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INCONTRI SUL WEB – 6° puntata – “Scotland the Brave” – con PAOLA BONESU
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#Veneto #Solidarietà – A SETTANTA ANNI DALLA FONDAZIONE DEL CUAMM MEDICI CON L’AFRICA, A VENTI DALLA MORTE DI SARA LESSIO E A CINQUE DA QUELLA DI DON LUIGI MAZZUCATO – di Gianni Sartori

Tu chiamale se vuoi coincidenze…
Una premessa sulle ragioni per cui ho riesumato questo articolo-intervista del lontano 2006.
Sapendo che cadeva il settantesimo anniversario del CUAMM Medici con l’Africa (la prima Ong italiana, fondata nel 1950 dal professor Francesco Canova di Bassano), dopo averlo rinviato per giorni, stamattina 26 novembre 2020 (con il senno di poi una prima coincidenza) avevo cercato in archivio qualche vecchio articolo sull’argomento. In particolare ne ritrovavo due: un incontro con don Luigi Mazzucato e un altro con il professor Giovanni Baruffa.
La cosa poteva finir lì, ma – sempre oggi 26 novembre 2020 – sul Giornale di Vicenza leggevo casualmente un necrologio in memoria di Sara Lessio, giovane dottoressa bassanese scomparsa venti anni fa tragicamente (investita da un’auto mentre andava in bicicletta, quando negli Stati Uniti si stava preparando per andare in Africa). Sara era entrata al CUAMM (Collegio Universitario per Aspiranti e Medici Missionari) partecipando alla formazione e all’approfondimento sui temi specifici riguardanti situazioni, progetti realizzati e progetti da realizzare in Africa.
Altra coincidenza: la sua morte risaliva al 26 novembre del 2000. Vedo poi – sempre nel necrologio per Sara Lessio – che durante la messa in sua memoria verrà ricordato anche don Luigi e scopro che anche lui se n’era andato il 26 novembre, cinque anni fa. Ancora una coincidenza.
Non era finita però. Controllo la data del mio vecchio articolo su don Luigi (uscito sul settimanale diocesano, la Voce dei Berici) e resto…se non basito quantomeno perplesso. E’ infatti del 26 novembre (2006).
Abbastanza per mettere in crisi anche un agnostico praticante come il sottoscritto.
Comunque ecco l’articolo in onore di don Luigi Mazzucato, di Sara Lessio e di Francesco Canova. Tutte persone sicuramente di buona volontà.
“L’UNICA COSA CHE NON CI SERVE E’ L’INDIFFERENZA”
Un incontro con don Luigi Mazzucato, esponente di “Cuamm medici con l’Africa” (Gianni Sartori, 26 novembre 2006)
Diversamente da altre organizzazioni non governative che operano utilizzando anche la spettacolarizzazione mediatica, “Medici con l’Africa Cuamm” agisce puntando su un lavoro di anni e anni, sulla presenza costante, con operatori che restano anche dopo la scadenza del contratto, spesso gratis. Per molti è l’”investimento di una vita”.
Abbiamo incontrato don Luigi Mazzucato, l’esponente più rappresentativo di “medici con l’Africa Cuamm”, per parlare della Giornata mondiale dell’Aids che ricorre il 1° dicembre, e il nostro interlocutore ha sottolineato che questo “male feroce si sta mangiando giorno dopo giorno un pezzo di Africa”. Fornisce dati impressionanti. Nell’area subsahariana gli ammalati sono oltre 25 milioni e nel 2005 i decessi dovuti al virus Hiv sono stati 2,5 milioni.
Ricorda che “i primi casi di una “malattia strana” sono stati osservati nel 1984 in Tanzania, nei pressi del Lago Vittoria, dai nostri medici”. Con il locale Ministero della Sanità all’epoca venne “organizzato un seminario di cui poi abbiamo pubblicato gli atti. Negli anni successivi è scoppiata la pandemia”. Nel 1985, durante uno dei suoi numerosi viaggi in Africa, don Luigi si trovò a visitare un ospedale ugandese “in cui c’era un reparto con una quarantina di malati di aids”: I medici gli dissero che “nel giro di due anni nessuno sarebbe sopravvissuto”. Ormai questo dramma si è “esteso a tutta l’Africa subsahariana, con una quantità infinita di morti. In Tanzania ormai il 70% delle ammissioni ospedaliere è legato all’Aids”.
