#Americhe #Colombia – TRATTATIVE IN CORSO TRA ELN E GOVERNO COLOMBIANO – di Gianni Sartori

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Le trattative tra il Governo di Bogotà e l’ELN sembrano percorrere una strada diversa rispetto a quella di sette anni fa con le FARC. Procedendo “passo passo” in vista di una soluzione politica che risolva le cause profonde del conflitto.

Come appariva evidente, l’alto el fuego entrato in vigore tra ELN (Ejército de Liberación Nacional) e governo colombiano ha rappresentato il preludio indispensabile per avviare trattative di pace, ossia per una soluzione politica del conflitto. 

Ma, stando a quanto dichiarato dai portavoce dell’ELN, non a qualsiasi condizione. E non per ripetere pari-pari l’esperienza degli accordi intercorsi tra le FARC e governo di Bogotà sette anni fa.

L’elaborazione di un Piano di Pace sarebbe in fase avanzata grazie all’operato del“Comité Nacional de Participación”.

Un gruppo appositamente costituito e formato da 81 delegati di ogni angolo del paese e provenienti da una trentina di settori della società civile.

Olimpo Cárdenas, membro sia del Comitéche del Congreso de los Pueblos (di impronta socialista, si ispira al poder popular di Allende), in una recente intervista ha spiegato che “il nostro obiettivo non è solamente quello di risolvere il conflitto armato, ma anche di risolvere le cause profonde – economiche, politiche, ambientali, sociali e culturali – che hanno causato il conflitto stesso”.

Ricordando come in passato vi siano stati una decina di tentativi per giungere agli accordi di pace tra ELN e Stato colombiano, Cárdenas ha voluto porre in evidenza un fatto inedito. Ossia che ora come ora “ il governo è completamente diverso dai precedenti”. Perlomeno riferendosi agli “ultimi 216 anni”.

L’attuale “è un governo di sinistra e il capo dello Stato un ex guerrigliero, un democratico”.

L’obiettivo principale del Comité è quello di stabilire quattro fasi successive. La prima per poter “definire una proposta per un piano di partecipazione della società. In modo che sia la più inclusiva e la più dinamica possibile”.

La seconda fase sarà rendere tale partecipazione reale, autentica.

Partendo da una analisi profonda (un “diagnóstico profundo”) dell’attuale situazione del sistema democratico in Colombia. Per conoscerne i problemi, affrontarli e risolverli democraticamente.

Per la terza fase del processo ci si dovrà concentrare sull’elaborazione di proposte per una trasformazione strutturale.

E infine la quarta, per “sistematizar todo esto”.

Con una data precisa per la conclusione: non oltre il maggio 2025.

Da più parti si segnala l’intenzione dell’ELN di “non procedere come le FARC”. All’epoca sia le FARC che l’ELN stavano negoziando con il governo. Ma il governo decise di formare non uno, ma due tavoli (mesas) per consultazioni separate.

Una proposta dell’ELN per trattative congiunte, era stata rifiutata dal governo e anche – pare – dalle FARC che avevano una loro “agenda específica” imperniata sulle rivendicazioni per una ridistribuzione delle terre.

Inoltre è ipotizzabile che in quella fase le FARC (diversamente dall’ELN) si trovassero in una condizione di debolezza oggettiva, in qualche modo costrette a pervenire comunque ad un accordo.

Diversamente, l’ELN intende procedere per “piccoli accordi”. Ossia “si stabilisce un accordo e lo si mette in pratica, passo passo. E se la cosa non funziona, non si procede con il processo di pace”.

Al momento è operativo un primo accordo, firmato il 10 marzo 2023 e denominato “el acuerdo de México” in cui vengono analizzate le cause originarie del conflitto armato tra guerriglia e Stato.

Nell’intento di definire una “visión común de paz” e individuare alcuni punti essenziali (al momento sarebbero sei, fondamentale quello riferito all’ampiapartecipazione) dell’agenda.

A questo è seguito, il 5 giugno 2023, un secondo accordo denominato “el acuerdo de Cuba” con cui sono andate precisandosi le modalità tecniche di partecipazione.

Tra le cause principale del conflitto e uno dei maggiori ostacoli per una soluzione politica, il tristemente noto “paramilitarismo”.

