#Kurds #Siria – CURDI TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO – di Gianni Sartori

Salih Muslim e Asya Abdullah

Forse dire che i Curdi potrebbero tra breve cadere dalla padella direttamente nelle braci sarebbe eccessivo. In realtà ci stanno già da tempo.

Il diritto legittimo, non solo alla sopravvivenza, ma anche all’autodeterminazione giustifica (a mio avviso perlomeno) alcune alleanze (presumibilmente provvisorie e solo militari) con soggetti talvolta poco presentabili (vedi gli USA). Anche perché siamo comunque in quello che magari impropriamente viene detto “Medio-Oriente” dove alleanze transitorie e rovesciamenti di fronte sono pane quotidiano.

Tuttavia ci sarebbe da aspettarsi un po’ già di coerenza, linearità, se non proprio stabilità.

Vedi la recente notizia (la denuncia del ricercatore Matthew Petti è stata pubblicata sul sito di Kurdish Peace Institute) secondo cui alcuni  comandanti curdi siriani delle FDS (Forze democratiche siriane) e dirigenti del PYD (Partito dell’unione democratica) come Salih Muslim e Asya Abdullah che nella lotta contro l’Isis agiscono in sintonia con i soldati statunitensi, contemporaneamente sono stati inseriti dal FBI nella lista delle persone sorvegliate per terrorismo.

In particolare il nome di entrambi sarebbe reperibile nella lista Selectee, quella che elenca le persone a cui non è consentirò salire su un aereo statunitense.

Per i curdi interessati si tratterebbe di una grave convergenza da parte del FBI con le richieste del MIT (il servizio segreto turco). Una contraddizione lampante. Nella migliore delle ipotesi, un cedimento alle richieste di Ankara.

E non si tratta di figure sconosciute.

Uno dei principali “sotto sorveglianza speciale”, Asya Abdullah, nel 2015 aveva incontrato il presidente francese mentre il figlio di Muslim è caduto nel 2013 combattendo contro al-Qaeda. Entrambi inoltre si sono incontrati con autorità, politiche e militari, statunitensi per concordare operazioni contro le milizie jihadiste.

Almeno per Muslim, di cui la Turchia ha richiesto a più riprese l’arresto in quanto presunto membro del PKK (tuttavia nel 2013 era stato inviato ad Ankara per i colloqui di pace, poi sfumati), c’era un precedente. Nonostante le ripetute richieste del Congresso per concedere all’esponente curdo di poter entrare negli USA e poter parlare a Washington, tale permesso (un visto) gli era stato ripetutamente negato dall’ufficio immigrazione. 

Ulteriore incongruenza. Mentre Muslin che ha sempre negato di avere legami con il PKK (definendo il PYD come una organizzazione distinta) si trova inserito nella lista di sorveglianza speciale e di interdizione al volo, dei nomi di due comandanti delle FDS come Mazlum Abdi e Ilham Ahmad i cui trascorsi nel PKK sono noti, non c’è traccia (almeno ufficialmente).

Altri nomi curdi inseriti nella lista Selectee, quelli di Remzi Kartal e Zübeyir Aydar, ex membri del Parlamento turco (costretti forzatamente a lasciare il paese) e rappresentanti dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), un coordinamento della diaspora curda in Europa di cui farebbero parte sia il PKK che il PYD. Per entrambi, come Muslim, un mandato d’arresto da parte della procura turca emesso dopo l’orrendo attentato del 2016 in cui sono rimasti uccisi 36 civili. L’atto criminale era stato rivendicato da un gruppo estremista curdo (I falchi della libertà, in aperto dissenso con il PKK) di cui è nota la deriva terroristica. Appare scontato che i tre esponenti curdi chiamati strumentalmente in causa dalla Turchia non avevano niente a che vedere con tale orrendo delitto. 

Nella lista anche due membri del Congresso nazionale del Kurdistan (altra organizzazione della diaspora curda da tempo impegnata nella ricerca di una soluzione politica), Adem Uzun (arrestato in Francia nel 2012 e immediatamente rilasciato) e Nilufer Koç a cui ancora nel 2011 il Tesoro statunitense avrebbe imposto sanzioni finanziarie per sospetti legami con il PKK.

Questo per quanto riguarda i rapporti con i Curdi da parte degli Stati Uniti. E la Russia? Direi che non li tratta meglio, anzi.

