NICULAIU BATTINI (Ghjuventù Indipendentista) vs. Stato Francese – (traduzione di “Lancelot”)

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Dichiarazione di Niculaiu Battini davanti alla Corte d’Assise Speciale di Parigi (28 settembre 2016)

 

Signore e signori magistrati dello Stato francese,

Mi chiamo Niculaiu Matteu Michele Battini. Sono nato a Parigi il 12 settembre 1993 nel seno della Diaspora corsa e sono cresciuto fra Bustanicu e Corti, in Corsica, dall’età di 4 anni fino al giorno della mia incarcerazione all’età di 19 anni.

In questo momento sono studente per corrispondenza iscritto al terzo anno della Facoltà di Lingue, Letteratura e Civiltà straniere e regionali all’Università della Corsica.

Membro ri-fondatore di Ghjuventù Indipendentista, nominato membro d’Onore durante l’Assemblea Generale del luglio 2013, sono stato eletto rappresentante per gli studenti della filiera di Lettere durante le elezioni generali del gennaio 2016. Sono stato incarcerato il 31 maggio 2013 e oggi ho 23 anni.

Accetto di comparire davanti a voi in quanto prigioniero politico, rifiutando sin dall’inizio ogni abuso di linguaggio come l’impiego della definizione infamante di “terrorista”. Intendo parlare a nome delle migliaia di giovani patrioti che dividono le nostre aspirazioni identitarie, progressiste, sociali e di emancipazione. Il tradimento di qualche vile personaggio, ancora ieri al fianco di coloro che oggi essi accusano, vi ha permesso di implicarmi e di farmi conoscere tre anni e mezzo di esilio carcerario prima di questo processo.

Oggi, a viso scoperto, assumo le mie responsabilità e le conseguenze dei miei atti senza opporvi altra arma che questa mia dichiarazione.

Ho aderito alla causa del popolo corso sapendo perfettamente a cosa mi esponevo. Non è certo la mia personalità o i presunti atteggiamenti aggressivi che mi hanno posto a sostenere e a promuovere dei mezzi di lotta violenti ed illegali. In effetti, io sono meno appassionato ai fucili che alla poesia o alla letteratura. Sarebbe vano, ipocrita e per lo meno ridicolo evocare la resistenza clandestina riducendola a una volgare analisi di profili psicologici senza parlare mai del contesto conflittuale che l’ha resa necessaria. Se dei patrioti corsi hanno fatto ricorso alle armi contro lo Stato che voi rappresentate, due secoli e mezzo di oppressione linguistica, di schiacciamento culturale e di autoritarismo centralista ne sono stati la ragione. La Nazione corsa esiste e non sarà mai la parte di un altro paese. La Storia ci ha trasmesso una Lingua, una Bandiera, una  Terra, un’eredità nazionale e il dovere di difendere i nostri Diritti naturali all’Autodeterminazione all’interno dell’Europa dei Popoli, di fronte a coloro che arrivano persino a negare la nostra esistenza.

“La Corsica non è un dipartimento francese, è una Nazione vinta che rinascerà” scriveva Saveriu Paoli nel 1914. Un secolo più tardi, nel dicembre 2015, con un voto democratico, al termine di un lungo periodo di resistenza e di lotta, il Popolo corso ha fatto di questa speranza una realtà eleggendo un Governo nazionalista. La Catalogna, i Paesi Baschi, la Scozia, l’Irlanda del Nord, la Corsica e tanti altri Paesi: in tutta Europa si stanno svegliando le Nazioni culturali contro gli Stati-nazione, la diversità linguistica con il monolinguismo, la democrazia locale contro la tecnocrazia centralista. E’ ineluttabile, il Popolo corso sarà riconosciuto e altrettanto i suoi diritti.

Io pagherò il prezzo di questo mio impegno senza alcun rimpianto. Io dichiaro di non avere che un Paese, la Corsica. Confermo il mio impegno patriottico, il mio sostegno attivo alla resistenza e la mio adesione al processo di smilitarizzazione iniziato dal FLNC nel 2014. Io affermo che la mia fedeltà è riposta nell’attuale Governo corso, essendo questa la sola autorità politica davanti alla quale piegherò il ginocchio.

Per finire, il mio onore di patriota mi impedisce di riconoscere questa Corte.

Potete condannarmi pesantemente e costringermi a purgare la mia pena, ma tutto questo non vi porterà a ottenere il mio consenso, la mia sottomissione o il rifiuto delle mie idee. Mi assumo la responsabilità di quello che ho potuto dire, scrivere o fare, prima e durante la mia detenzione, al servizio del mio Paese.

Fate il vostro dovere, signore e signori membri della Corte.

Io, per quello che mi riguarda, sono convinto di aver fatto il mio.

 

Niculaiu Battini

Varrone, una colonna dello”storico” – del prof. Michele Corti – da http://www.ruralpini.it/index.htm

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La visita del 23-24 agosto scorso in alta val Varrone all’unico alpeggio lecchese che produce lo “storico”, ovvero il prestigioso e secolare formaggio d’alpe a latte intero con aggiunta di latte di capra orobica. Qui con Daniele Colli si perpetua la tradizione della scuola di casari di Gerola

testo e foto (copyfree) di Michele Corti

(07.09.16) L’alta Valvarrone, di cui ci siamo occupati di recente (Varrone e Biandino cuore di ferro e formaggi), è tutt’oggi un caposaldo della produzione dello “storico”, capolavoro caseario di latte intero a munta calda degli alpeggi dislocati nelle valli che convergono in corrispondenza del pizzo dei Tre signori. Tale formaggio era chiamatobitto in Valtellina ma che era prodotto e commercializzato anche sul versante bergamasco (con il nome di branzi) e su quello lecchese. Oggi non solo il branzi (prodotto anche in inverno, con latte parzialmente scremato) ma anche il bitto dop (per quanto quest’ultimo prodotto in alpe con latte intero) dell’antico formaggio conservano la forma con il caratteristico scalzo concavo ma non molto di più. I “ribelli del bitto”, che non hanno mai accettato la “modernizzazione” del bitto dop avevano cercato, prima con il bitto “valli del bitto” e, successivamente, con il bitto “storico”, di mantenere la tradizione dell’antico formaggio operando conflittualmente nell’ambito della dop. Risultando la cosa impossibile – e non potendo, a termini di legge, continuare ad utilizzare il nome “bitto” – si è deciso, prima dell’avvio della stagione d’alpeggio in corso, di rinunciare ad esso e di utilizzare semplicemente la denominazione “storico” (anche se il nome registrato definitivo verrà svelato solo all’imminente Salone del gusto a Torino tra qualche giorno).

