti casi che quest’anno hanno portato l’Arabia Saudita, con oltre 200 esecuzioni documentate, a superare ogni suo record da trent’anni a questa parte in materia di pene capitali (in precedenza era quello del 2022 con 196 esecuzioni, 184 nel 2019).
Complessivamente sarebbero almeno 1.115 quelle avvenute sotto il governo del principe ereditario Bin Salman (ossia da 21 giugno 2017 al 89 ottobre 2024).
Per Amnesty International sarebbero almeno 198 le persone già giustiziate in Arabia Saudita tra l’inizio dell’anno e il mese di settembre. Poi la lista è andata allungandosi ulteriormente.
Altre fonti – come il gruppo londinese per i diritti Reprieve – denunciano un numero superiore, circa 213 ai primi di ottobre.
Confermando comunque quanto già detto: si tratta del maggior numero di esecuzioni degli ultimi trent’anni.
Per Harriet Mc Culloch (vice direttore di Reprieve) “l’Arabia Saudita sta ripulendo il braccio della morte con un bagno di sangue”.
E tutto questo nonostante le dichiarazioni d’intenti (promesse, promesse..) di volersi ”limitare”. In realtà l’attività del boia è andata intensificandosi, in barba spesso ai diritti degli imputati, di quelli della difesa e delle norme internazionali.
Tra le condanne a morte eseguite, oltre una cinquantina sarebbero legate al traffico di stupefacenti.
Almeno ufficialmente, dato che non di rado costituiscono un pretesto per colpire dissidenti politici. In particolare esponenti della minoranza sciita che avevano in qualche modo preso parte alle proteste(in particolare a quelle tra il 2011 e il 2013). Ricordiamo che le componenti sciite delle “primavere arabe” in Arabia Saudita e nel Bahrein sono state quantomeno “trascurate” – se non addirittura ignorate – dai media internazionali. In “compenso” rientrava nelle dichiarate intenzioni dell’Isis eliminare fisicamente la presenza sciita dalla penisola arabica. Vedi le azioni terroristiche contro le moschee sciite dell’Arabia Saudita, colpite durante la preghiera del venerdì (giorno di maggior afflusso) con decine di vittime e centinaia di feriti.
Per Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International “le autorità saudite si stanno dedicando con frenesia mortifera alle esecuzioni, dando prova di un agghiacciante disprezzo per la vita umana. Promuovendo nel contempo un’insensata campagna per rifarsi l’immagine”.
Campagna – ricordo agli smemorati – che gode di qualche estimatore anche nel ceto politico nostrano.
Un caso emblematico quello di Abdulmajeed al Nimr, un ex vigile urbano la cui sentenza è stata eseguita due mesi fa (v. annuncio della Saudi Press Agency del 17 agosto). Veniva accusato di far parte di Al Qaïda, in realtà per aver partecipato alle manifestazioni antigovernative nell’est del Paese, area a maggioranza sciita (il che stride alquanto con la sua presunta partecipazione a Al Qaïda).
Altro aspetto piuttosto inquietante, quello delle esecuzioni di minorenni.
Qualche mese fa, in maggio, alcune decine di organizzazioni attive nel campo della difesa dei diritti umani avevano sottoscritto un appello, * inizialmente promosso da ACAT(Azione dei Cristiani per l’Abolizione della Tortura) di Francia, Belgio, Germania e Liberia e da ADPAN (Anti-Death Penalty Asia Network) per due giovanissimi, Yousif Al-Manasif e Ali Al-Mubaiouq, in imminente pericolo di vita. In quanto la Corte suprema ne aveva confermato (in un primo momento segretamente) la condanna a morte.
Stessa sorte (“condanna a morte definitiva”) per Abdullah Al-Derazi (17 anni al momento del reato) e Jalal Al-Labad (15 anni al momento del presunto reato). Incamminato verso il medesimo destino un’altro detenuto, minorenne all’epoca del presunto reato: Mahdi Al-Mohsen nei cui confronti era già stata emessa una “condanna preliminare”.
Mancava solo la firma del sovrano.
