#EuskalHerria #MemoriaStorica – SCUSATE SE VI PARLO ANCORA DI “PERTUR” – di Gianni Sartori

Con la scomparsa di Concutelli scompare anche la possibilità di far chiarezza (o meglio, ulteriore chiarezza perché sulla sostanza ne sappiamo quanto basta) sia in generale sulla “guerra sucia” operata da Madrid nei confronti dei rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria (Paese Basco sotto amministrazione francese) sia in particolare sulla scomparsa di Pertur. Avevo sempre pensato che prima o poi, almeno per la Storia se non per la Giustizia, Concutelli avrebbe sollevato il velo impietoso delle complicità, depistaggi, reticenze, bugie, falsità etc sulla questione. Invece niente, fino alla fine. Pace all’anima sua e pazienza. Resto comunque del parere che i neofascisti italiani ospitati in Spagna furono anche braccio armato del regime franchista e post-franchista

Il tutto era nato parecchio tempo fa dalla perplessità per una dichiarazione (di un avvocato) secondo cui Pierluigi Concutelli NON avrebbe potuto comunque prendere parte al sequestro e all’eliminazione di Pertur (Eduardo Moreno Bergaretxe) come invece sospettano da tempo i compagni baschi (sostenuti in questa convinzione dalle dichiarazioni di alcuni ex membri delle varie squadre della morte parastatali: ATE; BVE, GAL…) dato che “all’epoca era l’uomo di fiducia di Savimbi, capo dell’UNITA, e stava in Angola”.

Rinfresco la memoria: Jonas Malheiro Savimbi e l’UNITA erano sostanzialmente collaborazionisti dell’imperialismo statunitense e soprattutto del Sudafrica razzista che aveva introdotto l’apartheid anche in Namibia. Sorvoliamo pure sul fatto che anche nel suo ambiente (vedi le dichiarazioni di Stefano Delle Chiaie) si sostiene che in realtà Concutelli in Angola non ha mai messo piede continuando a fare la spola tra Spagna, Francia e Italia. (NOTA 1)

Avrei comunque qualche obiezione.

Prima obiezione: nel libro “Destra estrema e criminale” (di Gianluca Semprini e Mario Caprara ) Concutelli si confidava e raccontava che, proprio nel 1976, sarebbe sbarcato a Nizza proveniente, a suo dire, dall’Angola per incontrarsi con i “suoi” in Corsica. Si sarebbe invece fermato un giorno in più a Nizza per assistere a un concerto dei Rolling Stones (tanto per rilanciare l’immagine, taroccata e stantia, del militante di destra “alternativo e anti-sistema”) andando a Bastia il giorno dopo. Per la cronaca, quando Pertur scomparve viveva in Ipar Euskal Herria (Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese) raggiungibile da Nizza in poche ore.


Seconda obiezione: nel luglio 1976 sono state TRE le azioni significative rivendicate dalla banda criminale denominata Ordine Nuovo.


a) 10 luglio, assassinio del giudice Vittorio Occorsio (che stava indagando sui rapporti tra Ordine Nuovo, P2 e criminalità organizzata) con un mitra Ingram in dotazione alla Guardia Civil spagnola (presumibilmente una delle armi fornite dalla G.C. ai fascisti per assassinare i rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria).


b) 23 luglio, rapina di armi a Villa Pacifici (S. Pastore di Tivoli) e omicidio di A. Cipriani. A questa azione, solo a questa nel luglio 1976, Concutelli NON partecipa. Strana coincidenza. Si svolge proprio nel giorno della scomparsa di Pertur . Sul momento avevo pensato di aver involontariamente trovato quasi uno “scoop” (anche se con oltre 40 anni di ritardo), ma poi dovetti ricredermi. La strana coincidenza era già stata segnalata da Elisabetta Rosaspina, anche se forse in maniera frettolosa e non troppo accurata (e per questo severamente fustigata dal Tassinari). Nel suo articolo la corrispondente da Madrid del Corsera si richiamava al documentario realizzato da Angel Amigo (“El caso Calore. Asesinado de un testigo protegido”). Dove si riportavano le dichiarazioni rese nel marzo 2009 da Calore (assassinato nell’ottobre 2010 poco prima di un nuovo incontro con i giudici spagnoli che indagavano sulla scomparsa di Pertur) al giudice dell’Audiencia Nacional Fernando Andreu.

