#IncontriSulWeb – “FALAMOS GALEGO!” – con Daniel Fontán – venerdì 17 gennaio 2025 – ore 18

Un incontro con Daniel Fontán, creatore di contenuti digitali e docente privato, per analizzare la situazione attuale della Lingua e della Cultura della #Galiza e per far conoscere il suo impegno di divulgazione linguistica portato avanti con la pagina Galician with Dani.
In contemporanea sui nostri social e sul nostro Blog.
#7NotePerUnNuovoMondo #Kanaky
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Cymru
#IncontriSulWeb – la presentazione del nuovo numero di Dialogo Euroregionalista
#Kurds #Opinioni – SULL’UTILIZZO DELLA SCRITTA “DONNA, VITA, LIBERTA’” PER CECILIA SALA: FEMINIST WASHING O APPROPRIAZIONE INDEBITA? – di Gianni Sartori

Vuoi per l’intrinseca bontà d’animo che mi contraddistingue, vuoi perché in fondo potrebbe essere non solo mia figlia, ma quasi mia nipote, avevo sinceramente sperato in una rapida soluzione del caso Cecilia Sala (nonostante Il Foglio sia tutto fuorché il mio quotidiano di riferimento).
Tuttavia, vedendo in sovraimpressione all’ennesima trasmissione-dibattito sull’avvenuta liberazione, la scritta “Donna, Vita, Libertà” francamente mi son girati i cosiddetti.
Direi che a tutto c’è un limite. Anche se lo slogan originariamente curdo era già stato “deturnato” e addomesticato in generica richiesta di “emancipazione femminile”. E pure utilizzato come sfondo per gli interventi di una parlamentare europea che non mi pare si sia mai sprecata più di tanto per la questione curda.
Come sottolineava Dastan Jasim “gli Stati dell’Unione Europea e della NATO si vanno appropriando di alcuni aspetti della lotta delle donne curde adottando una forma di “feminist washing”, utilizzando i principi di “Jin, Jiyan, Azadi” per i loro interessi geostrategici e per la loro egemonia. Ma si guardano bene dall’opporsi alla Turchia”.
Ricordando come la ministra tedesca degli Affari Esteri Annalena Baerbock abbia “adottato Jin, Jiyan, Azadi per le donne dell’Afghanistan, ma la Germania non riconosce che questa filosofia proviene dai Curdi e dalla resistenza dei Curdi”.
Da parte su Elif Kaya (Centro di Jineologia di Bruxelles) precisava che lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi era nato in una lingua proibita, il curdo”. Il suo autentico significato è quello di “sostenere che una società in cui le donne non sono libere, non può essere considerata una società libera”. (v. https://www.osservatoriorepressione.info/feminist-washing-appropriazione-indebita-della-lotta-delle-donne-curde/ ).
Ovviamente non riguarda soltanto l’Iran, ma anche la Turchia. Donne curde come Hevin Khalaf (v. https://centrostudidialogo.com/?s=due+anni+dal+barbaro+assassinio ) e Nagihan Akarsel sono state assassinate da mercenari filo-turchi in base agli stessi orrendi principi che hanno portato all’uccisione di Jina Amini in Iran.
Lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” riguarda ognuna di loro così come tutte le prigioniere politiche torturate, violentate, assassinate nelle carceri sia di Ankara che di Teheran. Non è roba da borghesia radical-chic: è un messaggio rivoluzionario scandito dalle combattenti curde e scritto sui muri delle celle.
La facciata del carcere di Evin (con quel colore giallino rancido, quell’aspetto da supermercato…) riproposta in televisione ogni qualvolta si parlava di Cecilia Sala era stato un continuo déjà-vu.
Immagine ormai familiare in quanto utilizzata varie volte per miei articoli (v. https://centrostudidialogo.com/2024/07/31/ ) sulle prigioniere politiche curde qui rinchiuse, comprese le condannate a morte.
Chissà se la rivedremo ancora in TV.
Infatti, mentre Cecilia Sala è tornata felicemente a casa (buon per lei naturalmente), altre donne militanti per i diritti umani e per il diritto dei popoli (anche giornaliste) rimangono recluse in condizioni indegne. A Evin come in tante galere sia iraniane che turche (per saperne di più sulle violazioni dei diritti umani in novanta prigioni turche consultare il documento diffuso in gennaio dalla Federazione delle Associazioni di Assistenza Giuridica e di Solidarietà con le Famiglie dei Prigionieri, MED TUHAD-FED e dall’Associazione degli Avvocati per la Libertà, ÖHD).
In questi giorni sarebbe poi stata confermata la condanna a morte (per “ribellione”) della femminista curda Pakhshan Azizi detenuta proprio a Evin (e rischia lo stesso destino un’altra attivista curda, Verisheh Moradi). Del resto sono state almeno 31 (quelle accertate, dati per difetto) le donne impiccate in Iran nel 2024 secondo l’Ong Iran Human Rights (per un totale di 241 negli ultimi 14 anni).
Così come – in base ai dati forniti dalla piattaforma femminista Kadın Cinayetlerini Durduracağız Platformu (KCDP) – almeno 394 donne (numero per difetto, si tratta solo di quelle accertate) sono state uccise in Turchia nel corso del 2024. E su decine e decine di altri casi aleggiano forti sospetti. Almeno 19 quelle assassinate in dicembre (e ben 33 casi “sospetti”).
E sempre in Turchia, nel corso del 2024 (dati forniti dall’Associazione delle Donne Giornaliste di Mesopotamia-MGK) 30 giornaliste sono state aggredite, dieci assalite in casa loro, otto convocate per essere interrogate dalla polizia, almeno quattro (per altre fonti sette) incarcerate, ben 45 sottoposte a torture, 17 assassinate. E’ andata meglio ad altre 45 a cui si è soltanto impedito di svolgere il proprio lavoro.
Tra gli ultimi episodi, l’arresto avvenuto il 7 gennaio della giornalista curda Derya Ren mentre era al lavoro nel quartiere Belqis di Dîlok.
Per non parlare del fatto che Ankara sta impedendo ai familiari della giornalista curda (ma cittadina turca) Cihan Bilgin, assassinata in Rojava da un drone turco, di riportarne il corpo in Turchia (nel Kurdistan del Nord, Bakur). Così come avviene per il giornalista curdo Nazım Daştan ucciso nelle stesse circostanze.
Sarebbe cosa buona e giusta se ora Cecilia Sala, consapevole di essere comunque una privilegiata (il padre, già senior advisor della banca JP Morgan, è attualmente amministratore indipendente a Mps) e spendendo a fin di bene la notorietà acquisita, decidesse di farsene carico, scrivere, denunciare. Mi pare il minimo.
Gianni Sartori
#7NotePerUnNuovoMondo #ElSalvador
#DialogoEuroregionalista – anno 8 numero 4 – gli autori
Da sabato 11 gennaio sarà disponibile su questo Blog il nuovo numero di Dialogo Euroregionalista in versione digitale e in download gratuito.
Hanno collaborato al numero: Lancelot (per la copertina), Gianluca Marchi, David Cordoba Bou, Bojan Brezigar, Frédéric Bertocchini (per la graphic novel su Pasquale Paoli), Manuel Rivas, Héctor Bujari Santorum, Elena Barbieri, Gianni Sartori e Patrizia Gattaceca.

