

EUSKAL HERRIA: UN RIEPILOGO DELL’ANNO TRASCORSO CON LO SGUARDO RIVOLTO AL FUTURO
(di Gianni Sartori)
Breve premessa indispensabile: appare evidente come durante tutto il 2015 il governo spagnolo a guida Partido Popular abbia inasprito le politiche repressive sia nei confronti dei prigionieri e delle prigioniere baschi, sia perseguitandone gli avvocati (vedi gli arresti del gennaio 2015). Quanto al potere giudiziario ha messo in campo nuove norme giuridiche (sulla cui legittimità è lecito perlomeno dubitare) per ostacolare ogni liberazione legalmente prevista di prigionieri politici.
Adottando questa strategia, Madrid ha ottenuto soltanto di ostacolare ulteriormente il processo ormai avviato per una soluzione politica del conflitto. La strumentalità di questa presa di posizione governativa è apparsa chiaramente anche in occasione degli arresti in settembre di alcuni militanti di ETA che avevano un ruolo preciso nel processo di disarmo iniziato dall’organizzazione indipendentista (nonostante in maggio ETA avesse nuovamente espresso la volontà di procedere ad ulteriori passi in tale direzione).
Perfino alcuni suoi esponenti hanno espresso dure critiche ai metodi del PP (come la presidente del partito nel Paese Basco che si è dimessa in ottobre).
DOPO LE ELEZIONI
Con le elezioni generali del 20 dicembre 2015 non è emersa nella penisola iberica una maggioranza chiara e i negoziati per un nuovo governo hanno incontrato diverse difficoltà. Al punto che non si escludono nuove elezioni. Comunque vada, il nuovo governo non potrà evitare di dare una risposta chiara, fondata sul dialogo e sui negoziati, alle richieste che pervengono sia dalla Catalogna che da Euskal Herria.
Tra gli interventi più interessanti di fine anno, l’intervista realizzata da Inaki Altuna con David Pla e pubblicata su Gara il 15 dicembre (in euskara).
David Pla, uno dei delegati di ETA per la soluzione del conflitto, attualmente in carcere, ha spiegato quali fossero gli impegni (poi non mantenuti) del PSOE dopo Aiete. Per la situazione attuale, ha sottolineato la necessità di ulteriori passi in direzione della soluzione e rivendicato la coerenza di ETA che “ha mantenuto tutto gli impegni” al contrario dei vari governi spagnoli. Riconosce come sia alquanto improbabile poter riaprire un dialogo con Madrid dopo il 20 dicembre (ultime elezioni) anche se “bisogna lavorare anche per questa eventualità, ma in ogni caso senza considerarla la principale della nostra strategia”.
Ad una domanda su BAIGORRI, in riferimento agli arresti – tra cui quello dello stesso Pla – operati congiuntamente da Guardia Civil e polizia francese in questa località della Nafarroa Beherea (Bassa Navarra – sotto amministrazione francese)* ha risposto che “ quattro anni dopo Aiete ETA ha avviato una profonda riflessione per definire la sua strategia e i passi ulteriori da compiere. Per questo stiamo raccogliendo le proposte di varie persone e soggetti politici”.
Per quanto è avvenuto dopo il 2011, non nasconde di provare una “sensazione agrodolce” in quanto “abbiamo costruito uno scenario politico ricco di opportunità, ma tuttavia non siamo in alcun modo dove avremmo desiderato”. David Pla ha poi sottolineato che il blocco del processo di soluzione produce “un contesto difficile e con molte carenze”. Si dice inoltre convinto che la stato spagnolo difficilmente potrà realizzare di propria iniziativa un processo di democratizzazione di tale portata da implicare il riconoscimento di Euskal Herria come Nazione. Ritiene quindi che si debba “aprire un processo come Popolo, con l’obiettivo di creare una convergenza di forze necessarie affinché E.H. possa avanzare ulteriormente”.