Nonostante un approccio altalenante alla questione curda, tra varie incertezze e tentennamenti, anche la Russia sembra ormai schierata apertamente con Ankara (e anche con Teheran) per quanto riguarda la questione curda.

Diversamente dal recente passato quando qualche dubbio lo manifestava, vedi nel 2021 l’incontro di Lavrov a Mosca con Ilham Ahmed, presidente del comitato esecutivo del Consiglio democratico siriano.

Ulteriore conseguenza della guerra in Ucraina e del ruolo di “mediatore” assunto da Erdogan?

Comunque sia, l’impressione che ne ricavano i curdi del Rojava è questa. Proprio Sergueï Lavrov il 31 gennaio ha dichiarato in conferenza stampa che qualsiasi novità, qualsiasi riunione in merito alla normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Damasco dovrà vedere il coinvolgimento di Russia e Iran (insieme alla Turchia, entrambi membri della troïka di Astana).

L’amicizia storica (per quanto non priva di incrinature, vedi quando la Turchia impose l’allontanamento di Ocalan) tra Erdogan e Bashar al-Assad si era frantumata con la guerra civile del 2011. Acqua (quasi) passata evidentemente.

I negoziati proseguono, tanto che i capi dei rispettivi servizi segreti si sarebbero incontrati recentemente a Mosca (e non era certo la prima volta).

Se per Damasco è prioritario che la Turchia ritiri i suoi soldati e le milizie che controlla dal nord della Siria (smettendo di sostenere, finanziariamente e militarmente, alcune delle forze di opposizione al regime), per Ankara l’obiettivo principale rimane quello di riuscire ad annichilire sia le FDS che le Unità dei protezione del popolo (YPG, quelle che si son fatte massacrare per sconfiggere l’Isis).

E’ invece possibile che Bashar al-Assad non abbia rinunciato definitivamente a portare tali organizzazioni dalla sua parte. Spezzando una volta per tutte il legame tra i curdi siriani e l’ingombrante  presenza statunitense.

Gianni Sartori

#MemoriaStorica #Veneto – A TRENTANNI DALLA MORTE, UN RICORDO DEL PARTIGIANO SERGIO CANEVA – di Gianni Sartori

Quando mi era giunta la notizia della morte dell’amico Duma Joshua Kumalo (uno dei sei di Sharpeville), scomparso il 3 febbraio 2006 a CapeTown, durante una conferenza, la memoria mi era andata immediatamente alla vicenda analoga di Sergio Caneva.

Due storie diverse, geograficamente lontane, ma forse complementari.

Prigioniero politico nel Sudafrica dell’apartheid (anni ottanta) Duma raccontava di aver “passato sette anni in prigione e tre nella cella della morte, ho ottenuto la grazia dodici ore prima di essere impiccato. Soltanto oggi comprendo come questa esperienza abbia segnato la mia identità e sia alla base delle ferite e dei ricordi frammentari che compongono la mia storia personale”.

Scampato alle forche dell’apartheid, Duma aveva letto molto sulle esperienze dei sopravvissuti all’Olocausto, cercando di trovare un senso, una spiegazione per le sofferenze inflitte da un sistema di sfruttamento, oppressione e razzismo istituzionalizzato. Voleva, come Primo Levi che talora citava, ricordare e testimoniare affinché l’orrore di quanto era accaduto non potesse ripetersi.

Da molti anni lavorava senza sosta per il Khulumani survivor support group, un’associazione di aiuto per i sopravvissuti dell’apartheid, per coloro che avevano subito la brutalità del regime, aiutandoli a raccontare le loro esperienze.

E spiegava: “Sono stato privato del diritto di essere felice il giorno in cui ho compreso cosa fosse l’apartheid. Mi sono messo alla ricerca e da quel momento ho dovuto scavare sempre più profondamente nel passato e provare ancora più amarezza. Quello che ho compreso non riguarda il dolore della morte, ma il dolore della mia vita. Confrontarsi con la morte è difficile, ma confrontarsi con la vita dopo aver visto in faccia la morte è ancora più difficile”.

Era riuscito a farlo con grande dignità, come stanno a dimostrare la sua vita familiare, l’intensa attività culturale, le rappresentazioni teatrali con cui ha dato testimonianza delle ingiustizie subite dal suo popolo.

