#IncontriSulWeb – “CURDI: UN POPOLO, UNA CULTURA, UNA LINGUA” – venerdì 25 ottobre alle ore 18

Un incontro con la dr.ssa Nurgül Çokgezici , psicologa, docente, traduttrice, mediatrice linguistico culturale e componente attiva della Comunità curda di Milano, per offrire una testimonianza di prima mano sul Popolo Curdo, sulla sua Cultura e sulla sua Lingua.

In contemporanea sui nostri canali social e sul nostro Blog.

#Americhe #Mexico – MESSICO: LA RESISTENZA INDIGENA SEMPRE “SOTTO TIRO” – di Gianni Sartori

Con un comunicato l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN) ha denunciato una serie di incresciose aggressioni nei confronti della comunità zapatista del villaggio “6 Ottobre” nella Selva Lacandona.

Tale Base di appoggio dell’EZLN (BAEZLN) viene minacciata da numerosi individui armati con armas largas de alto poder (armi lunghe ad alta potenza). Forse per sottometterla (”arruolarla”?) a qualche rete del crimine organizzato. Nel comunicato, diffuso dal Subcomandante Insurgente Moisés in nome del Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del EZLN, si precisa che le minacce di tali figuri (in gran parte provenienti dalla comunidad Palestina e tra cui si trovavano anche funzionari comunali del municipio di Ocosingo) erano rivolte soprattutto contro bambini, donne, anziani. Minacce di “violación a mujeres, quema de casas y robo de pertenencias, cosechas y animales”.

Scopo evidente, terrorizzarli e sfrattarli dalle terre che occupano e coltivano ormai da oltre 30 anni.

In precedenza, posti di fronte a recenti minacce similari, gli esponenti zapatisti del Gobierno Autónomo Local del “6 de Octubre” e l’assemblea dei Colectivos de Gobiernos Autónomos Zapatistas del Caracol Jerusalén, avevano tentato – invano evidentemente – di dialogare.

La situazione appare alquanto complessa. Anche tra gli stessi abitanti di Palestina vi è chi denuncia minacce e pressioni da parte del crimine organizzato affinché “vengano scacciati le nostre compagne e i nostri compagni del 6 Ottobre”. Inoltre sarebbe confermato che “vi sono accordi precisi tra il crimine organizzato e forze interne alle istituzioni governative per fornire un aspetto legale a questi sfratti brutali”.

Addirittura, alcune funzionari comunali di Palestina che prendevano parte alle azioni per allontanare gli zapatisti, avrebbero sfrontatamente ammesso di avere dalla loro parte sia le autorità comunali di Ocosingo, sia quelle governative (dello Stato del Chiapas). Con precise direttive per ottenere le concessioni di proprietà delle terre forzatamente espropriate.

Torna alla memoria il metodo ampiamente utilizzato in Colombia nei decenni passati quando, prima di massacrare indios e contadini poveri, gli squadroni della morte facevano firmare alle loro vittime i passaggi di proprietà. Da segnalare che fino al recente cambio politico (con una nuova gestione a livello di governo comunale), gli abitanti del “6 de Octubre” avevano convissuto pacificamente con le altre comunità della zona.

Forse non accade casualmente. Questa comunità zapatista sotto minaccia era una delle sedi prescelte per la celebrazione degli “Encuentros de Resistencia y Rebeldía 2024-2025”.Previsti per l’ultima settimana di dicembre e i primi mesi del 2025. Con varie attività culturali in occasione del 31° anniversario di quello che è passato alla Storia come l’alzamiento armado del 1 gennaio 1994.

Di conseguenza l’EZLN ha annunciato che “di fronte all’attuale violenza, consapevoli del grave deterioramento della situazione, sospendiamoogni comunicazione e informazione su tali incontri”. Incontri che potrebbero anche venir sospesi per garantire la sicurezza delle comunità zapatiste nel Chiapas.

Agli zapatisti “sotto tiro” è giunta immediatamente la solidarietà del “Congreso Nacional Indígena – Concejo Indígena de Gobierno”.

Il CNI-CIG ha condannato quanto sta avvenendo pretendendo “justicia y respeto” per le basi di appoggio zapatiste del “6 de Octubre” nel Caracol di Jerusalem.