Ha detto poi di considerare le ripetute violazioni dei diritti dei prigionieri politici come “un tentativo da parte dello stato di creare uno scenario da vincitori e vinti”. Se invece si considera la cosa da un punto di vista più ampio si comprende come il progetto della Spagna sia sostanzialmente naufragato in E.H. Agli occhi della maggioranza dei cittadini baschi il governo spagnolo appare oggi come il maggior ostacolo per la Pace e i partiti spagnoli ad ogni elezione ottengono sempre meno consenso in E.H.
L’OPPORTUNISMO DEL PNV
Il delegato di ETA si dice critico anche nei confronti del Partito Nazionalista Vasco. Ritiene infatti che l’obiettivo del PNV “non è una soluzione ragionevole, ma piuttosto indebolire la sinistra abertzale”.
Non per niente il PNV è prontissimo a trarre beneficio dagli attacchi dello stato alla sinistra nazionalista, approfittando del fatto che Arnaldo Otegi, potenzialmente il maggior avversario di Iniko Urkullu (lehendakari – presidente – del governo basco dal 2012) nelle elezioni, rimanga in galera.
Ha poi confermato che una delegazione di ETA era rimasta per sedici mesi in un Paese europeo (anche se non conferma che si trattasse della Norvegia), sotto la protezione di quel governo, con l’approvazione di Madrid (sia durante che dopo Zapatero) per dialogare e stabilire accordi, incontrando anche una dozzina di personalità internazionali e un inviato del governo a guida PP.
Un inviato, ricorda, che al suo ritorno a Madrid non venne ricevuto dall’Esecutivo, lo stesso che lo aveva inviato. Una episodio paradossale.
Ha poi espresso un parere molto favorevole sul documento prodotto dal gruppo di esperti definendolo “molto importante, soprattutto rispetto alla posizione assunta dagli stati (Spagna e Francia ndr) in quanto porta ulteriore credibilità al processo”. Oltre ad essere stato determinante per la prosecuzione del processo stesso, smentendo i dubbi avanzati da Madrid sulle reali intenzioni di ETA.
Alla inevitabile domanda sul destino delle armi in dotazione a ETA, conferma che un quantitativo notevole è già stato sigillato (come ETA aveva precedentemente garantito) e altre armi lo saranno in seguito. Sottolinea che “ETA non aveva alcuna necessità di sigillare i propri arsenali, tantomeno di disarmarsi”. Quindi “per ora le armi possono restare dove stanno. ETA sta facendo questo per il bene del processo, perché vuole dare una risposta positiva a questo problema. E lo fa per decisione propria, non per stanchezza”. Tanto per essere chiari.
Tra gli eventi significativi del 2015, di segno diametralmente opposto a quelli governativi, vanno ancora segnalate la Conferenza Umanitaria (giugno) e la Campagna “FREE OTEGI, FREE THEM ALL” (Libertà per Otegi, liberare tutti).
E infine, per concludere questo breve riepilogo del 2015 in E.H., ricordo che la Dichiarazione internazionale “FREE ARNALDO OTEGI & bring Basque political prisoners home” era stata presentata il 24 marzo al Parlamento Europeo dal musicista Fermin Muguruza a nome di 24 firmatari. Nomi ben noti per il loro impegno nell’ambito delle lotte per l’autodeterminazione dei popoli e per la giustizia sociale: Leyla Zana, Leila Khaled, Angela Davis, José “Pepe” Mujica, Desmond Tutu, Fernando Lugo, Gerry Adams, Adolfo Pérez Esquivel, Slavoj Zizek, José Manuel Zalaya, Joao Pedro Stédile, Nora Cortinas, Lucia Topolansky, Cuauhtémoc Cardenas, Carmen Lira,
Ahmed Kathrada, Rev. Harold Good, Tariq Ali, Mairead Maguire, Ken Livingstone, Pierre Galand, Helmut Markov, Gershon Baskin.