Definito come una “una política de Estado y una organización poderosa”.

In quanto, oltre alle attività armate, alla repressione della società civile (a cadere sotto i colpi dei paramilitari non sono soltanto gli ex guerriglieri, ma sindacalisti, ambientalisti, insegnanti, sindacalisti, indigeni e molto spesso donne…) è in grado di esprimere sia potere politico che economico (frutto del narcotraffico) e perfino “culturale” (esercitando una certa dose di “egemonia” per quanto di basso livello).

Una realtà quella delle milizie paramilitari (ripeto: in gran parte legate al narcotraffico) che ha goduto e gode di sostegno – anche finanziario -da parte di ben individuati ambiente politici ed economici.

Lo smantellamento di tali formazioni appare come un passo indispensabile, propedeutico per sgombrare il campo e procedere nel processo di pace. Un’opportunità che non andrebbe sprecata

Gianni Sartori

#Armeni #NagornoKarabakh – ARMENI PERSEGUITATI IN NAGORNO-KARABAKH – di Gianni Sartori

fonte immagine azatutyun.am

Gli Armeni del Nagorno-Karabakh ormai sono presi per fame. Si può già parlare di genocidio o dobbiamo aspettare qualche migliaio di morti per inedia?

L’evidente, colpevole, latitanza della Russia (storicamente “protettrice “ della piccola Armenia) sulla questione del Nagorno-Karabakh sembrava aver lasciato campo aperto all’intervento pacificatore – o perlomeno a un tentativo di mediazione – di Unione Europea e Stati Uniti.

Ma l’irrisolta questione del Corridoio di Lachin (unico corridoio tra Armenia e Nagorno-Karabakh) sta portando fatalmente al nulla di fatto. E intanto per gli armeni del Nagorno-Karabakh la situazione è in netto peggioramento.

Chi in questi giorni ha potuto percorrere le strade di Stepanakert parla di lunghe file di persone che – dopo ore di attesa – ottengono letteralmente un tozzo di pane.

Per non parlare di quanti crollano – sempre letteralmente –  a terra a causa della fame.

Sarebbero circa 120mila le persone colpite dall’isolamento totale e dalla conseguente crisi umanitaria (sia a livello sanitario che alimentare).

Senza dimenticare che – ovviamente – l’Azerbaigian da tempo ha provveduto a interrompere il rifornimento di gas.

Difficoltoso, in netto calo, anche quelli di energia elettrica e di acqua.

A rischio le riserve idriche con tutte le prevedibili conseguenze.

Quanto all’alimentazione ormai siamo ridotti alle ultime scorte di pane e angurie. Il peggioramento si è andato accentuando da quando viene impedito (con posti di blocco installati illegalmente dall’Azerbaigian) l’accesso anche alla Croce Rossa e alle truppe russe di interposizione che comunque finora avevano rifornito di cibo – oltre che di medicinali – la popolazione armena.

Bloccato da circa un mese alla frontiera anche un convoglio di aiuti umanitari (oltre una ventina di camion) inviato da Erevan.

In pratica, un grande campo di concentramento.

Siamo al punto che circa venti giorni fa un cittadino armeno gravemente ammalato, mentre veniva trasportato dalla Croce Rossa in un ospedale dell’Armenia (e quindi sotto protezione umanitaria internazionale), veniva sequestrato, privato del passaporto, sottoposto a interrogatorio e spedito a Baku dove – pare – verrà anche processato per eventi risalenti al primo conflitto scoppiato in Nagorno-Karabakh (anni novanta) a causa dell’invasione azera.

Finora ogni appello rivolto alle autorità e organizzazioni internazionali ( Unione Europea, Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Russia, Gruppo di Minsk…) è rimasto di fatto inascoltato.

Con un preciso riferimento al blocco del Corridoio di Lachin operato dall’Azerbaigian, un ex esponetne della Corte Penale Internazionale, l’avvocato argentino Luis Moreno Ocampo, ha espressamente evocato un possibile genocidio.

Ma la sua, almeno finora, sembra essere la classica “voce che grida nel deserto”. Quello dell’informazione almeno.

Gianni Sartori