Prendendo posizione contro quella parte della popolazione di Palestina che “con l’appoggio delle autorità municipali e statali, sta tentando di spogliare delle proprie terre la comunità”.

In conclusione il CNI-CIG ha voluto assicurare che l’EZLN “no está solo”.

Appellandosi alla solidarietà nazionale e internazionale per “porre un freno alla violenza e difendere l’autonomia zapatista”.

Sempre in Messico, in questi giorni è tornata alla ribalta un altro caso di resistenza indigena, quella degli Otomi di Città del Messico.

Da quattro anni (dal 12 ottobre 2020, una data non casuale) un antico edificio di Ciudad de Mexico, l’Instituto Nacional de los Pueblos Indígenas (ora ribattezzato Casa de los Pueblos Samir Flores ) è occupato dal popolo otomi e riconvertito in un centro di Resistenza indigena contro l’emarginazione sociale e contro i grandi progetti estrattivi e inquinanti. Non secondariamente, funziona anche come supporto locale per il movimento zapatista.

Gli otomi, sono un antico popolo indigeno del Messico centrale (valle del Mezquital e della Barranca de Meztitlán, Querétaro, Michoacán, Tlaxcala…). Espropriati delle loro terre ancestrali col metodo dell’encomienda (diventata uno strumento di colonizzazione e di cristianizzazione forzata degli autoctoni), così come durante le rivoluzioni dei secoli scorsi si erano schierati con la ribellione, anche ai nostri giorni mantengono un sana postura resistenziale di fronte all’etnocidio strisciante della globalizzazione neoliberista. Lottando, come hanno dichiarato, per “preservare culture, lingue, forme di vita e autogoverno indigeni”.

Non per niente, celebrando il quarto anniversario dell’occupazione dello stabile (il 12 ottobre), hanno ricordato anche un’altra scadenza, il 532° anniversario dell’inizio della colonizzazione dell’America Latina.

Espropriati, dispersi, diseredati… molti otomi nella seconda metà del secolo scorso si inurbarono, soprattutto a Città del Messico. Costretti spesso a dormire in strada, esposti ai pericoli di una metropoli violenta. Soprattutto i bambini e le donne. Chissà, forse pensava anche a loro il subcomandante Marcos (poi Galeano) quando scriveva (vado a memoria): “Sono un curdo tra le montagne, una anarchico nelle guerra di Spagna, una donna sola di notte a città del Messico…”.

Dopo il terremoto del 1985, molti tra loro si adattarono a vivere negli edifici lesionati e abbandonati (in particolare nella zona della Colonia Juarez e della Colonia Roma). Per “dare almeno un tetto ai nostri figli”. Ma un altro terremoto nel 2017 provocò il crollo definitivo o comunque rese inabitabili molti degli edifici occupati. Da allora vissero nelle tende, accampati davanti alle macerie. Con tutti i problemi immaginabili. Dalla mancanza di acqua alle difficoltà per consentire ai bambini la frequentazione della scuola.

Per l’acqua ricorrevano a vari espedienti, approfittando se possibile dei momenti di irrigazione dei parchi pubblici o degli alberi lungo i viali. Per analogia, ricordo quanto mi raccontavano le donne delle bidonville sudafricane all’epoca dell’apartheid: entravano di nascosto nei cimiteri dei bianchi e usavano l’acqua delle fontanelle (quelle per i fiori) per lavare gli abiti dei familiari. Si impara ad arrangiarsi, da proletari.

I tentativi di dialogo con le istituzioni per ottenere altre abitazioni o un aiuto per costruirsele, risultarono infruttuosi. Inoltre talvolta erano attaccati dagli abitanti della zona e le loro tende incendiate. Oltre naturalmente a venir periodicamente smantellate dalla polizia (con scontri, feriti e arresti). Per cui, dopo alcuni anni passati all’addiaccio (molto duri soprattutto nella stagione delle piogge), decisero come comunità di occupare l’edificio in questione.

Dove sono intenzionati a rimanere.

