#Kurds #Opinioni – QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA GENEALOGIA DI “DONNA VITA LIBERTA’”, UNA “FORMULA MAGICA” GIA’ UTILIZZATA DA OCALAN ANCORA NEL 2006 – di Gianni Sartori

Lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” non è roba da borghesia radical-chic: è un messaggio rivoluzionario scandito dalle combattenti curde e scritto sui muri delle celle.

Pretendere con le modeste forze a mia disposizione – e la mancanza di adeguati titoli accademici – di recensire, commentare, divulgare (e fatalmente riassumere) quella che possiamo definire una “esplorazione” delle origini e del significato dello slogan “Jin, Jiyan, Azadi” (“Donna, Vita, Libertà”) della militante curda Somayeh Rostampour * è senz’altro, almeno da parte mia, eccessivo.

D’altra parte gli “addetti ai lavori” sembrano il più delle volte intenti o a strumentalizzarlo oppure  – forse peggio – a utilizzarlo senza criterio o adeguata conoscenza. Vedi il caso di qualche parlamentare europea nostrana e di corporazioni parastatali senz’altro rispettabili, ma che difficilmente possono identificarsi con la pluridecennale lotta di liberazione del popolo curdo.

Quasi una mancanza di rispetto per chi lo ha ideato, rappresentato direi quasi incarnato: le donne curde in lotta contro l’oppressione patriarcale, statale e capitalista in tutte le sue variegate forme.

Quindi mi ci proverò.

Il movimento di rivolta femminista (non appaia eccessivo definirlo pre-insurrezionale) che per oltre sei mesi ha infiammato il Rojhilat e l’intero l’Iran (e che al momento sembra entrato in una fase di riflessione) ha una precisa data d’inizio: il 16 settembre 2022. In quella data veniva ammazzata dalla polizia morale della Repubblica islamica Jina (Masha all’anagrafe dato che il nome curdo era stato proibito) Amini.

Una ribellione contro non solo l’obbligo del hijab, ma anche contro quelli che Somayeh Rostampour qualifica come “44 anni di apartheid sessuale, patriarcato, dittatura militare, neoliberismo, nazionalismo e teocrazia islamista”. E scusate se è poco.

Un movimento propedeutico alla caduta del regime e a un cambio radicale dei rapporti sociali.

Fermo restando che – come per ogni movimento rivoluzionario – non mancano rischi concreti di strumentalizzazione (sia da parte di Stati come Israele e USA, sia da parte, per esempio, dei nostalgici monarchici).

Stando ai dati delle Ong, nei primi tre mesi del movimento sono stati arrestati oltre 18mila manifestanti, migliaia risultano feriti e circa cinquecento uccisi negli scontri o sotto tortura (tra cui una settantina di minori). Dopo quelle già eseguite, si teme per le altre condanne a morte già emesse o previste (circa un centinaio). In genere senza prove sostanziali, con confessioni estorte con la tortura. Per non parlare delle condizioni indegne di prigionia e dei maltrattamenti subiti dalle persone arrestate, in particolare dalle donne.

Quando come sottolinea Somayeh Rostampour, viene gridato che questa è “una rivoluzione delle donne, non chiamatela più una manifestazione” significa che questa volta (rispetto ai movimenti di protesta del passato) le cose sono differenti.

Quanto allo slogan adottato, ”Jin, Jiyan, Azadi”, veniva scandito da migliaia di abitanti di Saqqez (Rojhilat, Kurdistan sotto occupazione iraniana) al momento della sepoltura  di Jina che le autorità avrebbero voluto si svolgesse in segreto.

Venne poi utilizzato in un’altra città curda, a Sanadaj e successivamente dagli studenti di Teheran. Da allora in poi si è udito distintamente in ogni città e villaggio dell’intero Paese.

Ma, si chiede la studiosa e militante curda “come era arrivato questo slogan a Saqqez?”. E anche “qual’è il suo significato politico e sociale, la sua genealogia?”.

