#Asia #Opinioni – I PROFUGHI ROHINGYA IN BANGLADESH SOTTOPOSTI ANCHE ALLE ANGHERIE DELL’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) – di Gianni Sartori

fonte mappa BBC

Quand’è che un movimento di liberazione rischia di trasformarsi in milizia e dalla difesa della popolazione passa prima al controllo e poi magari alla repressione?

E quando avviene che un gruppo sorto per l’autodifesa diventa setta sanguinaria?

O anche: quand’è che un sindacato (capita talvolta, vedi negli USA) si trasforma prima in corporazione e poi (sempre talvolta negli USA) in organizzazione mafiosa?

Non sempre, ma talvolta succede.

Troppe volte a dire il vero, anche ai migliori (ma perlomeno in passato rimandavano alla presa al potere).

Ricordate le parole di Mandela appena uscito dal carcere dove si coglieva un preciso riferimento alle discutibili azioni intraprese dalla moglie Winnie (peraltro militante antiapartheid di primo piano)?

Non mi riferisco a qualche “deviazione, sbavatura o deriva militarista”. Ma a qualcosa di strutturale, definitivo. Una degenerazione irreversibile. Come avvertiva ancora negli anni settanta Jean Ziegler quando scriveva che “il rivoluzionario è un uomo di passaggio”, non certo immune o vaccinato dai virus del potere, della violenza.

Detto questo, ricordarsi di resistere, ma anche di vigilare.

E’ notizia recente che nei campi profughi Rohingya in Bangladesh, soprattutto in quelli di Ukhia e Teknaf (nella zona di Cox’s Bazar dove in una trentina di campi vivono circa un milione e duecentomila rifugiati di religione musulmana), la milizia denominata ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) agisce molto violentemente. Sia contro altri profughi Rohingya (considerati dissidenti, oppositori), sia nei confronti degli abitanti del luogo (con sequestri a scopo di estorsione e saccheggi), una popolazione essenzialmente contadina e pacifica. Stando ai dati ufficiali, diffusi dalle forze dell’ordine, dal 2018 vi sarebbero almeno 120 casi di persone assassinate e oltre duecento sequestrate.

Una precisazione. L’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army, nato come movimento indipendentista, ma in seguito destinato a subire l’influenza del radicalismo islamico) si richiama all’Arakan (oggi denominato Stato Rakhine), una regione nell’ovest del Myanmar. Abitata in prevalenza da Rohingya, ma da cui in gran numero son dovuti fuggire a causa delle persecuzioni governative di natura settaria (sia etnica che religiosa). Non è poi irrilevante che il fondatore, Ataullah Abu Ammar Junjuni (nome di battaglia Hanz Tohar) sia nato in Pakistan. Così come altri esponenti, figli di rifugiati (quindi di seconda o terza generazione) che a migliaia si erano riversati in Pakistan vivendo in condizioni disagiate e precarie, sia dal punto di vista umanitario che sanitario ed educativo.

Inoltre già da alcuni anni (almeno dal 2018) nei campi profughi si svolgerebbero attività di propaganda e reclutamento da parte del gruppo islamista Jamaat-ul- Mujahideen.

I fatti più recenti risalgono all’8 gennaio 2023 quando è stato assassinato Mohammad Salim. Invece un altro leader locale, Abdul Basar (dopo essere stato minacciato di fare la stessa fine del suo amico, Ahmad Rashid, ucciso recentemente) ha dovuto rifugiarsi in un luogo segreto. Risale invece a oltre un anno fa l’uccisione di un altro leader Rohingya, Muhibullah.

Stando sempre ai rapporti ufficiali, le forze dell’ordine del Bangladesh non sarebbero in grado di agire efficacemente contro tale milizia che avrebbe le proprie basi (oltre che nel Myanmar) lungo la “Linea zero” (area di Tumbru) sul confine tra Bangladesh e Myanmar. Altre basi sarebbero nascoste nelle foreste di Teknaf.

L’ARSA sarebbe in grado di autofinanziarsi con il contrabbando, (soprattutto di oro) e il narcotraffico ( vedi la “droga della pazzia”).

Nello stesso periodo di inizio anno, quattro contadini venivano sequestrati a Lechuaprang e – almeno finora – soltanto tre sono stati rilasciati dopo il pagamento di un riscatto di 600mila taka (oltre cinquemila euro). Per liberare anche l’ultimo veniva richiesto un milione di taka (novemila euro).

Ovviamente tutto questo non può fare altro che alimentare l’ostilità delle popolazioni indigene nei confronti dei rifugiati. Molti dei quali comunque (a causa sia delle difficili condizioni in cui versano, sia per le prepotenze subite dall’ARSA e da altri gruppi armati) vedrebbero favorevolmente un ritorno in Myanmar, nel Rakhine.