Quel giorno, il 3 febbraio 2006, l’apartheid fece un’altra vittima. Il suo cuore generoso, infaticabile, segnato dalle sofferenze e dai ricordi, aveva ceduto durante una delle tante conferenze a cui veniva chiamato. Qualche settimana prima, al telefono, si era parlato del materiale (manifesti, fotografie di manifestazioni antiapartheid nell’Europa degli anni ottanta) spedito a Sharpeville e inserito nel museo appena inaugurato.

In circostanze simili se n’era andato il 23 aprile del 1993 – a 73 anni – un altro amico, Sergio Caneva, medico e partigiano vicentino. Due giorni prima del 25 aprile durante una conferenza sulla Resistenza (nell’aula magna della scuola media di Cavazzale) in preparazione appunto della festa della Liberazione. Iniziativa organizzata dal prof Perini.

Due tragedie avvenute senza preavviso. Una momentanea amnesia per Caneva che poi si era accasciato e – presumibilmente – un attacco cardiaco per Duma(con quel cuore generoso, martoriato dalle torture, dalle minaccia incombente della forca…). 

Sergio Caneva, nato nel 1919 ad Arzignano, oltre che dirigente provinciale, era stato per anni consigliere nazionale dell’ANPI. Dopo l’8 settembre 1943, studente di medicina ed esponente del Partito d’Azione, prese “la strada dei monti” svolgendo una pericolosa attività clandestina come ispettore delle formazioni partigiane della Divisione “Pasubio”. Venne condannato dal regime di Salò a 30 anni (in contumacia) mentre due suoi fratelli venivano deportati nei campi di sterminio. Macabra coincidenza. I loro resti erano stati riportati in Italia soltanto un mese prima della sua scomparsa e non si può certo escludere che proprio quel rinnovato dolore lo abbia alla fine stroncato.

Laureatosi nel dopoguerra, aveva inizialmente operato come chirurgo all’Ospedale Civile di Arzignano. in seguito, come psichiatra, aveva curato centinaia di persone (molte donne, spesso vittime di una mentalità retriva e maschilista diffusa nel Veneto “bianco”) all’ospedale psichiatrico di Vicenza, prodigandosi anche – nel tempo libero -per curare gratuitamente i diseredati.

Autore, oltre che di molte pubblicazioni scientifiche,del libro “Resistenza civile e armata nel Vicentino” (scritto con Remo Prenovi), si era dedicato alla testimonianza assidua di quel che avevano rappresentato i lunghi mesi della Resistenza antifascista attraverso un gran numero di conferenze (soprattutto nelle scuole).

Ma, come aveva ricordato nell’orazione funebre, davanti a centinaia di persone, l’avvocato Lino Bettin (all’epoca presidente dell’ANPI vicentina) “quello che non potremo mai dimenticare di Sergio è la sua umanità nella comprensione degli altri. Il senso e il gusto quasi francescano della vita. Il disprezzo per la società consumistica, il sogno irrealizzabile della “città del sole”. E, ricordava a tal proposito Bettin che ne condivise l’esperienza, l’immenso “impegno umano, civile e politico” mostrato da Sergio in numerosi incontri internazionali (in particolare negli anni cinquanta e sessanta) in difesa della pace, della solidarietà tra i popoli. Oltre che della “giustizia sociale, della libertà reale”.

Avevo avuto l’onore di conoscerlo nei primissimi anni settanta quando, se pur saltuariamente, partecipavo, insieme ad un eterogeneo gruppo di libertari variamente assortiti (dal fricchettone all’aspirante situazionista, dall’anarchico vecchio stampo al giovane operaista incerto…) ai volantinaggi davanti al suo “posto di lavoro”. Almeno un trentina di volantini di denuncia vennero distribuiti nel corso di un paio d’anni (1971-1972, regolarmente, mediamente uno ogni 15 giorni) ai familiari dei reclusi nel locale manicomio (così era chiamato, senza eufemismi, in epoca pre-Basaglia). Quasi una lotta d’avanguardia per chi aveva letto, se non La maggioranza deviante, almeno Morire di classe. Denunciando le violenze, i ricoveri coatti (una sorta di TSO di massa) nei confronti di soggetti scomodi (“disadattati” secondo l’ideologia dominante) improduttivi, sostanzialmente non addomesticati. Dall’interno c’era chi ci sosteneva, informava, guidava: appunto il compianto Sergio Caneva, fedele e coerente con la sua giovinezza partigiana.