Gianni Sartori

#Kurds #Irak – IN VISTA DELLE ELEZIONI LEGISLATIVE REGIONALI, L’ATTUALE LEADER DEL PDK VA IN TURCHIA PER INCONTRARE ERDOGAN – di Gianni Sartori

Il 16 ottobre, a soli quattro giorni dalle elezioni per l’elezione del Parlamento federale nella regione autonoma curda (previste per il 20 ottobre), Nechirvan Barzani, attuale leader del PDK (Partito Democratico del Kurdistan), non ha trovato di meglio da fare che recarsi in Turchia.

Oggi (17 ottobre) dovrebbe incontrare il presidente Recep Tayyip Erdogan per discutere in merito alle “relazioni della Turchia con l’Irak e la regione del Kurdistan e sui recenti sviluppi nell’intera regione”.

Quelle previste sono le prime elezioni tenute nel Sud Kurdistan (Bashur, entro i confini iracheni) dal settembre 2018. Un momento critico, soprattutto per il clan dominante Barzani, in quanto sulla scadenza aleggia il cronico sospetto di possibili frodi elettorali.

Nelle ultime elezioni – a bassa affluenza e contestate con 1045 ricorsi durante lo spoglio – il PDK (con 688.070 voti) aveva conquistato 45 seggi al Parlamento regionale, mentre l’UPK (Unione Patriottica del Kurdistan) ne aveva ottenuti 21 (con 319.219) voti.

Al Movimento per il Cambiamento (Gorran, le cui sedi nel 2017 venivano incendiate dai militanti del PDK) erano andati dodici seggi, a “Nuova Generazione” otto, sette al Partito della società islamica, cinque all’Unione islamica del Kurdistan (Yekgirtu, fautore della non-violenza) e al Movimento islamico, un seggio ciascuno al Partito comunista del Kurdistan e a quello socialista.

Significativo che a oltre un mese di distanza, sia i commissari contrari all’approvazione (quattro contro cinque), sia le opposizioni si rifiutassero di sottoscrivere l’esito del voto arrivando a minacciare il non riconoscimento del Parlamento regionale.

Va anche ricordato che all’epoca pesava ancora il referendum dell’anno prima il cui risultato (oltre il 97% a favore dell’indipendenza) non era stato riconosciuto dal governo di Bagdad. Forse una delle cause delle successive dimissioni di Mas’ud Barzani (ottobre 2017) da presidente della provincia autonoma (carica che ricopriva dal 2005). Fermo restando che queste erano dovute principalmente alla perdita di territori rivendicati dai curdi (strappati all’Isis, in particolare Kirkuk) a vantaggio dello Stato centrale.

E intanto, nel corso di una accesa campagna elettorale, dal leader dell’UPK, Bafel Talabani sono arrivate autentiche bordate contro Nechirvan Barzani. Accusato di collaborazionismo (con Ankara ovviamente) in quanto “nella sola regione di Behdinan più di quattrocento villaggi curdi erano stati evacuati a causa del sostegno di Barzani all’invasione turca”.

Per dovere di cronaca va anche riportato che a sua volta il PDK in varie occasioni ha accusato l’UPK di “collaborazionismo” nei confronti di Teheran e di favorire presunti piani dell’Iran a danno dell’indipendenza del Kurdistan iracheno.

La novità di quest’anno è che le elezioni non saranno organizzate da una commissione elettorale regionale, ma dal Consiglio elettorale supremo iracheno. Un decisione derivata dal sospetto (peraltro assai fondato) che nel 2018 ci siano state corpose, massicce frodi elettorali. A vantaggio – ca va sans dire – del PDK, già coinvolto in altre irregolarità. Come l’endemica corruzione, il contrabbando di petrolio, lo sfacciato nepotismo, gli eccessivi ritardi nel pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, la brutale privatizzazione del sistema sanitario, il “dirottamento” di ingenti risorse a scapito dei servizi. Oltre al già citato collaborazionismo con la Turchia.

Dimostrando tutta la propria inadeguatezza nel risolvere i problemi sociali in una regione con un tasso di disoccupazione superiore al 20% e il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà. Mentre sarebbero almeno novemila gli affaristi, imprenditori, politici, trafficanti che possiedono almeno un milione di dollari.