Le organizzazioni firmatarie si mostravano preoccupate nonostante un decreto reale (n° 46274 ) emesso nell’aprile 2020, prevedesse l’abolizione della pena di morte per i minorenni. Ma sappiamo che altrove, per es. in Iran, si ricorre al sotterfugio di attendere la maggiore età del condannato, in genere i 18 anni, per condurlo al patibolo. Del resto in Arabia saudita, nonostante tale annuncio, nel giugno 2021 era stata eseguita la condanna a morte per Mustafa Al-Darwish, minorenne all’epoca del reato di cui era stato accusato e riconosciuto colpevole. I quattro casi considerati rientrerebbero nella norma della giustizia islamica denominata taazir (ossia una forma di punizione per cui non c’è una specifica disposizione nella sharia ed è quindi sottoposta alla discrezionalità del giudice. Questi ragazzi inoltre, durante la detenzione, avrebbero subito violazioni dei diritti umani: sparizione forzata e isolamento per mesi oltre a maltrattamenti e torture.
Va ricordato che, soprattutto nei confronti dei dissidenti politici, la tortura vine utilizzata per estorcere confessioni per cui in molti casi si dovrebbe parlare di condanne arbitrarie. E’ questo il caso di militanti non-violenti e prigionieri d’opinione accusati in base alle leggi antiterrorismo. Altro aspetto da considerare, il fatto che più della metà dei condannati a morte sono stranieri, non cittadini sauditi.
Volendo contestualizzare, come si spiega la grande tolleranza mostrata dai media occidentali nei confronti di questa dittatura sanguinaria e medievale? Come mai Riyadh non viene altrettanto criticata come capita, per esempio, con Teheran? A cui vengono regolarmente mosse accuse, in gran parte fondate naturalmente, di violazione dei diritti umani e in particolare nei confronti delle donne.
Anche se gran parte delle basi militari statunitensi si trovano in Qatar (base aerea Al Udeid), Bahrein e Kuwait (oltre che in Iraq e anche in Siria**), i rapporti tra Washington e Riyadh rimangono strutturali (v. l’utilizzo da parte statunitense della base militare Prince Sultan, le forniture di armamenti, l’accesso alla tecnologia militare avanzata, la cooperazione nel nucleare…) .
Per cui – insieme a Israele – l’Arabia saudita rimane uno dei capisaldi, dei principali punti d’appoggio in Medio Oriente di quello che una volta veniva definito la “fase suprema del capitalismo”.
**nota 2: In Siria la più nota è l’avamposto al Tanf (v. Tower 22), un’ex prigione al confine tra Iraq e Giordania. Altre due, al Omar (più conosciuta come Omar Oil Field) e al Shaddadi, si trovano nel nord-est del Paese. Ufficialmente il migliaio scarso di soldati statunitensi qui insediati dovrebbe occuparsi dell’addestramento delle milizie curde, arabe e assiro-siriache denominate Sdf (Forze democratiche siriane).
Ancora disordini in Martinica per protestare contro il costo della vita. Barricate e saccheggi nonostante il coprifuoco e l’invio di una compagnia di CRS. Ma allora “è soltanto un inizio”? Non si direbbe. Piuttosto una stanca replica già vista di cui si conosce già il finale.
Riepiloghiamo.
Ai primi di settembre, su iniziativa del Rassemblement pour la protection des peuples et des ressources afro-caribéens (RPPRAC), un collettivo che richiede l’allineamento su quelli dell’Hexagone – la Francia continentale – dei prezzi dei generi alimentari (mediamente 40% in più), esplodeva in Martinica (Martinique, Matinik) il movimento “contre la vie chére”.
Forse esasperati dalla situazione poco sostenibile, i ribelli non paiono aver risentito più di tanto del copri-fuoco temporaneamente instaurato il 18 settembre.
E nemmeno del recente dispiegamento – per la prima volta da 65 anni a questa parte – di una compagnia di CRS (Compagnie Républicaine de Sécurité) specializzata nel ripristino e mantenimento dell’ordine.
Il 7 ottobre il tentativo di rimuovere un posto di blocco sulla principale via di comunicazione di Fort-de-France innescava nuovi scontri. Con un bilancio ufficiale di sette poliziotti rimasti feriti, cinque persone arrestate e un numero imprecisato di feriti tra i manifestanti. Tra cui uno dei principali esponenti del movimento, Rodrigue Petitot (non gravemente, a una mano e a una gamba).
Di seguito, nella notte diversi quartieri (Sainte-Thérèse, Dillon, Texaco, Canal Alaric…) della capitale venivano resi impraticabili per le forze di polizia con barricate date alle fiamme.