Per dovere di cronaca riporto quanto mi ha “rivelato” in seguito un militante operaio degli anni sessanta, passato dal PCI ai marxisti-leninisti e in seguito anche per Lotta comunista, Franco Pianalto). Ossia del ruolo fondamentale svolto sotto traccia nella controinformazione da suo cugino, un altro CANEVA, Sante (quasi omonimo del medico Sergio, ma non parente). Provenivano anche da lui, oltre che da Sergio, parte delle informazioni sulla vergognosa situazione in cui versavano i reclusi. Per il suo impegno era destinato a subire angherie di vario genere (mobbing ante litteram ?) che contribuirono, nel corso degli anni successivi, ad avvelenargli non poco la vita. Ancora negli anni sessanta, Sante Caneva in collaborazione con un altro sindacalista e socialista (un Sartori di cui si son perse le tracce) aveva denunciato l’assurda situazione per cui i reclusi vennero in pratica costretti per quasi due anni a “mangiare con le mani”. In quanto i dirigenti non trovavano un accordo sui cucchiai (se dovevano essere di legno oppure di stagno, non è una barzelletta). D’altra parte questa era la realtà delle istituzioni totali prima del tanto vituperato 68! A entrambi i due Caneva (Sante e Sergio) va reso quindi il dovuto onore.

Animato evidentemente da spirito ecumenico, oltre che dalle migliori intenzioni, Sergio organizzò qualche incontro (nella vecchia sede della CGIL) tra alcuni sindacalisti di area sia comunista che socialista e noi giovani esuberanti.

Tra l’altro ricordo di aver incontrato per strada, mentre mi recavo alla prima riunione, alcuni militanti di Servire il popolo invitandoli senza problemi ad aggregarsi.Se i nostri interventi a favore di emarginati, lumpen etc (individuati, forse a torto,come le principali vittime del Sistema) avevano lasciato perplessi i sindacalisti, l’intervento di un maoista che raccontava di un loro compagno afflitto da problemi psichici, risolti (giuro!) grazie alla lettura quotidiana del Libretto Rosso, rischiò di stroncare sul nascere ogni possibile collaborazione.

Un altro ricordo più personale. Visto che entrambi navigavamo in quella “terra di nessuno” che sta (meglio, stava) tra l’ortodossia leninista e le svariate eresie e derive di sinistra (tra situazionismo e bordighismo, tra Rosa Luxemburg, Victor Serge, Berneri… e i fratelli Rosselli) mi prestò un raro esemplare del libro di Azzaroni su “Blasco” (Pietro Tresso, comunista antistalinista) di cui allora, nonostante fosse nato a Magré di Schio, nel vicentino quasi non si parlava. Evidente rimozione di un soggetto scomodo. Se non ricordo male era quello originale, edito da Azione Comune, nella versione in lingua francese.

Negli anni ottanta poi (mi pare nel 1987), casualmente, ci ritrovammo entrambi in lista con Democrazia Proletaria come “indipendenti”. Ovviamente brucia il rammarico di non averlo frequentato di più, ma anche la consapevolezza che averlo conosciuto (così come per Duma) è stato un onore.

Gianni Sartori

#Africa #News – ANCHE IL MAROCCO SCHIERATO CON L’UCRAINA? PIU’ CHE ALTRO CON WASHINGTON – di Gianni Sartori

fonte immagine TheDeadDistrict via Twitter

Parlare di “partita a scacchi” (o di risiko) sarà anche banale, ma è quello che (mi) viene in mente. Stando a quanto preannunciato, era previsto che in febbraio il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov includesse anche il Marocco nel suo secondo giro di capitali africane. Ed ecco che tempestivamente – a pochi giorni dalla notizia della partecipazione a esercitazioni Nato – arriva anche quella per cui Rabat ha già inviato carri armati in Ucraina. Il primo tra i paesi africani.

Si tratta di venti T-72B, riveduti e corretti dalla Excalibur Army (Repubblica Ceca) acquistati una ventina di anni fa.