“Jin, Jiyan, Azadi” non è diventato “la parola d’ordine del sollevamento in Iran per caso, non è caduto dal cielo”. Deriva da una lunga storia di lotte sociali. Rappresenta “l’eredità del movimento delle donne curde in quella parte del Kurdistan posto entro i confini ella Turchia, il Bakur”.

Riporta quindi quanto aveva scritto nello scorso settembre Atefeh Nabavii (a lungo in cella con Shirin Alamholi, esponente del PJAK, giustiziata a 28 anni nel 2009 e il cui corpo non è mai stato restituito alla famiglia):

“Ho inteso per la prima volta lo slogan Jin, Jiyan, Azadi da Shirin Alamholi nella prigione di Evin, era scritto sul muro della cella, a fianco del suo letto”.

Sia il PJAK (Partito per una vita libera nel Kurdistan ) nel Rojhilat che il movimento delle donne in Bakur attingono la loro visione del mondo dal pensiero di Abdullah Ocalan, il fondatore del PKK nel 1978. Partito che inizialmente utilizzava mezzi pacifici, ma che dopo il colpo di Stato del 1980 aveva adottato la lotta armata. Come è noto dal 1999 quello che possiamo definire il “Mandela curdo” è imprigionato (dopo un sequestro illegale in Kenia) nel carcere di Imrali.

Inizialmente, in quella che viene considera ta “fase marxista-nazionalista”, Ocalan era stato influenzato anche dal maoismo, oltre che dal pensiero di Franz Fanon (“I dannati della Terra”) e di Ernesto Guevara. Ma fin dagli esordi aveva fortemente incoraggiato il protagonismo delle donne nella lotta di liberazione. In quanto “la liberazione del Kurdistan non sarà possibile senza la liberazione delle donne”.

Distinguendosi in questo dalla maggior parte delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, non solo da quelle mediorientali.

Ossia “il PKK metteva in luce la questione femminile nella cornice del moderno nazionalismo curdo che principalmente si basava sulla difesa della patria curda, del proprio territorio, della cultura e della lingua curde”.

In seguito, sostanzialmente dal 1995, nel PKK avviene quella che Somayeh Rostampour definisce una “rivoluzione culturale”. Allontanandosi sia dall’ortodossia marxista più rigorosa, sia dalla rivendicazione di una patria indipendente (il “Grande Kurdistan”) evolvendo in direzione di una visione politica incentrata sul concetto di “democrazia” (in parte a scapito di quello di “classe”). Nella sua elaborazione Ocalan va a individuare i soggetti del processo rivoluzionario non solo nei lavoratori, ma soprattutto nelle donne e nelle pratiche ecologiste.

Elaborando una sintesi di comunalismo e autonomia sociale denominata “Confederalismo democratico” e fondato su tre pilastri: le comuni, le donne e l’ecologia.

La questione delle donne diventa ancora più centrale e la componente femminista del PKK acquista ulteriore importanza, sia nell’elaborazione politica che nella pratica sociale. Oltre che nella Resistenza, ovviamente.

Già in precedenza comunque, Ocalan aveva analizzato e recuperato le antiche tradizioni matriarcali (matrilineari) mesopotamiche (vedi l’antagonismo tra il dio maschile Enkidu e la dea guerriera Ishtar) in contrapposizione sia al patriarcato che all’imperialismo e al colonialismo.

Nella convinzione che le donne, le prime a creare la vita e a coltivare le conoscenze indispensabili per essa, ne erano state espropriate dagli uomini.

Come Ocalan stesso ha dichiarato, il suo obiettivo politico era quello di “restituire alle donne la fiducia in se stesse che avevano perduto dimostrando che il patriarcato non era un principio eterno e naturale della storia, ma bensì il risultato di pratiche storiche”. Per concludere che “il patriarcato poteva essere superato”.

