#Asia #Popoli – INDIA: NAXALITI ULTIMO ATTO? – di Gianni Sartori

Decimati dalla controguerriglia e dalle defezioni, i maoisti indiani – dopo oltre mezzo secolo – sembrano – se non a rischio estinzione – comunque in grande difficoltà. Sempre pessima poi la situazione per gli adivasi. Indifesi, il classico “vaso di coccio”, esposti a discriminazioni e strumentalizzazioni da ogni lato.

Risale al 1967 la nascita nel villaggio di Naxalbari (distretto di Darjeeling, Bengala occidentale) del movimento naxalita ( maoista). Sopravvissuto per oltre mezzo secolo, attualmente sembra essere in grandi difficoltà. Forse è ancora prematuro decretarne la fine, ma gli ultimi eventi sembrano andare in tale direzione.

Il 30 marzo una cinquantina di maoisti, compresi quadri superiori della guerriglia, si sono arresi alle forze di sicurezza (polizia di Stato, Guardia di riserva di distretto-DRG, Forze speciali- STF, unità d’élite COBRA del CRPF) nel distretto di Bijapur .

Determinante il fatto che negli ultimi tre mesi ben 134 militanti, di cui 118 appartenenti alla divisione Bastar, siano stati uccisi in Chhattisgarh. Inoltre sembra funzionare l’istituzione di taglie cospicue e di premi (“buonuscita” ?) per chi abbandona le armi e diserta.

Nel frattempo le forze di sicurezza continuano a braccare i superstiti. Anche il giorno prima, 29 marzo, altri 18 guerriglieri (compreso il comandante Jagdish – Budhra) erano stati abbattuti nei distretti di Sukma e di Bijapur (Chhattisgarh) dai paramilitari della Guardia di riserva del distretto (DRG che ha avuto due feriti) e dalla Forza di polizia centrale di riserva (CRPF). Tra i caduti 11 donne.

Jagdish (su cui pendeva una taglia di 2,5 milioni di rupie) era considerato ideatore e responsabile dell’attacco nella valle di Jhiram del 2013 in cui avevano perso la vita 25 appartenenti alle forze di sicurezza e alcuni esponenti politici del Congresso (come Nand Kumar Patel).

Sempre alla fine di marzo nel Chhattisgarh era stato ucciso dalla DRG un altro comandante maoista, Sudhir (conosciuto anche come Sudhakar, Murli, Ankesarapu…). Dirigente del Comitato di zona di Dandakaranya del PCI(M), originario dell’Andhra Pradesh e in attività dalla fine del secolo scorso. Era anche responsabile di una MOPOS (Scuola politica mobile) incaricata della formazione dei quadri. Nella stessa circostanza venivano uccisi Mannu Barsa e Pandru Atra, originari di Bhairamgarh (nel Bijapur).

Era andata ancora peggio qualche giorno prima quando una trentina di maoisti riuniti nelle foreste del distretto di Bijapur venivano eliminati, dopo essere stati circondati, dalle Forze di sicurezza delle frontiere (BSF) e dalla DRG.

Ovviamente non è detto che tutti i morti ammazzati in quanto “maoisti” lo siano poi veramente.

La guerra – va detto – è anche (o soprattutto) contro i tribali.

Vedi il caso del 9 marzo quando le Forze di sicurezza dello Stato del Madhya Pradesh annunciavano l’uccisione di un “naxalita” nel distretto di Mandlaet. In realtà Hiran Singh Partha (38 anni, padre di cinque figli) apparteneva alla comunità tribale Baiga e non aveva nessun coinvolgimento nella guerriglia.

Ma forse per il movimento naxalita è molto più preoccupante il diffondersi delle defezioni.

Stando alle cifre fornite dal governo indiano, nel 2024 sarebbero almeno 792 i maoisti che si sono arresi nella sola regione del Bastar.

Tra le misure risultate più efficaci, le ricompense introdotte nel Chhattisgarh per i disertori (50mila rupie, una casa, un pezzo di terra e in molti casi la cancellazione dei reati di cui sono accusati). Oltre al prezzo delle armi eventualmente consegnate: ben 25mila rupie per un rudimentale EEI (dispositivo esplosivo improvvisato).

Oltre ai cospicui indennizzi previsti per i congiunti dei collaborazionisti (informatori, infiltrati…) che perdono la vita nello svolgimento di tale attività. Recentemente raddoppiati (per incoraggiare le delazioni) a oltre un milione di rupie per famiglia.

Fermo restando che alla fine, a conti fatti, a rimetterci ulteriormente saranno sempre e comunque gli indifesi adivasi.

“Tirati per la giacca” da una parte e dall’altra. Talvolta convertirsi al cristianesimo forse più per ragioni di sopravvivenza (per sfuggire alle discriminazioni, alla logica delle caste) che per convinzione.

Se mi passate l’analogia, come i bogomili bosniaci che – accusati di eresia – migrarono in blocco nell’islam (XVI sec.). Sfangandosela, diversamente dai catari (poracci!).