Una tragedia, come ha ricordato Nelson Mandela “peggiore delle guerre, delle carestie, della malaria, devastante per le famiglie, per le comunità e per tutta la società africana”: Il vecchio leader sudafricano ha dichiarato che “decenni sono stati tagliati dalla speranza di vita della popolazione e la mortalità infantile è destinata a raddoppiare. L’Aids sta spazzando via i progressi nello sviluppo fatti negli ultimi anni e sta sabotando il futuro dell’Africa”.
Nascere senza Aids
“In questo momento – spiega don Luigi – abbiamo 57 progetti in corso e un centinaio di iniziative di supporto. Affrontiamo l’Aids formando il personale locale, creando consapevolezza sulla gravità della malattia con attività sul territorio, informazione, educazione sanitaria”.
L’altro aspetto della battaglia condotta dal Cuamm è “la creazione di strutture, laboratori, servizi per la prevenzione (controlli, test Hiv…) e per la cura”.
Oggi la situazione è cambiata rispetto a qualche anno fa ed “è possibile accedere ai farmaci anche per chi non può acquistarli, ma l’utilizzo non è semplice, bisogna usarli adeguatamente. E’ una cura che dura tutta la vita”. Serve quindi personale in grado di “fare e leggere i test, prescrivere le medicine…”.
Tra i progetti più significativi del Cuamm vi è “Nascere senza Aids”, un intervento specifico volto a impedire che la malattia si trasmetta dalla madre al bambino al momento del parto. Con i farmaci adatti “nella maggioranza dei casi si evita la trasmissione. Questo salvare la madre e preservare il bambino è un punto cardinale per molti organismi internazionali per l’infanzia”.
Ormai l’Africa, soprattutto a causa dell’Aids, è “un continente di orfani e attualmente il 45% della popolazione subsahariana è al di sotto di 15 anni”. Oltre che devastante per le famiglie, questa situazione è “drammatica per l’intera società, dato che è stata falcidiata la fascia dell’età produttiva. In particolare l’Aids ha colpito anche chi operava nella sanità e nella scuola, con conseguenze socioeconomiche facilmente immaginabili”.
In alcuni recenti articoli si è parlato dei metodi aberranti utilizzati in alcune zone dell’Africa, nell’illusione che potessero contrastare l’Aids. Per don Luigi anche queste notizie confermano che “la capacità di dialogare con credenze e sistemi culturali diversi è una componente fondamentale del medico”. Quindi, da un punto di vista sanitario, è fondamentale “istruire, informare in maniera adeguata e obiettiva”.
Prevenire, curare, riabilitare
“Negli ultimi anni – conclude don Luigi – oltre a quello curativo, si è puntato molto sull’aspetto preventivo. Ora sta diventando fondamentale anche quello riabilitativo, visto che in Africa la popolazione dei disabili è una vera moltitudine. Integrando i tre momenti con progetti specifici, operiamo affinché quello alla salute sia veramente un diritto umano fondamentale, come quello all’istruzione, alla libertà. La salute intesa in senso globale, complessivo”.
Oggi “da parte nostra c’è anche il dovere della comunicazione, dell’informazione sull’Africa. Se non si conosce, non si ama e non si aiuta. Il Vangelo dice anche di far conoscere le opere buone, i “medici invisibili” devono diventare più visibili, ma sempre mantenendo il nostro stile”.
Da fine novembre (2006 nda) il Cuamm sarà impegnato in un’opera di informazione su questi problemi per “appellarsi alle coscienze, qui in Italia, perché non se ne parla abbastanza”. Grazie alla disponibilità di alcuni gruppi editoriali partirà sulla stampa e alla radio la campagna “L’unica cosa che non ci serve è l’indifferenza”.
Cuamm: medici invisibili
Don Luigi ci spiega che “fondato nel 1950 dal professor Francesco Canova, Medici con l’Africa Cuamm fa parte di “Volontari nel mondo – Focsiv”, la federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario. E’ membro dell’Associazione delle ong italiane e di “Medicus mundi international”, la federazione internazionale di organismi di cooperazione in campo sanitario.
Inoltre è corrispondente stabile e riconosciuto dell’Unicef e sottoscrittore del Codice di condotta della Croce rossa internazionale”.
