#Kurds #Opinioni – SULL’UTILIZZO DELLA SCRITTA “DONNA, VITA, LIBERTA’” PER CECILIA SALA: FEMINIST WASHING O APPROPRIAZIONE INDEBITA? – di Gianni Sartori

Vuoi per l’intrinseca bontà d’animo che mi contraddistingue, vuoi perché in fondo potrebbe essere non solo mia figlia, ma quasi mia nipote, avevo sinceramente sperato in una rapida soluzione del caso Cecilia Sala (nonostante Il Foglio sia tutto fuorché il mio quotidiano di riferimento).

Tuttavia, vedendo in sovraimpressione all’ennesima trasmissione-dibattito sull’avvenuta liberazione, la scritta “Donna, Vita, Libertà” francamente mi son girati i cosiddetti.

Direi che a tutto c’è un limite. Anche se lo slogan originariamente curdo era già stato “deturnato” e addomesticato in generica richiesta di “emancipazione femminile”. E pure utilizzato come sfondo per gli interventi di una parlamentare europea che non mi pare si sia mai sprecata più di tanto per la questione curda.

Come sottolineava Dastan Jasim “gli Stati dell’Unione Europea e della NATO si vanno appropriando di alcuni aspetti della lotta delle donne curde adottando una forma di “feminist washing”, utilizzando i principi di “Jin, Jiyan, Azadi” per i loro interessi geostrategici e per la loro egemonia. Ma si guardano bene dall’opporsi alla Turchia”.

Ricordando come la ministra tedesca degli Affari Esteri Annalena Baerbock abbia “adottato Jin, Jiyan, Azadi per le donne dell’Afghanistan, ma la Germania non riconosce che questa filosofia proviene dai Curdi e dalla resistenza dei Curdi”.

Da parte su Elif Kaya (Centro di Jineologia di Bruxelles) precisava che lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi era nato in una lingua proibita, il curdo”. Il suo autentico significato è quello di “sostenere che una società in cui le donne non sono libere, non può essere considerata una società libera”. (v. https://www.osservatoriorepressione.info/feminist-washing-appropriazione-indebita-della-lotta-delle-donne-curde/ ).

Ovviamente non riguarda soltanto l’Iran, ma anche la Turchia. Donne curde come Hevin Khalaf (v. https://centrostudidialogo.com/?s=due+anni+dal+barbaro+assassinio ) e Nagihan Akarsel sono state assassinate da mercenari filo-turchi in base agli stessi orrendi principi che hanno portato all’uccisione di Jina Amini in Iran.

Lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” riguarda ognuna di loro così come tutte le prigioniere politiche torturate, violentate, assassinate nelle carceri sia di Ankara che di Teheran. Non è roba da borghesia radical-chic: è un messaggio rivoluzionario scandito dalle combattenti curde e scritto sui muri delle celle.

La facciata del carcere di Evin (con quel colore giallino rancido, quell’aspetto da supermercato…) riproposta in televisione ogni qualvolta si parlava di Cecilia Sala era stato un continuo déjà-vu.

Immagine ormai familiare in quanto utilizzata varie volte per miei articoli (v. https://centrostudidialogo.com/2024/07/31/ ) sulle prigioniere politiche curde qui rinchiuse, comprese le condannate a morte.

Chissà se la rivedremo ancora in TV.

Infatti, mentre Cecilia Sala è tornata felicemente a casa (buon per lei naturalmente), altre donne militanti per i diritti umani e per il diritto dei popoli (anche giornaliste) rimangono recluse in condizioni indegne. A Evin come in tante galere sia iraniane che turche (per saperne di più sulle violazioni dei diritti umani in novanta prigioni turche consultare il documento diffuso in gennaio dalla Federazione delle Associazioni di Assistenza Giuridica e di Solidarietà con le Famiglie dei Prigionieri, MED TUHAD-FED e dall’Associazione degli Avvocati per la Libertà, ÖHD).

In questi giorni sarebbe poi stata confermata la condanna a morte (per “ribellione”) della femminista curda Pakhshan Azizi detenuta proprio a Evin (e rischia lo stesso destino un’altra attivista curda, Verisheh Moradi). Del resto sono state almeno 31 (quelle accertate, dati per difetto) le donne impiccate in Iran nel 2024 secondo l’Ong Iran Human Rights (per un totale di 241 negli ultimi 14 anni).

Così come – in base ai dati forniti dalla piattaforma femminista Kadın Cinayetlerini Durduracağız Platformu (KCDP) – almeno 394 donne (numero per difetto, si tratta solo di quelle accertate) sono state uccise in Turchia nel corso del 2024. E su decine e decine di altri casi aleggiano forti sospetti. Almeno 19 quelle assassinate in dicembre (e ben 33 casi “sospetti”).

