LA CARTA DI BREST (1974)

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La prima Carta di Brest (1974)

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La seconda Carta di Brest (1976)

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Nell’ambito della riscoperta delle attività dei Movimenti Indipendentisti europei, dedichiamo questo spazio a un documento quasi sconosciuto, la Carta di Brest, nella sua versione originale del 1974 e in quella successiva del 1976 con l’adesione dei Movimenti catalani. Publichiamo un articolo dello storico asturiano Javier Cubero de Vicente, da noi tradotto, che illustra il momento storico e le proposte dei firmatari.

Durante i trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, nell’Europa occidentale si verificò un processo di spettacolare crescita economica e una profonda trasformazione sociale. Lo sviluppo accelerato della grande industria, a scapito del settore primario (agricoltura, allevamento, pesca, ecc.), moltiplicò i flussi migratori, raggruppando un crescente volume di popolazione nelle periferie delle città, mentre le aree rurali  iniziarono a diventare deserti demografici. Questo contesto di cambiamento strutturale, caratterizzato dalla decomposizione delle forme tradizionali di organizzazione sociale e dalla massificazione dei beni di consumo, sembrava annunciare la disintegrazione delle etnie nel processo di minorizzazione. Di fronte a situazioni analoghe, in passato  le comunità etniche subalterne proponevano solitamente alternative di tipo conservatore o democratico-cristiano, a volte persino tradizionalista, come reazione difensiva a una modernità esogena. Tuttavia, in questa occasione  articolarono una risposta inaspettata  che si adattasse alla società urbana e industriale, sostituendo gli elementi arcaizzanti di una restaurazione impossibile del Villaggio Primordiale con vari materiali ideologici delle correnti più avant-garde del tempo.

Le nuove generazioni di militanti nazionalisti, situati in centri universitari e nelle fabbriche fordiste, entrarono in collisione con  le strutture gerontocratiche dei vecchi ed immobilisti partiti nazionalisti come con le organizzazioni sindacali eredi della II e III Internazionale Operaia,  completamente integrati nell’ordine istituzionale attraverso il patto keynesiano. Così negli anni 1960 e 1970 emerse  una nuova ondata di nazionalismi nazionali, che combinano nella loro proposta  fattori etnico-culturali con il concetto marxista della lotta di classe. Furono chiamati “movimenti di liberazione nazionale” e  furono  fortemente influenzati dai processi di indipendenza delle ex colonie del Terzo Mondo, che videro riconosciuto il loro diritto all’autodeterminazione dall’ONU. Di fatto questi nuovi movimenti si ponevano  come riferimento l’Algeria  anti-imperialista di Ben Bella o l’ Indocina di Ho Chi Minh, adottando  molti dei loro elementi nella propria definizione strategica ed  ideologica. La Lotta per la Liberazione Nazionale fu  concepita come una tappa prima della rivoluzione socialista, in cui un’alleanza di operai, contadini, intellettuali e piccola borghesia potesse rovesciare lo Stato oppressivo e la borghesia collaborazionista. Pertanto, in molti casi,  si sarebbero strutturati  dei partiti leninisti d’avanguardia nel quadro di fronti policlassisti di unità popolare. In quella direzione, il maoismo cinese fu un riferimento dottrinale particolarmente presente nei paesi in cui le attività agricole avevano ancora un peso fondamentale nella struttura socioeconomica. Inoltre alcune di queste nuove organizzazioni nella loro politica di “fronti di massa”  optarono per lo scontro violento con lo Stato, includendo  tattiche di azione diretta e guerriglia urbana.

In questo momento di radicalizzazione della sinistra, autori  come il linguista occitano  Robert Lafont, sviluppò e diffuse il concetto di “colonialismo interno” per spiegare le tensioni socio-economiche dell’esagono francese, omologando le relazioni di integrazione strutturale dei paesi periferici negli Stati-Nazione europei con il sistema di dominio coloniale che costoro  mantenevano  all’estero. Inoltre ebbero notevole  influenza  le teorie che il medico della Martinica Frantz Fanon spiegò nel suo libro “I dannati della terra “(1961) sull’alienazione culturale, l’interiorizzazione del pregiudizio razziale e l’odio per sé stessi,  che furono  incoraggiati dalle autorità coloniali tra popolazioni a loro soggette. Allo stesso tempo, si iniziò  una ripresa dinamica e una rivalutazione delle tradizioni di protesta locali, al fine di articolare una nuova narrazione storica che “descolonizzasse” il  passato del paese. In una situazione caratterizzata da una generale intensificazione dei processi di acculturazione, il nazionalismo rivoluzionario fece del recupero della lingua e della cultura d’origine, identificate esclusivamente con le classi popolari contro l’assimilazione  delle  élites locali verso gli Stati,   un elemento centrale del suo progetto politico. Come notato da Federico Krutwig, un ideologo leader di ETA, “nel caso basco è così rivoluzionario parlare basco (o impararlo quando non lo si conosce) che mettere un carico di plastico”.

