CATALUNYA, QUANDO UN SOGNO SI AVVERA …. – di Alberto Schiatti

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Sono passati alcuni giorni dal giorno in cui centinaia di migliaia di catalani sono scesi nelle piazze di cinque città per dimostrare il loro desiderio di libertà e di autodeterminazione.

Ed è a freddo che preferisco scrivere questa breve nota, in modo da superare il momento emotivo fortissimo che una giornata simile ti lascia dentro.

Essere in mezzo a una massa incredibile di persone, un Popolo intero, con tutte le sue componenti, sia ideologiche che sociali, che con allegria, gioia ma nello stesso tempo con determinazione assoluta si schiera a favore di cambio totale, di una nuova via da percorrere per vivere un futuro migliore, è un’esperienza che lascia il suo segno.

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Un Popolo che si raccoglie dietro a una Bandiera, con molte interpretazioni ma con un unico tema: l’Indipendenza.

Ed è stata un’emozione incredibile passare da Carrer Ferran, dove i giovani di Arran, di CUP e di altri movimenti radicali ricordano, insieme a giovani baschi,  un giovane martire caduto durante la Diada del 1978 alla sfilata in costumi storici dei Miquelets per le viuzze strette intorno alla Seu, per poi arrivare davanti ai monumenti dedicati a personaggi famosi della storia catalana, come Rafael Casanova ed il gen. Moragues, con gruppi di ogni genere che pongono omaggi floreali e intonano insieme Els Segadors.

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Ma a distanza di qualche giorno alcune riflessioni di carattere politico si fanno avanti: il senso di tutte questi avvenimenti è sicuramente un avvertimento a Madrid che il dado è tratto e che non si torna indietro. Ma l’avvertimento è anche per le forze politiche catalane indipendentiste che dallo scorso anno amministrano questa Terra: voi avete nella mani il nostro destino e noi siamo al vostro fianco, festosi ma decisi. La strada verso l’indipendenza sarà irta di ostacoli, creare una nuova realtà statuale sarà una faccenda complicata anche dai rapporti internazionali, ma il Popolo catalano non arretra. E non torna indietro anche nelle richieste politiche che accompagnano la volontà di indipendenza: una società più equilibrata, dove ogni cittadino abbia pari dignità, dove si creino opportunità di vita e di lavoro degne di un Paese avanzato e che facciano dimenticare l’appartenenza a uno Stato, quello spagnolo, dominato come sempre da elites socio-economiche. Una società più rispettosa nei confronti delle donne, delle minoranze di ogni genere. Un cambio totale, una rivoluzione pacifica ma evidente.

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Il segnale è stato molto chiaro e i dibattiti televisivi che hanno seguito la Diada hanno dimostrato che i politici l’hanno raccolto.

Ora la palla passa al mondo della politica, che deve fare la sua parte.

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Da parte nostra rimane solo un augurio, quello di essere a Barcelona il prossimo anno a festeggiare la costituzione della Repubblica Catalana, un risultato che darebbe il via a un effetto domino sia a livello di penisola iberica che a livello continentale.

E insieme a questo augurio, un’ulteriore riflessione: questa rivoluzione del sorriso catalana è stata possibile grazie all’impegno di fondazioni e di realtà culturali che hanno permesso di creare una fortissima base su cui si è innestata la proposta politica. Ecco, è giunto il momento che anche nella nostra Terra si faccia questo passo, lavorando sulla cultura, percorrendo anche nuove strade, stimolando gli amministratori locali, di qualsiasi parte politica, a riscoprire storia e lingua lombarda, non come contrapposizione a quella italiana, ma come ricchezza del territorio e della popolazione.

E dalla Lombardia guarderemo verso i fratelli catalani per cercare di emularli e di arrivare con un duro, ma determinato lavoro allo stesso risultato.

VISCA LA REPUBLICA CATALANA

 

Alberto Schiatti

11 settembre 2016 – Diada in Catalunya

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pro Lombardia Indipendenza parteciperà ufficialmente a Barcelona alla Diada, la Festa Nazionale Catalana, durante la quale sono state organizzate cinque manifestazioni sul territorio per evidenziare una volta di più il desiderio dei Catalani di costruire un nuovo Stato indipendente nell’ambito della futura ed auspicata Europa delle Regioni e dei Popoli

VISCA CATALUNYA LLIURE – LOMBARDIA INDIPENDENTE.

2016-08-20

 

 

UN EROE DEI TEMPI MODERNI, IN DIFESA DELLA LIBERTA’ DEL POPOLO CATALANO

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“Ho vissuto 75 anni nei Paesi Catalani occupati da Spagna, Francia e Italia per secoli, in lotta contro questa schiavitu’ per tutta la mia vita adulta.
Una Nazione schiava, un essere umano schiavo, vergogna per l’umanita’ e per l’universo.
Ma una Nazione non sara’ mai libera se i suoi figli non vorranno rischiare la propria vita per la sua difesa e la sua Liberazione.
Amici miei, accettate questa fine vittoriosa del mio combattimento per sottolineare il timore dei nostri leaders, che stanno lontani dal Popolo.
OGGI LA MIA NAZIONE DIVENTA SOVRANA ASSOLUTA IN ME.
HANNO PERSO UNO SCHIAVO, LEI E’ UN PO’ PIU’ LIBERA PERCHE’ IO SONO IN VOI, AMICI MIEI.”

Cosi’ lasciava scritto il 11 Agosto 2007, Lluís Maria Xirinacs PATRIOTA CATALANO.