Altri episodi di violenza urbana nella notte tra il 9 e il 10 ottobre. Stavolta con un bilancio più tragico: una vittima, sei arresti, una dozzina di CRS e un’altra di poliziotti feriti. Ancora barricate e negozi dati alle fiamme sia sulla costa ovest (Case-Pilote) che in alcune cittadine limitrofe di Fort-de-France come Schoelcher. Oltre a una serie di negozi, venivano incendiate e distrutte circa 400 automobili appena importate nell’isola caraibica. Così come è avvenuto per alcuni magazzini andati in fumo con tutto il loro contenuto. Altre notizie per quanto frammentarie. La polizia avrebbe trovato un uomo ferito da arma da fuoco nel corso delle operazioni contro il saccheggio di un centro commerciale. A Fort-de- France veniva incendiato anche un edificio comunale utilizzato dalla “brigata mobile”. Nel cuore della notte forti detonazioni si erano sentite in prossimità di Schoelcher.
Diversi crocevia sono ancora bloccati dai resti calcinati delle auto bruciate per cui la mobilità è alquanto difficoltosa. Non solo per i resti ingombranti della sollevazione, ma anche perché alcuni gruppi di rivoltosi hanno lanciato pietre contro i veicoli in transito.
Altri quattro gendarmi risultavano feriti nel comune di Carbet, ugualmente mentre tentavano di rimuovere una barricata.
Stando a quanto riferito dai corrispondenti, probabilmente si assiste alla messa in pratica dell’operazione “île morte” (isola morta) promossa da vari sindacati e da altre organizzazioni in risposta a quelle che definiscono le “violences exercées par les policiers de la CRS 8″.
Nel contempo il prefetto decretava nuovamente un copri-fuoco dalle ore 21 alle ore 5 del mattino e proibiva fino a nuovo ordine qualsiasi genere di manifestazione o assembramento nell’intero dipartimento d’Oltre mare.
E’ forse una “rivoluzione”? Non direi, forse una rivolta. O soltanto una fiammata, una stanca replica già vista. Tranquilli, presto verremo informati che “l’ordine regna a Varsavia”. Pardon “a Fort-de-France”.
Un incontro con il prof. Xavier Diez , docente universitario, storico, autore di numerosi libri ed articoli d’opinione sui media catalani, nonchè apprezzatissimo collaboratore di Dialogo Euroregionalista, per analizzare la situazione politica e sociale della Catalunya alla luce di quanto avvenuto recentemente.
In Turchia l’uccisione di cinque donne in quattro giorni ha riportato nelle piazze il movimento delle donne contro i femminicidi.
“I femminicidi sono politici”, hanno ribadito ad alta voce e a più riprese le donne turche e curde scese in strada per chiedere l’applicazione della Convenzione di Istanbul. Un trattato del Consiglio d’Europa per prevenire la violenza sulle donne (e quella domestica in particolare), ma da cui la Turchia si è ritirata nel 2021.
Ricordando che il concetto non vale – ovviamente – solo per la Turchia.
Se ne parliamo è per sottolineare come l’esempio delle femministe curde (sia del Rojava, sia con l’insorgenza avviata nel Rojhilat “Jin, Jiyan, Azadî”) abbia saputo influenzare parte della società civile turca e mediorientale.
Uno sguardo ai fatti recenti. Sono ben sei (quelle accertate) le donne assassinate dagli uomini in Turchia (Bakur compreso) dal 4 all’8 ottobre.
A far esplodere le prime proteste il duplice, sordido femminicidio del 4 ottobre per mano di Semih Çelik. Le sue vittime, entrambe di 19 anni, sono İkbal Uzuner (che perseguitava da tempo e a cui avrebbe tagliato la gola) e solo mezz’ora Ayşenur Çelik (una compagna di scuola, ugualmente decapitata). Il barbarico episodio è avvenuto a Istanbul, nel quartiere di Edirnekapı. Successivamente il giovane assassino si sarebbe suicidato.
Alle quattro vittime considerate si deve aggiungere (fa male anche solo parlarne) l’atroce vicenda di Sila, una bambina di due anni vittima di stupro e morta dopo un mese di agonia il 7 ottobre.
Una tragedia che ne ricorda un’altra recente. Quella di Narin Güran (8 anni) il cui cadavere era stato ritrovato l’8 settembre, dopo 19 giorni di ricerche, dentro un sacco nascosto tra le pietre di un corso d’acqua nei pressi del suo villaggio (Tavşantepe, nel distretto di Bağlar, provincia di Diyarbakir).