Con i suoi oltre cinquanta progetti di cooperazione appoggia una ventina di ospedali, venticinque distretti per attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, formazione, lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, tre centri di riabilitazione motoria, tre scuole per infermieri, tre Università (in Uganda, Mozambico, Etiopia).
Per quanto riguarda il contributo di Vicenza, don Luigi ricorda i “molti volontari vicentini, a cominciare da Anacleto Dal Lago, partito nel 1955, e da Giovanni Baruffa andato in Somalia, sempre nel 1955, per poi trasferirsi in Brasile a insegnare medicina”.
I “medici invisibili” sono all’opera ormai da cinquant’anni, non solo in Africa. Hanno lavorato in Asia, soprattutto in India, Vietnam, Indonesia, oltre che in Medio Oriente e in America Latina.
Il collegio per studenti di medicina, italiani e non, è sorto soprattutto per “formare una classe medica nei Paesi di origine. I medici non italiani, provenienti da 35 paesi del Sud del mondo e usciti dal collegio in circa trent’anni sono stati 270. nei vari Paesi in via di sviluppo ne sono stati inviati 1.250, a cui bisogna aggiungere circa 300 tra infermieri e tecnici. Attualmente sono presenti in Angola, Etiopia, Kenya, Mozambico, Rwanda, Tanzania, Uganda.
Dagli anni Ottanta “ci siamo dedicati alla formazione del personale direttamente in Africa o in Asia”. A distanza di anni i risultati si fanno sentire. “Qualche giorno fa – racconta – è venuto a trovarci un nostro ex studente del Sudan, rimasto per vent’anni fuori dal suo Paese a causa della guerra. Attualmente è deputato a Khartum e incaricato di rappresentare il Sud Sudan presso l’Unione europea. Professore di chirurgia, ha creato un ospedale per assistere i profughi che stanno rientrando”.
Anche altri africani che attualmente “ricoprono un ruolo importante in ambito sanitario come il ministro della Sanità del governo del Sud Sudan e il responsabile degli ospedali del Ministero della sanità della repubblica dei Grandi laghi sono nostri ex studenti.
Spesso sono stati definiti i “medici invisibili”.
“Il nostro – spiega don Luigi – è uno stile che si ispira al Vangelo (non sappia la destra cosa fa la sinistra); noi pensiamo che bisogna soprattutto fare, poi il bene si diffonde da sé. Per questo rimaniamo a lungo. Naturalmente interveniamo anche nelle situazioni di emergenza, ma per restare, addestrare il personale locale, organizzare una duratura accessibilità si servizi anche per i più poveri, in una prospettiva di futuro sviluppo”.
I medici del Cuamm sono interlocutori abituali di ministri e capi di Stato africani. Altri sono attualmente ai vertici dell’Organizzazione mondiale della sanità, dell’Unicef, degli Uffici del Ministero degli esteri che si occupano di cooperazione internazionale.
Nei primi anni il loro lavoro in Africa si era svolto soprattutto in ambito ospedaliero, clinico e curativo, ma già nel 1975 veniva elaborato un documento sulla “medicina del territorio” che puntava sulla prevenzione (vaccinazioni, educazione sanitaria, controlli su madri e bambini), anticipando la successiva svolta in campo sanitario di molti organismi internazionali, comprese le agenzie delle Nazioni unite.
Gianni Sartori
#Kurds #Europe -Comunicato del Movimento delle donne curde in Europa (TJK-E) – segnalazione di Gianni Sartori

Nella seconda fase porteremo le nostre firme e le prove raccolte all’ONU e ad altre istituzioni pertinenti per chiedere l’avvio del processo di riconoscimento del femminicidio come crimine simile al genocidio. Il fallimento delle Nazioni Unite nel fare ciò che è necessario, infatti, incoraggia dittatori come Erdogan, che rappresentano la forma istituzionalizzata della mentalità dominata dagli uomini. Ogni firma che raccogliamo ci porterà un passo più vicino alla persecuzione del dittatore, mentre ogni voce che alziamo e ogni azione, restringerà lo spazio a disposizione dei dittatori. Diamoci forza a vicenda, unisci la tua voce alla nostra per opporci al dittatore prendendo parte a questa campagna su www.100-reasons.org.