Uno delle principali espressioni dottrinali di questa esplosione nazionalista  fu la Carta di Brest, un manifesto pubblicato il 3 febbraio 1974, in cui si dichiarava l’adesione  alla lotta comune per un’Europa socialista dei popoli liberi e sovrani. Questo documento  fu firmato da diverse organizzazioni dell’ Irlanda (IRM, Sinn Fein e l’IRA ufficiale), del  Galles (Cymru Goch), della  Bretagna (UDB), della Galizia (UPG), di Euskal Herria (EHAS, per Iparralde, e HASI, per Hegoalde ), della Catalunya (Esquerra Catalana dels Treballadors, nel nord continentale,  e PSAN-p, per la parte penisulare meridionale),  dell’Occitania (Lucha Occitana) e della Sardegna (Su Populu Sardu). Questi movimenti nazionali di sinistra anticapitalista cercarono  di acquisire visibilità e ruolo sociale in quei territori “dove (…) coprivano un gap generazionale più o meno accentuato, dove non c’era alcuna base sociale adeguata per un partito nazionalista di centro (Galizia), o dove le circostanze di un conflitto etnico, sociale e della repressione di Stato hanno creato un terreno fertile,  adatto per la riproduzione di teorie pratiche di lotta armata (Paesi Baschi, Irlanda del Nord, Corsica) “. Di fronte ai partiti tradizionali del nazionalismo localista e del movimento operaio, che nei casi migliori oscillavano tra i parametri del riformismo sociale e politica autonomista, mentre altri erano  ancorati nel conservatorismo clericale o nello statalismo giacobino, il nazionalismo rivoluzionario configurò la sua identità in termini di rottura radicale, sia con gli Stati-Nazione sia con il sistema capitalista.

CVD: Il candidato Selahattin Demirtaş rimane in carcere – di Gianni Sartori

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La conferma è venuta il 22 maggio. Com’era prevedibile l’appello per la scarcerazione di Selahattin Demirtas, in quanto candidato alle presidenziali del 24 giugno in Turchia, non è stato accolto dalle autorità giudiziarie. L’ex co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP), in carcere dal novembre 2016, rimane a Silivfri. Dietro le sbarre. Qualche giorno prima Ayhan Bilgen – portavoce di HDP – aveva annunciato di aver “presentato domanda per il rilascio” in quanto ciò avrebbe rappresentato un “prerequisito indispensabile al fine di elezioni che si svolgano sulle medesime basi per tutti i candidati”. Ossia con la possibilità di condurre liberamente la propria campagna elettorale. In precedenza anche l’avvocato di Demirtas – Mahsuni Karaman – aveva evocato tale possibilità peccando, presumibilmente, di eccessivo ottimismo.

Ricordando come non fossero emersi ostacoli alla candidatura dell’ex co-presidente (la sua registrazione era stata approvata immediatamente), Ayhan Bilgen ribadiva la convinzione di HDP che “quello contro Demirtas non è un processo solo giudiziario”.

Accusato sia di “propaganda terroristica” che di “insulti alla presidenza” (e addirittura di “appartenenza a organizzazione terroristica”).  Demirtas rischia oltre 140 di galera.

Analizzandone il programma (il Nuovo “Contratto Sociale” presentato dai due attuali co-presidenti Pervin Buldan e Sekal Temelli) e le liste dei candidati, emerge con evidenza quale sia l’impegno di HDP nel voler scrivere “una nuova Costituzione  per una nuova Turchia democratica fondata sul laicismo liberale, sul pluralismo, sul multilinguismo, sulla multiconfessionalità e la cittadinanza eguale”.

Una nuova Costituzione democratica basata su tali principi può essere scritta “soltanto da persone provenienti da ambiti diversi della società” – come appunto i candidati inseriti nelle liste elettorali di HDP. Liste che esprimono sia le diverse popolazioni presenti nel Paese, sia le diverse credenze religiose, identità, linguaggi e culture (turco, curdo, armeno, assiro, arabo, yazida, cristiano, alevita, musulmano…). Va poi sottolineata la notevole presenza di donne nelle liste.