Eterno onore a chi compie l’estremo sacrificio per la Liberta’ del suo Popolo.

LE NUOVE BRIGATE INTERNAZIONALI – di Alberto Schiatti

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«Sono andati incontro alla morte per delle persone che non conoscevano e le cui facce non avevano visto. Sono morti giovani in modo che i bambini possano vivere a lungo … I loro corpi hanno versato sangue in modo che potessimo vivere e ridere! Avevano ricamate sulle loro belle facce storie indimenticabili e se ne sono andati!» (Medya Doz).

 

E’ curioso come in questi ultimi anni moltissimo si sia scritto riguardo ai cosiddetti “foreign fighthers”, come numerosissimi programmi televisivi in tutto il mondo occidentale abbiano dedicato spazio a questi giovani che dall’Europa sono partiti verso la Siria e le zone limitrofe per combattere nelle file dell’ISIS, abbracciando una forma radicale dell’islamismo e mettendola in campo, anche con modalità estreme.

Nulla o quasi è invece apparso sui media nei confronti di altre centinaia di giovani che, da tutto il mondo, si sono recati nelle stesse terre per lottare per la sopravvivenza di un Popolo, quello kurdo, messa in discussione dagli enormi appetiti che riguardano le terre da loro abitate da millenni.

Terre che si sono trovate al centro delle dispute tra Stati, e di interessi geopolitici a livello globale, che coincidono in un solo punto: distruggere il popolo kurdo ed evitare la nascita di una nuova realtà indipendente, appunto il Kurdistan, nella zona oggi divisa tra Irak, Siria e Turchia.

Tornando ai giovani combattenti “internazionalisti” schierati al fianco delle milizie kurde, dobbiamo porci subito una domanda: cosa può spingere dei ragazzi, nati e cresciuti nell’opulento occidente, ad andare a lottare, e spesso a morire, in una terra sconosciuta, al fianco di persone che addirittura parlano una lingua a loro estranea?

Molte saranno le motivazioni individuali, ma sicuramente dietro a questo loro comportamento esiste qualcosa che unisce idealmente i giovani che, in ogni tempo e luogo, si sono messi in gioco e hanno saltato la barricata, scegliendo la strada più difficile, per difendere un valore primario: quello della Libertà.

In questo caso, la libertà di un popolo, combattuto oggi soprattutto dal regime turco, sempre più schierato su una posizione estremista e che utilizza le milizie radical-religiose dell’ISIS per stroncare ogni aspirazione kurda. Con la scusa della lotta al terrorismo, le forze armate turche sottopongono le città kurde a veri e propri atti di guerra, con assedi e bombardamenti aerei, lasciando poi il campo ai loro fedeli (e ben foraggiati) partners islamisti per il “lavoro sporco” sul terreno.

E di fronte a questo, hanno risposto all’appello centinaia di ragazzi e di ragazze, alcuni con esperienza di carattere militare, per difendere queste città e questa gente, martoriata quotidianamente, senza chiedere nulla in cambio, al contrario dei “contractors” spesso elogiati dai media occidentali. Non si contano più gli atti di eroismo (e di martirio … ) con i quali si stanno guadagnando il rispetto dei kurdi, da sempre abituati a lottare per sopravvivere e spesso nello scenario ostile di un territorio accidentato.

Ed è proprio per rompere questo silenzio mediatico che, da difensori della Libertà dei Popoli, intendiamo rendere qui omaggio ai Dean, ai Martin, ai Joshua, ai Joe, ai Jamie, ai Mario e a tutti gli altri che hanno dato la loro vita e a quelli pronti a darla da oggi in poi, nonchè agli altri rinchiusi nelle carceri turche.

Chiunque pensa che ogni popolo abbia il diritto di scegliersi la propria strada e la propria casa comune ha l’obbligo morale di far conoscere al mondo, soprattutto a questo mondo occidentale assonnato e senza ideali, la realtà di questi giovani e inchinarsi di fronte al loro sacrificio, non solo quello estremo, ma anche quello quotidiano, fatto di sofferenze, di aspre battaglie e di polvere.

Sono la fiammella della Libertà, tocca a noi tenerla sempre accesa.

 

Alberto Schiatti

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I PAESI BASCHI, DOPO LA TREGUA DELL’ETA – di Gianni Sartori

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intervista a Joseba Alvarez* (Ufficio Esteri di Batasuna)

                        (Gianni Sartori – maggio 2006)

 

Quali sono stati i cambiamenti più significativi dopo la tregua annunciata da ETA?

Forse la cosa più significativa a due mesi di distanza dall’annuncio del “cessate il fuoco permanente” da parte di ETA, è che la società basca percepisce come la sinistra indipendentista ce la stia mettendo tutta affinché il processo di pace vada nella giusta direzione; a mio avviso non si può dire lo stesso del governo Zapatero. Mentre ETA dopo sette settimane dall’“alto el fuego” ha dato un’ampia intervista, pubblicata sul quotidiano “Gara”, riaffermando la sua volontà politica di proseguire, mentre Batasuna ha reso pubblico il suo gruppo di negoziatori, il governo spagnolo ha continuato ad arrestare i militanti baschi (e anche recentemente uno di loro ha denunciato di aver subito tortura), mantiene l’illegalizzazione di Batasuna, continua con la dispersione dei prigionieri e delle prigioniere baschi. Inoltre il giudice Marlaska dell’Audiencia Nacional aveva convocato otto dei principali dirigenti di Batasuna e il PSOE si rifiutava di costituire la Mesa de Partidos (Tavolo dei Partiti) “perché Batasuna è illegale”. Per colpa del Governo è stato perso tempo prezioso e il PSOE ha bloccato la creazione della Mesa de Partidos. L’attuale situazione del processo di pace (a due mesi, ripeto, dalla dichiarazione di Alto el Fuego Permanente di ETA) è molto grave, delicata.