Calore aveva raccontato di aver anche visitato la “Fabrica”, la masseria dove venivano torturati e fatti sparire i rifugiati baschi sequestrati in Iparralde.

c) sempre nel luglio 1976, rapina alla filiale bancaria del Ministero del Lavoro a Roma (bottino: 460 milioni di lire).

Ripeto: Concutelli partecipò alle azioni alla prima e terza non alla seconda.

“E con questo?” – obietterà qualcuno – “Cosa si vorrebbe dimostrare?”.

La coincidenza non implica automaticamente la presenza di Concutelli al rapimento di Pertur, ma nemmeno si può escluderla con la scusa che “stava in Angola”. Certo che come “coincidenza” è strana, perlomeno.


Pertur, cioè Moreno Bergaretxe Eduardo (NOTA 2) era nato a Donostia (Hego Euskal Herria, Paese Basco sotto occupazione spagnola) nel 1950. Militante di ETA, fu costretto all’esilio in Ipar Euskal Herria nel 1972. Convinto che la sola possibilità di continuare a lottare contro il franchismo fosse una organizzazione “que ligara la lucha armada con la luche de masas”, divenne uno dei primi esponenti della corrente politico-militare. Come è noto, nel 1974 (3° Biltzar Ttipia: Assemblea di ETA) si giunse alla divisione tra milis e polimilis. Nel 1976 ETA-pm sequestrò l’industriale Angel Berazadi. Indicato dalla stampa spagnola come il rappresentante di ETA-pm nelle trattative (e mentre sua madre veniva sequestrata dal capo della polizia di Irun.) Pertur scomparve il 23 luglio 1976, a Behobia, mentre si recava ad un appuntamento con un presunto esponente dell’opposizione spagnola. Solo alcuni aspetti della vicenda sono stati finora documentati. Alle 10 di mattina del 23 luglio, in una Seat 850 di colore bianco, si incontrarono nei pressi di Biriatu (nella provincia basca “francese” di Lapurdi) gli ispettori della BPS di San Sebastian (Donosti): Ferreiros, Lopez Arribas e José Maria Escudero Teja.
Quest’ultimo, notoriamente, era membro dei “Grupos de Accion del Norte” incaricato della lotta contro ETA (guerra sporca compresa).
Retrospettivamente, possiamo dire che anche l’anno 1976 (il primo dopo la morte del caudillo e boia Franco) fu per i baschi uno di quelli “vissuti pericolosamente”.
In marzo vi fu lo sciopero generale e a Gasteiz (Vitoria) e si contarono cinque vittime della polizia: Romualdo Chaparro, Francisco Aznar, Iosé Maria Martinez Ocio, José Castillo Garcia, Bienvenido Pereda Moral. In memoria di quella strage (passata alla storia come “semana tragica”) il cantautore catalano Lluis Llach scrisse “Campanadas a mort” (https://www.youtube.com/watch?).
In aprile avvenne l’evasione dal carcere di Segovia di 29 militanti antifranchisti, in maggioranza militanti di ETA-pm e di ETA-m. Vi presero parte anche alcuni esponenti della Liga Revolucionaria e il catalano Oriol Solé (NOTA 3) del MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich. Per una serie di sfortunate coincidenze la fuga finì in tragedia. Tra le vittime, Oriol Solé ucciso dalla Guardia Civil.
In maggio vi fu l’assalto squadrista di Montejurra (Jurramendi in euskara) dove i fascisti uccisero due esponenti della componente democratica del Carlismo: Ricardo Garcia Pellejero e Aniano Jimenez Santos. Circa duecento mercenari dell’estrema destra (compresi esponenti del BVE e del GAL), sotto lo sguardo benevolo della Guardia Civil, aprirono il fuoco contro i seguaci di Carlos Hugo de Borbon Parma. Immancabile la presenza dei soliti noti: gli italiani di estrema destra che vennero anche fotografati.
E infine, in luglio, la scomparsa di Pertur.
Concludo. A questo punto, almeno per ragioni storiografiche, sarebbe giunto il momento di chiarire il ruolo (suggerisco: manovalanza?) dei vecchi arnesi del neonazifascismo nostrano nella “guerra sucia” condotta dallo Stato spagnolo contro i dissidenti baschi. Anche dopo la fine del franchismo, ovviamente.