*nota su Baigorri (comunicato del 23 settembre 2015 del Movimento Pro-Amnistia e Contro la Repressione):
“Ante la operación llevada a cabo por la Policía Francesa y la Guardia Civil contra ETA en Baigorri, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere compartir su lectura:
Para empezar, queremos mostrar nuestra solidaridad con los militantes Patxi Flores, Ramón Sagarzazu, Iratxe Sorzabal y David Pla, todos ellos detenidos ayer. Igualmente y una vez más, queremos denunciar la actitud represiva de los estados español y francés y queremos hacer llegar todo nuestro odio a quienes vinieron a Euskal Herria a hacer la guerra. La Guardia Civil, las Policías Española y Francesa, las distintas policías autonómicas españolas… Todas ellas son instituciones terroristas que han utilizado y defendido las torturas, los asesinatos, los secuestros, la guerra sucia y la legalidad fascista y es absolutamente necesario hacer entender al pueblo que si queremos construir la paz, no la paz del opresor sino una verdadera paz basada en la justicia, es imprescindible seguir haciendo frente a estos perros rabiosos que se denominan “Fuerzas de Seguridad del Estado”. Estas organizaciones terroristas son mediante las que pretenden someter a Euskal Herria y, por lo tanto, queremos hacer un llamamiento a seguir trabajando concienzudamente para deslegitimar a las distintas policías.
El Estado español ha entendido bien la necesidad de imponer la “versión oficial” sobre lo sucedido en este conflicto, ha entendido la necesidad de legitimarse ante el pueblo. Los ataques de los últimos tiempos contra la libertad de expresión y en general la prohibición de cualquier iniciativa que ponga en entredicho la “versión oficial” se sitúan en esa lógica de legitimación del terrorismo de estado. Necesitan distorsionar el conflicto político que hay abierto en Euskal Herria como garantía de que en el futuro nadie haga frente desde una actitud combativa al fascismo que nos pretenden imponer.
Poner el nombre de “Operación Pardines” a las detenciones de Baigorri es un auténtico insulto para Euskal Herria. Recordemos que José Pardines fue la primera persona a la que ETA mató, en 1968. Pardines era Guardia Civil y por lo tanto miembro del ejército de Franco, uno de los responsables de mantener la represión contra Euskal Herria y el resto de pueblos que mantienen bajo el dominio del Estado español. Llamar “Operación Pardines” a una operación que tiene como objetivo acabar con la organización que más hizo contra el franquismo es una clara acción de apología del terrorismo y nos parece que es escupir tanto sobre los restos de las miles de personas asesinadas en nombre de España por el franquismo y la Guardia Civil como sobre los cadáveres de los asesinados por el Estado español después del franquismo. El pueblo deberá hacer un esfuerzo descomunal para que la memoria histórica y la verdad no queden en las cunetas.
Por otro lado y en lo referido a las consecuencias de esta operación, ha llegado el momento de hacer una lectura más profunda. Después de noviembre de 2004, encuadrado en la propuesta de Anoeta, a ETA se le impone el papel de negociar una salida a las consecuancias del conflicto en un posible proceso de negociación. También en la declaración de Aiete ese fue el trabajo que se le asignó a ETA, un trabajo que se limitaba a una “mesa técnica”. Esto quiere decir que la tarea de ETA en ese posible proceso de negociación sería el de tratar el tema de presos, huídos y deportados y el de la salida de las fuerzas de ocupación. Actualmente, sin embargo, no hay ningún tipo de proceso de negociación en marcha y los estados ven la posibilidad de acabar con ETA utilizando la vía policial. Sin duda, ese será el camino que seguirán los estados cerrando las puertas a cualquier negociación. No ven que puedan sacar ningún provecho de una negociación en una situación como la actual.
Así las cosas y descartada la posibilidad de la mesa técnica, resulta más importante que nunca activar al pueblo a favor de la reivindicación y la lucha por la amnistía. Ahora, remarcar el carácter político de los represaliados originados por este conflicto se convierte en algo de vital importancia y para hacerlo hay que organizarse y luchar. Para ello, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere ofrecer al pueblo un marco para llevar esta labor a cabo, porque la única lucha que se pierde es la que se abandona. Jo ta ke amnistia eta askatasuna lortu arte!
En Euskal Herria, a 23 de septiembre de 2015.
Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión.”
Testo completo in: http://www.lahaine.org/eusk-cast-baigorriko-atxiloketen-aurrean
Riprendiamo le pubblicazioni sul nostro Blog con quello che vuol essere un piccolo omaggio per i nostri lettori, una chicca per aprire l’Anno Nuovo.