E sempre in Turchia, nel corso del 2024 (dati forniti dall’Associazione delle Donne Giornaliste di Mesopotamia-MGK) 30 giornaliste sono state aggredite, dieci assalite in casa loro, otto convocate per essere interrogate dalla polizia, almeno quattro (per altre fonti sette) incarcerate, ben 45 sottoposte a torture, 17 assassinate. E’ andata meglio ad altre 45 a cui si è soltanto impedito di svolgere il proprio lavoro.

Tra gli ultimi episodi, l’arresto avvenuto il 7 gennaio della giornalista curda Derya Ren mentre era al lavoro nel quartiere Belqis di Dîlok.

Per non parlare del fatto che Ankara sta impedendo ai familiari della giornalista curda (ma cittadina turca) Cihan Bilgin, assassinata in Rojava da un drone turco, di riportarne il corpo in Turchia (nel Kurdistan del Nord, Bakur). Così come avviene per il giornalista curdo Nazım Daştan ucciso nelle stesse circostanze.

Sarebbe cosa buona e giusta se ora Cecilia Sala, consapevole di essere comunque una privilegiata (il padre, già senior advisor della banca JP Morgan, è attualmente amministratore indipendente a Mps) e spendendo a fin di bene la notorietà acquisita, decidesse di farsene carico, scrivere, denunciare. Mi pare il minimo.

Gianni Sartori

#DialogoEuroregionalista – anno 8 numero 4 – gli autori

Da sabato 11 gennaio sarà disponibile su questo Blog il nuovo numero di Dialogo Euroregionalista in versione digitale e in download gratuito.

Hanno collaborato al numero: Lancelot (per la copertina), Gianluca Marchi, David Cordoba Bou, Bojan Brezigar, Frédéric Bertocchini (per la graphic novel su Pasquale Paoli), Manuel Rivas, Héctor Bujari Santorum, Elena Barbieri, Gianni Sartori e Patrizia Gattaceca.

#Asia #Popoli – LA CINA VA COLONIZZANDO IL BHUTAN ANCHE CON IL “TURISMO PATRIOTTICO” – di Gianni Sartori

Risaliva a quasi dieci anni fa (ottobre 2015) l’annuncio ufficiale da parte di Pechino della costruzione di un nuovo villaggio, Gyalaphug (in tibetano, Jieluobu in cinese), nella parte meridionale della regione, formalmente autonoma, del Tibet.

Ma in realtà, Gyalaphug era sorto all’interno del Bhutan.

Un altro tassello di un processo di colonizzazione messo in campo da Pechino ai danni dell’antico regno buddista. Una monarchia costituzionale (denominata ufficialmente Druk Yul) in cui per legge almeno il 60% del territorio statale deve rimanere coperto dalle foreste (per lo più conifere autoctone). Una strategia, quella cinese, da interpretare in chiave “anti-indiana”.

Verso la fine dell’anno scorso, grazie alle immagini satellitari, il numero dei villaggi individuati si quantificava in oltre una ventina. Di cui (stando alla denuncia della rete di analisti Turquoise Roof) almeno sette costruiti nel 2024. Abitati, si calcola, da circa settemila coloni, in origine pastori, a cui si sono via via aggiunti soprattutto militari. A ben 4mila metri di quota, in aree impervie, poco adatte all’agricoltura e all’allevamento, ma rilevanti strategicamente. Sempre secondo Turquoise Roof, negli ultimi anni la Cina si sarebbe appropriata di circa 825 km² (più del 2% del territorio bhutanese).

Una dozzina di villaggi sorgono nelle regioni (oltre un secolo fa donate dal Tibet indipendente al Bhutan) di Beyul Khenpajong e di Menchuma. Gli altri sull’altopiano di Doklam.

Strategicamente i più importanti in quanto consentirebbero, in caso di conflitto, un accesso immediato alle frontiere indiane.

Per almeno tre di questi villaggi è già stata avviata la trasformazione in vere città. Così come dai primi posti di controllo sono derivate strutture militari permanenti.

Nonostante gli incentivi statali (chi accetta di trasferirsi qui riceve consistenti sussidi, l’equivalente di circa 3mila dollari all’anno), la colonizzazione procedeva lentamente a causa delle oggettive difficoltà ambientali. Per cui il governo, oltre a costruire strade, va promuovendo campagne di “turismo patriottico” invitando i cittadini cinesi a dare dimostrazione del loro amore per la patria visitando e percorrendo i territori incontaminati di queste “Alpi” bhutanesi occupate manu militari. Confermando la sostanziale natura colonizzatrice del turismo. Sia di quello consumista occidentale che di quello nazional-patriottico (sovranista ?) cinese.