Lo “storico” ha resistito meglio sul versante bergamasco e lecchese dove i produttori sono meno esposti a ricatti

Nelle valli del bitto, le pressioni dei comuni proprietari degli alpeggi (Albaredo e Gerola) e degli altri enti a sostegno del sistema agroindustriale valtellinese hanno indotto diversi produttori a “rientrare all’ovile” abbandonando la compagine dei ribelli e finendo per allinearsi all’uso di abbondanti quantità di mangime. Al di là dei confini della provincia di Sondrio, invece, le pressioni sono state minori (non assenti perché anche i produttori “storici” che caricano in provincia di Bergamo e Lecco hanno aziende invernali in Valtellina). L’alpe Varrone è di proprietà del comune di Premana che vede con favore il proseguimento di una produzione storica prestigiosa che, come visto nel precedente articolo, ha svariati secoli all’attivo e – prima dell’arrivo di casari e caricatori dalla Valgerola – era realizzata da valsassinesi. Va precisato a tale riguardo che l’alta Valvarrone, attraversata dalla “via del bitto”, ovvero dallo storico collegamento tra Introbio in Valsassina e Morbegno in Valtellina, fa parte del territorio comunale (il “censuario”) di Introbio pur non essendo in Valsassina ma, per l’appunto, in Valvarrone, la valle di Premana.

L’alpe Varrone oggi

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L’alpe è caricata dall’azienda Enrico Colli di Delebio. I Colli sono originari di Gerola ma, come diverse altre famiglie, si sono trasferiti al fondovalle dove hanno avviato aziende zootecniche dotate di buone superfici foraggere. Enrico Colli esercita anche la funzione di casaro (solo in alpe, perché in inverno il latte viene venduto). Il fratello Daniele (laureato in veterinaria) è il capo-pastore. In alpe lavorano come pastori anche Ronny Taddeo, di Pagnona (Valvarrone) con 5 vacche proprie, Daniele Tagliaferri, anche lui di Pagnona, con 15 vacche, Marco Svanella di Cosio con 3 vacche. Completano lo staff Giovanni Manni e Piero Acquistapace, senza animali propri. L’alpe, già di per sé estesa (in passato gli ettari pascolati superavano i 300) oggi comprende anche Lareggio, un tempo alpe autonoma. Pur disponendo di buoni pascoli (seppure con una pendenza media piuttosto elevata) Lareggio non dispone di fabbricati, così è pascolata solo dagli ovini.

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All’ alpe Varrone esistono ancora numerosi calecc’, le piccole capanne casearie distribuite sui pascoli dove il latte viene lavorato appena munto senza subire soste o danni da trasporto.

In alpe il “bel tempo” crea spesso più difficoltà del “brutto”

Quando ho visitato l’alpe (23 e 24 agosto) la malga delle bovine pascolava il “Piano dell’acqua” un pascolo che si incontra, dopo brevissimo cammino, scendendo dal rifugio Santa Rita lungo l’antica via del ferro. A causa del rialzo termico (dopo un agosto piuttosto mite) gli animali in attesa della mungitura si erano radunati in uno spazio ridotto mantenendosi a contatto di groppa. Un comportamento legato al caldo che, rendendo le mosche più attive e fastidiose, spinge gli animali ad addossarsi gli uni agli altri per ostacolarne il volo. Questo ammassamento non avveniva tradizionalmente quando le bovine non erano decornificate.

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Daniele Colli (sotto) spiega come le vacche con le corna sono solite, in circostanze come queste, raggrupparsi in piccoli gruppi di 3-4 soggetti (tra loro legati da reciproca simpatia) per difendersi dal caldo e dalle mosche. In assenza di corna (e quindi di rischio di prendersi una cornata), invece, le vacche dell’intera malga formano un gruppone a ranghi serrati. Il problema è riuscire a mungere in queste condizioni. La difficoltà aumenta non poco.

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Se le bovine brune senza corna non sono molto pittoresche ci pensa la malga delle capre a riportarci indietro nel tempo e a creare un paesaggio unico di corna e lungo pelo varipinto svolazzante. Le capre qui sono in buon numero e tutte orobiche (in parte dei Colli in parte di diversi proprietari della zona che le affidano loro di buon grado).

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Le capre sono preziose per la diversa qualità del loro latte che, miscelato a quello vaccino, contribuisce a conferire al formaggio “storico” le caratteristiche che ne fanno un prodotto di grandissimo pregio, un frutto della combinazione sapiente e non casuale di elementi che si sono adattati ed evoluti reciprocamente: la qualità del pascolo e del latte, la tecnica accurata che solo casari con passione e “buona mano” sanno padroneggiare.

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Le capre, però, richiedono una “gestione”. Sono animali che tendono a comportamenti non sempre prevedibili e che hanno una notevole propensione a coprire lunghe distanze e salire, salire sulle cime e le creste (il senso dlel’equilibrio e la capacità arrampicatrice sono proverbiali). Se non ci sa fare il capraio ha un compito duro. All’alpe Varrone il capraio è Ronny, un giovane allevatore per vocazione di Pagnona. Possiede trenta capre orobiche ( alpeggiate, però, altrove). Ronny, generosamente, non lesina elogi al suo cane riconoscendo come senza un buon cane anche il migliore dei caprai ha vita dura. Se il cane è capace di agire in relativa autonomia e di recuperare le capre inerpicatisi su sponde scoscese evita al capraio molta fatica.

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La mungitura delle capre è molto più rapida e meno problematica. va detto cheiamo anche verso la fine della stagione e il latte è calato. Le capre vengono confinate in un recinto elettrico presso la baita e un giovane pastore provvede a “rifornire” di capre non ancora munte la batteria dei mungitori che operano affiancati (sopra). Una foto simile l’avevo fatta all’alpe Culino negli anni ’80. Ne è passata di acqua nel Varrone. Anche Enrico, il casaro, partecipa alla mungitura (è il primo a destra nella foto). Terminata la mungitura, mentre il casaro – dopo l’aggiunta del latte di capra – inizia a lavorare il latte, Daniele va a “dare l’erba”, ovvero a stendere il filo elettrico a delimitare la nuova parcella di pascolo. Le bovine, che parevano impigrite e stressate per il caldo, appena il nuovo recinto è pronto, si rianimano e si rimettono a pascolare di buona lena l’erba nuova e quindi golosa.

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Le capre, invece, sostano più a lungo presso la baita (sopra in un aprospettiva curiosa dall’apertura per il fumo della baita). Partiranno dopo per le loro scorribande serali. Daniele mi spiega che anche questa baita era un calecc’. È stato in occasione della recente ristrutturazione della casera da parte del comune di Premana (comune industriale ma attento a mantenere in buone condizioni strade forestali e alpeggi impegnandovi una quota significativa del bilancio) che è stata realizzata questa baita.
I lavori della casera avevano consentito di risparmiare qualcosa e così il calecc’ del Piano dell’acqua è diventato baita. All’interno (vedi sotto) le condizioni non sono molto diverse da quelle di un calecc’, c’è solo un po’ più di spazio e le murature sono più altre e legate invece che a secco. Ovviamente non c’è il tendone ma una copertura fissa di lamiera grecata sostenuta da travetti. Il fumo è allontanato facilmente nello spazio libero tra muratura e copertura (che scarica il peso, peraltro limitato, solo in alcuni punti lungo il perimetro murario).