La “Storia dei Paesi Baschi a fumetti” che vede il nostro amico e collaboratore Gianni Sartori all’esplorazione di un nuovo campo di azione, quello del fumetto.
A tempi brevi seguiranno le altre puntate.

IL 14° CONGRESSO DEL POLISARIO CHIEDE:
REFERENDUM SUBITO!
(Gianni Sartori)
Si è appena concluso il 14° Congresso del Fronte Polisario.
Mohamed Abdelaziz è stato riconfermato, per elezione diretta, Segretario generale del Polisario e, in base alla Costituzione, presidente della RASD. Iniziato il 16 dicembre nella wilaya di Dakhla (duramente colpita dall’inondazione dello scorso ottobre e dove fervono i lavori di ricostruzione) il Congresso ha eletto anche il Segretariato nazionale, istanza dirigente del Fronte. Vi hanno partecipato ben 2472 delegati e all’apertura dei lavori, il 16 e 17 dicembre, numerose delegazioni straniere (presenti soprattutto quelle africane) hanno portato i loro saluti. Tra i partecipanti Luciano Ardesi, presidente dell’ANSPS (Associazione nazionale di solidarietà con il popolo sahrawi) che ha espresso i saluti del movimento italiano di solidarietà.
Sono inoltre pervenuti messaggi di sostegno da parte di alcuni parlamentari e partiti italiani.
Durante lo svolgimento del Congresso è stata favorevolmente commentata la sentenza del 10 dicembre della Corte europea di giustizia che ha annullato l’Accordo agricolo Marocco-UE relativamente alla parte che riguarda il Sahara Occidentale.
Per il 1° gennaio è prevista una petizione internazionale per il “Referendum subito!” e sempre in gennaio è attesa la visita del Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.
Quasi contemporaneamente dovrebbe riunirsi a Bruxelles la Task Force europea per varare il Piano di lavoro 2016, alla luce delle decisioni del Congresso del Fronte Polisario e dei lavori dell’EUCOCO di Madrid (13-14 novembre 2015)*.
Da troppi anni ormai il popolo saharawi attende dalla comunità internazionale impegni precisi in merito all’autodeterminazione del Sahara Occidentale. Da parte nostra possiamo solo auguragli che con il 2016 si aprano prospettive concrete.
Gianni Sartori
* Nota: sia la Risoluzione finale che i Rapporti dei gruppi di lavoro dell’EUCOCO sono disponibili sul sito http://www.eucocomadrid.org.


Sarà capitato a molti, durante un viaggio in Corsica, di vedere scritte sui muri delle case dell’isola che chiedono la libertà per Yvan Colonna e molti avranno spesso rivisto queste immagini sulle pagine dei social networks dedicate al mondo indipendentista corso.
Ma chi è Yvan Colonna e, soprattutto, perché tanto sostegno nei suoi confronti?
Yvan nasce nel 1960 ad Ajaccio, la capitale della Corsica meridionale e successivamente segue la famiglia nel suo trasferimento nel Sud della Francia, dove il padre parteciperà alle elezioni e verrà eletto deputato al Parlamento di Parigi nelle file del Partito Socialista.
Il rientro sull’isola avverrà agli inizi degli anni ’80 e i Colonna si stabiliranno a Cargese. In precedenza ha frequentato con successo il liceo in Francia e ha iniziato gli studi per diventare insegnante di Educazione Fisica.
Ed è proprio a Cargese che Yvan viene in contatto con il mondo nazionalista corso, in quel periodo piuttosto turbolento e caratterizzato da una frammentazione dolorosa. Yvan si mette in gioco e presto il suo nome comparirà nelle informative delle forze di polizia francesi.
Lo Stato francese è in difficoltà in quei momenti, in quanto, sotto la spinta di militanti culturali e politici, è rinato quel sentimento nazionale corso che si pensava ormai morto e sepolto dopo qualche secolo di occupazione.