 

Quindi che giudizio date dell’atteggiamento di Zapatero?

Il presidente spagnolo Zapatero ha creato una Comisiòn de Verificaciòn del Alto el Fuego, una cosa completamente inutile che ha confermato quello che era già evidente, ossia che ETA ha rispettato la parola data. Solo ora ha detto che in giugno annuncerà l’inizio di contatti ufficiali con ETA. Da quello che si vede (e se queste notizie saranno confermate) tutto sembra indicare che uno dei due tavoli o dei forum di dialogo, quello della smilitarizzazione, avrà inizio. Tuttavia l’altro spazio, forum o tavolo di dialogo, la Mesa Politica de los Partidos, resta bloccata a causa del PSOE che sostiene di non potersi riunire con noi in maniera ufficiale essendo il nostro partito illegale. Tutti sanno che la soluzione del conflitto esige i due accordi, quello politico e la smilitarizzazione. Per questo dico che la situazione è grave. Non ha senso che il PSOE dica di non potersi riunire con Batasuna perché è illegale, mentre nello stesso momento il governo di Zapatero, ugualmente del PSOE, decide di riunirsi ufficialmente con ETA che, oltre a essere illegale e clandestina, è anche considerata un’organizzazione terrorista.

 

E come vi ponete nei confronti degli altri partiti baschi (PNV, EA, Aralar…) in relazione ad una soluzione politica?

Tutte le forze politiche basche, la maggioranza dei sindacati e anche la stragrande maggioranza dei movimenti sociali baschi sono apertamente schierate in favore di un processo di pace in Euskal Herria e criticano l’operato di Zapatero e del PSOE. Un altro problema è che il governo di Ibarretxe (governo della Comunità Autonoma Basca, nda) usa l’Ertzaintza (polizia autonoma basca) per reprimere qualsiasi iniziativa di Batasuna, da fedele esecutore degli ordini del governo e della magistratura spagnola. Il PNV (moderati di centrodestra) dice di opporsi alla politica spagnola, ma la sua polizia, l’Ertzaintza, opera in perfetta sintonia con Madrid. Un atteggiamento che giudico vergognoso, oltre che politicamente irresponsabile. Comunque se dipendesse dalle organizzazioni nazionaliste basche la Mesa de Partidos sarebbe stata avviata da tempo, dato che tutte si riuniscono abitualmente, in maniera pubblica e ufficiale, con Batasuna.

 

In una precedente intervista avevi parlato di “un accordo all’irlandese” per fare come in Quebec. Ti sembra che la strada intrapresa vada in questa direzione?

Non direi. In altre parole, dal governo spagnolo e dal governo francese non è venuta nessuna dichiarazione paragonabile a quella storica di Downing Street sulla questione nordirlandese, una dichiarazione in cui si dica chiaramente che in futuro sarà rispettato quello che decideranno i cittadini baschi in una situazione di pace e democrazia. E senza questa “dichiarazione irlandese” non possiamo certo operare come nel Quebec (il riferimento è ai referendum sull’indipendenza, nda) e nemmeno come nel Montenegro, dove la Serbia ha accettato il risultato del referendum nonostante implichi l’indipendenza del Montenegro e la perdita di una parte del territorio che i serbi considerano parte della loro nazione.

Per ora siamo a questo punto, ma non abbiamo alcun dubbio che quello intrapreso è il cammino da percorrere se veramente si vuole risolvere definitivamente e in maniera positiva il conflitto basco.

 

Recentemente altri prigionieri politici baschi sono morti in carcere. Qual è la situazione attuale di questi prigionieri (maltrattamenti, dispersione…)?

Intanto la situazione del collettivo dei prigionieri e delle prigioniere baschi non è migliorato negli ultimi anni, nemmeno dopo la proclamazione dell’Alto el Fuego Permanente da parte di ETA. Anzi, proprio il contrario. Mentre anche il governo spagnolo ha riconosciuto che ETA non ha causato la morte di nessuno negli ultimi mille giorni, nello stesso periodo sono morti più di una dozzina di prigionieri (di cui tre suicidi) a causa della politica carceraria e delle condizioni in cui versano le prigioni spagnole e francesi. Altrettanti familiari di prigionieri sono morti in incidenti stradali mentre si recavano a trovare i loro familiari dispersi in carceri lontane centinaia, talvolta migliaia di chilometri da casa. Non solo non gli viene riconosciuto lo status di prigionieri politici, ma vengono violati i loro diritti fondamentali come quello di poter studiare in carcere o di scontare la pena più vicino alle loro famiglie.

Su questa questione il governo spagnolo non rispetta nemmeno la volontà della maggioranza della società basca che chiede il loro avvicinamento e la fine dell’isolamento carcerario. Siamo pertanto ancora molto lontani dalla possibilità per i prigionieri di prendere parte attivamente al processo di pace e dalla scarcerazione di tutti e di tutte, come è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica.

 

Cosa prevedi per il prossimo futuro in Euskal Herria?

Fino a un paio di giorni fa non sapevamo nemmeno se nel giro di una settimana gli otto responsabili  nazionali di Batasuna che dovevano presentarsi all’Audiencia Nacional di Madrid (tra cui anche Joseba Alvarez, nda) sarebbero stati ancora in libertà o in carcere.