E comunque destinati – gli adivasi – a subire angherie e prepotenze dai gruppi maggioritari e dominanti

Come in questi giorni (31 marzo) quando i fondamentalisti indù di Bajrang Dal, (ala giovanile del Vishva Hindu Parishad) hanno attaccato un gruppo di pellegrini, in maggioranza tribali (adivasi) convertiti, nei pressi della Holy Trinity Church di Jabalpur.

Gianni Sartori

#Palestina #StopWar – L’UNICEF DENUNCIA LA RIPRESA DELLA STRAGE DI BAMBINI A GAZA – di Gianni Sartori

Mentre con la fine della tregua riprende la conta dei morti palestinesi nella striscia di Gaza (sia per i bombardamenti sull’enclave che per le operazioni terrestri) si ha quasi l’impressione che i 50mila precedenti (cifra presumibilmente per difetto) vengano “rimossi”, dimenticati.

Chi si è preso la briga di controllare i grafici ha potuto constatare come nei primi mesi la conta dei morti ammazzati fosse di centinaia al giorno. In seguito si osservava una flessione con impennate improvvise in coincidenza con attacchi particolarmente letali. In ogni caso non c’è stato giorno che non abbia registrato vittime (anche durante le due tregue del novembre 2023 e di quest’anno). Farebbe eccezione soltanto il 12 febbraio 2025. Giornata in cui nessuno, stando almeno ai dati ufficiali, avrebbe perso la vita sotto le bombe.

Con la ripresa delle operazioni militari sono stati colpiti anche altri centri sanitari (v. il reparto di chirurgia dell’ospedale Nasser di Khan Yunis, attacco in cui hanno perso la vita diversi bambini) e il numero delle vittime è aumentato di un migliaio. Così come hanno perso la vita altri giornalisti (due il 24 marzo) per un totale di oltre 200 secondo fonti palestinesi.

Sulla questione delle vittime civili (e dei bambini in particolare) è intervenuta recentemente l’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) denunciando che con la rottura dell’alto-al-fuoco (dal 19 gennaio al 18 marzo) “sono stati uccisi almeno 322 bambini e feriti 609. Con una media di più di dieci bambini al giorno negli ultimi dieci giorni”.

Gran parte di questi bambini erano sfollati e vivevano in condizioni precarie nelle tende improvvisate o in case pesantemente danneggiate.
Stando a quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese sarebbero oltre mille le persone decedute dalla ripresa delle ostilità.

Vittime che – come si diceva – vanno ad aggiungersi alle 50.357 (quelle accertate) precedenti. Tra loro – sempre secondo l’UNICEF – oltre 15mila sono bambini.

Complessivamente si calcola che dall’ottobre 2023 la popolazione della Striscia si sia ridotta almeno del 6% (circa 16mila persone).

Gianni Sartori

#Oceania #Popoli – LA PAPUA NUOVA GUINEA HA IL SUO PRIMO SANTO – di Gianni Sartori

Difficile non cedere alla tentazione di intravedervi una “contromossa” quasi gramsciana. Cioè una sorte di concorrenza tra chiese sul piano della “egemonia culturale”. Ricordando come in marzo il parlamento della Papua Nuova Guinea, con un emendamento costituzionale, avesse trasformato la nazione insulare in uno Stato confessionale (“Stato indipendente e cristiano di Papua Nuova Guinea”).
Mentre gli emendamenti costituzionali hanno avuto il sostegno di evangelici, pentecostali e avventisti, la chiesa cattolica sembra considerare tale iniziativa come una “ operazione di distrazione di massa dai problemi reali della nazione”. Ora la contromossa (pianificata da tempo) dicevo. Infatti la Papua Nuova Guinea (visitata dal papa nel 2024) sta per avere il suo il suo primo santo. Si tratta di un catechista laico padre di tre figli, Peter To Rot, assassinato nel 1945 dagli occupanti giapponesi. Canonizzazione che avviene in contemporanea con quella di Ignazio Choukrallah Maloyan, vescovo armeno cattolico di Mardin (fucilato nel 1915 durante il genocidio degli armeni) e della beata venezuelana Maria del Monte Carmelo (Carmen Elena Rendíles Martínez, 1903-1977), fondatrice della Congregazione delle Serve di Gesù.

Esponente della tribù Tolai, nato a Rakunai nel 1912, il catechista Peter To Rot (già beatificato da Giovanni Paolo II nel 1995 a Port Moresby) aveva studiato a Taluligapsi presso il Saint Paul’s Catechist Tarining College.

Ritornato nel suo villaggio da catechista, si era dedicato all’assistenza dei poveri, degli orfani e degli ammalati.