Nomi che vanno ad allungare una lista che (anche considerando solo l’anno in corso) va crescendo paurosamente.
Per l’associazione Kadin Cinayetlerini Durduracagiz (Stop Femminicidi) da gennaio le vittime sarebbero almeno 292 (166 nei primi sei mesi) .
Mentre per la We Will Stop Feminicides Platform le donne uccise nel 2024 sarebbero ben 315. Oltre a 248 casi di donne ritrovate morte in circostanze sospette.
Le femministe ritengono (e lo dichiarano a gran voce) che “il governo turco è direttamente responsabile dell’attuale politica di impunità” (colpevole quantomeno di “attendismo”) e pretendono che la legge sulla violenza alle donne venga applicata seriamente.
Sempre il 4 ottobre circolavano in rete le immagini di due uomini che molestavano sfacciatamente e impunemente una donna nel quartiere turistico di Beyoğlu. Momentaneamente fermati dalla polizia, i due erano tornati subito in libertà e solo dopo le accese proteste delle donne venivano nuovamente arrestati.
Il 5 ottobre molte manifestazioni venivano indette dai gruppi di difesa dei diritti delle donne in tutta la Turchia contro la “politica dell’impunità alla radice dell’incremento delle violenze sulle donne”. Oltre alla richiesta al governo di tornare a sottoscrivere la Convenzione di Istanbul, le manifestanti esigevano l’effettiva applicazione della legge 6284 (di fatto anche questa esautorata, mal applicata dopo il ritiro della Turchia dalla Convenzione)
Con le donne che a centinaia si erano riunite in piazza Tünel (quartiere Beyoğlu di Instanbul) anche due deputati del partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia (DEM), Özgül Saki e Kezban Konukçu.
Tra gli slogan scanditi e sugli striscioni: “Arrestate gli assassini, non le donne”; “Lo Stato protegge, gli uomini ammazzano”; “La giustizia siamo noi, non staremo zitte” e naturalmente “Kadın cinayetleri politiktir”.
Inizialmente la polizia aveva cercato di impedire il corteo che intendeva sfilare nel viale Istiklal, consentendo poi, di fronte alla determinazione delle donne, di raggiungere piazza Şişhane. Qui è stata letta una pubblica dichiarazione di condanna per l’incapacità mostrata dallo Stato nel proteggere le donne, criticando “l’eccessiva clemenza nei confronti di stupratori, stalker e assassini”.
Confermando quando era già emerso ampiamente. Ossia che le donne diffidano dell’autorità costituita per ottenere giustizia, preferendo rivolgersi alle reti sociali di mutuo sostegno.
Infatti, secondo le femministe turche “lo Stato, a causa dei pregiudizi insiti nel sistema giudiziario e diffusi nei commissariati e tra le forze dell’ordine, non prende in considerazione le testimonianze delle donne”.
“Noi – proseguivano – abbiamo sperimentato il vostro tentativo di rendere le strade pericolose per le donne. Con domande come “Cosa facevate in giro a quell’ora?”. Per promuovere ulteriormente la politica di un “solido nucleo familiare” con cui vorreste segregarci in casa. Il vostro linguaggio sessista, con cui vorreste stabilire quanti figli deve avere e a quale ora deve rientrare una donna, di fatto incoraggia la violenza maschile. Voi pretendete di trasformare le donne in docili membri di un sistema familiare oppressivo e sfruttatore.Ma noi tutto questo lo rifiutiamo”.
Tra i numerosi casi di femminicidio che hanno insanguinato la storia recente del Paese, molti ricordano ancora con forte disagio quello di Emine Bulut, 38 anni. Assassinata a coltellate dall’ex marito Fedai Baran il 18 agosto 2019 mentre si trovava in un locale pubblico di Kırıkkale con la figlioletta di 10 anni.L’hasthag #EmineBulut veniva condiviso nelle reti sociali migliaia di volte in poche ore.
Il nuovo sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, riprendeva pubblicamente le ultime, estreme parole della donna: “Io non voglio morire”. Spiegando che questo era un grido per tutte le donne assassinate; così come “mamma, non morire” era quello di tutti i figli e di tutte le figlie rimasti orfani per la violenza dei maschi”.