Movimento delle donne curde in Europa (TJK-E)
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#Turkey #Kurds – LA SINISTRA RIVOLUZIONARIA TURCA, I CURDI… FRAMMENTI DI SPERANZA TRA LE MACERIE E LA PANDEMIA – di Gianni Sartori

Inizialmente il titolo di questo articolo doveva essere lapidario: “Riformista o rivoluzionaria, ma senza i curdi la sinistra turca non va da nessuna parte”. Soprattutto come “ritorsione” per le sentenze (o scemenze) emesse da qualche “giovane ricercatore” (magari affiliato a quella che possiamo definire lobby iraniana) che a più riprese ha invocato severe “punizioni” (!?!) per i curdi siriani apostrofandoli come “traditori” (di Assad). O per le sordide sortite di qualche pensionato della Rai sulla stessa lunghezza d’onda,
Ma peccavo di presunzione, evidentemente.
Nessuno (e tantomeno io) deve sentirsi legittimato nel dar lezioni a chicchessia. Però – stimolato anche da un recente articolo di Emile Bouvier – la mia impressione, almeno in parte, rimane quella.
Ovviamente con tutto il rispetto dovuto a chi resiste, pagando spesso con il carcere o con la vita, al regime dell’autocrate Erdogan.
Un regime che – stando all’analisi della sinistra radicale turca- non avrebbe poi tante altre alternative per galleggiare tra i marosi della crisi economica e sociale (o almeno per non esserne travolto). Se non quelle appunto già sperimentate di un esasperato autoritarismo condito da sfrenato nazionalismo. E – ovviamente – da molteplici interventi militari intesi e interpretati non solo come espansionismo (ricerca dello “spazio vitale”?) ma anche come forma di distrazione e consolazione di massa.
In Turchia la situazione economica non è rosea da tempo. A fine giugno si calcolava che il debito estero lordo arrivasse a 421,8 miliardi di dollari. Come sottolineava qualche addetto ai lavori (il Ministero del Tesoro e delle Finanze), corrisponderebbe al 56,8% del prodotto interno lordo del paese. Un evidente peggioramento indotto, almeno in parte, dalla pandemia che ha colpito soprattutto i lavoratori salariati, in sempre maggiori difficoltà per rate, mutui e affitti. Un sondaggio del sindacato DISK/Genel su circa 1300 lavoratori riportava che il 68% riceve un salario minimo di circa 300 dollari mensili e solo per il 23,8% lo stipendio garantiva la copertura delle spese almeno per i tre mesi successivi.
Nel frattempo il governo non rallenta la sua repressione contro la sinistra (rivoluzionaria e non), contro i curdi e ora anche contro gli armeni (con il sostegno fornito a Baku nella guerra recente).
F-16 e droni contro i comunisti turchi
Tra settembre e novembre (in tre – per ora – diverse ondate) le aree di Dersim-Ovacik Buyukkoy sono state pesantemente bombardate con elicotteri, F-16 e droni.
Un’operazione rivolta principalmente contro i militanti del TIKKO (Esercito di liberazione degli operai e contadini di Turchia), braccio armato del TKP/ML (Partito comunista di Turchia/Marxista-leninista) e che è costata la vita a vari esponenti dell’organizzazione.
La prima serie di attacchi risaliva agli inizi di settembre. Particolarmente intensi i bombardamenti con i droni dal 7 al 9 settembre quando venivano uccisi due militanti: Erol Volkan Ildem (Nubar, integrato nella guerriglia dal 2009 e membro del comitato centrale del TKP/ML) e Fadime Cakil (Rosa, 24 anni, aveva aderito al TIKKO ancora giovanissima, nel 2013).
Nei primi giorni di ottobre, nel corso dell’ennesimo bombardamento, nei pressi della città di Ovacik morivano due militanti del TKP/ML: Ali Kemal Yilmaz (Ozgur) e Gikce Kurban (Asmin). I corpi si presentavano ridotti in tali condizioni da poter essere identificati soltanto con il prelievo del DNA. Nei successivi attacchi dal 30 ottobre al 9 novembre aveva perso la vita Cumhur Sinan Oktlamaz (Deniz), esponente del comando generale del TIKKO Dersim.