Significativo che le milizie si oppongano invece a tale soluzione. Temendo forse, qualora i campi profughi di svuotassero o comunque ridimensionassero, di perdere una fonte di reddito e un potenziale “serbatoio” di aderenti.

Gianni Sartori

#Catalunya #MemoriaStorica – CIPRIANO MARTOS NON E’ PIU’ “ DESAPARECIDO” – di Gianni Sartori

fonte immagine NAIZ

Di Cipriano Martos mi avevano parlato alcuni catalani (indipendentisti di sinistra: Crida, Men, MdT…) di Sabadell nei primi anni ottanta. Lo avevo quindi citato in alcuni articoli dedicati alla repressione franchista e nella ricostruzione della vicenda di Puig Antich. Invece il piccolo volume a lui dedicato (“El desaparecido” di Miguel Bunuel) mi era stato regalato da un basco che esponeva una bancarella di libri a Donosti. Ricordo che rifiutò di farselo pagare in quanto “mai avrebbe pensato che qualcuno si fosse occupato di Cipriano anche in Italia”. Bontà sua.

La vita e la morte di Cipriano Martos Jimenez possiamo definirle esemplari. Spiegano da sole quale sia stata la brutale essenza (antidemocratica, antipopolare e antiproletaria) del fascismo nella sua versione iberica.

Come tanti giovani diseredati (braccianti, contadini poveri, disoccupati…) del sud della Spagna anche Cipriano (originario dell’Andalusia) era stato costretto ad emigrare. Nel 1969 lavorava come operaio proprio a Sabadell (non lontano da Barcellona). Qui avvenne la sua definitiva presa di coscienza politica e la sua adesione alla resistenza antifascista. Si integrava nel FRAP (Fronte Rivoluzionario Antifascista e Patriota) legato al Partito comunista di Spagna (m-l), ma per la sua militanza venne arrestato nell’agosto del 1973.

Quello fu un anno particolarmente duro per la resistenza nei Paisos Catalans. Sia la G.C. che la BPS (Brigata Politico-Sociale) praticarono la tortura in maniera generalizzata e indiscriminata. Timpani e costole rotti non si contavano e i muri delle celle rimasero letteralmente ricoperti di sangue (come ricordavano, almeno fino a qualche anno fa, i sopravvissuti). Soltanto nel mese di maggio gli arrestati a Barcellona furono parecchie decine e tutti, chi più chi meno, vennero torturati.

E anche Cipriano, nella caserma di Tarragona della Guardia Civil, subì maltrattamenti e percosse. Finché, dato che non aveva fornito nessuna informazione, subì l’estrema violenza che gli risulterà fatale.

Lo costrinsero infatti a ingerire acido solforico (secondo una versione quello contenuto in una bottiglia molotov) per poi trasportarlo, già in agonia, all’ospedale di Sant Joan de Reus dove venne sottoposto a lavanda gastrica. Salvato in extremis e ricondotto in caserma, venne nuovamente torturato e costretto a ingerire altro acido solforico. Una seconda lavanda gastrica risulterà inutile e il giovane andaluso morirà il 17 settembre 1973 (dopo 21 giorni di agonia, senza che nessuno avvisasse i familiari di quanto stava accadendo).

Venne frettolosamente sepolto in un luogo sconosciuto senza che alla famiglia venisse concesso di assistere alla tumulazione.

Per anni il fratello si è adoperato per poterne recuperarne i resti, ma solo ora, gennaio 2023, il luogo è stato localizzato (o meglio: le autorità che sicuramente ne erano a conoscenza lo hanno rivelato).Finalmente restituiti alla famiglia, verranno trasferiti nel cimitero di Huétor-Tájar dove sono stati sepolti i suoi genitori.

Gianni Sartori

#Turchia #Africa – TRA VENDITA DI ARMAMENTI E INGERENZE POLITICHE, LA PENETRAZIONE DI ANKARA IN AFRICA SI VA ESPANDENDO – di Gianni Sartori

fonte immagine atalayar.com

Mentre sulla penetrazione di Pechino in Africa (avviata già da tempo, quasi una scelta obbligata, strategica per la Cina) si spendono parole – anche a sproposito – meno evidente (almeno stando ai media) appare quella di Ankara. Nonostante sia attiva quasi da un ventennio. Tanto che se ancora nel 2009 aveva in Africa solo 12 ambasciate, attualmente sono salite a 43. E quasi altrettante sono le metropoli africane dove fa scalo la Turkish Airlines.

