#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria #BahiaDePasaia
#IncontriSulWeb – Autodeterminazione e globalizzazione
Un incontro con il prof. Paolo Gheda dell’Università della Valle d’Aosta
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Cymru
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Liguria
#Kurds #Europe – E TE PAREVA!?! ANCHE IN POLONIA SI E’ APERTA LA STAGIONE DI CACCIA AL CURDO – di Gianni Sartori

Nessun stupore. I precedenti non mancano (rileggersi “MAUS”…). E poi da tempo la classe dirigente locale e una parte della popolazione (la “Polonia profonda” diciamo) sembra volersi rappresentare nei suoi aspetti peggiori: bigotta, conservatrice, reazionaria, ostile ai diritti delle donne, agli immigrati (a meno che non siano ucraini), filo-Nato, educatamente allineata con Washington…
Niente di strano quindi se a farne le spese stavolta sono i curdi.
Una serie di arresti (circa una cinquantina) ha recentemente colpito la diaspora curda in Polonia. Stando a quanto dichiarato da uno degli arrestati (Harûn Jirkî, per ora l’unico in grado di informare l’opinione pubblica) la polizia che lo aveva prelevato avrebbe agito in collaborazione con agenti che tra loro parlavano in turco. Per cui è lecito sospettare, intravedere la manina del MIT, i servizi segreti turchi.
Il 4 ottobre diversi negozi di kebab sono stati perquisiti alla ricerca di prove incriminanti (come qualche foto di Abdullah Ocalan!), molti telefoni sono stati sequestrati e appunto circa 50 persone tratte in arresto.
Uno di loro, Harûn Jirkî arrestato a Poznan, ne ha parlato con Yeni Özgür Politika dichiarando che una celebrazione del Capodanno curdo risalente al 2018 avrebbe fornito il pretesto ufficiale per la retata. In quanto nell’occasione venivano esposte alcune bandiere del PKK e qualche foto del “Mandela curdo”. In aggiunta, l’accusa per alcuni degli arrestati di aver finanziato il PKK.
Sempre stando alla testimonianza di Harûn Jirkî , gli agenti intenti alle perquisizioni, oltre a parlare tra loro in turco, avrebbero esplicitamente dichiarato di appartenere al MIT (o era forse un modo per intimidire ulteriormente ?).
Vedendo poi sulla spalla di uno degli arrestati a Varsavia un tatuaggio raffigurante Mahsum Korkmaz (il comandante Egîd, uno dei fondatori del PKK) i poliziotti avevano commentato dicendo “Lo vedi? E’ Mahsum Korkmaz”.
Difficile pensare che in Polonia il personaggio sia così conosciuto. Per cui è lecito sospettare che tra Varsavia e Ankara vi siano precisi accordi di collaborazione per contrastare il movimento curdo.
La retata ha interessato anche alcuni militanti della sinistra turca che in passato avevano partecipato a iniziative curde. E ovviamente anche i loro telefoni e computer sono stati confiscati.
Da segnalare che l’operazione, evidentemente avvolta nel segreto, pare essere quasi completamente sfuggita alla stampa e ai media polacchi e soltanto fronda.pl (un sito ultra-conservatore: contraddizione nella contraddizione?) ha denunciato l’evento come “scandaloso”.
Gianni Sartori
#Turchia #Repressione – A DIECI ANNI DALLE PROTESTE DI GEZI PARK, UN ALTRO PARTECIPANTE RISCHIA LA DETENZIONE IN TURCHIA – di Gianni Sartori

La rivolta di Gezi Park brucia ancora. E periodicamente si torna a parlarne. Vuoi per l’uccisione di qualche esponente della storica protesta del 2013, vuoi per la cattura o l’estradizione di qualche militante che vi aveva preso parte.
Probabilmente in molti si sono scordati dei drammatici, lividi, funerali di Berkin Elvan nel quartiere di Okmeydani (Istanbul). Il quindicenne era rimasto ferito alla testa dalla polizia nei giorni delle proteste (giugno 2013) mentre andava a comprare il pane. Rimanendo in coma per ben 269 giorni e senza che nessuno venisse incriminato per la sua morte.
Mentre la folla scandiva: “La polizia dell’AKP (il partito di Erdogan nda) ha assassinato Berkin” e alcuni lanciavano pietre sui veicoli delle forze dell’ordine, la polizia rispondeva con un fitto lancio di lacrimogeni. In genere sparati ad altezza d’uomo (come, presumibilmente, quello che aveva colpito Berkin Elvan).
Altra militante conosciuta per la sua partecipazione alla protesta di Gezi Park era la ventenne turca Ayşe Deniz Karacagil.
Arrestata nel 2013, veniva condannata a circa un secolo di carcere, ma – scarcerata prima della condanna definitiva – era riuscita a lasciare la Turchia raggiungendo le YPJ (la divisione femminile delle milizie curde) che con le YPG stavano combattendo per liberare Raqqa dall’Isis. Suo nome di battaglia, “Cappuccio rosso” (il berretto che la identificava durante l’occupazione di Gezi Park) e così l’avevano ricordata sia Zero Calcare (il disegnatore, da sempre sostenitore della causa curda, l’aveva anche incontrata) che Roberto Vecchioni.
E stavolta gli “onori” della cronaca (ma sicuramente ne farebbe volentieri a meno) son toccati ad un altro militante storico (da oltre 30 anni e con diversi arresti sulle spalle), Ecevit Piroğlu.
Il quale, ovviamente, aveva partecipato anche alle proteste del 2013. Con l’aggravante (per la giustizia turca) di avere poi combattuto contro Daesh.
Fuggito dalla Turchia (dove rischiava almeno 30 anni di prigione) il 25 giugno 2021, Ecevit era arrivato in Serbia dove veniva immediatamente arrestato (ancora all’interno dell’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado).
Dal 2 giugno 2022 è in sciopero della fame per protesta contro la prevista estradizione in Turchia. Oltre ad aver perso molto peso, sta perdendo sia le forze fisiche che quelle mentali. Perennemente in isolamento, sulla soglia di uno stato di semi- incoscienza, la sua stessa vita è in pericolo. L’ultima udienza di qualche giorno fa si era conclusa senza un verdetto definitivo e non è stata resa nota la data della prossima scadenza processuale.
Da qualche giorno(in un primo tempo davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra, poi nella sede della Comunità Democratica Curda di Losanna) si sta svolgendo uno sciopero della fame di solidarietà con Ecevit Piroğlu.
Alcuni membri dell’iniziativa “Libertà per Ecevit Piroğlu’ “, come Mehmet Yozcu hanno annunciato in una conferenza stampa di voler mettere in pratica “uno sciopero della fame indefinito e irreversibile” per protestare contro questa estradizione che considerano “illegale”.
Per Semra Uzunok (ugualmente esponente di “Libertà per Ecevit Piroğlu’ “) Ecevit sarebbe “detenuto illegalmente dalle autorità serbe a causa delle pressioni dello Stato turco e tutti suoi diritti sono stati calpestati”.
Chiede inoltre che venga “scarcerato quanto prima”.
Nella serata del 6 ottobre altri militanti si sono incatenati all’inferriata dell’edificio delle Nazioni Unite di Ginevra, scandendo slogan per la liberazione del prigioniero politico.
Gianni Sartori