È evidente che la carcerazione degli interlocutori di una delle parti non sarebbe stata la soluzione migliore per portare avanti il processo di pace1. Il futuro di questo processo in Euskal Herria sta quindi nelle mani del governo spagnolo e del PSOE. Se loro vanno avanti, anche noi continueremo ad avanzare. Se loro bloccano il processo, questo finirà con l’arenarsi.

 

Un tuo commento su quello che sta avvenendo in Catalunya (sulla questione dell’autonomia, il ruolo dell’ERC…).

Intanto vorrei precisare che non è la stessa cosa parlare della regione autonoma detta Catalunya o di Paisos Catalans (l’insieme del territorio nazionale catalano). Così come non è la stessa cosa parlare della Comunità Autonoma Basca di Euskadi (tre province) o di Euskal Herria, ossia del territorio nazionale basco (sette province). La Generalitat de Catalunya (cioè del Principat che non comprende né le Isole Baleari, né Valencia, né Perpignan) aveva deciso di patteggiare una riforma del suo attuale statuto di Autonomia per Catalunya. Zapatero aveva promesso di rispettare il risultato del dibattito parlamentare portato avanti dal “Tripartito” formato da PSC (Partito Socialista Catalano, nda), ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna, indipendentisti, nda) e ICV (Verdi Catalani). Più del 90% del Parlamento catalano ha approvato una riforma dello statuto (che non implica l’indipendenza o il diritto all’autodeterminazione); tuttavia Zapatero, con l’indispensabile aiuto di CiU (Convergència i Unió, autonomisti di centrodestra), non ha mantenuto la parola data e ha “mutilato” la proposta originaria, quella che era stata accettata in Catalunya. Madrid non ha rispettato la volontà, democraticamente espressa, dei cittadini catalani che risiedono in questa parte del territorio nazionale, Catalunya (che non coincide con la totalità dei Paisos Catalans). Di conseguenza, tanto il PSC, come ERC e ICV, sono stati traditi da Zapatero e la base di ERC, per denunciare tutto ciò, ha imposto ai suoi dirigenti un chiaro NO nel referendum previsto per il 18 giugno. Questo NO era già richiesto dalla sinistra indipendentista catalana (Endavant, MDT, PSAN, Estat Català e altri…). CiU, come il PNV basco, ha tradito la richiesta maggioritaria di Catalunya in cambio della sua presenza nel futuro governo catalano per difendere i suoi affari. È quello che ha fatto negli ultimi decenni in Catalunya arrivando ad appoggiare il governo di Aznar del Partito Popolare a Madrid. Per prima cosa bisognerà vedere quale sarà il risultato del referendum del 18 giugno e, dopo, quale sarà il risultato delle elezioni autonomiste anticipate. Quello che è certo è che Zapatero non è in grado di “chiudere” la questione catalana per poi affrontare quella basca da posizioni più favorevoli. È facilmente prevedibile che, nei prossimi mesi, il panorama politico catalano si radicalizzerà in conflitto con gli interessi di Zapatero e del PSOE, favorendo la nascita di un forte movimento indipendentista e di sinistra in Catalunya e nei Paisos Catalans.

 

È possibile fare un confronto (analogie e differenze) tra Euskal Herria e Paisos Catalans dal punto di vista dell’autodeterminazione?

Sia i Paisos Catalans che Euskal Herria sono due popoli, due nazioni, depositarie dello stesso diritto all’autodeterminazione. In entrambi i casi si deve rispettare quello che i cittadini e le cittadine decidono in pace e libertà, compresa anche l’indipendenza, come nel Montenegro. Quello che ci distingue dai catalani non sono i diritti che sono gli stessi, ma la strategia di liberazione nazionale e sociale che portiamo avanti nei nostri rispettivi paesi. Questa, senza dubbio, è il risultato delle differenze sociali e politiche delle due nazioni, dovute al diverso processo politico di resistenza e costruzione nazionale e sociale che abbiamo vissuto nel corso della nostra ampia storia di lotta.

 

Gianni Sartori

maggio 2006

 

note: Joseba Alvarez nel 1997, al momento del processo contro i dirigenti di Herri Batasuna, ricopriva la carica di responsabile per l’euskara (la lingua basca) nel partito abertzale (indipendentista di sinistra). Liberato, con gli altri esponenti, dopo qualche anno di carcere è diventato responsabile dell’Ufficio Esteri (Kampoko Harremanetarako Batzordea) della nuova formazione Batasuna. Insieme ad altri esponenti di Batasuna si era recato varie volte in Sudafrica “a scuola di colloqui di Pace” (come avevano già fatto molti irlandesi, sia repubblicani cattolici che unionisti protestanti durante i colloqui per l’Irlanda del Nord) studiando attentamente l’esperienza di riconciliazione nazionale del dopo-apartheid.

In seguito venne nuovamente incarcerato.

Come è noto la tregua di ETA (la tregua del 2006, durata circa nove mesi) venne poi tragicamente interrotta dall’attentato del 30 dicembre 2006 all’aeroporto di Madrid che determinò la rottura dei negoziati (cominciati in giugno). In seguito, pur rivendicando l’attentato (che avrebbe dovuto essere solo dimostrativo e invece provocò due vittime), ETA aveva dichiarato di voler mantenere la tregua per permettere un ulteriore sviluppo del processo di soluzione politica del conflitto.