Almeno dal 1990 Ocalan aveva utilizzato insieme, in diverse occasioni, i concetti di “Donna” e di “Vita”.

Anche perché la radice delle parole donna (Jin) e vita (Jiyan) in lingua curda è la medesima.

Non a caso nel 1999 il PKK pubblicava un documento intitolato “Jin Jiyan” e dal 2000 lo slogan “Jin, Jiyan” è stato ampiamente e sistematicamente utilizzato dalle donne curde in Bakur (il Kurdistan sotto occupazione turca).

Da questo punto di vista l’espressione “Jin, Jiyan” è di molto antecedente all’attuale “Jin, Jiyan, Azadi”.

E anche la parola “Azadi” (Libertà) rientrava tra i concetti basilari del PKK. Libertà dai rapporti sociali di dominio – di potere – sia dal capitalismo che dallo Stato e dal patriarcato.

Stando alle testimonianze raccolte, nel 2002 durante la cerimonia funebre organizzata da militanti del PKK per una vittima di femminicidio, le donne presenti avevano scandito lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi “ nella sua interezza. Da allora si era andato diffondendo diventando quasi una tradizione, soprattutto per le donne assassinate.

Sempre Ocalan aveva utilizzato le tre parole insieme – forse per la prima volta – nel quarto dei suoi liberi scritti in prigione “La crisi della civilizzazione in Medio Oriente e la soluzione della civilizzazione democratica” nel 2006.

Non particolarmente  utilizzato fino al 2008, esplose, letteralmente, in Rojava e Bakur soprattutto dal 2013.

In una lettera scritta nel 2013 (ci ricorda Somayeh Rostampour) Öcalan evidenziava la potenza tutta politica dello slogan Jin, Jyian, Azadi nella ricerca di una “vita degna”.

Arrivando a definirlo una “formula magica” in grado di fornire un modello per le donne dell’intero Medio Oriente.

Naturalmente “né la storia del PKK, né quella delle donne nel movimento, possono venir ridotte a quella del loro dirigente”.

Il PKK è “un movimento sociale e politico che si è sviluppato non solamente nell’ambito politico, ma nella vita quotidiana di milioni di persone ormai per varie generazioni”.

E sono le donne del PKK, sia le combattenti che quelle che agiscono nella società civile, che hanno fatto di “Jin, Jiyan, Azadi “ l’idea centrale del movimento. “Femminisando” la politica in Kurdistan e condizionando anche quella della Turchia.

Andando di casa in casa, parlando con donne di ogni condizione sociale, trasformando la questione di genere da una istanza delle élites a un problema che riguarda tutti gli oppressi.

Per concludere con Somayeh Rostampour che “quanto è accaduto il 17 settembre a Saqqez durante il funerali di Jina Amini non era un avvenimento senza precedenti”. Ma piuttosto “la prosecuzione di una tradizione politica rivoluzionaria di lunga data originariamente sortita dal PKK”. Tradizione in cui hanno avuto un ruolo preponderante anche le “madri per la giustizia”, quelle che avevano perduto i loro figli nella lotta di liberazione sia in Bakur che nel Rojhilat (v. Le “Madri del sabato” e le Dadkhaah).


Gianni Sartori

*Nota 1:Jin, Jiyan, Azadi (Woman, Life, Freedom): The Genealogy of a Slogan

#Corsica #SegnalazioniEditoriali – il nuovo libro scritto da Petru Poggioli

L’ultimo libro di #PierrePoggioli “Images et écrits d’une lutte” Volume 1 è disponibile in tutti i punti vendita distribuiti da DCL, Distribution Corse du Livre
Questo libro è arricchito da oltre 1750 immagini (foto, articoli di stampa, vari documenti inediti, sconosciuti o dimenticati) che forniscono un supporto visivo alla storia contemporanea della “questione corsa”.
526 pagine – 65 euro – #EdizioniFiara
– Gli interessati possono ordinarlo anche via email:
accolta@aol.com accolta909@gmail.com
– I librai possono ordinarlo da DCL Ajaccio
DCL (Corsica Book Distribution), route du Vazziu, Ajaccio, 20000
Tel: 04 95 22 53 53 – Fax: 04 95 22 53 59 / 04 95 22 53 85.