Gianni Sartori


NOTA 1: durante la Guerra Civile (1936-1939) Mussolini e Hitler vennero prontamente in aiuto dei golpisti (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…). Relativamente famosa (e degna di nota per sottolineare le responsabilità vaticane nel santificare la “crociata” fascista contro la legittima Repubblica spagnola) la foto dell’arrivo in Spagna nel pieno della Guerra Civile (per “dare sostegno morale” alle truppe franchiste e fasciste) della “Madonna di Loreto”, aviotrasportata e accompagnata da cappellani militari con gradi e paramenti sacri. Nella sconfitta dei Repubblicani l’appoggio nazi-fascista svolse un ruolo preponderante e anche questo spiega l’ospitalità generosamente offerta da Franco ai neofascisti italiani (Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie, Sergio Calore, Mario Ricci, Carlo Cicuttini, Piero Carmassi, Augusto Cauchi…) in cambio di qualche modesto favore come la partecipazione alle squadre della morte antibasche. Franco, ovviamente, accolse anche vari esponenti di spicco del nazismo storico: fra questi, il capo del contingente vallone delle Waffen SS Lèon Degrelle e Otto Skorzeny, l’ufficiale nazista di origine austriaca che andò a prelevare Mussolini provvisoriamente imprigionato a Campo Imperatore sul Gran Sasso (12 settembre 1943).
NOTA 2: su Pertur vedi “Diccionario historico-politico di E.H.”, Inaki Egana, 1996 (pag. 602) e “ETA, storia politica dell’esercito di liberazione dei Paesi Baschi”, L. Bruni, 1980 (pag. 243).
NOTA 3: il 2 marzo 1974, mentre Salvador Puig Antich veniva condotto all’esecuzione, in un’altra cella del carcere Modelo il militante del MIL Oriol Solé (condannato a quaranta anni) iniziava a scrivere il suo ultimo libro. La dedica era per l’amico “mort construint una vida millor”. Forse non pensava che sarebbe diventato anche il suo epitaffio. Due anni dopo, aprile 1976, Oriol prese parte alla storica evasione di massa dal carcere di Segovia (a cui prese parte anche Angel Amigo che la racconterà in un libro)
quando ben 29 prigionieri politici presero il volo. L’operazione era stata organizzata meticolosamente da ETA-pm e da ETA-m e consisteva nello scavo di una galleria che, attraverso la rete fognaria, permise ai militanti di raggiungere l’esterno. Dopo essersi riforniti di armi attraversarono mezza Spagna nascosti in un camion, opportunamente attrezzato e fornito di regolari documenti, riuscendo a giungere incolumi a pochi chilometri dalla frontiera francese. Purtroppo alcuni contrattempi e un banale equivoco sulla parola d’ordine portarono al fallimento. Solo in cinque riuscirono a superare la frontiera mentre gli altri vennero catturati mentre vagavano feriti e assiderati nella nebbia. Esperienza quasi ricorrente nella storia della resistenza antifranchista. Basti citare il fratello minore di Sabaté (El Quico), poi catturato e fucilato. Due dei fuggiaschi vennero uccisi dalla Guardia Civil, uno di questi fu appunto Oriol Solé. La sua morte confermava la sostanziale continuità repressiva del post-franchismo.


#Africa #Opinioni – QUALCHE PROBLEMA IN KENYA E ETIOPIA A CAUSA DELLE DIGHE (MA IN NOME DELLO “SVILUPPO” QUESTO E ALTRO) – di Gianni Sartori

fonte immagine @www.theelephant.info

Sinceramente non ho compreso l’entusiasmo con cui alcune riviste e associazioni che si occupano dell’Africa con – diciamo così – “benevolenza” (se poi sia “carità pelosa” o neocolonialismo ricoperto da buonismo non spetta a me stabilirlo) hanno celebrato la recente visita di Mattarella in Kenya. Dove ha confermato e sottoscritto la ripresa dei lavori per la costruzione di alcune grandi dighe nella Kerio Valley (provincia del Rift): Arror, Itare e Kimwarer. La realizzazione di quest’ultima era stata interrotta da un’indagine che l’aveva ritenuta “ tecnicamente e finanziariamente irrealizzabile”.

Almeno ufficialmente, ma si era parlato anche di mancanza di trasparenza e altre irregolarità. Tanto che erano stati avviati alcuni procedimenti giudiziari per “frode, violazioni delle procedure amministrativesugli appalti, corruzione” nei confronti di pubblici ufficiali del Kenya. Coinvolgendo più o meno indirettamente il consorzio di aziende italiane interessate alla costruzione, una joint venture tra la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna (ops! Sarà mica quella del Dal Molin?) e Itinera, società del Gruppo Gavio. 