Con l’intervento del Consiglio superiore della magistratura irachena è stato modificato il sistema elettorale (giudicato troppo favorevole al PDK) dividendo la regione autonoma in quattro circoscrizioni elettorali (Sulaymaniyah, Hewlêr-Erbil, Halabja e Duhok).

Inoltre le elezioni vengono poste sotto l’autorità dell’Alta commissione elettorale irachena. In precedenza (giugno 2024) il PDK aveva minacciato di boicottarle a causa della mancata assegnazione di sei seggi ai Turcomanni. La soluzione è stata trovata attribuendo cinque seggi oltre che ai turcomanni anche agli armeni e ai cristiani.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – CENTINAIA DI ARRESTI E SEQUESTRO DI GIORNALI DOPO UN RADUNO PER LA LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI POLITICI A DIYARBAKIR – di Gianni Sartori

Dura reazione di Ankara alla manifestazione di Diyarbakir per la scarcerazione del leader curdo Öcalan e per la soluzione politica del conflitto.

Non appaia esagerato il concetto di “genocidio politico” riferito al recente – l’ennesimo – rastrellamento di militanti curdi in ben 36 città nella giornata di martedì 15 ottobre.

Le persone finora arrestate sarebbero 269 (o almeno quelle accertate).

Una massiccia ritorsione per il raduno del 13 ottobre organizzato dalla Piattaforma delle istituzioni democratiche in Amed (Diyarbakır).

Iniziativa volta a richiedere la libertà per Abdullah Öcalan, il “Mandela” curdo imprigionato in condizioni indegne (di isolamento assoluto) dal 1999 e una soluzione politica per la questione curda.

Nel corso della manifestazione (impedito il corteo dalla massiccia presenza della polizia), veniva lanciato un appello: “Mettere fine alla tortura, aprire le porte di Imrali”.

Nonostante l’evidente postura intimidatoria delle forze dell’ordine, migliaia di persone si erano radunate nel quartiere di Ofis. Rivolgendosi alla folla, l’avvocato Rezan Sarica ha ricordato il suo incontro con Ocalan a Imrali (la Robben Island turca) nel 2019. Quando aveva potuto constatare di persona “la volontà di Öcalan per una pace ragionevole e per negoziati politici democratici al fine di risolvere i problemi sociali in Turchia e nella regione. Nel corso di queste discussioni – aveva continuato – abbiamo visto che il signor Öcalan manteneva una posizione democratica, esprimeva fiducia nel futuro e mostrava sincero entusiasmo per la realizzazione di una pace sociale”.

Inoltre, considerando i recenti sviluppi dei conflitti medio-orientali, Rezan Sarica non poteva che mostrare ulteriore apprezzamento per la lungimiranza delle “dichiarazioni storiche, la determinazione e le previsioni del signor Öcalan“.

Posizioni che a suo avviso possono garantire nientemeno che “la sopravvivenza stessa della società”. E non solo di quella medio-orientale par di capire.

Nel frattempo, per ordine del Tribunale Penale di Pace 9 di Istanbul, veniva confiscato l’ultimo numero di Yeni Yaşam Gazetesi per un articolo dal titolo “Kürdün hayali Abdullah Öcalan’a kavuşmak” (“Il sogno dei curdi è quello di conoscere Öcalan”).* Incriminato anche un articolo di Fırat Can “La terza Guerra Mondiale, il caos in Medio Oriente e la via d’uscita”. Con l’accusa di “far propaganda a un’organizzazione illegale attraverso la stampa”.

Gianni Sartori

*nota 1: https://yeniyasamgazetesi6.com/kurdun-hayali-abdullah-ocalana-kavusmak/

#Americhe #Popoli – CILE: ANCORA REPRESSIONE CONTRO IL POPOLO MAPUCHE – di Gianni Sartori

Ennesima manifestazione dei Mapuche repressa duramente. mentre trovano conferma le denunce di violazioni dei diritti umani mosse da Amnesty International.

Domenica 13 ottobre (curiosamente alcune agenzie davano il 14, lunedì, forse perché data “canonica”) centinaia e centinaia di indigeni mapuche e solidali (molti studenti) hanno percorso la strade di Santiago. In ogni caso, la data non era scelta a caso. Giorno più, giorno meno rimane quella nefasta della “scoperta” delle Americhe (nel 1492). Tragica e fondamentale per la memoria della Resistenza indigena.