Il 6 febbraio del 1998 un commando uccide nel pieno centro di Ajaccio il Prefetto Claude Erignac, colpendo al cuore l’immagine stessa della Repubblica francese; pare che nell’omicidio venga utilizzata un’arma sottratta tempo prima a una piccola caserma della Gendarmerie.
La reazione dello Stato ovviamente non si lascia attendere: viene scatenata una durissima repressione con numerosi arresti negli ambienti nazionalisti, ma l’impressione e’ che si stia brancolando nel buio. E così si va avanti per più di un anno, durante il quale si notano strani movimenti di inquirenti, servizi segreti e forze politiche.
Arrivati alla primavera del 1999, il cerchio si stringe su un piccolo gruppo locale di militanti nazionalisti: costoro vengono arrestati, pare sottoposti a duri interrogatori e finalmente esce fuori il nome di colui che avrebbe sparato ad Ajaccio: YVAN COLONNA.
Nonostante Yvan venga scagionato da testimoni, sia per l’assalto alla Gendarmeria sia per l’omicidio Erignac, viene finalmente trovato il capro espiatorio. Yvan, temendo per la sua incolumità e reclamando a piena voce la sua innocenza, fugge e inizia una latitanza incredibile, di oltre quattro anni, sulle montagne corse.
Purtroppo per lui, la sua vita incrocia con quella dell’astro nascente della politica transalpina, quel Nicolas Sarkozy che proprio sulla cattura del latitante corso punta moltissimo per passare dal Ministero della Giustizia alla Presidenza della Repubblica. E finalmente, il 4 luglio del 2003 alcuni funzionari di polizia bloccano in una fattoria Yvan Colonna, che non oppone resistenza all’arresto.
Inizia qui la vicenda giudiziaria, piena zeppa di strani errori, mancate ricostruzioni, mancati confronti fra co-imputati, testimonianze non accolte e che porta, dopo vari giudizi, alla condanna all’ergastolo del nazionalista corso.
Oggi Yvan è recluso, dopo varie altre destinazioni, nel carcere di Arles, dove passa le giornate leggendo, studiando, facendo esercizi fisici e dilettandosi, anche con notevole profitto, di pittura e cucina, sempre con “morale d’acciaio”, come dice lui. Per il resto viene sottoposto a un regime carcerario abbastanza duro: poche visite di parenti, nessuna possibilità di ricevere pacchi, limiti nella disponibilità di denaro, ovviamente nessuna possibilità di accedere a strumenti di comunicazione digitale.
In questi ultimi mesi però si e’ forse aperta una finestra in questa cupa vicenda: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ammesso un ricorso presentato dalla difesa di Yvan e quindi la sua vicenda verrà ridiscussa, soprattutto per quello che riguarda la materia procedurale. Speriamo che ciò porti ad un nuovo processo non condizionato da pressioni varie.
Fin qui la sua storia, che può essere giudicata in molti modi ma che ricorda molto quella del pugile statunitense Rubin Carter, detto Hurricane (molti ricorderanno in merito una bellissima canzone di Bob Dylan e una stupenda interpretazione cinematografica di Denzel Washington).
Speriamo che il finale delle due storie coincida e che finalmente un uomo ormai maturo possa ricongiungersi con la famiglia e con gli amici che sempre l’hanno sostenuto in questi anni, nella sua Isola e in tutta Europa.
Alberto Schiatti
PS per chi volesse scrivere a Yvan un messaggio di sostegno (legge senza problemi l’italiano e vi risponderà entro pochi giorni) :
YVAN COLONNA – 270/batA/C114 Maison Centrale d’ARLES
2 rue Joseph Seguin RD 35 13200 Arles


Una brutta notizia: Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, non è più con noi.
Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto – rimanendo ferita – contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla polizia si chiamava Hector Pieterson e la foto di lui moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più -raccontava.“Mia madre -proseguiva- era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata dal destino.
Una vita in cui conobbe sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…). E che stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso. Contro di loro nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni.
Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991; Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991;Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992.
Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”.
Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African National Congress di Vereeniging
Anche la sua morte è stata in qualche modo uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.
Ora dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.
Con la morte di Theresa, tornano fatalmente alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei Curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.