E in seguito anche la SACE (prendo nota: società assicurativo-finanziaria italiana specializzata nel sostegno alle imprese e al tessuto economico nazionale a sostegno supporto della competitività in Italia e nel mondo) e Banca Intesa Sanpaolo (intervenute per la copertura finanziaria).  

La visita di Mattarella è stata l’occasione per il presidente del Kenya William Ruto di annunciare il superamento del contenzioso con Roma, lo sblocco e la ripresa della costruzione delle tre dighe sopracitate. Riconfermando (o forse rinegoziando) la partecipazione di aziende italiane con l’impegno finanziario della SACE e di banche italiane.

Nel comunicato di Ruto e Mattarella si afferma che “il governo keniano e italiano hanno concordato un nuovo processo per appianare le problematiche (…). Sospenderemo la questione giuridica e il governo italiano da parte sua ritirerà i casi di arbitrato, siamo d’accordo che ci sarà un nuovo inizio di questo progetto, urgente e prioritario, necessario, che darà acqua a molti paesi oltre al Kenya, oltre a Baringo e zone circostanti” . Aggiungendo che “andremo poi avanti con l’avvio della costruzione nel giro di una manciata di mesi”.

Eppure sui danni sociali e ambientali provocati dalle dighe in Africa in generale (e in Kenia e in Etiopia in particolare) non mancavano certo denunce ben documentate.

Anche recentemente (febbraio 2023) un rapporto (“Dam and sugar plantations yield starvation and death in Ethiopia’s Lower Amo Valley) diffuso dall’Oakland Institute (attivo nella difesa delle popolazioni indigene), affrontava l’annosa questione dell’impatto negativo delle grandi opere (dighe in primis) sulle popolazioni indigene. Interventi come quello nella  valle del fiume Omo in Etiopia. Con la diga Gilgel Gibe III (alta quasi 250 metri, costruita dalla Salini Impregilo e inaugurata nel 2016) ci si riprometteva di aumentare in maniera significativa sia la produzione di energia elettrica che di canna da zucchero. A spese soprattutto di Kwegu, Modi, Mursi e altre minoranze (o meglio: popolazioni minorizzate).

Ancora nel 2015 Survival International denunciava una possibile scomparsa dei Kwegu (ridotti alla fame e nella condizione di profughi interni), vuoi per il disastro socio-ambientale, vuoi per il prevedibile accaparramento di terre (“land grabbing”) nel bacino del fiume Omo.

L’anno successivo era stata la sezione locale di SI (“Kenya Survival International) a rivolgersi direttamente all’OCSE per denunciare la Salini Impregilo S.p.a.

Tornando al Kenya, risale al 2017 l’allarme lanciato da Human Rights Watch (Hrw) per l’evidente abbassamento riscontrato nelle acque del lago Turkana. Con gli altrettanto evidenti pericoli sia per l’ecosistema che per la sopravvivenza della popolazione locale.

Una conseguenza (effetto collaterale ?) appunto del contestato sistema di dighe Gilgel Gibe (Gibe I, Gibe II, Gibe III, già previste una GibeIV e Gibe V).

Sgorgando a circa 2.500 metri sull’altopiano etiopico, il fiume Omo percorre ben 760 chilometri (con un dislivello di 2000 metri) per poi sfociare nel lago Turkana in Kenya.

E’ notorio che il bacino dell’Omo con il Turkana rappresentano la principale fonte di vita per almeno 17 gruppi indigeni (oltre 260mila persone) qui insediati da sempre. Ora con il faraonico sistema di dighe gran parte dell’acqua viene deviata altrove, sia per la produzione di energia elettrica che per irrigare le estese piantagioni a monocoltura (circa 450mila ettari per ora).

Appare quantomeno contraddittorio, paradossale che le dighe di Arror, Itare e Kimwarer vengano realizzate da imprese italiane quando la carenza d’acqua in Kenya è anche una conseguenza della realizzazione di altre dighe, sempre per mano italica, in Etiopia.

Come sottolineava il compianto André Gorz (alias Gerhart Hirsch, alias Gerhart Horst…): “Il capitalismo cerca il rimedio ai problemi che ha creato, creandone di nuovi e peggiori” (cito a memoria).