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La lavorazione dello “storico” presuppone l’assenza fretta. Fatta di soste e di lunghi periodi di mantenimento in agitazione della massa contenuta nella vecchia caldaia di rame (operazione che anche in diversi alpeggi con grosse quantità di latte è oggi assolta da agitatori meccanici). C’è tempo per pensare e, se si ha compagnia, per conversare. I Colli ci tengono a mettere in rilievo la loro appartenenza alla “scuola di Gerola”. Da ragazzini hanno iniziato a fare i cascin sotto la guida di casari storici. I risultati si vedono. Questa primavera lo storico di Varrone era in vetrina in uno dei templi della gastronomia mondiali: Peck (sotto si legge “Varrone” impresso sullo scalzo).

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Casaro del bitto a tredici anni

Enrico vanta una specie di record in quanto ha iniziato a portare a conclusione una lavorazione di bitto a soli tredici anni (di solito l’iniziazione dei casati avviene a quindici). Il motivo di tanta precocità va ricercato nell’abitudine di alcuni casari di ingannare i “tempi morti” della lunga lavorazione con dei “cicchetti”. Racconta Enrico: “Il casaro che aiutavo era ubriaco e così mi ha chiesto di tenere su la grana” (durante la cottura la cagliata ormai frammentata deve essere mantenuta in agitazione per evitare che depositandosi si “scotti” sul fondo molto caldo della caldaia riscaldata con la fiamma di legna diretta). È una fase un po’ tediosa all’inizio, poi, invece, la grana deve essere ripetutamente controllata per verificare che sia asciogata al punto giusto controllandone la lucentezza e l’elesticità (con le dita). Quella provvisoria sostituzione di un casaro, che aveva alzato troppo il gomito, fu l’inizio della carriera di Enrico. “Il casaro vide che avevo la mano e mi disse di andare avanti, ogni tanto mi dava dei consigli del tipo: «tira su di un grado» e mi fece portare a termine la lavorazion da solo, a tredici anni”. Anche intuire che un ragazzino possegga “la mano” fa parte di quella capacità di visione, di intuizione, di sensibilità a pelle che non viene e non verrà mai sopravvalutata abbastanza e che non si troverà esposta su nessun manuale tecnico. Erano, però, le doti che facevano la differerenza tra i bravi casari e i mediocri. Enrico, ma anche il fratello, manifestano grande considerazione e rispetto per i casari storici, per la “scuola di Gerola” della quale si sentono – con merito – i continuatori pur in un contesto profondamente cambiato. “Facciamo ancora tanti calecc’, questa è l’unica baita… e abbiamo veramente tante capre orobiche” tiene a ribadire Daniele che, d’accordo il fratello, auspica che nello “storico” venga introdotto un sistema di premi atti ad incentivare in massimo grado il rispetto delle rigide prescrizioni.

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Reperire ragazzi capaci è uno dei problemi dell’alpeggio tradizionale

Tra i problemi richiamati dai Colli al primo posto vi è quello del reperimento della manodopera. I due fratelli, insieme ai pastori con vacche proprie e muniti di esperienza, costituiscono una buona “base”; però servono anche dei giovani “apprendisti” per completare l’organico e coprire tutte le mansioni e il carico di manodopera complessivo. “Non si può dire che non ci siano ragazzi che si offrano, ma troppo spesso non hanno il minimo di esperienza e di capacità; a volte li vedi che non sanno neppure camminare in montagna, non sanno portare un secchio, dovresti insegnar loro tutto”.
In forza di questa situazione durante le prime settimane la mungitura viene eseguita meccanicamente. Considerato che i Colli sotto altri profili (Varrone è alpe modello sia per i calecc’ per la buona malga di capre orobiche, per l’ottima qualità della lavorazione) la “casera” (il centro dell’ex bitto storico) ha consentito di buon grado ad accettare – in deroga alla regola della mungitura a mano – questa situazione, consapevole delle difficoltà incontrate e della buona volontà dei Colli. Giova ripetere che la regola della mungitura a mano non è dettata da una forma di purismo e primitivismo a tutti i costi ma dalla constatazione che 1) se in condizioni stalline la qualità del latte e lo stress della mammella possono anche essere migliori con la mungitura meccanica, in alpeggio le condizioni cambiano e la non perfetta funzionalità e pulizia degli apparati di mungitura porta ad avere un latte con cariche totali e cellule somatiche anche superiori di quello ottenuto mungendo a macchina; 2) ancora più importanti e cariche di conseguenze sono gli effetti di un non oculato utilizzo dei “carri di mungitura” che determinano forti rischi di cattivo utilizzo del pascolo con quello che ne consegue in termini di alterazione della qualità floristica del pabulum e, in definitiva, di qualità del latte e del formaggio.
La soluzione ai problemi dell’apprendistato, l’ho espresso anche ai Colli, va cercata in una “scuola pratica d’alpeggio” che insegni prima di tutto a gestire i pascoli e a mungere a mano. Questo è da anni un programma del Centro dell’ex bitto storico che si spera possa presto decollare (c’è in cantiere un progetto in collaborazione con il FAI). A conferma dell’adesione alla “vecchia scuola” di casari di Gerola i Colli sottolineano come “non serve imparare a fare il formaggio se prima non si è imparato a gestire il pascolo, a mantenerne e migliorarne la qualità dlel’erba”. Dietro questo concetto (conoscere l’erba e l’animale e come farli interagine al meglio) c’è tutta la sapienza che ha fatto del bitto (oggi dello “storico”) un formaggio diverso dagli altri.

Il cavallo non c’è più, peccato

Mentre la lunga lavorazione prosegue vado con Ronny a portare le mascherpe e le forme di bitto fresco in casera. Scendiamo con un piccolo (e non troppo ben in arnese) Daihatsu d’annata che, però, in montagna, fa il suo servizio (come tutti i mezzi spartani concepiti decenni fa).

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Daniele spiega che: “fino a quattro anni fa c’era il cavallo, poi considerando che le piste raggiungono tutte le porzioni del pascolo abbiamo preferito usare la jeep” . Una scelta dettata dalla capacità di carico e non tanto dalla velocità (“Il cavallo era più veloce”). Così si porta il formaggio in casera una volta al giorno. Con il cavallo bisognava fare due viaggi. Confesso che il “pensionamento” del cavallo, un elemento non secondario dell’alpeggio mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. La casera, però, è stata sistemata come si deve (non è scontato). C’è la mascherpera (foto sopra) come una volta e la cantina non ha subito alterazioni con la ristrutturazione. La tendenza all’aumento delle estati calde ha però consigliato di installare un sistema di serpentine di raffreddamento (l’edificio disponde di parrecchi pannelli fotovoltaici). “Quest’anno, però, hanno funzionato 2-3 giorni” mi dice Ronny. Ed io: “Ma fa molto freddo nonostante il caldo fuori”. “Oggi sta andando”. Disporre di una bella casera tradizionale ma con la sicurezza di un impianto in grado di abbassare quel tanto la temperatura in periodi critici è una gran bella cosa. Ancora una volta va reso merito al comune di Premana, proprietario attento e consapevole del suo patrimonio d’alpeggi (sono ben dodici anche se questo è quello più importante). Il confronto con certe pessime sistemazioni sul versante valtellinese ma anche bergamasco (eseguire da comuni o altri enti pubblici, leggi Ersaf -Regione Lombardia) è impietoso.
Va detto chiaro: se l’erba è buona, il latte anche, il casaro è bravo ma la cantina non è all’altezza si rovina un risultato che avrebbe potuto essere ottimo.