Una decisione patrocinata da Washington e che – forse – dovrebbe contribuire a stendere un velo pietoso non solo sul Maroccogate, ma soprattutto sulle recenti critiche da parte europea della pesante situazione in cui versa il Paese. Sia dal punto di vista della libertà d’informazione, sia in materia di diritti umani (per non parlare dei sahrawi). Stando a quanto diffuso da fonti algerine, l’accordo per l’invio di armi pesanti, concluso a Ramstein in Germania, risalirebbe ancora all’aprile 2022. E probabilmente finora tenuto in serbo per renderlo pubblico al momento opportuno.

Gli USA avrebbero garantito sia sostegno finanziario e militare, sia di pagare i T-72B di tasca propria (per un totale di novanta milioni di euro con il contributo, pare, dei Paesi Bassi).

E la novità – da segnalare il tempismo – non contribuirà certamente a rafforzare i legami di Rabat con Mosca che contava perlomeno sul “non schieramento”..

Non si può nemmeno escludere che costituisca una reazione agli evidenti progressi, sia a livello diplomatico che di accordi commerciali (vedi i recenti protocolli d’intesa con l’Italia), dell’Algeria, storicamente alleato di Mosca.

Algeria, non dimentichiamo, schierata sul fronte opposto in merito alla questione della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (RADS, ex Sahara spagnolo).

Per quanto riguarda la collocazione del Marocco a livello strategico-militare mi rifaccio ad un recente intervento di Antonio Mazzeo. Lo studioso e pacifista ricordava che “l’ufficio stampa dell’ Allied Joint Force Command (JFC Naples, con sede a Lago Patria, Napoli) ha reso noto che un reparto d’élite dell’esercito marocchino ha iniziato il suo percorso verso l’inter-operabilità con le unità NATO grazie al programma addestrativo alleato denominato “OCC E&F” (Capacità operative e valutazione strategica e feedback) svoltosi dal 23 novembre al 10 dicembre  2022 nel poligono di Ramram, Marrakech”.

Le attività di addestramento si sarebbero svolte “con l’assistenza del personale specializzato del Comando Alleato di Lago Patria e il supporto di uno staff di militari provenienti da Bosnia-Herzegovina, Colombia, Georgia, Irlanda, Serbia e Svezia, paesi non ancora membri de iure della NATO”.

Collaborando, come riportato dall’ufficio stampa del Comando alleato “con un team di valutazione dell’esercito del Marocco per condurre il Self Evaluation Level-1 (SEL-1) di una compagnia del 2° Battaglione della 2^ Brigata di fanteria aviotrasportata dell’esercito marocchino”.

In precedenza tale brigata aviotrasportata aveva già ”partecipato a numerose esercitazioni in ambito nazionale ed internazionale e nel corso del programma di formazione a Marrakech ha mostrato di avere appreso rapidamente e di avere implementato con successo gli standard NATO di livello 1”.

Prima unità di un Paese africano a conseguire la certificazione SEL-1.

E il popolo sahrawi (quello che una volta ho definito “un popolo che grida nel deserto”) a questo punto come dovrebbe reagire? Farsene una ragione o continuare a denunciare l’occupazione delle proprie terre da parte di Rabat?

Gianni Sartori

#Africa #Nigeria – MENTRE IN NIGERIA SI AVVICINA LA SCADENZA DELLE PRESIDENZIALI, L’AVIAZIONE BOMBARDA I PASTORI FULANI – di Gianni Sartori

fonte immagine AFP/Luis Tato

Sette anni vissuti pericolosamente quelli trascorsi dal paese più popolato d’Africa, la Nigeria, durante la presidenza di Muhammadu Buhari.

Tra la sempre maggiore insicurezza quotidiana, la crisi economica e il malcontento diffuso.

Tra la crescita dell’inflazione e una serie di attacchi (sia da parte di gruppi jihadisti che delle numerose bande criminali, talvolta anche da parte di esercito e aviazione) che hanno provocato la morte prematura di un gran numero di civili.

Anni duri e tristi insomma, tanto che perfino la moglie del presidente uscente, Aisha Buhari, ha presentato pubbliche scuse alla popolazione. 

Forse non casualmente visto che tra meno di un mese (il 25 febbraio, salvo imprevisti) ci saranno le elezioni presidenziali. Con la possibilità di un eventuale secondo turno entro un mese.