Gianni Sartori

#Asia #News – MYANMAR TRA RIVOLTE E REPRESSIONE – di Gianni Sartori

fonte immagine @Karenni Nationalities Defense Force-KNDF

Risale ormai a parecchi anni fa quanto scrivevo, (vedi: “Quello che resta dell’autodeterminazione dei Popoli”) puntando il dito contro le strumentalizzazioni operate dall’indipendentismo “a geometria variabile”, sul “caso limite dei Karen, in perenne fuga tra Birmania e Thailandia, che da qualche tempo verrebbero sostenuti da gruppi neofascisti europei”. Togliendo pure il condizionale.
Ma nel frattempo le cose si sono ulteriormente complicate, anche in senso positivo talvolta. Infatti dopo il golpe del febbraio 2021 numerose milizie a base etnica (soprattutto quelle Karen e Kachin), indipendentiste, autonomiste o semplicemente in opposizione alla giunta militare, si sono alleate.
Non solo tra loro, ma anche con le Forze di difesa del popolo (People Defence Forces), il braccio armato del Governo di unità nazionale in esilio. Significativo che ne facciano parte soprattutto giovani militanti Bamar, l’etnia principale (buddista e tendenzialmente filogovernativa) delle zone centrali del Myanmar.

Altra situazione in rapido movimento, quella della comunità monastica buddista (“sangha”).
Una componente storicamente importante nella storia di Myanmar, ma che dal 2021 starebbe perdendo ruolo e rilevanza a livello politico, sia nei confronti della giunta militare che dell’opposizione democratica.
Questa la convinzione espressa dalla ong Crisis Group nel recente documento “A Silent Sangha? Buddhist Monks in Post-coup Myanmar”. Diversamente dal passato (vedi le manifestazioni per la democrazia del 1988 e del 2007) quando il ruolo della “sangha” nel contrasto alle varie giunte militari era stata di primo piano.
Oggi invece l’opposizione democratica guidata dal Governo di Unità Nazionale (NUG) è prevalentemente laica, secolare, interconfessionale. Anche per non incrinare la sopracitata alleanza con le organizzazioni delle minoranze etniche Karen e Kachin in maggioranza cristiane. Fermo restando che quello interno birmano non è mai stato un conflitto prevalentemente di natura religiosa. Per lo meno non tra buddisti e cristiani. Non bisogna infatti scordare le operazioni di pulizia etnica (ideate e organizzate principalmente da Min Aung Hlaing) del 2017 contro la minoranza di religione musulmana dei rohinya.

Altre differenze con il passato. Se Aung San Suu Kyi (deposta con il colpo di Stato del febbraio 2021) proponeva e sosteneva una resistenza nonviolenta ,gandiana, l’attuale opposizione democratica ha scelto la lotta armata, allineandosi alle preesistenti guerriglie a base etnica. E questo ovviamente contrasta con le pratiche tradizionali nonviolente dei monaci. Monaci che al loro stesso interno starebbero conoscendo contrasti e contenziosi. Soprattutto tra chi appoggia la giunta e chi la contrasta. Al momento sembrerebbe che la maggioranza intenda adottare un “profilo basso” non volendo o potendo appoggiare pubblicamente né l’opposizione armata né i militari.
Con l’eccezione di qualche monaco estremista, fortemente impregnato di nazionalismo come un certo Wirathu e il più noto Michael Kyaw Mying che potrebbero alimentare ulteriori divisioni in seno alla sangha.
Un recente episodio andrebbe letto anche come una conseguenza della perdita di prestigio da parte della comunità monacale.
Secondo la Karenni Nationalities Defence Force (Kndf, una milizia etnica antigovernativa) l’11 marzo almeno tre monaci sono stati uccisi, insieme ad un’altra trentina di persone, dai militari nel villaggio di Nan Nein (nello stato meridionale Shan). Il villaggio sorge lungo un’autostrada che unisce lo Stato Shan allo Stato Kayah e costituisce un’infrastruttura fondamentale per i rifornimenti delle milizie.
Dopo che l’aviazione aveva bombardato il villaggio, i soldati si sono scagliati contro la popolazione civile che si era rifugiata nel monastero.
Stando a quanto dichiarato dal portavoce della Kndf, i militari avrebbero allineato le persone rastrellate davanti al monastero e poi le avrebbero fucilate insieme a tre monaci. Altre vittime sono state poi ritrovate nei dintorni del villaggio. Un segnale che ormai i militari non si fermano nemmeno di fronte ai monasteri e ai monaci.
Il territorio dove è avvenuto il massacro è abitato oltre che dalle etnie Shan e Karen, anche da quella Pa-o, alleata dell’esercito birmano.
Sempre da fonti locali legate all’opposizione, lo stato occidentale Chin sarebbe stato bombardato quasi quotidianamente dall’inizio del 2023.
Si calcola che gli sfollati a causa del conflitto in corso (pudicamente definito “a bassa intensità”) siano circa un milione e mezzo. Inoltre otto milioni di bambini non possono frequentare la scuola e oltre 15 milioni di persone rischiano la fame.

