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#Africa #Sfruttamento – LA NAMIBIA IN PRIMA LINEA NEL MERCATO MONDIALE – di Gianni Sartori

Così come l’Africa in generale, la Namibia (in precedenza colonizzata, massacrata dalla Germania, poi sottoposta all’apartheid degli occupanti sudafricani) sembra entrata ormai a pieno titolo nel mercato globale. Sia in quanto produttrice storica di uranio (oltre che di diamanti), sia più recentemente per i minerali strategici.
Vabbè, non era esattamente a questo che pensavamo quando – quattro gatti isolati, anzi tre della rimpianta Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (sez. vicentina) – allestimmo tra la fine dei settanta e i primissimi anni ottanta una “mostra fotografica” con materiale recuperato da riviste, ciclostilati etc sulla Namibia sottoposta all’occupazione e all’apartheid sudafricani (con uno sfruttamento bestiale, soprattutto nelle miniere e nelle fattorie).
Poi la “mostra” si allargò fatalmente al Sudafrica, destinato (ma solo dopo qualche anno, ricordo bene) a diventare una questione internazionale.
Intanto della negletta e dimenticata Namibia non si occupava quasi nessuno, tranne ovviamente i benemeriti comboniani di Nigrizia. E forse – ma per ragioni ben diverse – i turisti benestanti e irresponsabili che, invece di boicottare il regime segregazionista, vi si recavano per visitare i parchi nazionali.
Azzardo che – sempre forse – anche quelli della SWAPO avevano altro in mente.
Comunque ora come ora le cose stanno così. E la Namibia indipendente appare inserita a pieno titolo nel mercato globale, planetario con un ruolo preponderante. Almeno come fornitrice di materie prime indispensabili per la cosiddetta “transizione energetica”.
Risale alla fine dell’anno scorso la notizia che – surclassata da tempo dalla Cina – l’Unione europea si riproponeva come acquirente di primo piano dei metalli strategici (litio, cobalto, terre rare…) del continente africano. E quindi della Namibia, uno dei maggiori produttori mondiali non solo di uranio (fornitrice di Francia, USA, Cina, India…), ma anche di litio e terre rare. Indispensabili, oltre che per le batterie dei veicoli elettrici, anche per l’eolico a magneti permanenti.
Con l’annuncio (ottobre 2022) dell’avvenuta firma di un accordo in tal senso.
Notizia data pubblicamente da Tom Alweendo, ministro namibiano delle Miniere e dell’Energia.
Rivolgersi al Continente africano è diventato quasi obbligatorio per l’Unione europea a seguito dei recenti “contenziosi” (vuoi per le differenti posizioni sulla guerra in Ucraina, vuoi per non inimicarsi Washington). Anche per potersi rifornire a una fonte alternativa (rispetto a quella cinese) in caso di crisi globali ulteriori.
Nonostante l’assicurazione formale che la trasformazione del materiale grezzo sarebbe avvenuta a livello locale, la questione rimaneva ancora aperta.
Ma proprio in questi giorni (13 giugno 2023) con un annuncio del Consiglio dei ministri letto in televisione, la Namibia alla fine ha confermato definitivamente una decisione storica.
Quella di “vietare l’esportazione del materiale di litio e altri materiali strategici (grafite, cobalto, manganese…) che non siano stati precedentemente lavorati in loco”. Anche se, stando sempre alla dichiarazione, tale affermazione non dovrebbe impedire “l’esportazione di piccole quantità” dei minerali citati.
Con questa decisione si intende “favorire lo sviluppo dell’industria di trasformazione locale dei metalli critici”.
Sempre il ministro delle Miniere e dell’Energia, un mese fa aveva anticipato l’eventualità che lo Stato acquisisse quote di minoranza delle società minerarie.
In quanto “le risorse naturali sotto e sopra la superficie terrestre appartengono allo stato se non sono legalmente detenute altrove”.
Ovviamente non siamo alla nazionalizzazione (tantomeno al socialismo) , ma sarebbe – ancora forse – già un passo avanti in senso “anti-neocoloniale”.
In questo momento il settore minerario namibiano sta attraendo investimenti sempre più cospicui e numerosi da parte delle compagnie minerarie.
Sia per litio, stagno e tantalio (Andrada Mining, già AfriTin Mining,) che per le terre rare (Namibia Critical Metals).
Altri investitori di rilievo: E-Tech Resources e Ondoto Rare Earth. Entrambi avrebbero intenzione di creare una joint venture insieme a Namibia Critical Metals per realizzare un impianto in loco per la separazione delle terre rara.
Dal Sudafrica, ai primi di giugno, Anthony Viljoen, PDG d’Andrada Mining, auspicava un ulteriore aumento degli investimenti in Namibia. Un paese, declamava “dalla geologia semplicemente affascinante, in particolare nella regione di Elongo”. Essendo lecito sospettare che le sue non fossero considerazioni estetiche, tantomeno naturalistiche, sarebbe forse il caso di preavvertire gli abitanti della regione (ricca appunto di litio, uranio e stagno).