HDP ha ora in mano una sua “tabella di marcia per la democratizzazione” in grado di affrontare e risolvere “i problemi riscontrati durante il regime di un solo uomo”. Quanto alla fondamentale questione curda, per HDP “la soluzione è collegata al processo di democratizzazione in Turchia. La Pace – si può leggere nel documento – non è solo assenza di conflitto, morte e sofferenze” ma anche allo stesso tempo “un vero lavoro verso la convivenza”. Per questo HDP ha voluto assicurarsi che tutti i settori della società fossero adeguatamente rappresentati nella “Casa comune” anticipata dalle sue liste elettorali (e quindi – un domani – in Parlamento): donne, studenti, giornalisti, politici incarcerati, sindacati, accademici, artisti, esponenti della società civile…

Non mancano ragioni per essere speranzosi. Già nel giugno del 2015 HDP aveva conquistato il 13,5% dei voti (provenienti, oltre che dai curdi, da una parte dell’elettorato di sinistra, dal mondo ecologista e dalle minoranze oppresse). Poi era scattata la violenta operazione militare contro le città curde del sud-est e in novembre il partito al potere (l’AKP di Erdogan) aveva imposto le elezioni anticipate.

Paradossalmente, anche alcuni dei suoi avversari (Muharren Ince, candidato di CHP e Meral Aksener, candidato di IYI) ne avevano richiesto la scarcerazione. Un appello era giunto, pare, perfino dall’islamista Temel Karamollaoglu (ma – ovviamente – non dal candidato di AKP, Recep Tayip Erdogan).

Sempre in merito alla prossima scadenza elettorale, va segnalata la decisa presa di posizione di Wefan Hisen,  co-presidente dell’Assemblea di Shebba (cittadina nel Nord della Siria dove avevano trovato rifugio migliaia di persone che non volevano sottostare alla dittatura di Erdogan e che qui avevano contribuito a realizzare l’autogoverno nella prospettiva del Confederalismo democratico).
“Come donne arabe siamo pronte a porre fine alla dittatura – ha dichiarato Wefan Hisen, invitando contemporaneamente i popoli della Turchia a “ricordarsi degli attacchi contro Afrin mentre andranno ai seggi il 24 giugno”. A suo avviso “le politiche di guerra e di oppressione dell’AKP stanno trascinando la Turchia sull’orlo della guerra. Non solo i curdi, ma anche le popolazioni arabe sono state sfollate con la forza da Afrin dopo gli attacchi”. Per cui ora “le donne arabe sono arrabbiate e non vogliono Erdogan e i gruppi da lui sostenuti sulla nostra terra”.

Gianni Sartori

 

1998 – 2018: ancora BOYCOTT! – di Gianni Sartori

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Come suggeriva Ozlem Tanrikulu (vedi l’Espresso del 15 aprile 2018) ognuno di noi può (deve o almeno: dovrebbe) fare, se non proprio la differenza, almeno qualcosina per contribuire alla difesa del popolo curdo.

Per esempio denunciando la vendita di armamenti italiani (vedi elicotteri da combattimento) poi impiegati contro i curdi. E soprattutto, tenendo conto di quante imprese italiane sono localizzate in Turchia, praticando e diffondendo il boicottaggio. Come si usava negli anni ottanta nei confronti dell’apartheid sudafricano.

Del resto i precedenti di boicottaggio in difesa della popolazione curda, oltraggiata e massacrata dalle truppe di Ankara, non mancano anche da noi.

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A una vicenda del 1998 sono legato per ragioni anche personali.

Un riepilogo per rinfrescarvi la memoria.

Nel giugno 1998 il pubblico ministero di Vicenza, Paolo Pecori, ordinò alla polizia di mettere i sigilli al server del sito “Isole nella rete” (Bologna, http://www.ecn.org) che ospitava circa 15mila pagine web di impegno militante sociale e pacifista. Tra le associazioni messe a tacere: Lila, Asicuba, “Ya Basta”, Telefono viola e le radio “Onda d’urto”, “Black out”, “Sherwood”, le riviste ZIP, Necron, Bandiera Rossa, Freedom Press. Oltre a vari sindacati di base come la CNT iberica, alcuni gruppi musicali (“99Posse”,”Sunscape”…), una quarantina di Centri sociali e la mailing list di solidarietà con il Chiapas.