ERMUA (Euskal Herria) – 13 luglio 1997 – intervista di Gianni Sartori a Gorka Martinez (HB)

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(13 Luglio 2016 – l’atto in ricordo di Miguel Angel Blanco con la presenza di Pello Urizar di Euskal Herria Bildu)

 

Luglio 1997: uno dei momenti più drammatici nella tormentata storia di Euskal Herria. Erano i giorni immediatamente successivi a una delle azioni più assurde e crudeli compiute da ETA, l’assassinio di un ostaggio inerme, il consigliere comunale del PP Miguel Angel Blanco Garrido. E all’orizzonte si profilava la scadenza del processo contro l’intera Mesa Nacional di Herri Batasuna, il partito indipendentista basco accusato di collaborare con ETA.

Il governo del fascistoide Josè Maria Aznar sembrava intenzionato a “capitalizzare” fino in fondo l’operato di ETA e la richiesta di pena di morte per gli “etarras” veniva formulata da filosofi e accademici (Gustavo Bueno proponeva addirittura di riesumare il “garrote”).

Da parte mia ritenevo di dover comunque ascoltare anche l’altra campana, quella di Herri Batasuna. Avevo quindi incontrato Gorka Martinez, responsabile delle relazioni internazionali e membro della Mesa Nacional. In questa veste Gorka era stato recentemente incarcerato, poi liberato su cauzione e rischiava una decina di anni di carcere. Il processo all’intera Mesa Nacional di HB stava per cominciare  (6 ottobre 1997) e come è noto si concluse con pesanti condanne. Tra il 1997 e il 2000 l’esponente abertzale verrà incarcerato varie volte (sia come membro della Mesa Nacional che in seguito come esponente dell’Ufficio esteri di HB) ammalandosi gravemente. E’ morto per un tumore all’inizio del 2002. 

EUSKAL HERRIA/ INTERVISTA A GORKA MARTINEZ

(Gianni Sartori – luglio 1997)

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Come si pone Herri Batasuna di fronte all’ultima azione di ETA, l’uccisione di Miguel Angel Blanco?

Ovviamente non ci rallegriamo per la morte di nessuno e comprendiamo pienamente il dolore dei familiari, proprio perché in quanto militanti abertzale (sinistra patriottica, ndr) da anni sperimentiamo sulla nostra pelle lutti e sofferenze. Gli ultimi avvenimenti, però, non possono essere adeguatamente compresi se non si considerano le circostanze che li hanno preceduti, il contesto in cui si sono svolti. Noi riteniamo il governo spagnolo direttamente responsabile di questa morte. Non è possibile dimenticare l’intransigenza e la chiusura totale del governo spagnolo davanti alla richiesta di gran parte della società basca che chiedeva il rimpatrio (non la liberazione) dei prigionieri/e politici/che baschi/e. Richiesta che era stata fatta propria da partiti, associazioni, movimenti; una richiesta con cui non si chiedeva altro che l’applicazione della legge per cui i prigionieri avrebbero il diritto di scontare la loro pena in Euskal Herria. Il governo Aznar ha ripetutamente dato prova di non voler rispettare questi diritti elementari. ETA aveva sequestrato Blanco in quanto dirigente del Partito Popolare in Bizkaia, ma il governo di Aznar (leader del Partito Popolare, ndr) nemmeno per un momento ha dato l’impressione di voler risolvere il problema e ha preferito trasferire questa responsabilità alla società civile. Inoltre questa morte è direttamente legata all’illegalità praticata dal governo in materia di politica carceraria (ETA aveva chiesto il rimpatrio nelle carceri di Euskal Herria dei prigionieri baschi, attualmente disseminati nelle varie carceri spagnole; non chiedeva la liberazione dei prigionieri, ndr). Se il governo applicasse la legge, tutto questo non sarebbe mai accaduto. La società basca in questi ultimi anni si era ampiamente mobilitata con manifestazioni, scioperi della fame, petizioni… per l’applicazione delle leggi e per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri politici, ma i governi spagnoli hanno sempre detto NO. Bisogna capire che anche questa azione deriva direttamente dal rifiuto sistematico del governo di riconoscere i diritti della comunità dei prigionieri e che la richiesta di rimpatrio per i prigionieri baschi è legittima, legale.Questo scontro sociale interno alla società basca risponde esclusivamente agli interessi di Madrid, incapace di affrontare le proposte di dialogo e negoziati che da almeno due anni vengono portate avanti dal movimento abertzale con l’”Alternativa Democratica”. Nei giorni precedenti la morte di Miguel Angel Blanco, il governo spagnolo aveva nuovamente mostrato la sua totale incapacità nel risolvere i problemi, trasformando l’azione di ETA (il sequestro, ndr) in una “questione di stato”, ottenendo l’appoggio della monarchia e di tutte le forze politiche ed economiche.

Ma non credi che proprio tutte queste iniziative della società basca, anche all’estero (penso all’occupazione delle ambasciate spagnole nelle principali capitali europee che ha visto mobilitarsi centinaia di cittadini baschi, parenti e amici dei prigionieri…) rischiano ora di essere vanificate dall’azione di ETA?

Non penso proprio che quello che la società basca ha saputo mostrare con la sua mobilitazione oggi abbia perso di valore. Caso mai è il governo che ha dato prova dei suoi limiti, della sua incapacità o impossibilità di risolvere i problemi.

In questi settimane abbiamo assistito a veri e propri attacchi contro le sedi di Herri Batasuna e contro i militanti abertzale. A tuo avviso si è trattato di reazioni spontanee o sono state organizzate dai partiti avversari? E in questo caso da quali? Il Partito Popolare o il PSOE (Partito socialista, ndr)? E il PNV (nazionalisti baschi moderati, ndr)?