Contemporaneamente verranno eletti anche i rappresentati al Parlamento (109 senatori e 36o membri della Camera dei Rappresentanti).

L’11 marzo invece si svolgeranno le elezioni dei governatori di 28 dei 36 Stati della Nigeria.

Per le presidenziali si presentano 18 candidati, ma stando ai sondaggi le reali possibilità di vincere riguardano soltanto tre di loro.

Ossia, il settantenne Pola Ahmed Tinubu del partito All Progressives Congress (APC, attualmente al potere), Atiku Abubakar (76 anni), esponente del Partito democratico popolare (PDP) ormai alla sua sesta campagna elettorale per le presidenziali e il sessantenne uomo d’affari Peter Obi (ex esponente del PDP ed ex governatore dello Stato di Anambra) che si presenta per il partito laburista.

Soprattutto sui primi due candidati, M. Atiku e M. Tinubu, pesano fondate accuse di corruzione.

Fondamentale per ogni candidato dare garanzie in materia di sicurezza, soprattutto nelle regioni del Nord. Due episodi in particolare alla fine dell’anno scorso (l’assalto armato a una chiesa cattolica a Owo e quello contro un treno costato la vita a decine di passeggeri, senza contare quelli rapiti) avevano ridestato vecchie inquietudini tra la popolazione. 

Ad alimentarle ulteriormente un recente episodio di cui si sarebbe resa responsabile l’aviazione nigeriana. Il 26 gennaio si sono contati ben 47 vittime (ma non si esclude che il numero possa aumentare, sia per la scoperta di altri cadaveri, sia per la morte di altre persone dovuta alla ferite) di un bombardamento sul villaggio di Rukubi (al confine tra gli Stati di Nazarawa e Benue). 

Si tratterebbe di pastori Fulani (la denuncia proviene da Usman Baba-Ngelzerma, segretario generale dell’Associazione degli allevatori della Nigeria) talvolta accusati di essere i maggiori responsabili dei frequenti episodi di banditismo (uccisioni, sequestri….) che avvengono nell’area. Un fatto analogo (costato la vita a oltre sessanta civili) era avvenuto nel novembre 2022 nello stato di Zamfara.

Sia il Governatore di Nasarawa che il portavoce della polizia hanno dichiarato che “un’inchiesta è già stata avviata per identificare i colpevoli”. Belle intenzioni che però cozzano con il fatto che nessun responsabile della decina di attacchi simili condotti dai militari negli ultimi cinque anni, è mai stato incriminato, tantomeno condannato.

Tuttavia, ben sapendo come l’aviazione nigeriana venga ripetutamente posta sotto osservazione per la mancanza di precisione, è probabile che la strage non sia stata intenzionale, ma appunto frutto “solo” di scarsa professionalità (e scusate se è poco).

Gianni Sartori

#Longevi #Opinioni – NON SOLO MATUSALEMME…ANCHE HUNZA E CURDI (E PERFINO QUALCHE VENETO DOC) NON SCHERZANO CON L’ETA’ – di Gianni Sartori

In genere quando si parla di popolazioni particolarmente longeve si citano i leggendari Hunza del nord del Pakistan che – stando almeno a quanto si diceva e scriveva fino a qualche decennio fa – raggiungerebbero mediamente i 130-140 anni.* Oltretutto attivi e in buona salute, grazie al lungo digiuno (secondo alcuni geografi-etnologi si dovrebbe parlare di carestie invernali) a cui erano sottoposti annualmente, all’alimentazione in gran parte vegetariana e all’acqua alcalina caratteristica di quei territori.

O almeno, va precisato, li avrebbero raggiunti fino a qualche decennio fa. Visto che poi le modernità (al plurale) – dal servizio militare nell’esercito pakistano all’inquinamento, dai cambiamenti climatici e alimentari all’invasione di turisti-alpinisti – avrebbero fatalmente invertito la tendenza.