Tra il 2010 e il 2017, secondo l’organizzazione kadincinayetleri.org, in Turchia erano 1964 le donne assassinate (quelle accertate beninteso) da un uomo: marito, ex marito, fidanzato, conoscente…
Per un confronto nel 2016, i femminicidi documentati dal 2010 erano 1638.
La morte orrenda di Emine Bulut aveva scatenato grande indignazione (anche per lo choc provocato dal tremendo video del crimine, poi messo in rete) spingendo a manifestare migliaia di persone. Ma solo due anni dopo la Turchia si ritirava ufficialmente dalla Convenzione di Istanbul.
A sette mesi dai fatti contestati, la mattina del 2 ottobre sette militanti baschi venivano convocati presso il commissariato di Bayonne (Ipar Euskal Herria, Paese Basco sotto amministrazione francese). Ne uscivano soltanto dopo molte ore, nel tardo pomeriggio e dovranno presentarsi in tribunale per essere processati il 25 gennaio 2025.
Le accuse? Aver fornito “aiuto per entrare e per soggiornare in Francia a persone in situazione irregolare” e per aver agito come una “banda organizzata”(un’associazione a delinquere in pratica).
Tale azione umanitaria, definita dai responsabili di “azione civile”, costituisce un reato a tutti gli effetti per la legge francese, in base al CESEDA (il codice per l’entrata e il soggiorno degli stranieri e il diritto d’asilo).
Era stata concordata tra una dozzina di organizzazioni per consentire il passaggio di 36 “esuli” (migranti) confusi tra i partecipanti alla tradizionale corsa podistica basca di marzo, la Korrika (da Irun – Hego Euskal Herria, in territorio spagnolo – a Hendaye – Ipar Euskal Herria, in territorio francese).
Nel comunicato di rivendicazione (in data 28 marzo 2024) veniva stigmatizzata “la politica migratoria repressiva dell’Europa-fortezza che colpisce gli esiliati spingendoli verso le reti criminali di sfruttamento e della tratta di esseri umani”. Richiedendo “l’apertura delle frontiere e in particolare dei ponti come quello tra Irun e Hendaye (il Ponte Santiago nda) per garantire la libera circolazione”.
I sette baschi inquisiti (identificati grazie a un video) provengono da varie organizzazioni della sinistra basca abertzale. Tra cui il sindacato LAB (Langile Abertzaleen Batzordeak), Bidasoa Etorkinekin (un’associazione di aiuto ai migranti), il partito basco EH Bai e La France Insoumise. Mentre una ventina di organizzazioni si erano “autodenunciate” per aver collaborato all’azione di solidarietà, oltre 80 avevano espresso il loro sostegno e indetto una manifestazione davanti al commissariato di Bayonne.
Uno dei sette accusati, Eñaut Aramendi del sindacato LAB, ha spiegato che tutte le domande poste dagli inquirenti si basavano sul video della corsa, diffuso pubblicamente. Aggiungendo che “non sono soltanto sette persone che verranno giudicate, ma sette militanti di una ventina di organizzazioni”. E quindi, attraversodi loro “sono migliaia di persone aderenti a queste strutture che verranno incriminate. In quanto società dobbiamo interrogarci: siamo d’accordo con quello a cui assistiamo quotidianamente? Se per portare queste tematiche nel dibattito pubblico dobbiamo andare in tribunale, ebbene ci andremo”.
“E comunque – aveva concluso – io quel giorno ho visto solamente gente che correva”.
Amaia Fontang, portavoce di Etorkinekin (una federazione di associazioni di volontariato) ricordava che “qui, nel Paese basco i nostri militanti non nascondono di aiutare i migranti. Quando vediamo persone sperdute al margine della strada, li portiamo al centro Pausa (un centro d’urgenza per l’accoglienza a Bayonne nda). Rammaricandosi comunque che questa vicenda venga a cadere “in un momento politico assai inquietante (al ministero degli Interni è stato nominato Bruno Retailleau nda) per i difensori dei diritti fondamentali dei migranti. La politica di estrema destra portata avanti dal governo sulla questione migratoria ci preoccupa”.
Fatalmente l’episodio ha rinfrescato il dibattito in merito al cosiddetto “reato di solidarietà” aperto in Francia ancora nel 2017 dalle azioni umanitarie di aiuto ai migranti dell’agricoltore Cédric Herrou.