Nel 1935 si era sposato con Paula La Varpit e aveva avuto tre figli.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si era opposto con fermezza alla politica degli occupanti giapponesi a favore della poligamia (peraltro già nelle tradizioni locali). Arrestato, venne condannato a due mesi di carcerazione. Ma nel luglio 1945 era deceduto in circostanze non chiare, presumibilmente per avvelenamento. A causa delle riscontrate difficoltà nel segnalare eventuali miracoli fornendo valida documentazione scientifica su guarigioni, i vescovi della Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone avevano richiesto di dispensare dal miracolo la canonizzazione del martire laico. Anche in considerazione della prevalenza di una cultura orale (con circa 820 dialetti locali e poche persone in grado di scrivere in un inglese corretto) per cui viene a mancare una documentazione scritta.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – L’ACCORDO TRA GOVERNO E AMMINISTRAZIONE AUTONOMA E’ GIA’ LETTERA MORTA? – di Gianni Sartori

Un paio di settimane fa l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Rêveberiya Xweser a Bakur û Rojhilatê Sûriyey) aveva sottoscritto un accordo con Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ(già al-Jūlānī), principale esponente del nuovo governo in Siria, sostanzialmente costituito dalla coalizione islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS, in passato membro dello Stato islamico e di Al-Qaïda).

Un impegno che prevedeva l’integrazione delle proprie istituzioni nello Stato siriano (nel quadro di un generale processo di ricomposizione e unificazione del Paese).

Ma al momento le cose non sembrano procedere e gli accordi potrebbero risultare lettera morta. Tanto che i curdi (15% della popolazione in Siria) vanno già esprimendo perplessità e muovendo critiche.

In particolare sulla dichiarazione costituzionale che attribuisce al presidente i pieni poteri almeno per cinque anni.

Ed è l’Amministrazione autonoma stessa che – il 30 marzo – ha contestato la legittimità del governo annunciato perché “assomiglia troppo al precedente (quello di Assad nda), in quanto sembra non tener conto della diversità siriana”.

“Un governo – prosegue il comunicato – che non rifletta la diversità e la pluralità del paese non potrà gestire correttamente la Siria”.

Anzi, amministrazioni del genere non fanno altro che “aggravare la crisi, creando nuove difficoltà invece di risolvere le cause profonde del problema”.

Dato che “la ripetizione degli errori del passato non farà altro che aggravare le sofferenze del popolo siriano e non porterà mai a una soluzione politica globale” i rappresentanti dell’Amministrazione autonoma dichiarano pubblicamente di non sentirsi “tenuti all’applicazione e all’esecuzione delle decisioni emesse da questo governo”.

Continuando invece a operare per la costruzione di una Siria “comune e democratica in cui tutti i cittadini godano dei medesimi diritti” e dove nessun gruppo o etnia possa “monopolizzare il potere”.

Mentre invece deve essere garantita “la partecipazione di tutti al processo politico”.

Messaggio chiaro che appariva come l’immediata risposta al discorso pronunciato il 29 marzo da Ahmad al-Chareh con cui ribadiva la volontà di “edificare uno Stato forte e stabile”.

In realtà i vari ministeri sono in larga maggioranza in mano agli arabi sunniti (e a quanto pare molti posti chiave ai familiari di Ahmad al-Chareh). Ci sarebbe anche un ministro curdo, ma – non certo casualmente – è stato scelto al di fuori del Rojava.

Dalla Germania arriva un appello della Società internazionale per i diritti dell’uomo (Internationale Gesellschaft für Menschenrechte, IGFM), denso di preoccupazione per quanto potrebbe ancora accadere in Siria ai danni delle minoranze (alauiti, curdi, cristiani, drusi…). Di fronte all’aumento della violenza settaria, alla diffusione delle squadre di vigilantes, all’inesorabile islamizzazione (con l’introduzione definitiva della sharia). A scapito ovviamente dei diritti umani.

Ricordando il recente massacro subito dalla comunità alauita (secondo l’IGFM le vittime sarebbero oltre duemila) e le violenze in aumento (arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, sequestri…) contro le minoranze religiose o etniche.

Riguardo alla progressiva islamizzazione, l’IGFM ha ricordato sia le croci distrutte sulle tombe, sia la proibizione di mangiare e fumare in pubblico imposto a tutti duranti il Ramadan, sia la severa separazione tra donne e uomini nelle scuole e nei trasporti pubblici.

Legittimo quindi temere che in realtà HTS aspiri alla realizzazione di uno Stato islamista con una legislazione fondata sulla sharia.

Fondate preoccupazioni anche per la situazione economica. Salari e pensioni non verrebbero versati da mesi e il prezzo dei generi alimentari sono in forte aumento. Inoltre per ampi strati della popolazione l’accesso all’elettricità rimane alquanto problematico.

Nel frattempo Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ cerca sostegno internazionale (e in parte sembra anche ottenerlo). Senza per questo trascurare, nel tentativo di consolidare il controllo del paese (o semplicemente per creare “diversivi, distrarre dai problemi interni) di attaccare, provocare le comunità minoritarie meno disposte all’assimilazione. Per esempio i villaggi sciiti sul confine.

Sperando forse di provocare una risposta da parte di Hezbollah che fatalmente porterebbe a interventi non solo diplomatici da parte delle monarchie (sunnite) del Golfo.

Altri problemi sul fronte meridionale con le infiltrazioni israeliane che al momento sembrano aver conseguito un primo risultato.

La divisione interna dei drusi di Sweida, tra chi auspica una “normalizzazione” dell’occupazione israeliana e coloro che invece sono disposti a dialogare con HTS.

Gianni Sartori