Risultava sicuramente eccessiva e fuori luogo la scomposta esultanza espressa dal ministro degli Interni turco (Suleyman Soylu) per i risultati conseguiti. Alcuni dei caduti infatti erano stati anche decapitati (in stile jihadista). Una pratica di intimidazione psicologica non nuova e spesso adottata nei confronti dei combattenti curdi uccisi dalle truppe di Ankara.
Il TKP/ML sarebbe appunto una delle organizzazioni della sinistra turca che dalla lotta dei curdi ha ricavato nuove energie, una spinta per rinnovare e rilanciare le proprie iniziative politico-militari.
Stando a un rapporto risalente al 2018 dei servizi di intelligence tedeschi (BfV), l’esempio del Rojava è risultato determinate per la “seconda giovinezza” di una parte della sinistra radicale turca (clandestina e non). In particolare per coloro che hanno raggiunto la Siria per combattere a fianco dei curdi. In modo particolare i militanti del partito comunista marxista-leninista (MLKP), del TKP/ML e del TIKKO.
Convergenze rivoluzionarie
Acquista una certa rilevanza (anche per la recente guerra del Nagorno-Karabakh e per la solidarietà espressa dai curdi agli armeni, vittime di azeri e turchi) il fatto che nell’aprile del 2019 una brigata delle Forze democratiche siriane, di cui il PYD (a torto o a ragione ritenuto l’equivalente siriano del PKK) rappresenta la spina dorsale, abbia modificato la propria denominazione in quella di “Brigata del martire Nubar Ozanyan”. In onore di un esponente del Tikko, un turco di origine armena, caduto in combattimento a Raqqa contro Daesh nel 2017.
E tale convergenza non avviene solamente in Siria.
Se in passato l’intensa attività del PKK potrebbe in qualche modo aver “oscurato” (per lo meno a livello mediatico) le organizzazioni rivoluzionarie turche di sinistra, oggi la situazione appare quasi ribaltata. Dal 2016 è attivo, operante il Movimento rivoluzionario unito dei popoli (HBDH): un’alleanza tra il PKK e vari movimenti turchi (nove per la precisione) di estrema sinistra.
Ma facciamo qualche passo indietro.
Risaliva al settembre 1980 uno dei colpi di stato dalle conseguenze tra le più profonde e durature in Turchia. Destinato a incidere – e modificare – radicalmente anche lo scenario antagonista e rivoluzionario, letteralmente devastato dall’inasprimento repressivo.
Nel breve giro di qualche mese solamente Dev Sol (Devrimci Sol) e TKP/ML – se pur barcollanti – davano prova di poter resistere, sopravvivere all’attacco manu militari del governo e mantenere un certo grado di operatività.
Anche a livello di lotta armata. Non è questo il luogo per stabilirne la liceità o meno (sul piano etico, morale, politico…) in un contesto particolare come quello turco. Esisteva, esiste e si tratta di prenderne atto.
Così come, sempre in Turchia, esistono la tortura, le uccisioni extragiudiziali, i prigionieri di opinione, i desaparecidos, le squadre della morte, la repressione e il terrore di Stato…
E anche di questo bisognerebbe prenderne atto e tirare qualche conclusione.
Torniamo agli anni ottanta. Nel contesto del dopo-golpe, altri gruppi- la gran parte – andavano in frantumi tra scissioni e discussioni.
Nel sottobosco rivoluzionario turco dell’epoca si muoveva una miriade (diverse decine) di movimenti, partiti, partitini e organizzazioni. Tra questi il THKO e il THKP-C, derivati dalle diverse correnti preesistenti nel movimento comunista. Rispettivamente, da quella di Deniz Gezmic il primo, da quella di Mahir Cayan l’altro, il THKP-C (secondo cui la Turchia è sostanzialmente una “neo-colonia” e la rivoluzione sarebbe non solo necessaria, ma “urgente”).
Senza dimenticare una terza frazione, quella ispirata a Ibrahim Kaypakkaya (TKP-ML).
Per il THKO (definito enverista – talvolta hoxhaista – in riferimento al pensiero del comunista albanese Enver Hoxha) per abbattere lo stato turco “capitalista e feudale”, più che alla ricostruzione di un partito rigorosamente e tradizionalmente inteso, occorre impegnarsi per un ampio fronte popolare rivoluzionario.