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L’orgoglio di fare il pastore a Varrone

Anche se le prime partite hanno già lasciato la casera (alcune dirette al Centro dell’ex bitto storico cui ne sono destinate un centinaio) quest’ultima si presenta ancora ben fornita offrendo gioia agli occhi e all’olfatto. Ronny mi spiega che vuole farsi pagare in formaggio. “Ho i miei piccoli clienti, anche fino a Lecco”. Si capisce che il lavoro gli piace e che collaborare a fare lo “storico” e commercializzarlo gli da soddisfazione e lo fa sentire orgoglioso (“quest’anno è stata qua la mia fidanzatina della val Camonica, anche lei allevatrice e appassionata, l’ho conosciuta su facebook”).

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Rifugio e alpeggio dialogano

Tornati alla baita si sono fatte quasi le otto. È tempo si salire al rifugio Santa Rita per la cena. Il rifugio da quest’anno ha una nuova gestione. La famiglia che lo ha rilevato aveva un B&B in Brianza. Sono molto accoglienti e mantengono anche buoni rapporti con i pastori (che vengono dopocena a fare un salto). Ronny con le capre passa alla mattina presto. Il rifugio utilizza il formaggio dell’alpe (con una fortuna così a portata di mano…). In realtà il Santa Rita, collocato tra la val Biandino e l’alta Valvarrone è in una posizione casearia che forse nessun rifugio dell’intero arco alpino puà vantare. Da una parte lo stracchino fatto all’antica da Teresa Platti (classe 1937), famiglia che fin oltre la metà dell’Ottocento ha caricato Varrone e poi, sino ad oggi e dininterrottamente, Biandino. Dall’altra uno dei migliori formaggi d’alpe in assoluto al mondo (Varrone primeggia anche tra le alpi dello “storico”). Non è finita: ad Artino si fa pasta di caprino con la capra orobica, una straradicata tradizione valsassinesi di caprino a coagulazione acida (a proposito degli ignoranti che la definiscono “alla francese” anche quando abbiano esempi da noi). Tre prodotti che sintetizzano l’anima casearia orobica. C’è da pensare a qualche iniziativa in proposito. A far comprendere la grandezza di queste tradizioni concentrate in queste valli ci sarebbe la coda di turisti da varie parti del mondo. Però, da noi, piuttosto che riscoprire storia e orgoglio – oggetti pericolosi per il “sistema”, che preferisce adattarsi ad un ruolo perdente, da brocchi, nella globalizzazione piuttosto che mettere in moto processi non facilmente controllabili – si preferisce perdere anche le migliori opportunità economiche.

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Al mattino scendo a fare colazione con i pastori, ovviamente con latte di capra. C’è ancora tempo per qualche conversazione con Enrico.

La consapevolezza di appartenere a una storia, senza bisogno di ostentare superiorità

Due sono i messaggi che mi consegna: il primo riguarda l’atteggiamento da tenere nei confronti degli “altri” (non solodel bitto dop, ma in genere quelli che non apprezzano la “fissa da trogloditi” dei produttori fedeli alla tradizione del grande formaggio degli alpeggi orobici). Enrico mi dice: “Io ho dovuto più volte sostenere le ragioni dello storico con gli altri, nella cooperativa. Ero uno contro trenta. Allora facevo capire loro che non pretendiamo di essere più bravi di loro; abbiamo alle spalle una tradizione diversa, una storia diversa dalla loro, tutto qui”. La seconda considerazione riguarda le generazioni passate di casari. C’è molto rispetto e riconoscienza nelle parole di Enrico. Un modo per ribadire: “Sì ho la mano per lavorare il latte ma faccio quello che faccio perché ho dietro una scuola, una storia”. La filosofia dei “ribelli” è in definitiva questa. Una riconoscenza che porta Colli ad auspicare che: “bisognerebbe scrivere un libro sui casari, andare a intervistare le famiglie, quelli che ci sono ancora…”. Ha ragione.

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L’aria si sta già scaldando. Dal momento che ci sono 13,5 km (e non pochi su e giù) per tornare alla macchina (l’alpe Varrone non è proprio dietro l’angolo) è meglio incamminarsi. La malga delle bovine va all’abbeverata e poi inizia il ciclo di pascolo.

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L’esperienza di questa valle e di quest’alpe è troppo bella perché non sia condivisa da più persone rispetto a quelle che la frequentano. Basterebbe come richiamo l’opportunità di vedere come nasce uno dei formaggi migliori al mondo. Ma ci sono anche le miniere, le vie storiche, la capra orobica, il paesaggio.

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CATALUNYA, QUANDO UN SOGNO SI AVVERA …. – di Alberto Schiatti

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Sono passati alcuni giorni dal giorno in cui centinaia di migliaia di catalani sono scesi nelle piazze di cinque città per dimostrare il loro desiderio di libertà e di autodeterminazione.

Ed è a freddo che preferisco scrivere questa breve nota, in modo da superare il momento emotivo fortissimo che una giornata simile ti lascia dentro.

Essere in mezzo a una massa incredibile di persone, un Popolo intero, con tutte le sue componenti, sia ideologiche che sociali, che con allegria, gioia ma nello stesso tempo con determinazione assoluta si schiera a favore di cambio totale, di una nuova via da percorrere per vivere un futuro migliore, è un’esperienza che lascia il suo segno.

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Un Popolo che si raccoglie dietro a una Bandiera, con molte interpretazioni ma con un unico tema: l’Indipendenza.

Ed è stata un’emozione incredibile passare da Carrer Ferran, dove i giovani di Arran, di CUP e di altri movimenti radicali ricordano, insieme a giovani baschi,  un giovane martire caduto durante la Diada del 1978 alla sfilata in costumi storici dei Miquelets per le viuzze strette intorno alla Seu, per poi arrivare davanti ai monumenti dedicati a personaggi famosi della storia catalana, come Rafael Casanova ed il gen. Moragues, con gruppi di ogni genere che pongono omaggi floreali e intonano insieme Els Segadors.

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Ma a distanza di qualche giorno alcune riflessioni di carattere politico si fanno avanti: il senso di tutte questi avvenimenti è sicuramente un avvertimento a Madrid che il dado è tratto e che non si torna indietro. Ma l’avvertimento è anche per le forze politiche catalane indipendentiste che dallo scorso anno amministrano questa Terra: voi avete nella mani il nostro destino e noi siamo al vostro fianco, festosi ma decisi. La strada verso l’indipendenza sarà irta di ostacoli, creare una nuova realtà statuale sarà una faccenda complicata anche dai rapporti internazionali, ma il Popolo catalano non arretra. E non torna indietro anche nelle richieste politiche che accompagnano la volontà di indipendenza: una società più equilibrata, dove ogni cittadino abbia pari dignità, dove si creino opportunità di vita e di lavoro degne di un Paese avanzato e che facciano dimenticare l’appartenenza a uno Stato, quello spagnolo, dominato come sempre da elites socio-economiche. Una società più rispettosa nei confronti delle donne, delle minoranze di ogni genere. Un cambio totale, una rivoluzione pacifica ma evidente.