Anche se non tutti nel mondo (v. Il Fraser Institute, secondo cui la Namibia si collocherebbe addirittura solo al 38° posto mondiale per le politiche minerarie) condividono tale affermazioni entusiastiche, l’Andrada Mining in Namibia rimane operativa con vari progetti e si prepara a potenziarli ulteriormente. In particolare con Nai-Nais (per stagno, tantalio e litio), B1C1 (tantalio e stagno), Brandberg West (stagno), Uis (miniera già nota per la rilevante estrazione di stagno, ora anche di litio). Da segnalare che (sempre stando a notizie diffuse recentemente, nel giugno 2023) la compagnia mineraria (finora quotata unicamente sul mercato AIM della Borsa di Londra), si sarebbe recentemente collocata sulla piazza di mercato OTCQB negli USA. Così da favorire l’acquisizione di azioni da parte degli investitori statunitensi.
Fossi un indigeno namibiano inizierei a preoccuparmi, ma comunque staremo a vedere (non potendo fare altro).
Gianni Sartori
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#DialoghiSulWeb – i #Podcast di Centro Studi Dialogo – #Veneto – Veneto, parliamo di Referendum – reg. 18.11.2022
Incontriamo lo storico e scrittore veneto Ettore Beggiato per parlare di Referendum: partiremo dal Plebiscito di annessione del Veneto al Regno d’Italia, passeremo ai Referendum catalani per chiudere con il Referendum sull’Autonomia del Veneto.
#Kurds #Repressione – KURDISTAN: ANCORA UNA “MORTE PICCINA” E INGIUSTA – di Gianni Sartori

ciao mæ ‘nin l’eredítaë
l’è ascusa
‘nte sta çittaë
ch’a brûxa ch’a brûxa
inta seia che chin-a
e in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a.
Così cantava De André in Sidùn, pensando ai bambini palestinesi e libanesi.
Oggi come oggi, probabilmente, dedicherebbe queste parole anche a tanti bambini curdi.
Anche al piccolo Erdem Aşkan, di cinque anni. Morto non sotto le bombe al fosforo, ma per un “normale” incidente stradale, uno come tanti.
Ma comunque – per le modalità e per gli eventi successivi – organico al clima di repressione genocida che nella Turchia di Erdogan si abbatte quotidianamente sulla popolazione curda. Minori compresi.
L’incidente si era verificato sulla strada per Van nella provincia di Hakkari (Bakur, Kurdistan del Nord sotto amministrazione turca) quando un veicolo blindato dell’esercito aveva investito Erdem Aşkan, un bambino di cinque anni. Alla guida del mezzo un sergente turco (qualificato come “esperto” e identificato solo con le iniziali A.K.P.) della Gendarmeria del distretto di Yüksekova. Per l’impatto il piccolo veniva proiettato a oltre cinquanta metri ed era deceduto. Tuttavia, invece di soccorrerlo, il militare aveva puntato la sua arma contro le persone che avevano assistito al dramma per allontanarsi immediatamente.
Sottoposto in un primo momento al fermo di polizia, dopo l’interrogatorio (nonostante la gravità del suo comportamento sul luogo dell’incidente) veniva rimesso in libertà se pur “condizionale”. Come massima restrizione, gli veniva ritirata la patente.
Un episodio che riporta all’ordine del giorno la questione della sicurezza sulle strade del Bakur, percorse quotidianamente (e in genere ad alta velocità) da migliaia di veicoli militari, in buona parte blindati.
Stando ai dati forniti da TIHV (Fondazione dei diritti dell’Uomo della Turchia) tra il 2018 e il 2022 almeno una ventina di persone (di cui una metà bambini) sono morte per essere state investite da tali mezzi. Oltre una cinquantina i feriti gravi (di cui almeno quindici sotto i 18 anni).
TIHV denuncia inoltre che per i responsabili degli incidenti (militari o poliziotti) praticamente non esistono sanzioni penali.
Rimane invece dietro le sbarre il giornalista curdo Abdurrahman Gök, “reo” di aver fotografato (e pubblicato l’immagine) un giovane curdo ucciso dalla polizia durante il Newroz del 21 marzo 2017. Non solo. Non gli vengono concesse visite e anche una sua lettera ad un altro giornalista è stata confiscata in questi giorni.
Forse perché vi era scritto che “questa lettera verrà completata quando sarà garantita la libertà di espressione”.
Destino assai diverso quello di un altro curdo, Hakan Fidan, già ministro dei servizi segreti turchi (MIT) sospettato di essere responsabile della morte e del sequestro di centinaia di curdi e altri oppositori in varie parti del pianeta.
Forse come riconoscimento per la sua esperienza a livello internazionale, Erdogan lo ha piazzato a capo del ministero degli affari esteri.
Tra i suoi precedenti, nel 2014 per giustificare un attacco militare in Siria (contro i curdi del Rojava, ça va sans dire) avrebbe detto (e pare scritto anche su YouTube, poi cancellato) che “Se fosse necessario potrei inviare quattro persone in Siria per lanciare una decina di granate contro la Turchia”.
Evidentemente nascere curdi non è una garanzia. Si può diventare un collaborazionista, un “ascaro” anche ai danni del proprio stesso popolo.
Di origini curde anche l’ex ministro delle Finanze Mehmet Simsek, attuale ministro dell’economia. In passato aveva goduto di una certa notorietà affermando che “le donne che lavorano sono la causa principale della disoccupazione”.
Ma oltre ad arruolare nei suoi ministeri questi – e altri come Cevdet Yılmaz – personaggi di origine curda, Erdogan ha portato in Parlamento vari esponenti di HUDAPAR, partito conosciuto come gli Hezbollah curdi (presumibilmente manovrati dai servizi e utilizzati per disgregare il movimento curdo in generale e quello delle donne curde in particolare).
Gianni Sartori