Sicuramente i partiti hanno avuto un ruolo, anche se in forma diversa. Mentre il Partito Popolare di Aznar si è impegnato direttamente, gli altri -PSOE, PNV, IU (Izquierda Unida, ndr)…- hanno reagito in modo molto accomodante rinunciando, a mio avviso, anche alla loro identità, si trattasse dei partiti della sinistra o dei nazionalisti moderati; forse anche per paura. Per definire quello che è accaduto si può parlare di “mobilitazione reazionaria delle masse”; alla fine del secolo si ripete in qualche modo quello che accadeva negli anni Venti e Trenta, con il fascismo, in Germania, Spagna, Italia… Fondamentale è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione; è provato che i direttori dei principali giornali e televisioni si sono riuniti con esponenti governativi per concordare obiettivi è intensità del messaggio da trasmettere. Questo intervento si è sovrapposto alla necessità oggettiva della società basca di trovare una via d’uscita al conflitto con i risultati che sai: tentativi di linciaggio, molotov contro le sedi di Herri Batasuna, ecc. Si è trattato in gran parte di un movimento alimentato dai partiti (il Partito Popolare in primo luogo) e dai mezzi di comunicazione, un movimento sostanzialmente di carattere reazionario, ma non per questo bisogna ritenere che sia reazionaria la società basca. Una sorta di isteria collettiva che rapidamente ha perso slancio: infatti gli inviti alla criminalizzazione, al linciaggio nei confronti degli indipendentisti lanciati dal Partito Popolare sono stati raccolti sono inizialmente. Noi non temiamo che si crei un clima permanente di scontro sociale perché quello che è accaduto è in massima parte effetto della manipolazione, non è un elemento permanente. Alla fine questa politica si risolverà in un fallimento per il Partito Popolare e i suoi alleati. Noi manteniamo con fermezza la nostra volontà di dialogo con chiunque, al fine di trovare una soluzione per l’attuale conflitto che lacera Euskal Herria.

Sull’ennesimo suicidio (vero o presunto) di un militante abertzale, detenuto nel carcere di Albacete, che ci puoi dire?

Sicuramente questi episodi riflettono la situazione in cui versano i prigionieri politici, In questo momento non possiamo dire se si tratti di suicidio o omicidio. la mancanza di condizioni umane minime. Quest’anno vi sono stati già parecchi episodi analoghi, anche tra gli obiettori totali e anche in questi casi la causa risiede nella politica penitenziaria adottata dal governo. Per non parlare di Josu Zabala che sicuramente è stato “suicidato” da una squadra della morte.

Una settimana fa si è parlato di alcuni documenti da cui risulterebbe che, ancora nell’82, il PNV avrebbe collaborato con i Servizi spagnoli, fornendo elenchi di presunti militanti di ETA. Cosa ci puoi dire in proposito?

Che per noi non è una novità e questi documenti vengono alla luce grazie alle lotte intestine tra i gruppi di potere. Il PNV ha sempre collaborato con le forze di sicurezza contro la sinistra abertzale. E appena ha avuto una sua polizia “autonoma” lo ha fatto in proprio.

Dopo l’uccisione di Blanco da parte di ETA si è assistito ad una generale presa di distanza nei vostri confronti, anche da parte di chi vi seguiva con interesse. Cosa mandi a dire?

Vorrei ribadire che quanto è accaduto è conseguenza di una situazione politica non risolta; noi, sia ben chiaro, non viviamo per la morte, ma questa è la realtà odierna di Euskal Herria e richiede una soluzione politica. Non si può pensare di concentrare la storia di un popolo che lotta da anni per la sua liberazione in un giorno o in un singolo episodio.

Gianni Sartori  (luglio 1997)

 

 

EUSKAL HERRIA: NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE? – di Gianni Sartori

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Diciamolo francamente: dalla liberazione di Arnaldo Otegi era lecito aspettarsi di più: un consistente rilancio della via basca all’indipendenza e al socialismo (“bietan jarrai ”).Invece sembra quasi che al momento la ruota della Storia in Euskal Herria stia girando a vuoto.Ricapitoliamo. Negli ultimi mesi (oltre alla liberazione del noto esponente abertzale dopo sei anni e mezzo di carcere*) altri eventi significativi sembravano preludere ad una ripresa delle iniziative per l’autodeterminazione.

 Era giunta a conclusione l’esperienza di ABIAN (un processo per “accumulare forze per conquistare una Repubblica Basca libera”). Ricordo che ABIAN era partita nel novembre 2015 per proseguire nel percorso avviato, ancora nel febbraio 2010, con ZUTIK EUSKAL HERRIA (“In piedi Paese Basco”). Esperienza quest’ultima sicuramente importante (in quanto costituiva un autentico “cambio di strategia” rispetto alla fase resistenziale) ma che non sembra aver poi realizzato quanto la sinistra abertzale si proponeva.

 Sicuramente importanti le numerose iniziative a favore dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Tra le altre, la presentazione di un documento ai parlamentari europei in visita nel paese Basco (febbraio 2016) e la carovana di 400 furgonetas per far conoscere le attività di Mirentxin Gidariak, una associazione di autisti volontari che aiutano i familiari dei prigionieri a visitare i loro parenti in carcere (“Azken bidaia izan dadila”).