Aderente alla medesima tendenza – e proprio nel 1980 – nasceva il Partito comunista rivoluzionario di Turchia (TDKP) che tuttavia evitava di partecipare alla guerriglia evolvendo successivamente come organizzazione impegnata nel confronto politico pacifico. Alla fine del 1996, divenuto il Partito del Lavoro (EP), rigetterà anche pubblicamente l’uso della violenza politica pur definendosi come il “partito rivoluzionario illegale della classe operaia”. Operazione non del tutto indolore che porterà alcuni dissidenti a costituire il TDKP/Leninista destinato a diventare prima “Ekim” (Ottobre) e successivamente – nel 1998 – il Partito comunista operaio di Turchia (TKIP) intenzionato a non abbandonare la lotta armata.
Sempre sintonizzata sulla medesima tendenza THKO, due anni prima del golpe – nel 1978 – era nata la Lega rivoluzionaria comunista di Turchia (TIKB) che – curiosamente – si dichiarava a favore della scelta delle armi pur non partecipandovi.
Alla seconda tendenza -. quella del THKP-C, definita talvolta “urgentista” – spetta probabilmente uno dei primi posti in quanto a radicalità. Caratterizzata per vari approcci con gruppi estremisti anche europei (addirittura con Action Directe, vedi l’attacco contro una banca israeliana a Parigi).
Sulla stessa lunghezza d’onda si manterrà, pur nel progressivo indebolimento, anche Dev-Sol (Devrimci Sol, Sinistra Rivoluzionaria fondato nel 1978).
Quanto al TKP-ML (la terza tendenza per capirci), dopo il 1980 il partito sembrava riprendere vita. Soprattutto nella regione curda e alevita di Dersim dove è ancora presente e in attività (per quanto sottoposto, come abbiamo visto, ai periodici bombardamenti turchi). Non mancarano anche qui i contrasti ideologici e le conseguenti scissioni. Nel 1987 si divide in due partiti, il TPK/ML DABK (ossia TPK/ML Comitato regionale dell’Anatolia orientale) e il TKP/ML 3 (ossia TKP/ML terza conferenza).
Frattura che tuttavia si rinsalderà nel 1992 con una riunificazione.
Un’altra data fatidica – destinata a riaccendere la fiamma dell’antimperialismo – per i movimenti rivoluzionari turchi sarà quella del gennaio 1991 con l’intervento militare denominato “ Tempesta del Deserto” (a conclusione della Prima Guerra del Golfo avviata nell’agosto 1990). Contemporaneamente l’inasprimento della repressione sanciva lo scioglimento di Dev Sol. Almeno provvisoriamente. Rinascerà infatti – sotto la guida di Dursun Karatas – nel marzo 1994 come Partito-Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Devrimci Halk Kurtulus Partisi-Cephesi, DHKP-C). Nella sua analisi l’anticapitalismo si declina con la lotta all’oligarchia (di cui denunciano i legami internazionali) e come lotta anti-imperialista (in riferimento sia alla NATO che agli USA, entrambi obiettivo di ripetuti attacchi). Relativamente eterogenea la base militante del DHKP-C. Sarebbe costituita principalmente da lavoratori urbani, studenti universitari e sottoproletariato. Significativa la presenza della comunità alevita.
Come sottolineava Francesca La Bella in un suo articolo del 2016 il DHKP-C “viene ritenuto il partito di sinistra con la più ampia base attiva e con il maggior numero di azioni compiute nel Paese”.
Alcune di queste azioni – ormai circa tremila – furono particolarmente efferate. Tra queste, l’assassinio di Andrew Blake (13 agosto 1991), rappresentante della Camera di commercio britannica a Istanbul. O ancora – il 9 gennaio 1996 – l’uccisione di tre uomini d’affari turchi (tra cui il magnate Ozdemir Sabanci, assassinato nel suo ufficio).
Ma non mancano esempi della capacità del DHKP-C di suscitare anche una forte mobilitazione popolare. Come in occasione del 1 maggio 1996 quando la polizia aprì il fuoco uccidendo qualche manifestante.
Sottoposto a una durissima repressione, nella seconda metà degli anni novanta il DHKP-C venne conosciuto a livello internazionale per alcuni scioperi della fame che portarono alla morte decine di militanti (nel 1996 e successivamente dal 2000).