Mettendo il Bhutan di fronte al fatto compiuto, Pechino intende probabilmente proporre uno scambio: restituire le aree della zona nord-orientale (Beyul Khenpajong e Menchuma) in cambio della definitiva rinuncia da parte di Thimphu dell’altopiano occidentale del Doklam, strategicamente il più importante nel caso di ulteriori contenziosi con l’India. Già nel 2017 l’esercito indiano era intervenuto per impedire un tentativo cinese di installarsi nella cresta meridionale del Doklan. Appare evidente che la realizzazione di ulteriori insediamenti, oltre a violare la sovranità nazionale del Bhutan, esaspera le tensioni indo-cinesi. Sovrapponendosi ad altre questioni in sospeso come quella del Ladakh (rivendicato oltre che da Nuova Delhi e Pechino anche da Islamabad).

Alcuni osservatori ipotizzano che – in cambio della definitiva acquisizione dell’altopiano del Doklan – la Cina potrebbe restituire al Bhutan anche la valle di Pagsamlung (di grande rilevanza religiosa e culturale). Annessa da tempo con avamposti militari anche se non ufficialmente (non rientra nell’attuale cartografia cinese).

Gianni Sartori

#Popoli #Kurds – NELLO SPIRITO DI LELIO BASSO, IL TPP SI RIUNIRA’ A BRUXELLES PER I DIRITTI DEL POPOLO CURDO – di Gianni Sartori

In risposta alle petizioni delle organizzazioni per i diritti umani e di alcune entità giuridiche europee e del Rojava, per il 5 e 6 febbraio 2025 è stata convocata una sessione del TPP (Tribunale Permanente dei Popoli) alla Vrije Universiteit Brussel (VUB) di Bruxelles.

Per esaminare le denunce di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra commessi dalla Turchia e dai suoi alleati (mercenari jihadisti) nel nord e nell’est della Siria (Rojava, in curdo l’Ovest). In particolare gli spostamenti forzati della popolazione, l’uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali, gli omicidi selettivi (extragiudiziali), le torture e la distruzione del patrimonio culturale.

Quanto avviene – sistematicamente e del tutto impunemente – almeno dal 2018 anche in questa parte del Kurdistan (quella occidentale, l’ovest appunto). Colpendo non solo i curdi, ma ogni altra “minoranza” qui presente. Tutte, se pur in diversa misura, coinvolte nel grande esperimento libertario di autogoverno popolare fondato sull’ecologia sociale, il protagonismo delle donne, la convivenza tra le diverse etnie, credenze religiose etc.

Tra le questioni che verranno affrontate (con testimonianze di prima mano, analisi di esperti e prove materiali di quanto sta avvenendo in questo lembo del Medio oriente), quella degli spostamenti forzati della popolazione. Come è avvenuto in Afrin (Efrin) e Ras al-Ayn (Serekaniye), occupate da Ankara tra il 2018 e il 2019. E dove si registrano innumerevoli casi di sequestri e violenza di genere.

Verrò poi analizzata la questione del (per ora presunto) uso di armi proibite (fosforo bianco e altro) anche contro i civili e strutture pubbliche come scuole e ospedali.

Tra gli episodi di uccisioni selettive (extragiudiziarie) di civili non combattenti, il più noto è quello costato la vita di Hevrin Khalaf nell’ottobre 2020 (dopo brutali violenze da parte di mercenari filo-turchi).

Senza poi trascurare la distruzione, il saccheggio di un ingente patrimonio culturale (v. in particolare i santuari ezidi).

Capitolo a parte (alquanto doloroso), l’utilizzo della tortura. Insieme ai sequestri di persona, un metodo sperimentato per reprimere, soffocare, annichilire l’identità della popolazione. E far naufragare la storica testimonianza di una democrazia diretta di massa (il Confederalismo democratico) sperimentata in Rojava. La convocazione del TPP del febbraio 2025 si pone in continuità non solo ideale con le sessioni precedenti. Sia in difesa dei diritti delle minoranze che in aperta critica ai regimi totalitari e alle politiche finanziarie internazionali. Fondato a Bologna nel 1979, su iniziativa di Lelio Basso, il TPP ha rappresentato in tutti questi anni una “voce delle vittime”, anche di quelle inascoltate (come appunto i curdi).

