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#Palestina #Opinioni – 25 OTTOBRE 2022: UN GIORNO QUALSIASI, COME TANTI, IN PALESTINA… – di Gianni Sartori

Premessa. A volte sembra che le ben note – e altre meno note – traversie subite dal popolo palestinese lo abbiano collocato (anche se non c’è mai niente di definitivo) in un campo se non opposto perlomeno diverso da quello in cui versa il popolo curdo. Per fare due esempi evidenti, Turchia e Iran appoggiano (più o meno in buona fede, più o meno strumentalmente) i palestinesi mentre reprimono duramente i curdi. Così, sempre provvisoriamente , i curdi in qualche modo, talvolta sembrano schierati con alcune potenze imperialiste occidentali (USA, Francia…).
E tuttavia, a mio modesto avviso, al di là di queste contingenze storiche, entrambi erano e sono prima di tutto popoli oppressi, martoriati, talora quasi sterminati.
Quale che sia il boia di turno.
Come mi spiegava una militante del MOVE (Ramona Africa) “quando ti trovi davanti a un’ingiustizia, l’importante non è la vittima (intendendo forse che non tutte e non sempre le vittime sono “perfette” in quel ruolo nda), ma l’ingiustizia”.
A cui in qualche modo bisogna opporsi, perlomeno denunciandola. Schierarsi insomma. Sia con i curdi che con i palestinesi.
Il 25 ottobre in Palestina è stato un giorno di ordinaria amministrazione, forse soltanto con qualche morto in più, oltre la media. Sei palestinesi sono rimasti uccisi e una ventina feriti a causa dei raid dei soldati israeliani in Cisgiordania, la maggior parte a Nablus.
In un primo tempo il Ministero palestinese della Sanità aveva parlato di “tre morti e 19 feriti, di cui tre gravemente”.
A questi si erano poi aggiunti altri tre, di cui uno sempre a Nablus, un altro a Ramallah e l’ultimo nel villaggio di Nabi Saleh.
Al momento l’esercito israeliano non ha né confermato né smentito il tragico bilancio (solo l’uccisione di un esponente palestinese, Wadih Al Houh, sarebbe stata riportata dal Primo ministro Yaïr Lapid) confermando comunque di aver condotto una vasta operazione in collaborazione con la polizia. Stando a quanto dichiarato “contro alcuni laboratori in cui venivano fabbricate armi”. Laboratori gestiti, pare, da una organizzazione palestinese finora sconosciuta: Areen al-Oussoud (“La fossa dei leoni”), in memoria di un giovane militante palestinese, Ibrahim al-Nabulsi, soprannominato il “Leone diNablus” e ucciso dagli israeliani in agosto.
Nel mese di ottobre gli scontri (i “disordini”) erano andati intensificandosi sia a Nablus che a Jénin e un po’ in tutta la Cisgiordania e in questo periodo – secondo l’Autorità Palestinese – una trentina di palestinesi e due soldati israeliani sono stati uccisi.
Niente di particolarmente inedito comunque se si considera che quest’anno, da marzo, i raid israeliani avrebbero già causato un centinaio di morti. Stando a fonti onusiane, il bilancio più pesante da sette anni a questa parte.
Va anche ricordato che proprio da Nablus in queste ultime settimane si erano registrati diversi attacchi anti-israeliani.
I responsabili sarebbero alcuni raggruppamenti di giovani palestinesi solo in parte legati ai gruppi storici (Fatah, Hamas, FPLP,Jihad islamique…). In particolare la nuova organizzazione Areen al-Oussoud aveva rivendicato quindici giorni fa l’uccisione di un militare israeliano in Cisgiordania.
Da parte del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, è partita la richiesta di contatti urgenti con la controparte per “porre fine a questa aggressione”.
Invece in un comunicato del 25 ottobre la Jihad islamica informava che violenti combattimenti si stavano svolgendo a Nablus tra suoi militanti e i soldati israeliani minacciando Israele di “rappresaglie contro questi crimini”.
Al momento Nablus sarebbe interamente sotto controllo (anche con i droni) da parte delle forze israeliane che controllano e identificano chiunque esca dalla città e il coprifuoco è in vigore dall’11 ottobre.
Sempre il 25 ottobre Amnesty International ha rivolto un appello alla CPI (Corte penale internazionale) affinché avvi un’inchiesta su possibili “crimini di guerra” commessi sia da Israele che dai combattenti palestinesi nella Striscia di Gaza nei mesi scorsi.
In particolare tra il 5 e il 7 agosto quando, negli scontri tra esercito israeliano e Jihad che si erano svolti nell’enclave, almeno una cinquantina di palestinesi avevano perso la vita. E – come avviene sempre più spesso – non solo combattenti, ma anche civili tra cui alcuni bambini.