 

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 La “caravana solidaria” era composta da veicoli dello stesso numero dei familiari che ogni fine settimana coprono migliaia di chilometri per visitare i loro congiunti in carcere. Nei propositi del collettivo promotore dell’iniziativa (“Mirentxin Gidariak”): coinvolgere la società basca affinché “questa ingiusta realtà venga consegnata alla storia”. Le lotte del popolo basco contro la politica carceraria di Madrid (in particolare contro la dispersione, una ulteriore sofferenza imposta anche ai familiari) sono di vecchia data e in questa circostanza gli organizzatori dell’iniziativa non hanno nascosto la loro soddisfazione per la positiva risposta riscontrata nelle città e nei villaggi percorsi dalla carovana, spesso tra gli applausi dei residenti. Alcuni dati sui tragitti settimanalmente percorsi dai parenti dei prigionieri per raggiungere le varie carceri disseminate sia in territorio spagnolo che francese: Villena 720 km; Murcia 830 km; Foncalent 760 km; A Lama 730; Poitiers 550 km; Saint Maur 680; Almeria e Huelva 1.000 km; Granada 780 km; Valencia 540 km; Herrera 620 km. Senza dimenticare le 16 persone che hanno perso la vita mentre tornavano da una di queste prigioni, dopo un viaggio estenuante.

 Tra i momenti più toccanti, il transito della carovana davanti al carcere di Basauri dove era rinchiuso Aitzol Gogorza, un prigioniero gravemente ammalato.

La liberazione di Aitzol Gogorza era stata richiesta anche durante la manifestazione di  Basurto dove i lavoratori dell’ospedale, su convocazione del sindacato LAB e di ESK, si sono riuniti all’esterno della struttura ospedaliera. Tra le loro rivendicazioni, oltre alla liberazione dei prigionieri gravemente ammalati (come in teoria sarebbe stabilito dalla legislazione), la richiesta di protocolli particolari per questi pazienti. Da segnalare poi le opere realizzate da vittime della repressione esposte nella mostra di Anguleri (“Aldharrikatuz”).

Nel frattempo, nonostante il regno di Spagna sia stato condannato in ben otto occasioni per non aver voluto investigare in merito alle denunce per tortura, in un solo mese (tra aprile e maggio oltre una quindicina di persone sono state arrestate per aver denunciato la pratica della tortura. Una conferma di quale sia l’atteggiamento prevalente nella magistratura spagnola: evitare che queste denunce diventino un’occasione per rimettere in discussione la situazione di “colonia interna” in cui versa Hego Euskal Herria (Hegoalde, Paese Basco sotto amministrazione spagnola).

NON SI ARRESTANO COSI’ ANCHE GLI AUTORI DI MURALES?

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Sotto certi aspetti siamo di fronte ad una storia incredibile, surreale. Nell’ottobre 2009 Txelui Moreno venne arrestato nel corso della retata contro, tra gli altri, Arnaldo Otegi e Rafa Diez. Nel gennaio 2011 toccò a suo figlio Iker, accusato (e arrestato insieme ad una dozzina di altri giovani militanti) di far parte di EKIN, organizzazione socialista basca molto attiva in campo sociale. Le torture vennero alla luce quando uno dei giovani arrestati (Patxi Arratibel), costretto dalla polizia a firmare una dichiarazione, aggiunse al suo nome la parola “Aztnugal” (a rovescio “aiuto” in euskera). La maggior parte degli arrestati era stata torturata e il caso di Iker Moreno venne inserito nel documento del CPT 2011. Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani condannò il Regno di Spagna per mancanza di accertamenti sulla denuncia di torture subite da Patxi Arratibel. Nell’aprile 2016 Iker e altri quattro sono stati trascinati in giudizio. Quasi contemporaneamente, nella città natale di Iker, Burlata, veniva realizzato un grande mural di solidarietà con le vittime della tortura (in assoluta legalità: il mural era stato autorizzato sia dall’Amministrazione che dal proprietario della parete). Dopo aver trascorso un anno e mezzo in carcere, gli accusati sono venuti a un accordo con il tribunale riconoscendo (obtorto collo, si presume) che “la loro attività politica aveva violato la legge spagnola”. Ma, a sorpresa, cinque giorni dopo questo accordo, il 19 aprile, la polizia spagnola arrestava otto persone (tra cui il fratello, il padre e la madre di Iker, oltre ai pittori che avevano realizzato il mural) accusandoli di “ingiurie e diffamazione contro la Guardia Civil e sorvolando sul fatto che la G.C. non appariva nemmeno sul murale di Burlata. Particolare non secondario: nessun giudice aveva ordinato l’arresto dei pittori. Alla fine di maggio, poi, altri otto giovani sono stati arrestati nella località navarra di Atarrabia per aver realizzato un altro mural contro la tortura (sempre con l’autorizzazione municipale).

 

 Qualche buona notizia invece da Iparralde (Paese Basco sotto amministrazione francese). Sembra non aver subito battute d’arresto il processo per creare un raggruppamento unico dei municipi in Ipar Euskal Herria. Un evento che, se si dovesse realizzare, rappresenterebbe un salto qualitativo non indifferente  nel futuro riconoscimento della Nazione basca.

Gianni Sartori

 

 

 * Il tour europeo di Otegi (e, in particolare, la sua visita in Catalunya) erano stati seguiti con attenzione dai media europei.

Ma, nonostante nei suoi interventi, avesse saputo trasmettere con energia la sensazione di un nuovo corso, la società civile e l’opinione pubblica internazionale non sembrano ancora  pronte per comprenderlo e praticarlo.