#8Marzo #News – 8 MARZO 2023: PER LE DONNE UNA GIORNATA DI LOTTA PIU’ CHE UNA FESTA – di Gianni Sartori

fonte immagine @Zvg

Un dubbio irrisolto: come titolare questo intervento?“Uomini che odiano le donne” appariva scontato e riduttivo (e poi anche il patriarcato – come ogni forma di dominio, di prevaricazione – può assumere anche aspetti femminili, vedi – che so – la baronessa Margaret Thatcher…).
Allora “Istituzioni – apparati – che odiano le donne”?
Nemmeno…
Resta il fatto che da Est a Ovest, da Nord a Sud (da Istanbul a Oaxaca e perfino a Winterthur) anche quest’anno l’8 marzo ha rischiato di trasformarsi nel giorno in cui alle donne vien fatta la festa.

Se in Turchia (così come in Iran) probabilmente c’era da aspettarselo e in Messico non è certo una novità, lascia perplessi quanto è avvenuto nella linda e sonnolenta Svizzera.

A Istanbul la polizia turca ha disperso con lanci di lacrimogeni una piccola folla di femministe – scese in strada in difesa dei diritti delle donne – che tentava di raggiungere il centro della città. Le manifestanti scandivano: “Noi non stiamo zitte, non abbiamo paura, non ci inchiniamo” e battevano con forza sugli scudi dei gendarmi. Un gesto ritenuto evidentemente intollerabile e che ha scatenato una dura reazione.

Scene analoghe a Bâle (Svizzera) a seguito della manifestazione – non autorizzata – per la Giornata internazionale dei diritti delle donne.
La polizia presidiava in forze la Barfüsserplatz, il luogo prescelto per il raduno, di fatto isolandola.
In alternativa le manifestanti si erano raggruppate nella piazza Saint-Pierre. Letteralmente circondate dalla polizia, ben presto si erano innescati gli scontri con ampio utilizzo di proiettili di plastica da parte delle forze dell’ordine.
Altre manifestazioni, sempre l’8 marzo e ancora non autorizzate, si sono svolte a Winterthur (dove è stato fatto uso di spray urticante contro le donne che tentavano di forzare il blocco) e a Berna.

Anche a Città del Messico, dove l’8 marzo le donne hanno sfilato a decine di migliaia, non sono mancati scontri e tafferugli. Così come a Tlaxcala dove sono state ricoperte di scritte (dopo un tentativo fallito di abbatterle) le strutture metalliche poste a protezione del palazzo del governo.
Scene di guerriglia urbana a Oaxaca (dove le manifestanti si sono introdotte all’interno degli uffici del ministero del Turismo) e a Monterrey dove sono state incendiate alcune porte e finestre del palazzo del governo di Nuevo León. Come è noto in Messico si registrano almeno dieci femminicidi al giorno e nel 95% dei casi tali delitti rimangono impuniti.

Gianni Sartori

#Africa #Neocolonalismo – BURKINA FASO SEMPRE SOTTO PRESSIONE – di Gianni Sartori

fonte immagine @ Issouf Sanogo, AFP

Ovviamente non è una novità. Dal 2015 più di 10mila persone sono state uccise in Burkina Faso mentre gli sfollati superano i due milioni.

Tuttavia sembra proprio che il 2023 si vada caratterizzando, fin dai primi giorni di gennaio, per una recrudescenza degli attacchi jihadisti nel nord del Paese. Attacchi che la presenza francese finora non ha saputo (o voluto?) contrastare adeguatamente.