Possiamo considerarlo una derivazione del precedente Tribunale Russel, della Carta di Algeri e della Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli (fondata sempre da Lelio Basso nel 1976).

In base all’art. 2 dello statuto, l’opera del TPP si fonda sul “promuovere il rispetto universale ed effettivo dei diritti fondamentali dei popoli, determinando se tali diritti sono violati, esaminando le cause di tali violazioni e denunciando all’opinione pubblica mondiale i loro autori”.

Richiamandosi a vari trattati e dichiarazioni internazionale, tra cui la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni.

Gianni Sartori

#Popoli #Kurds – MA GLI EZIDI SONO DA CONSIDERARE CURDI O NO? FORSE LA QUESTIONE E’ UN’ALTRA… – di Gianni Sartori

Recentemente un esperto in materia (vero o presunto non è dato di sapere) aveva contestato con un commento un mio articolo su Brescia anticapitalista dove parlavo di “curdi ezidi”. Sostenendo, l’esperto, che si tratterebbe di due popoli completamente diversi. Anzi, mentre degli ezidi è confermata l’antichità, i curdi sarebbero un popolo molto più recente. Sul momento avevo lasciato perdere dato che la questione è complessa e in fondo ognuno è libero di pensarla come meglio crede.

Avevo soltanto scritto a Flavio Guidi spiegando che (testuale) “non sono un antropologo naturalmente, ma – da proletario auto-alfabetizzato – comunque conosco alcune delle diverse opinioni in proposito, NON sempre “disinteressate” a mio parere.

Per es. Saddam li aveva classificati come “arabi” (per ragioni di statistica), ma poi li trattava malissimo. Diffido anche di qualche antropologo statunitense che insisteva molto sulla differenza (divide et impera ?).

Che io sappia, 30 o 40 anni fa degli ezidi (o yazidi) ne parlavano solo e soltanto i curdi. Difendendone le tradizioni, l’identità etc. Inoltre senza i partigiani (curdi) scesi dalle montagne in Iraq al tempo dell’Isis non se ne sarebbe salvato nessuno. Quanto alla lingua (elemento determinante per i popoli minorizzati, dai baschi ai catalani, ai corsi..) quella parlata dagli ezidi è uno dei principali “dialetti” curdi”. Dato poi che l’esperto insisteva sulle differenze tra la religione ancestrale degli ezidi e i curdi genericamente definiti “sunniti” , aggiungevo che: “per quanto riguarda l’aspetto religioso  i curdi sono sia sunniti che sciiti, ma esiste anche una consistente componente alevita (oltre a quelli atei ovviamente). Ne conosco anche di “animisti” e – forse – anche mazdei. Non penso proprio che i curdi, così attenti a salvaguardare il pluralismo religioso, etnico, politico… intendano appropriarsene più di tanto. Se scrivono “curdi ezidi” lo fanno a ragion veduta. Quanto alla loro maggiore o minore “antichità”, si dice che i curdi discendano dai Medi, nientemeno”. Aggiungendo infine che “per un po’ ho usato il termine ezidi da solo, ma poi mi sono adeguato a quanto scrivono in genere i compagni curdi (e anche quelli ezidi, almeno credo)”.

E per quanto mi riguarda era finita lì. Ma ora vedo che negli ultimi proclami ispirati da Recep Tayyp Erdogan (ormai avviato a ristabilire un protettorato neo-ottomano sulla Siria, v. le previste basi militari turche a Homs e Damasco) Hakan Fidana, ministro degli esteri turco, invita le minoranze “alawite, yazide e cristiane” a considerare la Turchia come il loro “pastore e protettore”. Scavalcando di fatto lo stesso ex (ex ?) esponente di al Qaida Al Jolani che recentemente parlando dei cristiani li aveva definiti “parte integrante e importante della storia del popolo siriano”. Ovviamente tra le “minoranze” (personalmente preferisco parlare di “popoli minorizzati” in quanto separati artificialmente da confini statali imposti) citate da Hakan Fidana manca quella curda.

Ai curdi infatti lo stesso Erdogan aveva riservato un messaggio “personale” assai minaccioso ancora il 25 dicembre: “I combattenti curdi in Siria devono decidere se deporre le armi o venir sepolti in Siria assieme a quelle stesse armi”.

E sappiamo che sta operando con questi precisi intenti (o almeno ci prova).

Per cui, qui e ora, insistere sulle differenze tra ezidi e curdi mi sembra alquanto strumentale. Non una questione accademica, ma l’ennesimo esempio di “divide et impera”. In questo caso a favore di Ankara.

Gianni Sartori