#Asia #Popoli – AGITAZIONE E FERMENTO IN INDIA: DALL’UTTAR PRADESH (Nord) AL CHATTISGARH (centro) AL MANIPUR (est)… – di Gianni Sartori

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Grande copertura mediatica internazionale per l’inaugurazione anticipata (i lavori dovrebbero concludersi nel 2027) il 22 gennaio di un immenso tempio indù, in grado di ospitare fino a un milione di pellegrini, ad Ayodhya nello stato dell’Uttar Pradesh. Costruito sulle macerie della moschea di Babri distrutta nel 1922 da estremisti indù filogovernativi.

Nei disordini successivi perdevano la vita almeno duemila persone, in maggioranza musulmani.

A presenziare di fronte a decine di migliaia di fedeli il primo ministro indiano Narendra Modi (il leader del Bharatiya Janata Party si sarebbe preparato all’evento con 11 giorni di digiuno) che ha dato così il via alla sua campagna elettorale per il terzo mandato.

Il tempio Ram Mandir, costato oltre 240 milioni di dollari e alto cinquanta metri, ospiterà una statua dedicata al dio Rama che qui sarebbe nato, stando ai racconti religiosi, circa 7mila anni fa.

In realtà per una parte dell’opposizione questo evento rappresenta quantomeno “la fine del secolarismo in India”. Meno diplomaticamente, per il Pakistan si tratterebbe di pura e semplice “islamofobia”.

Accomodante la posizione delle gerarchie cristiane.

Monsignor Gerald Mathias, vescovo di Lucknow, auspicava che questa inaugurazione contribuisca a promuovere “il Ram Rajya, il Regno di Dio, che il mahatma Gandhi sognava per il nostro amato Paese, caratterizzato dai valori divini e umani di giustizia, pace, amore, fratellanza, tolleranza e armonia religiosa”.

Ma a conti fatti, oltre all’evidente apologia di nazionalismo (con un pizzico di fondamentalismo), nella realizzazione del manufatto sembra aver prevalso la logica commerciale, del business.

Come confermerebbe la presenza di famosi attori, personaggi televisivi e miliardari.

Altra musica – più intensa e lacerante – nel cuore dell’India.

Il 16 gennaio i maoisti dell’Esercito Popolare di Liberazione avevano attaccato per oltre tre ore consecutive il campo dei paramilitari anti-guerriglia (CRPF) di Dharmavaram nel distretto di Bijapur (Chhattisgarh).

Sul campo sarebbero stati esplosi oltre 600 colpi di mortaio con 35 vittime tra i paramilitari (e altri 40 feriti gravemente).

Il campo era stato preventivamente circondato dai guerriglieri mentre loro simpatizzanti, abitanti del luogo, avevano impedito l’arrivo di soccorsi bloccando le strade. Sia abbattendo alberi che ponendo lungo il percorso ordigni rudimentali.

Tra i caduti nelle fila maoiste, il comandante Devalu, un miliziano (Vikram) e un membro della milizia popolare (Madkam Devalu).

Dal comunicato del Partito Comunista dell’India (Maoista) si apprende che tale attacco voleva essere “una risposta all’operazione Kagaar-Surya Shakti lanciata dai dirigenti fascisti dell’Hindutva per sradicare il movimento maoista e agli attacchi tuttora in corso contro gli adivasi (le popolazione aborigene del Paese nda)”.

Invece nel Manipur sono i conflitti etnici a tormentare da mesi questo Stato nord orientale. In particolare nella città di Moreh sul confine con lo Stato del Sagaing in Myanmar (Birmania). Qui – in una convivenza talvolta forzosa – si trovano persone di etnie e religione diverse, provenienti – oltre che da ogni angolo dell’India – anche da Cina, Birmania, Nepal…

Per inciso, una situazione propizia, pur nella sua complessità, allo sviluppo di esperienze analoghe a quelle del Confederalismo democratico sperimentato in Rojava e altri parti del Kurdistan.

Negli ultimi giorni – nonostante le autorità avessero decretato il coprifuoco in varie zone del Manipur – si è registrata un’altra mezza dozzina di uccisioni, mentre verso la metà di gennaio erano state incendiate alcune scuole cristiane (tra cui la Bethsaida Academy e la Dr Colvin Academy) oltre a diverse abitazioni della comunitàKuki-Zo (con almeno altre due vittime e numerosi feriti). Subito dopo venivano attaccati per rappresaglia da milizie provenienti da oltre confine (presumibilmente Kuki-Zo), esponenti della comunità metei (altri cinque morti accertati).

Anche il convento delle Missionarie della Carità veniva colpito nel fuoco incrociato tra milizie dissidenti e forze di sicurezza (in questo caso si parlava di una possibile vittima).

Questo conflitto locale a “bassa intensità” I(alimentato e inasprito dal vicino conflitto interno birmano) avrebbe già lasciato sul terreno circa 200 vittime e provocato l’esodo di quasi 70mila sfollati (profughi interni).

 Gianni Sartori  

#Kurds #Turkey – PROSEGUE E SI INTENSIFICA L’OCCUPAZIONE TURCA DEL KURDISTAN DEL SUD (entro i confini iracheni) – di Gianni Sartori

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Certo se Erdogan fosse sincero quando si strappa le vesti per la repressione, ormai alla soglia del genocidio, perpetrata da Israele contro la popolazione palestinese avrebbe almeno qualche attenuante in vista del Paradiso (ricordate la parabola del bicchier d’acqua?).

Peccato che contemporaneamente mantenga inalterata la sua decennale guerra contro un altro popolo oppresso e martoriato, i curdi. Non solo entro in confini turchi (Bakur), ma anche nel nord e nell’est della Siria (Rojava e dintorni) e nel Bashur (il Kurditan del sud entro i confini iracheni).

Arrivando paradossalmente anche a invocare l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite che prevede un uso legittimo del ricorso preventivo alla forza in caso di “legittima difesa”.

Un buon alibi per giustificare le ripetute aggressioni della Turchia contro il popolo curdo.

L’ultima notizia risale al 21 gennaio 2024. Secondo l’agenzia di stampa RojNews che riporta le dichiarazioni di una fonte interna all’esercito iracheno (fonte che – comprensibilmente – ha preteso l’anonimato), la Turchia avrebbe costruito l’ennesima base militare nella regione di Dohuk. Confermando anche che ormai Ankara è “penetrata in territorio iracheno per almeno 90 chilometri”.

Nel frattempo proseguono gli attacchi dell’aviazione turca nel Kurdistan del Sud.

Era già relativamente noto come la Turchia avesse insediato decine di basi militari nella regione curda dell’Iraq potenziando ulteriormente, con migliaia di soldati, la sua presenza militare, soprattutto negli ultimi mesi. Tutto questo questo era avvenuto grazie alla disponibilità (complicità?) del PDK (Partito Democratico del Kurdistan, quello di Barzani).

Dalle basi, ovviamente, prendono il volo elicotteri e droni che vanno a colpire la resistenza curda.

Inoltre viene confermata la presenza di una consistente rete di agenti del MIT, i servizi segreti turchi.

Solo nei dintorni della città di Sheladize (a circa 30 chilometri da Amadiya, governatorato di Duhok) vi sarebbero una decina di basi militari turche. La maggior parte dei villaggi circostanti sono stati desertificate da tempo e comunque entrarvi è praticamente impossibile. L’anno scorso alcuni contadini erano stati uccisi dall’aviazione turca mentre si dedicavano alla raccolta di erbe nei campi e ancora nel 2019 decine di persone venivano arrestate per essersi ribellate protestando all’occupazione turca.

Gianni Sartori