Gianni Sartori

Prosegue con questo documentario (sottotitolato in inglese) l’opera di informazione compiuta dal nostro Movimento sulla vita e sul conflitto che oppone il Popolo Kurdo, la Turchia e l’ISIS.

SAHARAWI: UNA QUESTIONE DIMENTICATA?
di Gianni Sartori
Da qualche tempo la questione del popolo saharawi e della sua lotta di liberazione dal dominio del Marocco sembra scomparsa dalla maggioranza dei media. Eppure la lotta prosegue in tante forme. Recentemente con lo sciopero della fame “a staffetta” per fare giustizia sull’assassinio di Mohamed Lamine Haidala.

Non si ferma la testimonianza di Takbar Haddi per costringere le autorità marocchine a far luce sulle circostanze della morte del figlio, Mohamed Lamine Haidala, mentre era in mano alla polizia e dopo che era stato ferito gravemente da alcuni coloni marocchini. Dopo quasi tre mesi, la lotta è condotta con uno “sciopero della fame a staffetta” (formula spesso adottata da parenti e amici dei prigionieri politici baschi), a cui partecipano intellettuali, militanti, giornalisti, docenti, sindacalisti, persone solidali. Sospeso invece quello portato avanti in prima persona da Takbar Haddi dopo che i medici le hanno imposto di smettere per i seri rischi che stava correndo. Attualmente il gruppo più numeroso di scioperanti è quello riunito in una tenda davanti al Palazzo del Governo Centrale a Las Palmas de Gran Canaria. Qualche giorno fa il Governo Rajoy ne ha vietato la prosecuzione davanti al Consolato del Marocco nelle Canarie, dove si era svolto in un primo tempo. Altri “segmenti” dello sciopero della fame si stanno svolgendo in varie località spagnole, del Portogallo, dell’America Latina, della sede del Parlamento Europeo, ecc. Tra i più consistenti va citato il “73° segmento”, sostenuto dalla Deputata di Podemos Nati Arnaz. La staffetta 77 invece vede impegnati dirigenti ed eletti di IU di Dos Hermanas (Andalusia). Intanto a Santander (capitale della Cantabria) si sta organizzando una grande manifestazione popolare. El diario informava che alla giornata di sciopero della fame in questa città, partecipa l’intera delegazione saharawi in Regione. Dopo la partenza dei gruppi di bambini saharawi che hanno trascorso un periodo di vacanza nella penisola iberica, alle giornate di sciopero della fame a staffetta, si sono uniti molti membri delle famiglie che li avevano ospitati. Alla fine di settembre la “staffetta” aveva già superato il numero di 100 “frazioni”, per essere poi ulteriormente superata.


In settembre, l’Alta Responsabile Europea per la Politica Estera e Vice Presidente della Commissione europea, Federica Mogherini, interrogata in Parlamento rispondeva che l’Unione e la Commissione sono seriamente preoccupate per la situazione dei diritti umani in Marocco. In particolare per quella dei detenuti saharawi nelle carceri marocchine, per cui chiedono che Rabat consenta visite di verifica di rappresentanti di ONG straniere. La Mogherini, a nome della Commissione, aveva anche chiedsto che Rabat permettesse un’inchiesta imparziale sugli avvenimenti legati alla morte di Mohamed Lamine Haidala. (Europa Press e Yabiladi, 02.09.). La deputata spagnola di IU, Paloma Lopez, si dichiarava soddisfatta di tale risposta, purché alle parole seguissero azioneireali di pressione sul Governo marocchino. L’Esecutivo dell’Unione Nazionale delle Donne Saharawi, riunito in preparazione del Congresso del Polisario, ha approvato un documento di piena solidarietà con madre Takbar (“Takbar Haddi continua a pretendere giustizia”), associandosi alla richiesta di un’indagine internazionale che le renda finalmente giustizia per l’assassinio del figlio. Da segnalare inoltre la decisione di un Magistrato spagnolo della Procura di Las Palmas, che ha disposto l’archiviazione delle denunce presentate dal Console marocchino A. Mura contro l’attivista saharawi Embarek Abelil (e contro altri attivisti, che sostenevano lo sciopero della fame della madre Takbar Haddi, proprio davanti al Consolato) per “aggressione” contro lo stesso console e altri funzionari marocchini. Per i Magistrati del Tribunale spagnolo le denunce dei Marocchini contro gli attivisti saharawi sono da considerarsi semplicemente “FALSE”.