Il 4 febbraio le vittime accertate di un attacco erano state diciotto. Andavano ad allungare la lista (una cinquantina in totale, uccise sia in combattimento, sia dopo essere state sequestrate) di una settimana particolarmente sanguinaria. 

Il 20 febbraio, calcolando anche quelli uccisi nei due giorni precedenti, erano oltre settanta i soldati burkinabé uccisi non lontano dalla frontiera con il Mali.

Senza dimenticare che l’8 febbraio (mentre quindici persone venivano uccise nei pressi di Kaya in un altro attacco) anche due esponenti di Medici senza frontiere (un autista e un addetto alla logistica) erano stati assassinati sulla strada tra Dédougou e Tougan.

La situazione risultava tanto grave da indurre le autorità a imporre il copri-fuoco (dalle ore 22 alle ore 5 del mattino) dal 3 al 31 marzo sia nel Nord che in altre due province esposte alle operazioni  jihadiste: Koulpelogo, nella regione del Centro-Est (alle frontiere di Ghana e Togo) e Bam, nella regione del Centro-Nord.

In questo arco di tempo viene severamente vietata la “circolazione dei veicoli a quattro e due ruote, dei tricicli e delle biciclette”. Quanto alla popolazione è invitata a “al rispetto di questa decisione e a restarsene a casa propria nelle ore e date indicate”.

In altre due province entrava in vigore un copri-fuoco più breve, dal 5 al 20 marzo. Veniva inoltre prolungato di tre mesi il copri-fuoco nelle regioni dell’Est (da mezzanotte alle 4 del mattino) decretato ancora nel 2019.

Nel frattempo le già deteriorate relazioni con Parigi subivano un ulteriore peggioramento. Il discorso di Macron del 27 febbraio non veniva apprezzato dal capitano Ibrahim Traoré che con una nota esprimeva un chiaro dissenso rispetto alla “nuova strategia africana” della Francia. Preludio ad una ulteriore, se non definitiva, rottura tra l’Esagono e la sua ex colonia. 

Migliaia di persone erano scese in piazza nella capitale Ouagadogu protestando contro l’imperialismo francese e a sostegno del governo di transizione guidato da Traoré (alcuni anche inalberando bandiere russe). Chiedendo la rapida partenza delle forze speciali francesi ancora presenti nel paese (la task force dell’operazione Saber, ufficialmente conclusa in febbraio).

Il clima incandescente non impediva il 25 febbraio l’apertura a Ouagadougou del 28° Festival panafricano del cinema e della televisione(Fespaco, biennale) con ben 170 opere in concorso. Con una certa dose di ottimismo (e nonostante i due recenti colpi di Stato, rispettivamente nel gennaio e nel settembre 2022) il tema scelto quest’anno era quella della “PACE”. Tra i Paesi partecipanti, oltre naturalmente al Burkina Faso, Camerun e Tunisia con due film ciascuno. Presenti anche Nigeria, Mozambico, Angola, Kenya, Senegal, Egitto, Algeria, Maurizio, Marocco e anche Repubblica Dominicana.

Alcuni film sono stati presentati in altre località (Kaya, Dédougou…) dove vivono molti sfollati dalle zone sotto il tiro jihadista per dar loro la possibilità di partecipare.

Gianni Sartori

#Kurds #Iran – LIBERTA’ PER LA PRIGIONIERA POLITICA CURDA ZEYNAB JALALIAN – di Gianni Sartori

Riproduco interamente l’appello di Amnesty Intarnational per la prigioniera politica curda Zeynab Jalalian, riprendendo anche parte di alcuni dei miei interventi degli anni passati, rimasti, ca va sans dire, inascoltati, ma che possono rendere l’idea di quale calvario abbia subito questa donna curda.