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Il segnale è stato molto chiaro e i dibattiti televisivi che hanno seguito la Diada hanno dimostrato che i politici l’hanno raccolto.

Ora la palla passa al mondo della politica, che deve fare la sua parte.

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Da parte nostra rimane solo un augurio, quello di essere a Barcelona il prossimo anno a festeggiare la costituzione della Repubblica Catalana, un risultato che darebbe il via a un effetto domino sia a livello di penisola iberica che a livello continentale.

E insieme a questo augurio, un’ulteriore riflessione: questa rivoluzione del sorriso catalana è stata possibile grazie all’impegno di fondazioni e di realtà culturali che hanno permesso di creare una fortissima base su cui si è innestata la proposta politica. Ecco, è giunto il momento che anche nella nostra Terra si faccia questo passo, lavorando sulla cultura, percorrendo anche nuove strade, stimolando gli amministratori locali, di qualsiasi parte politica, a riscoprire storia e lingua lombarda, non come contrapposizione a quella italiana, ma come ricchezza del territorio e della popolazione.

E dalla Lombardia guarderemo verso i fratelli catalani per cercare di emularli e di arrivare con un duro, ma determinato lavoro allo stesso risultato.

VISCA LA REPUBLICA CATALANA

 

Alberto Schiatti

11 settembre 2016 – Diada in Catalunya

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pro Lombardia Indipendenza parteciperà ufficialmente a Barcelona alla Diada, la Festa Nazionale Catalana, durante la quale sono state organizzate cinque manifestazioni sul territorio per evidenziare una volta di più il desiderio dei Catalani di costruire un nuovo Stato indipendente nell’ambito della futura ed auspicata Europa delle Regioni e dei Popoli

VISCA CATALUNYA LLIURE – LOMBARDIA INDIPENDENTE.

2016-08-20

 

 

UN EROE DEI TEMPI MODERNI, IN DIFESA DELLA LIBERTA’ DEL POPOLO CATALANO

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“Ho vissuto 75 anni nei Paesi Catalani occupati da Spagna, Francia e Italia per secoli, in lotta contro questa schiavitu’ per tutta la mia vita adulta.
Una Nazione schiava, un essere umano schiavo, vergogna per l’umanita’ e per l’universo.
Ma una Nazione non sara’ mai libera se i suoi figli non vorranno rischiare la propria vita per la sua difesa e la sua Liberazione.
Amici miei, accettate questa fine vittoriosa del mio combattimento per sottolineare il timore dei nostri leaders, che stanno lontani dal Popolo.
OGGI LA MIA NAZIONE DIVENTA SOVRANA ASSOLUTA IN ME.
HANNO PERSO UNO SCHIAVO, LEI E’ UN PO’ PIU’ LIBERA PERCHE’ IO SONO IN VOI, AMICI MIEI.”

Cosi’ lasciava scritto il 11 Agosto 2007, Lluís Maria Xirinacs PATRIOTA CATALANO.

Eterno onore a chi compie l’estremo sacrificio per la Liberta’ del suo Popolo.

LE NUOVE BRIGATE INTERNAZIONALI – di Alberto Schiatti

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«Sono andati incontro alla morte per delle persone che non conoscevano e le cui facce non avevano visto. Sono morti giovani in modo che i bambini possano vivere a lungo … I loro corpi hanno versato sangue in modo che potessimo vivere e ridere! Avevano ricamate sulle loro belle facce storie indimenticabili e se ne sono andati!» (Medya Doz).

 

E’ curioso come in questi ultimi anni moltissimo si sia scritto riguardo ai cosiddetti “foreign fighthers”, come numerosissimi programmi televisivi in tutto il mondo occidentale abbiano dedicato spazio a questi giovani che dall’Europa sono partiti verso la Siria e le zone limitrofe per combattere nelle file dell’ISIS, abbracciando una forma radicale dell’islamismo e mettendola in campo, anche con modalità estreme.

Nulla o quasi è invece apparso sui media nei confronti di altre centinaia di giovani che, da tutto il mondo, si sono recati nelle stesse terre per lottare per la sopravvivenza di un Popolo, quello kurdo, messa in discussione dagli enormi appetiti che riguardano le terre da loro abitate da millenni.

Terre che si sono trovate al centro delle dispute tra Stati, e di interessi geopolitici a livello globale, che coincidono in un solo punto: distruggere il popolo kurdo ed evitare la nascita di una nuova realtà indipendente, appunto il Kurdistan, nella zona oggi divisa tra Irak, Siria e Turchia.

Tornando ai giovani combattenti “internazionalisti” schierati al fianco delle milizie kurde, dobbiamo porci subito una domanda: cosa può spingere dei ragazzi, nati e cresciuti nell’opulento occidente, ad andare a lottare, e spesso a morire, in una terra sconosciuta, al fianco di persone che addirittura parlano una lingua a loro estranea?

Molte saranno le motivazioni individuali, ma sicuramente dietro a questo loro comportamento esiste qualcosa che unisce idealmente i giovani che, in ogni tempo e luogo, si sono messi in gioco e hanno saltato la barricata, scegliendo la strada più difficile, per difendere un valore primario: quello della Libertà.

In questo caso, la libertà di un popolo, combattuto oggi soprattutto dal regime turco, sempre più schierato su una posizione estremista e che utilizza le milizie radical-religiose dell’ISIS per stroncare ogni aspirazione kurda. Con la scusa della lotta al terrorismo, le forze armate turche sottopongono le città kurde a veri e propri atti di guerra, con assedi e bombardamenti aerei, lasciando poi il campo ai loro fedeli (e ben foraggiati) partners islamisti per il “lavoro sporco” sul terreno.

E di fronte a questo, hanno risposto all’appello centinaia di ragazzi e di ragazze, alcuni con esperienza di carattere militare, per difendere queste città e questa gente, martoriata quotidianamente, senza chiedere nulla in cambio, al contrario dei “contractors” spesso elogiati dai media occidentali. Non si contano più gli atti di eroismo (e di martirio … ) con i quali si stanno guadagnando il rispetto dei kurdi, da sempre abituati a lottare per sopravvivere e spesso nello scenario ostile di un territorio accidentato.

Ed è proprio per rompere questo silenzio mediatico che, da difensori della Libertà dei Popoli, intendiamo rendere qui omaggio ai Dean, ai Martin, ai Joshua, ai Joe, ai Jamie, ai Mario e a tutti gli altri che hanno dato la loro vita e a quelli pronti a darla da oggi in poi, nonchè agli altri rinchiusi nelle carceri turche.

Chiunque pensa che ogni popolo abbia il diritto di scegliersi la propria strada e la propria casa comune ha l’obbligo morale di far conoscere al mondo, soprattutto a questo mondo occidentale assonnato e senza ideali, la realtà di questi giovani e inchinarsi di fronte al loro sacrificio, non solo quello estremo, ma anche quello quotidiano, fatto di sofferenze, di aspre battaglie e di polvere.

Sono la fiammella della Libertà, tocca a noi tenerla sempre accesa.