Tornando solo per un momento alla Cina, prendeva l’avvio il 9 gennaio la visita africana di Qin Gang, ministro degli Esteri cinese. Durata prevista, una decina di giorni. Facendo tappa in Etiopia, Angola, Egitto, Benin e Gabon (non necessariamente in quest’ordine). Tra gli incontri previsti, Moussa Faki Mahamat, presidente della commissione dell’Unione africana e Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega araba.

Lo aveva preceduto di un giorno, sbarcando in Sudafrica, (dove ha inaugurato il nuovo Consolato generale) quello turco Mevlut Cavusoglu. Per poi continuare con Zimbabwe, Ruanda, Gabon, Sao Tomé e Principe (ancora non necessariamente in quest’ordine).

Il partenariato, la cooperazione con i Paesi africani per Ankara si conferma essenziale, di primaria importanza.

Anche in Paesi poco ambiti come la Somalia dove la Turchia è attivamente presente da oltre un decennio con investimenti, sia nella realizzazione di infrastrutture che fornendo addestramento militare contro al-Shabaab (oltre a mantenere scali permanenti a Mogadiscio per la compagnia di bandiera). Attualmente i soldati turchi sono presenti, oltre che in Somalia (base militare di Camp Turksom), in Mali (dove Cavusoglu è stato tra i primi a incontrare il golpista Assimi Goita), in Centrafrica e a Gibuti. Oltre ovviamente alla Libia (ma questo è risaputo).

E’ anche possibile che Erdogan stia cercando di riempire con le proprie forze militari il vuoto lasciato da Parigi con la conclusione dell’Operazione Barkhane nel Sahel.

Del reato ancora cinque anni fa Ankara aveva messo a disposizione dei G5 ((Burkina Faso, Mauritania, Mali, Ciad e Niger), in sofferenza a causa dell’estremismo islamico, cinque milioni di dollari. Siglando inoltre accordi in materia di difesa con Nigeria, Togo, Senegal e Nige.

Comunque significativa (in generale) la crescita accelerata delle esportazioni in Africa di armamenti turchi. Dalle armi leggere e pesanti a blindati, carri armati, equipaggiamento navale, elicotteri armati e – ovviamente – tanti droni, sia armati che di sorveglianza. Analogamente al settore aerospaziale. Con prezzi concorrenziali rispetto ai fornitori tradizionali (Cina, Francia Russia, Stati Uniti…) e soprattutto senza tante pastoie burocratiche inerenti ai diritti umani. Per cui se nel 2020 si parlava di circa ottanta milioni di dollari, oggi siamo a oltre 460 milioni.

Armi che solo in parte servono ai governi africani (sempre più in via di militarizzazione, almeno una quindicina gli acquirenti africani di carri armati turchi) per contrastare l’avanzata jihadista o il diffuso banditismo (giustificazione ufficiale per l’aumento delle spese militari), ma anche per reprimere le insorgenze etniche e sociali.

E questo il caso dell’Etiopia accusata di aver impiegato i droni turchi TB2 (meno costosi e più facili da manovrare rispetto a quelli israeliani e statunitensi) contro gli insorti del Tigray. E qualcosa del genere si teme possa accadere in Nigeria a danno delle popolazioni indocili del Delta. Del resto erano droni con la garanzia, in quanto lungamente sperimentati in Rojava e Bakur contro i Curdi e in Nagorno Karabakh contro gli Armeni.

Ma l’attivismo di Ankara non si limiterebbe al piano militare e a quello economico. Non mancano infatti anche tentativi, ambizioni di esercitare una certa influenza (“egemonia” ?) sul piano culturale. In senso lato, ovviamente. Pensiamo per esempio allo sport in generale e al calcio in particolare. Tanto che Erdogan si è spinto a definire la Turchia una “nazione afro-eurasiatica”.

Non tutto procede sempre liscio tuttavia. Quando l’anno scorso, in febbraio, Erdogan era sbarcato in Africa (in compagnia di ben sei ministri), aveva in progetto di visitare, oltre a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) e Dakar (Senegal, dove la Turchia è presente da almeno un decennio nel settore energetico, finanziario, telecomunicazioni, miniere, industria tessile…), anche Bissau (Guinea-Bissau). Ma questa aveva dovuto saltarla rientrando di corsa in Turchia per assistere (da Ankara, in video conferenza) alla riunione d’urgenza della Nato (vedi la guerra in Ucraina). Viaggio evidentemente nato sotto una cattiva stella. A Dakar era improvvisamente deceduto per infarto Hayrettin Eren, capo della sicurezza.

Gianni Sartori