Gianni Sartori
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#IncontriSulWeb – Focus sui Paesi Baschi
Un incontro con Xuban Zubiria, giovane militante della sinistra abertzale basca per fare un punto sulla situazione in Euskal Herria.
#Kurds #Repressione – USO DI ARMI CHIMICHE CONTRO LA RESISTENZA CURDA – di Gianni Sartori

Nella mattinata del 20 ottobre oltre duecento persone stavano manifestando in place de Luxembourg (nei pressi della sede della Commissione europea) a Bruxelles contro l’impiego di armi chimiche e gas tossici da parte della Turchia. Utilizzati, ça va sans dire, contro la Resistenza curda nel Bashur (il Kurdistan del Sud, dentro i confini iracheni). In questo periodo soprattutto nell’area montagnosa di Werxelê (regione curda di Avashîn).
Ma contro i manifestanti curdi è immediatamente scattata l’ordinaria repressione a base di lacrimogeni e manganellate.
Eppure la cosa ormai dovrebbe essere di dominio pubblico. Se non bastavano le testimonianze raccolte e portate a conoscenza dell’opinione pubblica ormai da anni (soprattutto l’anno scorso, mentre era in pieno svolgimento l’operazione militare da Ankara in aprile), ultimamente stanno circolando alcuni video in cui si assiste all’atroce agonia del guerriglieri curdi sottoposti all’attacco chimico nelle regioni del Kurdistan iracheno invase dall’esercito turco.
Tuttavia, nonostante le prove inequivocabili, finora l’OPCW (l’Organizzazione per l’interdizione delle armi chimiche) non è intervenuta e nemmeno sembra intenzionata a farlo.
Sulla drammatica emergenza in questi giorni è intervenuto con un comunicato il Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) accusando lo Stato turco di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità.
E rinfacciando alle grandi potenze e alle istituzioni internazionali (vengono esplicitamente chiamate in causa il Consiglio d’Europa, le Nazioni Unite, l’Organizzazione per l’interdizione delle armi chimiche…) il loro complice silenzio. Silenzio che – a conti fatti – non fa altro che incoraggiare la Turchia nel suo operato genocida.
Nel comunicato si denuncia che “l’esercito turco utilizza da anni armi chimiche contro i guerriglieri del Movimento di liberazione del Kurdistan. Dal febbraio 2021 queste armi vengono impiegate senza interruzione. Dalla metà di aprile, avvio dell’operazione di invasione turca nel Sud-Kurdistan, l’uso di tali armi si è intensificato”.
Fornendo poi alcuni dati provenienti dall’Ufficio stampa delle HPG (Le Forze di Difesa del Popolo, braccio armato del PKK): tali armi sarebbero state usate 367 volte nel 2021 (nelle zone di Siyanê/Gare, Zendûra/Metîna, Mamreşo/Avaşîn, Girê Sor, Aris Faris, Girê Kartal e Werxelê) causando una cinquantina di vittime e ben 2470 volte nel corso degli ultimi sei mesi.
I guerriglieri deceduti per esserne stati contaminati sarebbero un centinaio.
Sempre secondo l’Ufficio stampa delle HPG “oltre ai gas tossici, l’esercito turco ha utilizzato vari tipi di bombe proibite.”. Comprese alcune “armi nucleari tattiche in combinazione con gas tossici per distruggere il sistema dei tunnel e contaminarli”.
Non si tratterebbe di armi nucleari in grado di contaminare vaste aree, ma comunque di “ordigni proibiti il cui potenziale distruttivo si manifesta con una fortissima pressione e con un enorme calore uccidendo in un’area circoscritta”.
Caratteristiche simili a quelle delle “bombe termobariche e delle bombe al fosforo ugualmente utilizzate”.
Tra le numerose prove, le recenti immagini di 17 guerriglieri morti nel corso degli attacchi chimici di ottobre. Nove nella regione di Şikefta Birîndara, cinque nella regione di Karker e tre nella regione di Werxelê (caduti che vanno ad aggiungersi ad altri 27 morti recentemente per le stesse cause e già identificati).
Sulla questione è intervenuto il KCDK-E (Congresso delle organizzazioni democratiche curde in Europa) che ha chiamato curdi e amici del popolo curdo ad “azioni immediate di protesta per denunciare i crimini di guerra del regime di Erdogan”.
Dal comunicato del KCDK-E si apprende che “prima di portare alla morte gli agenti chimici utilizzati dall’esercito turco causano gravi alterazioni del sistema nervoso, paralisi respiratoria e perdita di memoria”. Definendo tali metodi “un crimine disumano e intollerabile”.
Nell’appello finale il KCDK-E si rivolge alle ONG che si occupano di diritti umani affinché prendano posizione.
Gianni Sartori