 

Alberto Schiatti

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I PAESI BASCHI, DOPO LA TREGUA DELL’ETA – di Gianni Sartori

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intervista a Joseba Alvarez* (Ufficio Esteri di Batasuna)

                        (Gianni Sartori – maggio 2006)

 

Quali sono stati i cambiamenti più significativi dopo la tregua annunciata da ETA?

Forse la cosa più significativa a due mesi di distanza dall’annuncio del “cessate il fuoco permanente” da parte di ETA, è che la società basca percepisce come la sinistra indipendentista ce la stia mettendo tutta affinché il processo di pace vada nella giusta direzione; a mio avviso non si può dire lo stesso del governo Zapatero. Mentre ETA dopo sette settimane dall’“alto el fuego” ha dato un’ampia intervista, pubblicata sul quotidiano “Gara”, riaffermando la sua volontà politica di proseguire, mentre Batasuna ha reso pubblico il suo gruppo di negoziatori, il governo spagnolo ha continuato ad arrestare i militanti baschi (e anche recentemente uno di loro ha denunciato di aver subito tortura), mantiene l’illegalizzazione di Batasuna, continua con la dispersione dei prigionieri e delle prigioniere baschi. Inoltre il giudice Marlaska dell’Audiencia Nacional aveva convocato otto dei principali dirigenti di Batasuna e il PSOE si rifiutava di costituire la Mesa de Partidos (Tavolo dei Partiti) “perché Batasuna è illegale”. Per colpa del Governo è stato perso tempo prezioso e il PSOE ha bloccato la creazione della Mesa de Partidos. L’attuale situazione del processo di pace (a due mesi, ripeto, dalla dichiarazione di Alto el Fuego Permanente di ETA) è molto grave, delicata.

 

Quindi che giudizio date dell’atteggiamento di Zapatero?

Il presidente spagnolo Zapatero ha creato una Comisiòn de Verificaciòn del Alto el Fuego, una cosa completamente inutile che ha confermato quello che era già evidente, ossia che ETA ha rispettato la parola data. Solo ora ha detto che in giugno annuncerà l’inizio di contatti ufficiali con ETA. Da quello che si vede (e se queste notizie saranno confermate) tutto sembra indicare che uno dei due tavoli o dei forum di dialogo, quello della smilitarizzazione, avrà inizio. Tuttavia l’altro spazio, forum o tavolo di dialogo, la Mesa Politica de los Partidos, resta bloccata a causa del PSOE che sostiene di non potersi riunire con noi in maniera ufficiale essendo il nostro partito illegale. Tutti sanno che la soluzione del conflitto esige i due accordi, quello politico e la smilitarizzazione. Per questo dico che la situazione è grave. Non ha senso che il PSOE dica di non potersi riunire con Batasuna perché è illegale, mentre nello stesso momento il governo di Zapatero, ugualmente del PSOE, decide di riunirsi ufficialmente con ETA che, oltre a essere illegale e clandestina, è anche considerata un’organizzazione terrorista.

 

E come vi ponete nei confronti degli altri partiti baschi (PNV, EA, Aralar…) in relazione ad una soluzione politica?

Tutte le forze politiche basche, la maggioranza dei sindacati e anche la stragrande maggioranza dei movimenti sociali baschi sono apertamente schierate in favore di un processo di pace in Euskal Herria e criticano l’operato di Zapatero e del PSOE. Un altro problema è che il governo di Ibarretxe (governo della Comunità Autonoma Basca, nda) usa l’Ertzaintza (polizia autonoma basca) per reprimere qualsiasi iniziativa di Batasuna, da fedele esecutore degli ordini del governo e della magistratura spagnola. Il PNV (moderati di centrodestra) dice di opporsi alla politica spagnola, ma la sua polizia, l’Ertzaintza, opera in perfetta sintonia con Madrid. Un atteggiamento che giudico vergognoso, oltre che politicamente irresponsabile. Comunque se dipendesse dalle organizzazioni nazionaliste basche la Mesa de Partidos sarebbe stata avviata da tempo, dato che tutte si riuniscono abitualmente, in maniera pubblica e ufficiale, con Batasuna.

 

In una precedente intervista avevi parlato di “un accordo all’irlandese” per fare come in Quebec. Ti sembra che la strada intrapresa vada in questa direzione?

Non direi. In altre parole, dal governo spagnolo e dal governo francese non è venuta nessuna dichiarazione paragonabile a quella storica di Downing Street sulla questione nordirlandese, una dichiarazione in cui si dica chiaramente che in futuro sarà rispettato quello che decideranno i cittadini baschi in una situazione di pace e democrazia. E senza questa “dichiarazione irlandese” non possiamo certo operare come nel Quebec (il riferimento è ai referendum sull’indipendenza, nda) e nemmeno come nel Montenegro, dove la Serbia ha accettato il risultato del referendum nonostante implichi l’indipendenza del Montenegro e la perdita di una parte del territorio che i serbi considerano parte della loro nazione.

Per ora siamo a questo punto, ma non abbiamo alcun dubbio che quello intrapreso è il cammino da percorrere se veramente si vuole risolvere definitivamente e in maniera positiva il conflitto basco.

 

Recentemente altri prigionieri politici baschi sono morti in carcere. Qual è la situazione attuale di questi prigionieri (maltrattamenti, dispersione…)?

Intanto la situazione del collettivo dei prigionieri e delle prigioniere baschi non è migliorato negli ultimi anni, nemmeno dopo la proclamazione dell’Alto el Fuego Permanente da parte di ETA. Anzi, proprio il contrario. Mentre anche il governo spagnolo ha riconosciuto che ETA non ha causato la morte di nessuno negli ultimi mille giorni, nello stesso periodo sono morti più di una dozzina di prigionieri (di cui tre suicidi) a causa della politica carceraria e delle condizioni in cui versano le prigioni spagnole e francesi. Altrettanti familiari di prigionieri sono morti in incidenti stradali mentre si recavano a trovare i loro familiari dispersi in carceri lontane centinaia, talvolta migliaia di chilometri da casa. Non solo non gli viene riconosciuto lo status di prigionieri politici, ma vengono violati i loro diritti fondamentali come quello di poter studiare in carcere o di scontare la pena più vicino alle loro famiglie.

Su questa questione il governo spagnolo non rispetta nemmeno la volontà della maggioranza della società basca che chiede il loro avvicinamento e la fine dell’isolamento carcerario. Siamo pertanto ancora molto lontani dalla possibilità per i prigionieri di prendere parte attivamente al processo di pace e dalla scarcerazione di tutti e di tutte, come è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica.

 

Cosa prevedi per il prossimo futuro in Euskal Herria?

Fino a un paio di giorni fa non sapevamo nemmeno se nel giro di una settimana gli otto responsabili  nazionali di Batasuna che dovevano presentarsi all’Audiencia Nacional di Madrid (tra cui anche Joseba Alvarez, nda) sarebbero stati ancora in libertà o in carcere.

È evidente che la carcerazione degli interlocutori di una delle parti non sarebbe stata la soluzione migliore per portare avanti il processo di pace1. Il futuro di questo processo in Euskal Herria sta quindi nelle mani del governo spagnolo e del PSOE. Se loro vanno avanti, anche noi continueremo ad avanzare. Se loro bloccano il processo, questo finirà con l’arenarsi.