TERRORE DI STATO CONTRO I CURDI: USQUE TANDEM?
di Gianni Sartori
15 novembre 2015: una donna curda, Selamet Yeşilmen, incinta e madre di cinque bambini, è stata assassinata mentre stava scendendo le scale dal secondo piano per raggiungere il giardino con le figlie Sevcan e Fikret (rispettivamentedi 13 e 14 anni). Un Cobra blindato posizionato davanti alla loro casa in via Fırat Başyurt – Çağçağ, ha sparato contro di esse. Selamet Yeşilmen è morta sul colpo mentre le due ragazze sono rimaste gravemente ferite. I soldati hanno sparato anche contro Yilmaz Tutak, lasciandolo a terra gravemente ferito, mentre cercava di soccorrere le due figlie di Selamet.
Lo stato turco e il governo dell’AKP continuano a compiere attacchi militari contro le città del Kurdistan; interi quartieri vengono distrutti e civili indifesi vengono assassinati. Il coprifuoco militare di 12 giorni a Silvan ha lasciato la città in macerie. Case e attività commerciali sono state deliberatamente prese di mira, bruciate, distrutte. La città è in gran parte inagibile e almeno 15 civili sono stati uccisi durante il coprifuoco; quanto ai feriti (molti in gravi condizioni) si contano a dozzine. Per questi attacchi sono stati usati carri armati, cannoni ed elicotteri.

Possiamo affermare che lo stato turco Negli ultimi 7 giorni eventi analoghi si sono verificati nella provincia di Mardin e in quella di Nusaybin. In molte aree è stato introdotto il coprifuoco militare (24 ore su 24) e contemporaneamente gli attacchi si succedono senza tregua.
A Silopi, una provincia di Sirnak, il 12 novembre 2015 la gendarmeria distrettuale ha lanciato varie bombe micidiali (dette “bombaatar”) nella via Şehit Harun. Dopo gli attacchi alcuni civili, Servet Cin, Hişyar Konur, Fatma Yiğit, Evin Harput e un altro non identificato, sono rimasti feriti in varie parti del corpo.
Questi azioni ignobili (in quanto sistematicamente rivolte contro civili inermi) avvengono quotidianamente a Diyarbakır, Cizre, Gever, Şırnak, Hakkâri, Van e nella maggior parte del Kurdistan dove ormai è in corso una guerra vera e propria tra la Resistenza curda e l’esercito turco. Va sottolineato e denunciato che le forze dello stato turco non sono in guerra solo con le forze della guerriglia, ma stanno deliberatamente colpendo i civili (con metodi da esercito di occupazione che ricordano le rappresaglie nazifasciste) e distruggendo le città curde con operazioni che costituiscono autentiche violazioni delle stesse leggi di guerra. sta commettendo veri e propri crimini di guerra in Kurdistan in quanto, come ci ricordano le organizzazioni curde “sta cercando di sterminare i curdi attraverso l’assimilazione e le politiche repressive ignorando qualsiasi appello e proposta di soluzioni pacifiche provenienti dai curdi”. Questo conduce inevitabilmente a esasperare il conflitto armato. Le organizzazioni curde lo hanno detto e ripetuto: “la soluzione non è il conflitto, al contrario sta nel dialogo e nel negoziato”.

Fino a quando l’opinione pubblica internazionale potrà continuare a non voler vedere la situazione dei curdi e del Kurdistan? E soprattutto, la loro richiesta di pace che non deve rimanere inascoltata. In un recente comunicato UIKI chiedeva “a tutte le organizzazioni e a tutti gli individui che sostengono la pace e la democrazia di opporsi alla brutale campagna in atto contro i curdi e di contribuire a una soluzione pacifica del conflitto curdo”. Una richiesta che non può, non deve rimanere inascoltata.