Gianni Sartori

#Africa #Senegal – NEL SENEGAL, PAESE RELATIVAMENTE IMMUNE DALLE DERIVE INTEGRALISTE, IL MALCONTENTO SI ESPRIME CON PROTESTE E MANIFESTAZIONI – di Gianni Sartori

fonte immagine @www.koaci.com

Il Senegal, paese di cui si parla poco.

Incastrato tra la Mauritania, dove da anni si assiste alla penetrazione dell’islamismo radicale, attraverso flussi finanziari, palesi e occulti (in genere di origine saudita e di ispirazione salafita/wahhabita), a favore di organizzazioni caritatevoli (ufficialmente) e il Mali, dove la caduta di Gheddafi ha consentito l’accesso a grandi quantitativi di armi provenienti dai depositi libici. Armi in parte contrabbandate dalle milizie dei tuareg che poi, costretti dalla necessità, li avrebbero venduti a quelle jihadiste.

Nonostante sia sunnita al 90%, il Senegal sembrerebbe – almeno per ora – relativamente immune al fanatismo jihadista, all’islamizzazione radicale che in varie forme e misura hanno contagiato i due paesi confinanti.

Merito forse della diffusione, più che del cosiddetto “islam moderato” (espressione generica e di non facile interpretazione), di quello Sufi e delle confraternite marabutiche. E anche con un “retrogusto” residuale che non guasta, quello di derivazione animista tradizionale.

In compenso non mancano conflitti di natura sociale.

Risalivano al 1 febbraio i “disordini” di Yarakh (periferia di Dakar) quando gruppi di giovani avevano innalzato barricate e incendiato pneumatici bloccando molte strade.

Per poi scontrarsi – pietre contro granate lacrimogene – con la polizia accorsa in forze e che aveva arrestato alcuni portavoce della popolazione.

Era partita dalla società civile di Yarakh la protesta contro il progetto di una stazione marittima privata che verrebbe a impedire l’accesso all’unica spiaggia pubblica rimasta a disposizione degli abitanti del quartiere. Dove i giovani, le famiglie si ritrovano per giocare a calcio o riposare.

Gli scontri erano ripresi dopo una decina di giorni quando gruppi di manifestanti avevano nuovamente preso possesso delle strade bloccando la circolazione. Dopo l’intervento della gendarmeria e gli scontri venivano arrestati alcuni giovani.

Invece il 30 gennaio erano stati gli studenti, organizzati nel Coordinamento degli Studenti dell’Università Gaston Berger di Saint-Loiuis, a bloccare la Strada Nazionale 2 (sempre con l’inevitabile corredo di pietre contro granate).

Protestavano contro la situazione di precarietà in cui versano molti di loro. In particolare per l’aumento dei laureati (4mila in più) mentre resta inalterata la scarsità di infrastrutture in grado di accoglierli.

Uno studente, colpito da una granata lanciata in orizzontale, era rimasto ferito seriamente. Altri feriti, meno gravi, avevano preferito curarsi per conto loro.

All’inizio di gennaio erano stati altri studenti, provenienti dalla città meridionale di Ziguinchor e iscritti all’Università Cheikh Anta Diop (Dakar), a scontrarsi con le forze dell’ordine. Rischiavano l’espulsione dai loro alloggi a causa del mancato rinnovo del contratto con l’amministrazione municipale.

Dopo aver interrotto le lezioni e bloccato di fatto l’Università, avevano costruito rudimentali barricate in vari punti della città (in particolare sulla strada per Néma) per poi incendiarle. Nel corso dei disordini alcuni giovani venivano arrestati.

Il 23 gennaio toccava alla città di Mbour assistere a duri scontri, innescati dai trasportatori in sciopero, sulla Strada Nazionale 1. Bloccata la circolazione utilizzando grosse pietre, alcuni gruppi affrontavano la polizia, ma venivano dispersi dal nutrito lancio di lacrimogeni. Altri disordini scoppiavano con gli scioperanti radunati a Thiès (dove tre persone venivano arrestate). Qualche giorno prima, in situazioni analoghe, cinque manifestanti (accusati di aver costretto altri lavoratori a interrompere le attività) erano stati arrestati a Thiaroye. 

Gianni Sartori