 

Un tuo commento su quello che sta avvenendo in Catalunya (sulla questione dell’autonomia, il ruolo dell’ERC…).

Intanto vorrei precisare che non è la stessa cosa parlare della regione autonoma detta Catalunya o di Paisos Catalans (l’insieme del territorio nazionale catalano). Così come non è la stessa cosa parlare della Comunità Autonoma Basca di Euskadi (tre province) o di Euskal Herria, ossia del territorio nazionale basco (sette province). La Generalitat de Catalunya (cioè del Principat che non comprende né le Isole Baleari, né Valencia, né Perpignan) aveva deciso di patteggiare una riforma del suo attuale statuto di Autonomia per Catalunya. Zapatero aveva promesso di rispettare il risultato del dibattito parlamentare portato avanti dal “Tripartito” formato da PSC (Partito Socialista Catalano, nda), ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna, indipendentisti, nda) e ICV (Verdi Catalani). Più del 90% del Parlamento catalano ha approvato una riforma dello statuto (che non implica l’indipendenza o il diritto all’autodeterminazione); tuttavia Zapatero, con l’indispensabile aiuto di CiU (Convergència i Unió, autonomisti di centrodestra), non ha mantenuto la parola data e ha “mutilato” la proposta originaria, quella che era stata accettata in Catalunya. Madrid non ha rispettato la volontà, democraticamente espressa, dei cittadini catalani che risiedono in questa parte del territorio nazionale, Catalunya (che non coincide con la totalità dei Paisos Catalans). Di conseguenza, tanto il PSC, come ERC e ICV, sono stati traditi da Zapatero e la base di ERC, per denunciare tutto ciò, ha imposto ai suoi dirigenti un chiaro NO nel referendum previsto per il 18 giugno. Questo NO era già richiesto dalla sinistra indipendentista catalana (Endavant, MDT, PSAN, Estat Català e altri…). CiU, come il PNV basco, ha tradito la richiesta maggioritaria di Catalunya in cambio della sua presenza nel futuro governo catalano per difendere i suoi affari. È quello che ha fatto negli ultimi decenni in Catalunya arrivando ad appoggiare il governo di Aznar del Partito Popolare a Madrid. Per prima cosa bisognerà vedere quale sarà il risultato del referendum del 18 giugno e, dopo, quale sarà il risultato delle elezioni autonomiste anticipate. Quello che è certo è che Zapatero non è in grado di “chiudere” la questione catalana per poi affrontare quella basca da posizioni più favorevoli. È facilmente prevedibile che, nei prossimi mesi, il panorama politico catalano si radicalizzerà in conflitto con gli interessi di Zapatero e del PSOE, favorendo la nascita di un forte movimento indipendentista e di sinistra in Catalunya e nei Paisos Catalans.

 

È possibile fare un confronto (analogie e differenze) tra Euskal Herria e Paisos Catalans dal punto di vista dell’autodeterminazione?

Sia i Paisos Catalans che Euskal Herria sono due popoli, due nazioni, depositarie dello stesso diritto all’autodeterminazione. In entrambi i casi si deve rispettare quello che i cittadini e le cittadine decidono in pace e libertà, compresa anche l’indipendenza, come nel Montenegro. Quello che ci distingue dai catalani non sono i diritti che sono gli stessi, ma la strategia di liberazione nazionale e sociale che portiamo avanti nei nostri rispettivi paesi. Questa, senza dubbio, è il risultato delle differenze sociali e politiche delle due nazioni, dovute al diverso processo politico di resistenza e costruzione nazionale e sociale che abbiamo vissuto nel corso della nostra ampia storia di lotta.

 

Gianni Sartori

maggio 2006

 

note: Joseba Alvarez nel 1997, al momento del processo contro i dirigenti di Herri Batasuna, ricopriva la carica di responsabile per l’euskara (la lingua basca) nel partito abertzale (indipendentista di sinistra). Liberato, con gli altri esponenti, dopo qualche anno di carcere è diventato responsabile dell’Ufficio Esteri (Kampoko Harremanetarako Batzordea) della nuova formazione Batasuna. Insieme ad altri esponenti di Batasuna si era recato varie volte in Sudafrica “a scuola di colloqui di Pace” (come avevano già fatto molti irlandesi, sia repubblicani cattolici che unionisti protestanti durante i colloqui per l’Irlanda del Nord) studiando attentamente l’esperienza di riconciliazione nazionale del dopo-apartheid.

In seguito venne nuovamente incarcerato.

Come è noto la tregua di ETA (la tregua del 2006, durata circa nove mesi) venne poi tragicamente interrotta dall’attentato del 30 dicembre 2006 all’aeroporto di Madrid che determinò la rottura dei negoziati (cominciati in giugno). In seguito, pur rivendicando l’attentato (che avrebbe dovuto essere solo dimostrativo e invece provocò due vittime), ETA aveva dichiarato di voler mantenere la tregua per permettere un ulteriore sviluppo del processo di soluzione politica del conflitto.

ERMUA (Euskal Herria) – 13 luglio 1997 – intervista di Gianni Sartori a Gorka Martinez (HB)

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(13 Luglio 2016 – l’atto in ricordo di Miguel Angel Blanco con la presenza di Pello Urizar di Euskal Herria Bildu)

 

Luglio 1997: uno dei momenti più drammatici nella tormentata storia di Euskal Herria. Erano i giorni immediatamente successivi a una delle azioni più assurde e crudeli compiute da ETA, l’assassinio di un ostaggio inerme, il consigliere comunale del PP Miguel Angel Blanco Garrido. E all’orizzonte si profilava la scadenza del processo contro l’intera Mesa Nacional di Herri Batasuna, il partito indipendentista basco accusato di collaborare con ETA.

Il governo del fascistoide Josè Maria Aznar sembrava intenzionato a “capitalizzare” fino in fondo l’operato di ETA e la richiesta di pena di morte per gli “etarras” veniva formulata da filosofi e accademici (Gustavo Bueno proponeva addirittura di riesumare il “garrote”).

Da parte mia ritenevo di dover comunque ascoltare anche l’altra campana, quella di Herri Batasuna. Avevo quindi incontrato Gorka Martinez, responsabile delle relazioni internazionali e membro della Mesa Nacional. In questa veste Gorka era stato recentemente incarcerato, poi liberato su cauzione e rischiava una decina di anni di carcere. Il processo all’intera Mesa Nacional di HB stava per cominciare  (6 ottobre 1997) e come è noto si concluse con pesanti condanne. Tra il 1997 e il 2000 l’esponente abertzale verrà incarcerato varie volte (sia come membro della Mesa Nacional che in seguito come esponente dell’Ufficio esteri di HB) ammalandosi gravemente. E’ morto per un tumore all’inizio del 2002. 

EUSKAL HERRIA/ INTERVISTA A GORKA MARTINEZ

(Gianni Sartori – luglio 1997)

(0 89659660

Come si pone Herri Batasuna di fronte all’ultima azione di ETA, l’uccisione di Miguel Angel Blanco?