#7NotePerUnaNuovaEuropa #Occitania
#Asia #Popoli – LA CINA VA COLONIZZANDO IL BHUTAN ANCHE CON IL “TURISMO PATRIOTTICO” – di Gianni Sartori

Risaliva a quasi dieci anni fa (ottobre 2015) l’annuncio ufficiale da parte di Pechino della costruzione di un nuovo villaggio, Gyalaphug (in tibetano, Jieluobu in cinese), nella parte meridionale della regione, formalmente autonoma, del Tibet.
Ma in realtà, Gyalaphug era sorto all’interno del Bhutan.
Un altro tassello di un processo di colonizzazione messo in campo da Pechino ai danni dell’antico regno buddista. Una monarchia costituzionale (denominata ufficialmente Druk Yul) in cui per legge almeno il 60% del territorio statale deve rimanere coperto dalle foreste (per lo più conifere autoctone). Una strategia, quella cinese, da interpretare in chiave “anti-indiana”.
Verso la fine dell’anno scorso, grazie alle immagini satellitari, il numero dei villaggi individuati si quantificava in oltre una ventina. Di cui (stando alla denuncia della rete di analisti Turquoise Roof) almeno sette costruiti nel 2024. Abitati, si calcola, da circa settemila coloni, in origine pastori, a cui si sono via via aggiunti soprattutto militari. A ben 4mila metri di quota, in aree impervie, poco adatte all’agricoltura e all’allevamento, ma rilevanti strategicamente. Sempre secondo Turquoise Roof, negli ultimi anni la Cina si sarebbe appropriata di circa 825 km² (più del 2% del territorio bhutanese).
Una dozzina di villaggi sorgono nelle regioni (oltre un secolo fa donate dal Tibet indipendente al Bhutan) di Beyul Khenpajong e di Menchuma. Gli altri sull’altopiano di Doklam.
Strategicamente i più importanti in quanto consentirebbero, in caso di conflitto, un accesso immediato alle frontiere indiane.
Per almeno tre di questi villaggi è già stata avviata la trasformazione in vere città. Così come dai primi posti di controllo sono derivate strutture militari permanenti.
Nonostante gli incentivi statali (chi accetta di trasferirsi qui riceve consistenti sussidi, l’equivalente di circa 3mila dollari all’anno), la colonizzazione procedeva lentamente a causa delle oggettive difficoltà ambientali. Per cui il governo, oltre a costruire strade, va promuovendo campagne di “turismo patriottico” invitando i cittadini cinesi a dare dimostrazione del loro amore per la patria visitando e percorrendo i territori incontaminati di queste “Alpi” bhutanesi occupate manu militari. Confermando la sostanziale natura colonizzatrice del turismo. Sia di quello consumista occidentale che di quello nazional-patriottico (sovranista ?) cinese.
Mettendo il Bhutan di fronte al fatto compiuto, Pechino intende probabilmente proporre uno scambio: restituire le aree della zona nord-orientale (Beyul Khenpajong e Menchuma) in cambio della definitiva rinuncia da parte di Thimphu dell’altopiano occidentale del Doklam, strategicamente il più importante nel caso di ulteriori contenziosi con l’India. Già nel 2017 l’esercito indiano era intervenuto per impedire un tentativo cinese di installarsi nella cresta meridionale del Doklan. Appare evidente che la realizzazione di ulteriori insediamenti, oltre a violare la sovranità nazionale del Bhutan, esaspera le tensioni indo-cinesi. Sovrapponendosi ad altre questioni in sospeso come quella del Ladakh (rivendicato oltre che da Nuova Delhi e Pechino anche da Islamabad).
Alcuni osservatori ipotizzano che – in cambio della definitiva acquisizione dell’altopiano del Doklan – la Cina potrebbe restituire al Bhutan anche la valle di Pagsamlung (di grande rilevanza religiosa e culturale). Annessa da tempo con avamposti militari anche se non ufficialmente (non rientra nell’attuale cartografia cinese).
Gianni Sartori