Cos’era accaduto? Un paio di mesi prima (aprile 1988) la Turban Italiasrl di Milano aveva querelato per diffamazione “Isole nella rete” nelle cui pagine web dal 16 gennaio 1998 circolava il messaggio “Solidarietà al popolo curdo”. I responsabili dell’associazione no-profit denunciarono il “gravissimo attentato alla libertà di espressione” raccogliendo la solidarietà dell’Associazione per la libertà della comunicazione elettronica ((in quanto “l’atto del magistrato introduce surrettiziamente il concetto di responsabilità oggettiva del provider”) e del collettivo Luther Blisset che definì l’operato di Pecori un “provvedimento da dittatore dello stato libero di Bananas”. Con il senno di poi, forse da dei situazionisti era lecito aspettarsi qualcosa di più: comprendere che la notizia in fondo secondaria (il sequestro del server) contribuiva a oscurare quella vera, ossia la violenta repressione subita dal popolo curdo. Ma nella Società dello Spettacolo, non scordiamolo mai, è sempre “lo spettacolo che si fa merce”. A ormai 20 anni di distanza resto dell’opinione che l’invito al boicottaggio del turismo in Turchia fosse (e sia) altrettanto legittimo dell’invito a boicottare i prodotti sudafricani all’epoca dell’apartheid.

Ripropongo il testo incriminato che, dopo essere stato volantinato e pubblicato come lettera su vari organi di stampa alla fine del 1997 (perfino sul giornale diocesano!), una volta entrato in rete nel gennaio 1998 aveva suscitato la ritorsione isterica della Turban Italia:

SOLIDARIETA’ AL POPOLO KURDO – BOICOTTIAMO IL TURISMO IN TURCHIA

Ogni lira data al regime turco con il turismo è una pallottola in più contro i partigiani, le donne, i bambini curdi; questo bisogna dirlo forte e chiaro per non rendersi complici del tentativo di genocidio operato dallo stato turco contro il popolo curdo.

In coincidenza con i periodi estivi e natalizi su alcuni quotidiani e settimanali è riapparsa la pubblicità a piena pagina della Turbanitalia che invita a visitare “la Turchia più bella”. Eppure dovrebbe essere ormai di dominio pubblico quante e quali siano le ripetute violazioni dei Diritti Umani operate dal regime turco, soprattutto contro il popolo curdo: torture nelle caserme e nei commissariati, detenzioni illegali, sparizioni di oppositori a opera di veri e propri squadroni della morte parastatali… per non parlare dell’occupazione da parte dell’esercito turco del Kurdistan “iracheno” con bombardamenti di villaggi e campi profughi. L’invito della Turbanitalia ai tours e soggiorni al mare nella “Turchia più bella” è decisamente un pugno nello stomaco se confrontato con le notizie che quasi ogni settimana giungono dalle zone martoriate del Kurdistan. Nel Kurdistan “turco” 25 milioni di persone vivono sotto il giogo di 500.000 soldati e per mantenere la sua “guerra sporca” contro questo popolo lo stato turco fa affidamento soprattutto sulla valuta pregiata del turismo che frutta ogni anno oltre dieci miliardi di dollari. Non esiste città turca nelle cui prigioni non si torturi, nei cui dintorni non sorgano bidonvilles di sfollati dai 3500 villaggi curdi distrutti. Le proteste dei prigionieri vengono regolarmente represse a colpi di spranga e i familiari riescono con difficoltà a farsi restituire i cadaveri. Intanto nei campi profughi assediati dall’esercito e da miliziani filoturchi i bambini muoiono di stenti. Anche recentemente l’utilizzo del napalm da parte dell’aviazione turca (forse gli stessi piloti che vengono addestrati nelle basi NATO del Veneto) ha provocato vittime soprattutto tra i civili. In questo deserto di repressione e sofferenza i paradisi turistici decantati da Turbanitalia sono soltanto oasi blindate. Tra l’altro è risaputo che agli affari della Turban è direttamente interessata l’ex premier Ciller, ispiratrice degli squadroni della morte che hanno provocato la morte di centinaia di oppositori, kurdi e turchi.

Invitiamo quindi a boicottare le agenzie di viaggi che offrono i tour in Turchia e anche i giornali che li pubblicizzano, come gesto di solidarietà verso un popolo fiero e perseguitato.

Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli (sez. di Vicenza)

Collettivo Spartakus

f.i.p Via Quadri, 75

Vicenza, 12 gennaio 1998”

Una dichiarazione ancora attuale, direi. Tragicamente attuale.

All’epoca mi chiedevo: “Ma boicottare i complici di un genocidio è o non è reato?” Domanda regolarmente disattesa.