Ovviamente non ci rallegriamo per la morte di nessuno e comprendiamo pienamente il dolore dei familiari, proprio perché in quanto militanti abertzale (sinistra patriottica, ndr) da anni sperimentiamo sulla nostra pelle lutti e sofferenze. Gli ultimi avvenimenti, però, non possono essere adeguatamente compresi se non si considerano le circostanze che li hanno preceduti, il contesto in cui si sono svolti. Noi riteniamo il governo spagnolo direttamente responsabile di questa morte. Non è possibile dimenticare l’intransigenza e la chiusura totale del governo spagnolo davanti alla richiesta di gran parte della società basca che chiedeva il rimpatrio (non la liberazione) dei prigionieri/e politici/che baschi/e. Richiesta che era stata fatta propria da partiti, associazioni, movimenti; una richiesta con cui non si chiedeva altro che l’applicazione della legge per cui i prigionieri avrebbero il diritto di scontare la loro pena in Euskal Herria. Il governo Aznar ha ripetutamente dato prova di non voler rispettare questi diritti elementari. ETA aveva sequestrato Blanco in quanto dirigente del Partito Popolare in Bizkaia, ma il governo di Aznar (leader del Partito Popolare, ndr) nemmeno per un momento ha dato l’impressione di voler risolvere il problema e ha preferito trasferire questa responsabilità alla società civile. Inoltre questa morte è direttamente legata all’illegalità praticata dal governo in materia di politica carceraria (ETA aveva chiesto il rimpatrio nelle carceri di Euskal Herria dei prigionieri baschi, attualmente disseminati nelle varie carceri spagnole; non chiedeva la liberazione dei prigionieri, ndr). Se il governo applicasse la legge, tutto questo non sarebbe mai accaduto. La società basca in questi ultimi anni si era ampiamente mobilitata con manifestazioni, scioperi della fame, petizioni… per l’applicazione delle leggi e per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri politici, ma i governi spagnoli hanno sempre detto NO. Bisogna capire che anche questa azione deriva direttamente dal rifiuto sistematico del governo di riconoscere i diritti della comunità dei prigionieri e che la richiesta di rimpatrio per i prigionieri baschi è legittima, legale.Questo scontro sociale interno alla società basca risponde esclusivamente agli interessi di Madrid, incapace di affrontare le proposte di dialogo e negoziati che da almeno due anni vengono portate avanti dal movimento abertzale con l’”Alternativa Democratica”. Nei giorni precedenti la morte di Miguel Angel Blanco, il governo spagnolo aveva nuovamente mostrato la sua totale incapacità nel risolvere i problemi, trasformando l’azione di ETA (il sequestro, ndr) in una “questione di stato”, ottenendo l’appoggio della monarchia e di tutte le forze politiche ed economiche.

Ma non credi che proprio tutte queste iniziative della società basca, anche all’estero (penso all’occupazione delle ambasciate spagnole nelle principali capitali europee che ha visto mobilitarsi centinaia di cittadini baschi, parenti e amici dei prigionieri…) rischiano ora di essere vanificate dall’azione di ETA?

Non penso proprio che quello che la società basca ha saputo mostrare con la sua mobilitazione oggi abbia perso di valore. Caso mai è il governo che ha dato prova dei suoi limiti, della sua incapacità o impossibilità di risolvere i problemi.

In questi settimane abbiamo assistito a veri e propri attacchi contro le sedi di Herri Batasuna e contro i militanti abertzale. A tuo avviso si è trattato di reazioni spontanee o sono state organizzate dai partiti avversari? E in questo caso da quali? Il Partito Popolare o il PSOE (Partito socialista, ndr)? E il PNV (nazionalisti baschi moderati, ndr)?

Sicuramente i partiti hanno avuto un ruolo, anche se in forma diversa. Mentre il Partito Popolare di Aznar si è impegnato direttamente, gli altri -PSOE, PNV, IU (Izquierda Unida, ndr)…- hanno reagito in modo molto accomodante rinunciando, a mio avviso, anche alla loro identità, si trattasse dei partiti della sinistra o dei nazionalisti moderati; forse anche per paura. Per definire quello che è accaduto si può parlare di “mobilitazione reazionaria delle masse”; alla fine del secolo si ripete in qualche modo quello che accadeva negli anni Venti e Trenta, con il fascismo, in Germania, Spagna, Italia… Fondamentale è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione; è provato che i direttori dei principali giornali e televisioni si sono riuniti con esponenti governativi per concordare obiettivi è intensità del messaggio da trasmettere. Questo intervento si è sovrapposto alla necessità oggettiva della società basca di trovare una via d’uscita al conflitto con i risultati che sai: tentativi di linciaggio, molotov contro le sedi di Herri Batasuna, ecc. Si è trattato in gran parte di un movimento alimentato dai partiti (il Partito Popolare in primo luogo) e dai mezzi di comunicazione, un movimento sostanzialmente di carattere reazionario, ma non per questo bisogna ritenere che sia reazionaria la società basca. Una sorta di isteria collettiva che rapidamente ha perso slancio: infatti gli inviti alla criminalizzazione, al linciaggio nei confronti degli indipendentisti lanciati dal Partito Popolare sono stati raccolti sono inizialmente. Noi non temiamo che si crei un clima permanente di scontro sociale perché quello che è accaduto è in massima parte effetto della manipolazione, non è un elemento permanente. Alla fine questa politica si risolverà in un fallimento per il Partito Popolare e i suoi alleati. Noi manteniamo con fermezza la nostra volontà di dialogo con chiunque, al fine di trovare una soluzione per l’attuale conflitto che lacera Euskal Herria.

Sull’ennesimo suicidio (vero o presunto) di un militante abertzale, detenuto nel carcere di Albacete, che ci puoi dire?

Sicuramente questi episodi riflettono la situazione in cui versano i prigionieri politici, In questo momento non possiamo dire se si tratti di suicidio o omicidio. la mancanza di condizioni umane minime. Quest’anno vi sono stati già parecchi episodi analoghi, anche tra gli obiettori totali e anche in questi casi la causa risiede nella politica penitenziaria adottata dal governo. Per non parlare di Josu Zabala che sicuramente è stato “suicidato” da una squadra della morte.

Una settimana fa si è parlato di alcuni documenti da cui risulterebbe che, ancora nell’82, il PNV avrebbe collaborato con i Servizi spagnoli, fornendo elenchi di presunti militanti di ETA. Cosa ci puoi dire in proposito?

Che per noi non è una novità e questi documenti vengono alla luce grazie alle lotte intestine tra i gruppi di potere. Il PNV ha sempre collaborato con le forze di sicurezza contro la sinistra abertzale. E appena ha avuto una sua polizia “autonoma” lo ha fatto in proprio.

Dopo l’uccisione di Blanco da parte di ETA si è assistito ad una generale presa di distanza nei vostri confronti, anche da parte di chi vi seguiva con interesse. Cosa mandi a dire?

Vorrei ribadire che quanto è accaduto è conseguenza di una situazione politica non risolta; noi, sia ben chiaro, non viviamo per la morte, ma questa è la realtà odierna di Euskal Herria e richiede una soluzione politica. Non si può pensare di concentrare la storia di un popolo che lotta da anni per la sua liberazione in un giorno o in un singolo episodio.

Gianni Sartori  (luglio 1997)