I Mapuche erano scesi in strada sia per la liberazione dei prigionieri politici, sia perché si ponga fine alla rapina e alla militarizzazione delle loro terre ancestrali (Wallmapu).

Altre richieste, al solito non accolte dal governo, l’aumento dei fondi destinati all’educazione e il riconoscimento del diritto all’autonomia e all’autodeterminazione.

Nella speranza (nonostante la scarsa determinazione mostrata dal presidente Boric) di una nuova Costituzione, in alternativa a quella attuale (un residuo tossico, una scoria dei tempi bui di Pinochet). Oltre a quella dei mapuche, molti manifestanti sventolavano anche la bandiera palestinese e – qualcuno – quella curda.

Il percorso prevedeva un circuito con partenza dal Cerro Huelen e ritorno.

Ma l’intervento delle forze dell’ordine, definito “sproporzionato” da molti osservatori (nonostante in un primo momento la manifestazione fosse stata autorizzata) lo ha reso impraticabile..

Per disperdere i manifestanti i Carabineros de Chile (la principale forza di polizia, di fatto una sorta di gendarmeria nazionale) hanno utilizzato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. In risposta, lanci di pietre e utilizzo dei bastoni tradizionali per colpire le auto della polizia. Alla fine (come del resto era previsto visto il clima attuale) si sono contati numerosi arresti.

Ancora in gennaio Amnesty International valutava positivamente l’incriminazione, da parte del tribunale della regione Centro-Nord, di tre alti responsabili dei Carabineros per il loro presunto ruolo nelle operazioni “sproporzionate e contrarie al diritto internazionale nelle manifestazioni di massa in Cile alla fine del 2019”.

Procedimenti giudiziari erano stati avviati “contro il direttore generale dei carabineros, Ricardo Yáñez (all’epoca responsabile dell’Ordine e della sicurezza nda), contro Mario Rozas, ex direttore generale dei carabineros e contro Diego Olate, generale a riposo ed ex vice-direttore, per le loro presunte responsabilità in quanto comandanti dei carabineros”.

A.I. era tornata sulla questione ai primi di ottobre, quando si era aperta ufficialmente l’istruttoria nei confronti dei tre alti ufficiali sospettati del reato di “coercizione illegittima”.Ricordando come nelle circostanze considerate fossero “morte due persone nella mani della polizia e altre migliaia sono rimaste gravemente ferite”. In particolare per “traumi oculari irreversibili”.

Sottolineava A.I. che ”in base al diritto internazionale e al diritto cileno, i comandanti delle forze di polizia sono, in determinate circostanze, responsabili degli atti dei loro subordinati”.

Come aveva già ribadito nel rapporto del 2020 (“Ojos sobre Chile”), in quello del 2021 (“Responsabilidad penal por omisión de los mandos”) e in un altro rapporto reso pubblico il 1 ottobre (“Obligaciones de derecho internacional de investigar y sancionar a los responsables jerárquicos de violaciones de derechos humanos”).

Tornando al 14 ottobre 2024, si presume non fosse una coincidenza neppure la riunione in tal giorno del “Comitato per l’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne”. Un’occasione per ascoltare i portavoce delle organizzazioni della società civile cilena.

Oltre che della situazione delle donne cilene, il Comitato ha affrontato le identiche problematiche di Canada, Giappone, Bènin e Cuba (i cinque Paesi di cui questa settimana vengono esaminati i rapporti).

Per il Cile, viene denunciato l’aumento dei casi della violenza sessuale e di violenze all’interno delle famiglie, in particolare dei femminicidi. Uno sguardo supplementare per la situazione delle donne detenute. Viene inoltre discussa la questione dell’esclusione, di fatto, delle donne rispetto ai numerosi progetti di estrazione mineraria (spesso deleteri per le comunità). E infine, uno degli aspetti più gravi (anche se sottovalutato), quello della discriminazioni e delle violenze subite dalle donne Mapuche.

Gianni Sartori