Sempre nel 1998 avevo poi anche scritto a Il Manifesto che, bontà sua, accettò di pubblicare il mio intervento.

Riporto testuale (titolo compreso):

E’ moralmente accettabile fare affari con un regime genocida?

Il sequestro di un intero sito web su Internet è stato presentato con un certo risalto sulla stampa. Vittima dell’operazione, l’associazione “Isole nella rete” che dà voce a più di un centinaio di associazioni, centri sociali, radio autogestite, organismi sindacali. Il tutto era iniziato con una querela per diffamazione presentata dall’agenzia Turban Italia di Milano, specializzata in vacanze in Turchia, per un messaggio diffuso attraverso il sito che invitava al boicottaggio dei viaggi per esprimere solidarietà al popolo curdo perseguitato dal regime di Ankara. Tale richiesta nasceva dalla singolare omonimia del nome e del logo (e stessi alberghi) tra la Turban italiana e la Turban turca, una società governativa legata alla figura dell’ex premier Tansu Ciller e agli scandali emersi in merito alla “guerra sporca” contro i curdi e l’opposizione di sinistra. Il risalto dato al provvedimento in quanto violazione della libertà di espressione, sembra però aver oscurato la ragione principale del comunicato che resta la denuncia delle persecuzioni subite dal popolo curdo e delle complicità internazionali. Negli anni ottanta era prassi normale, sia da parte dei gruppi della sinistra che di molte associazioni di area cattolica, chiedere il boicottaggio nei confronti dei prodotti sudafricani, delle banche che finanziavano il regime razzista di Pretoria, delle compagnie turistiche. Ma ora i tempi sono cambiati e assistiamo alla sceneggiata contro un comunicato che, comunque, ha costretto la Turban Italia a uscire allo scoperto e a parlare dei curdi nei suoi prospetti informativi, arrampicandosi sugli specchi per giustificare la politica repressiva della Turchia. Se non fossimo di fronte alla tragedia di un intero popolo, le tesi sostenute nei “programmi estate 1998”, oltre che facilmente confutabili, sarebbero risibili. Fanno pensare alle veline prodotte dall’ambasciata o dai servizi segreti turchi. I curdi, secondo Turban Italia, si sarebbero trasferiti tutti a Istanbul, Ankara e nelle altre metropoli turche in cerca di condizioni di lavoro più favorevoli. Sulle montagne rimaste spopolate arriverebbero altri curdi dall’Iraq costringendo l’esercito turco a proteggere le frontiere. In realtà è l’esercito turco che sconfina per bombardare i campi profughi dei curdi in Iraq.

(Gianni Sartori, il Manifesto 7 agosto 1998)”

Tornando all’oggi, possiamo dire che almeno dal 2015-2016 (quando Ankara operava distruttivamente in Bakur contro i curdi) anche in Europa, particolarmente in Francia, si è andata delineando una campagna internazionale per sanzionare la Turchia. In particolare boicottando il turismo (e le agenzie turistiche) e i prodotti turchi importati nel vecchio continente.

Con la recente aggressione colonialista contro Afrin, l’operazione di pulizia etnica in atto e il tentativo di annichilire l’esperienza del Confederalismo democratico in Rojava, diventa quantomai doveroso esprimere pubblicamente una severa condanna nei confronti dello Stato turco.

Appare improbabile che tale condanna possa provenire dagli attuali governi europei o da altri organismi istituzionali. Di sicuro né Parigi, né Berlino (e tantomeno Roma) proporranno sanzioni contro Ankara. Anzi, è probabile che consentiranno tacitamente all’alleato e socio in affari Erdogan di portare a termine il lavoro sporco iniziato due anni fa in Bakur. Voltando la schiena ai curdi e dando prova quantomeno di ingratitudine visto che gran parte del merito per la sconfitta dello Stato islamico spetta sicuramente ai combattenti delle YPG.

Tocca quindi alla “società civile” europea, ai singolo cittadini lanciare e mettere in pratica la parola d’ordine del boicottaggio.

Arma semplice, non violenta, comunque efficace. Già adottata dai contadini poveri irlandesi (auto-organizzati nell’Irish Land League) nel 1880 contro un amministratore terriero, un militare inglese e sfruttatore: Charles Cunningham Boycott.

Quale momento migliore di questo quando si sta per aprire la stagione turistica?

Quale occasione migliore per non essere ancora complici di un genocidio contribuendo finanziariamente alla politica militarista e colonialista di Ankara?

Gianni Sartori