“Zeynab Jalalian, 41 anni, è un’attivista curda iraniana che si batte per l’emancipazione delle donne e delle ragazze della sua minoranza oppressa. A causa delle sue attività sociali e politiche è detenuta ingiustamente già da 15 anni. Sta scontando l’ergastolo nella prigione di Yazd, nell’omonima provincia, a 1400 km dalla sua famiglia, residente nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, il che rende estremamente difficili le visite dei suoi anziani genitori. È stata ripetutamente sottoposta a torture e maltrattamenti.

È in carcere dal marzo 2008, quando è stata arbitrariamente arrestata da agenti della sicurezza. Giudicata colpevole del reato di “inimicizia contro Dio” (moharebeh) e condannata a morte in relazione alle sue attività nell’ala politica del Partito per la vita libera del Kurdistan (Pjak), un’organizzazione armata. Le sue attività riguardavano l’emancipazione delle donne curde e l’autodeterminazione dei curdi. Nel dicembre 2011, a seguito di un provvedimento di clemenza della Guida suprema, la sua condanna a morte è stata commutata in ergastolo.

Zeynab Jalalian è una delle donne detenute da più tempo per motivi politici e deve essere scarcerata immediatamente”.

Nel novembre 2020 scrivevo “Non dico che l’abbiano creato e fatto circolare appositamente, ma sicuramente il Covid-19 si sta rivelando alquanto funzionale al potere(…)

nell’eliminazione fisica dei soggetti “non produttivi” (…), delle minoranze comunque scomode (…) e ovviamente dei prigionieri politici. Emblematico che in Turchia siano stati rimessi in libertà (anche se provvisoria) fior fiore di delinquenti mentre rimanevano in galera i militanti curdi e della sinistra rivoluzionaria turca”.

Citando come caso esemplare proprio quello della ella prigioniera politica curda Zeynab Jalalian di cui mi ero già occupato qualche mese prima in occasione del suo sciopero della fame (estate 2020) per essere riportata nella prigione di Khoy.

Il 10 ottobre 2020,malata appunto di Covid19, erastata trasferita dalla sezione femminile della prigione di Kermashan alla prigione di Yazd. In soli sei mesi questo era il quarto suo trasferimento. 

Militante per i diritti delle donne, Zeynab Jalalian veniva arrestata nel 2008, stata duramente picchiata dai militari che l’avevano catturata sulla strada tra Kermanshah e Sanandaj. 

Nel gennaio 2009 era stata condannata a morte dal tribunale “rivoluzionario” di Kermanshah (un processo durato pochi minuti, senza prove sostanziali nei suoi confronti) per presunta appartenenza al PJAK (Partiya Jiyana Azad a Kurdistane – Partito per una vita libera in Kurdistan), accusa da lei sempre rigettata. Tra l’altro, stando alle sue dichiarazioni, sarebbe stata ripetutamente torturata proprio come ritorsione per il suo rifiuto di autoaccusarsi pubblicamente di appartenenza al PJAK.

Due anni dopo la sua pena venne convertita in ergastolo dalla corte d’appello, presumibilmente anche per le proteste internazionali.

Dell’ennesimo trasferimento era riuscita a informare i familiari nel corso di una brevissima telefonata – due minuti – durante la quale li informava di essere stata nuovamente minacciata di torture.

Prima di Kermanshah, per circa tre mesi era stata rinchiusa in un carcere a oltre mille chilometri di distanza da dove vivono i suoi parenti. Con tutte le immaginabili difficoltà per poterla visitare. Prima ancora, fino all’aprile 2020, si trovava nella prigione di Qarchak a Varamin, non lontano da Teheran e a Khoy.

Nel corso di tali trasferimenti era stata contagiata dal virus e – a causa delle catene – aveva riportato ferite ai polsi e alle caviglie. Ferite che – non essendo mai state curate – le stavano causando infezioni e acute sofferenze.

All’epoca soffriva di gravi infezioni, di problemi renali e stava perdendo la vista. Oggettivamente un soggetto a rischio in quanto il Covid19 risulta particolarmente pericoloso per la vita delle persone già colpite da altre patologie.