Sempre nell’articolo di F. La Bella venivano riportate alcune delle ultime, eclatanti azioni rivendicate dal gruppo:
“attentato suicida contro l’ambasciata statunitense ad Ankara nel 2013*; attacco incendiario contro la sede di Istanbul di Adimlar, rivista considerata vicina alle posizioni dello Stato Islamico, nel marzo 2015; sequestro di Mehmet Selim Kiraz, procuratore del caso Berkin Elvan, 15enne turco morto dopo 9 mesi di coma in seguito al ferimento da parte della polizia durante le manifestazioni di Gezi Park, nel marzo 2015”.
Da segnalare (a differenza del TKP/ML) una sostanziale presa di distanza dal PKK dopo una fase di avvicinamento e collaborazione reciproca negli anni novanta.
Da parte sua invece il MLKP riuscirà, recuperando quanto rimaneva in circolazione dei vari movimenti, gruppi e gruppetti della sinistra rivoluzionaria – la maggioranza in via di decomposizione – a diventare una delle presenze più stabili e significative del panorama rivoluzionario turco. Analogamente al TKP/ML che raccoglierà seguaci soprattutto nelle aree di campagne.
Anche la relativa notorietà di queste due organizzazioni, oltre che ad alcune azioni più o meno spettacolari, sarà una conseguenza di alcuni scioperi della fame dei prigionieri.
Soprattutto dal 2001, quando per diversi mesi centinaia di militanti rifiuteranno di nutrirsi. Con il conseguente decesso di circa una cinquantina di loro.
Come è noto tale forma di protesta (spesso l’ultima possibilità di rivendicare per i detenuti) è stata anche recentemente adottata da qualche intellettuale o dissidente incarcerato. Aveva suscitato un certo scalpore (anche nelle anime belle della sinistra italica, vedi il cantautore Vecchioni) la morte di Helin Bolek (3 aprile 2020) e di Ibrahim Gokcek (7 maggio 2020), due musicisti di Grup Yorum. E anche quella dell’avvocata curda Ebru Timtik, morta il 27 agosto dopo 238 giorni di digiuno chiedendo un giusto processo per sé e per i suoi colleghi incarcerati.
Ugualmente nel 2019 centinaia di prigionieri politici curdi erano entrati in sciopero della fame per richiedere la liberazione di Abdullah Ocalan.
Al di fuori dei gruppi considerati (DHKP-C, MLKP, TKP/ML) attualmente in Turchia non si registrano presenze significative di altre organizzazioni riconducibili alla sinistra radicale (o “estremista” che dir si voglia). Vuoi per le divergenze interne che hanno portato alla frantumazione di molti gruppi, vuoi per essere stati “assorbiti” dalle tre maggiori, vuoi per un certo “oscuramento” prodotto dall’attivismo curdo (e del PKK in particolare).
Rilevante, a tale riguardo, la recente nascita del Movimento rivoluzionario unito dei popoli (HBDH). Di cui – per la cronaca – esisteva già un precedente risalente al 1998, la “Piattaforma delle forze rivoluzionarie unite” (BDGP).
Esperienza – quella di BDGP – a cui il DHKP-C si era rifiutato di partecipare e conclusasi nel 1999 (effetto collaterale – forse – della cattura di Ocalan).
Va tuttavia ricordato che – in controtendenza – proprio nel 1999 si registrava l’azione congiunta di PKK e DHKP-C contro un complesso industriale (tre vittime). Un estremo sussulto – presumibilmente – di quel Fronte comune tra PKK e DHKP-C risalente ancora al 1995 (e di cui nel 1998 era stato annunciato il fallimento).
In ogni caso – anche se di questo aspetto il rapporto del 2018 dell’intelligence tedesca non ne faceva cenno – possiamo ipotizzare che l’attività e l’elaborazione teorica del PKK abbiano contribuito – magari indirettamente – a rinnovare (“ringiovanire”) anche il DHKP-C. Vuoi per emulazione, vuoi per stare al passo.
Al momento il contenzioso tra le due organizzazioni rimane aperto, ma comunque – stando alle informazioni disponibili – circoscritto all’ambito del confronto ideologico e politico.
Gianni Sartori
*Nota 1: (per la precisione, il 1 febbraio 2013, una vittima; o anche – nel settembre dello stesso anno – l’attacco con lanciagranate al quartier generale della Direzione generale della sicurezza, una vittima nda)