Tornando fra noi (nel “Veneto profondo”), qualche mese fa avevo, in maniera informale, contattato l’anziano del paesello vicentino dove spesso, incautamente, soggiorno. Superati da poco i 101 anni, ma ancora – compatibilmente con l’età – vispo, autonomo e soprattutto lucido. Con tante cose da raccontare, una autentica “memoria storica” per questa porzione di pianura veneta costellata di rilievi collinari di origine sia vulcanica (gli Euganei) che calcarea-sedimentaria (i Berici). Un tempo rurale (e classificata “depressa”, forse a torto) e ora ricoperta (massacrata, violata…) da capannoni, basi militari, autostrade, pedemontane etc

Una serie di impegni non procrastinabili e di contrattempi avevano allontanato la scadenza e solo il 28 gennaio tornavo a percorrere la stradina (una “caresà”) della sua fattoria. Incontrando la figlia intenta a tagliar legna e intuendo dallo sguardo che qualcosa non andava. L’anziano genitore – che non aveva mai voluto andare all’ospedale, giustamente – si era spento solo qualche giorno prima. Rimasto interdetto, oltre che dispiaciuto, pensavo poi che in fondo andava bene anche così. Avevo comunque avuto l’onore di conoscerlo se pur brevemente, alcune cose le aveva raccontate anche a me. E soprattutto molte altre ai figli, ai nipoti, ai vicini…

Proprio come per secoli e secoli la memoria e la storia locale erano state tramandate a voce. Narrando, passando un testimone di ricordi e testimonianze che poi magari venivano elaborati, integrati, ampliati e arricchiti di significato…

Coincidenza, proprio mentre ripensavo a cosa poteva aver rappresentato una vita lunga oltre un secolo, ho inciampato in una notizia che ha dell’incredibile, ma che riporto ugualmente per dovere di cronaca. Anche perché le fonti (vari giornali e Centri studi curdi di livello internazionale) sono serie e attendibili.

Notizia che tra l’altro sconfessava quanto venne scritto e ribadito al momento della scomparsa – il 13 gennaio scorso – della Decana d’Europa Sœur André (Lucile Randon) a 118 anni. Ossia che era morta la persona più anziana del pianeta.

Invece una donna curda yezida, Rawché Qassim, attualmente sfollata nel campo di Kebertol (distretto di Sêmele, provincia di Duhok) quel record l’avrebbe già superato da tempo. Stando ai documenti in suo possesso sarebbe nata il 1 luglio del 1887 in un villaggio del cantone di Shengal (in Bashur, Kurdistan iracheno). Qui era vissuta fino al 2014 quando fu costretta fuggire con i suoi familiari a causa dell’attacco delle milizie jihadiste di Daesh. Nonostante l’età e le ultime traversie, il suo stato di salute si mantiene discreto, soddisfacente. Dalla stampa locale e da alcune associazioni curde è stato lanciato un appello agli specialisti (medici, antropologi…) affinché si rechino a Kebertol, innanzitutto per garantirle cure e assistenza adeguate, ma anche per eventualmente contribuire (nell’assoluto  rispetto della sua persona naturalmente) alla conoscenza dei misteriosi meccanismi (sia biologici che culturali, identitari) che le hanno consentito di vivere così a lungo. Fermo restando che, per quanto questo sia eccezionale, non sarebbe il primo caso di veneranda età raggiunta da persone di etnia curda. Si parla da tempo di decine di casi documentati di centenari curdi e di alcuni in particolare. Circa un secolo fa raggiunse una certa notorietà Zaro Agha, un curdo di Bidlis (nel Kurdistan sottoposto alla Turchia, il Bakur) che avrebbe vissuto fino a 157 anni. Negli anni trenta venne invitato in Europa e negli Stati Uniti incontrando sia molte autorità che specialisti, scienziati incuriositi e desiderosi di indagarne il segreto di lunga vita in buona salute.

Gianni Sartori

* nota 1: Me ne aveva parlato negli anni novanta il compianto Gianfranco Sperotto, militante storico della sinistra non dogmatica vicentina (all’epoca del PSIUP), poi ambientalista e pacifista impegnato (Legambiente, Mountain Wilderness, presidio No Dal Molin…), alpinista libertario, distributore di libri di storia e natura alpine fin nelle più sperdute osterie della Val d’Astico e di Posina. Dove giungeva rigorosamente in corriera, in bicicletta o a piedi). Morto ammazzato mentre con l’immancabile bici condotta a mano attraversava sulle strisce pedonali. Organizzatore, tra l’altro della ripulitura dei seracchi in Marmolada (quelli riempiti col polistirolo per consentire lo sci estivo) e di analoghe operazioni in Himalaya. Un grande.