Tuttavia le autorità carcerarie iraniane rifiutavano qualsiasi visita specialistica così come non consentivano che potesse venir curata fuori dal carcere.

In compenso, come ad altri prigionieri politici, le veniva offerta la possibilità di un pubblico pentimento (alla televisione). In cambio, forse, di cure più adeguate.

Qualche mese dopo, nel febbraio 2021, raccoglievo altre informazioni che confermavano quanto temevo. Ossia che loStato iraniano di fatto applicava nei confronti di Zeynab una subdola forma di tortura. Venivano sistematicamente rifiutate quelle cure indispensabili che avrebbero potuto lenire le sue soffernze, contenere perlomeno i sintomi delle varie patologie croniche da cui è affetta. Sempre ricattandola con la possibilità – peraltro ipotetica – di ottenerle in cambio di una pubblica confessione (di quali colpe non è ben chiaro) alla televisione. In sostanza veniva ulteriormente punita per essersi rifiutata di fare “autocritica”, esprimendo pentimento per la sua passata militanza politica, e di collaborare con i servizi segreti.

La politica repressiva nei confronti di Zeynab si era mantenuta inalterata nel tempo, anche dopo che aveva contratto il coronavirus e che gli esami medici avevano confermatola presenza di inquietanti macchie scure nei suoi polmoni.

Inoltre, come già detto,le veniva regolarmenterifiutato il trasferimento in una prigione più vicina al domicilio della famiglia (a sua volta sottoposta a ritorsioni e rappresaglie) nella provincia dell’Azerbaijan iraniano.

Dopo uno sciopero della fame veniva nuovamente trasferita in una prigione della provincia di Kerman, in completo isolamento per tre mesi e senza possibilità di contatti con i familiari.

Già allora in un comunicato, Amnesty International denunciava che “questo rifiuto intenzionale delle cure mediche le sta causando forti dolori, in quanto già sofferente di gravi problemi di salute, tra cui difficoltà respiratorie come conseguenza del Covid-19”. Per cui l’organizzazione umanitaria ne richiedeva l’immediata scarcerazione.

Sul caso era intervenuto nel 2016 anche il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite che si occupa delle detenzioni arbitrarie. Sostenendo che “anche qualora le attività di Zeynab Jalalian avessero goduto del sostegno del PJAK, non esiste alcuna prova che lei sia mai stata coinvolta, direttamente o indirettamente, nel braccio militare del PJAK”.

Si arrivava così al dicembre 2021 quando ormai da mesi non si avevano più notizie certe in merito alla sua situazione sanitaria. Le vaghe informazioni filtrate dal carcere sembravano confermare il progressivo deterioramento della sua salute e i ripetuti, punitivi, ulteriori trasferimenti da un carcere all’altro. Alla fine del 2021 pareva fosse stata trasferita dal carcere di Yazd a quello di Kirmaşan per poi tornare a Yazd.

Da parte dei familiari e di alcune organizzazioni umanitarie la richiesta almeno di una visita per potersi rendere conto di persona della situazione.

Scoppiava intanto la ribellione di massa del 2022 per la morte di Jina Amini (ostinatamente ricordata sui media con il solo nome persiano – imposto d’ufficio – di Masha). Apparve con chiarezza evidente quale fosse la reale situazione delle donne in Iran e di quelle curde in particolare. Anche se la cosa non avrebbe dovuto apparire come una novità

(v. http://uikionlus.org/donne-e-curdi-le-prime-vittime-della-repubblica-islamica/).

In questo contesto, nelle manifestazioni di piazza, negli appelli…) il nome di Zeynab Jalalian è stato spesso evocato, ricordato. Finora purtroppo senza grandi risultati. La prigionera curda rimane in carcere e le notizie sul suo stato di salute (sempre più deteriorato) non sono certo incoraggianti.

Doveroso quindi firmare l’appello di Amnesty International per la sua scarcerazione. Immediata.

Gianni Sartori