BOYCOTT TURKEY! – (tramite Gianni Sartori)

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Dal 25 Giugno al 16 Luglio parte in Italia una mobilitazione nazionale contro la guerra in corso in Turchia e le violenze verso il popolo Curdo

Dal mese di Luglio dello scorso anno, il governo Turco ha dichiarato una nuova guerra al popolo curdo, interrompendo i negoziati con il presidente Abdullah Öcalan, detenuto in totale isolamento nell’isola carcere di Imrali e aprendo una campagna militare e politica dentro i suoi confini. 

La campagna in corso del governo Erdogan ha portato nel corso dell’ultimo anno alla distruzione di decine di città curde e all’imposizione del coprifuoco permanente. Interi quartieri delle grandi città di Diyarbakir, Sirnak, Cizre, e innumerevoli villaggi sono stati rasi al suolo, in un operazione militare che ha colpito innanzitutto civili, donne, anziani, bambini, bruciati vivi all’interno delle loro case. La campagna militare non ha risparmiato neanche i vicini confini della Turchia colpendo i villaggi del Kurdistan del Sud in Iraq con bombardamenti a tappeto e con le operazioni in corso sul confine siriano che accumulano vittime tra i profughi. 

Accanto alla campagna militare, una campagna politica ha portato in carcere in questi mesi migliaia di persone: dagli intellettuali e docenti universitari impegnati per la pace, ai giornalisti non filo governativi, agli amministratori locali delle municipalità curde. Ogni manifestazione di dissenso è ancora oggi sotto attacco. 

L’ultimo decisivo capitolo della campagna di aggressione è stato ottenuto con la convalida governativa della riforma istituzionale che revoca l’immunità parlamentare ai deputati del Partito Democratico dei Popoli, l’HDP, la più larga opposizione ufficiale verso il progetto di riforma presidenziale del presidente Erdogan e al contempo concedendo però immunità giudiziaria ai militari complici delle operazioni dell’Isis in Turchia e autori delle violenze nella guerra contro il popolo curdo.

A fronte di ciò il popolo curdo e il movimento di liberazione del Kurdistan continuano a portare avanti una battaglia di resistenza, contro l’annientamento fisico e politico per un autonomia democratica in Turchia. 

L’Europa, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti non hanno ancora intrapreso azioni concrete per fermare le scellerate politiche della Turchia ma credono di poterla piegare ai propri interessi, nonostante le politiche nazionaliste e dittattoriali oggi in atto. 

Per rompere il silenzio internazionale la Rete Kurdistan Italia parteciperà dal prossimo 25 Giugnio alla campagna europea di boicottaggio del turismo in Turchia e dei prodotti turchi, per informare sulle brutalità commesse a danno del popolo curdo a livello locale e nazionale.

Invitiamo tutte le realtà sensibili e presenti a livello nazionale a coordinare campagne locali e a organizzare eventi di pubblicizzazione nel periodo dal 25 Giugno al 16 Luglio per rendere efficace una azione di boicottaggio che parta dalle azioni quotidiane, dalla spesa quotidiana all’organizzazione delle vacanze, per interrompere il flusso di denaro in Turchia e sostenere un sanzionamento dal basso delle politiche del governo Erdogan.

Sostieni la resistenza del popolo curdo contro l’Isis e contro Erdogan!
Il Silenzio è complice, la Solidarietà è un arma. Boicotta la Guerra!

 

Ufficio di Informaizone del Kurdistan in Italia

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Figen Yüksekdağ , co-presidente dell’HDP a Milano

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Domenica 26 giugno 2016, dalle 16,30 in poi, si svolgerà, organizzata da HDP-Italia e da Macao, una “Giornata in solidarieta’ con le vittime di ISIS” con la presenza di Figen Yüksekdağ, co-presidente dell’Halkların Demokratik Partisi – HDP.

L’evento si svolgerà presso il MACAO, Nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca di Milano. Viale Molise 68 20137 Milano.

pro Lombardia Indipendenza sarà presente per donare all’esponente politica Kurda una copia del volume edito dal Movimento e scritto da Gianni Sartori, quale segno di solidarietà con il popolo Kurdo.

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LURRA TA ASKATASUNA / TERRA E LIBERTÀ – intervista (15 agosto 2005) con Juan Mari Beldarrain, esponente di Eguzki – Di Gianni Sartori

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Ho incontrato Juan Mari Beldarrain a Donostia (San Sebastian) ai margini di una manifestazione indetta da Animalien Eskubideen Aldeko Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali) contro le corride. Manifestazione cui ho partecipato molto volentieri (molti slogan in euskara, lingua basca) in quanto mi ha dato la possibilità di conoscere il variegato mondo ecologista e animalista di Euskal Herria (Paesi Baschi). Ricordo che oltre a Eguzki (“Sole” in basco) in Euskal Herria esiste attualmente anche un’altra associazione, presente soprattutto in Navarra: Lurra (“La Terra”).

Una curiosità: alla manifestazione avevo incontrato Joseba Alvarez,  noto esponente di Batasuna che partecipava con la famiglia.

 

Quando e come è nato Eguzki?

In pratica proveniamo tutti dai Comitati Antinucleari. Quando la vicenda di Lemoiz (centrale nucleare nei pressi di Bilbao mai completata per le proteste e le azioni dirette degli antinucleari, nda) si concluse*, organizzammo un incontro per decidere il da farsi e prendemmo la decisione di non disperdere il patrimonio di esperienze e di organizzazione accumulato in tanti anni di resistenza ai progetti dei padroni dell’energia. In questo modo nacque una nuova organizzazione ecologista**, Eguzki. In quel momento c’erano molti gruppi, un’eredità del movimento antinucleare (forse il più ampio tra quelli attivi in Europa, nda): solo in Hegoalde (Paese Basco del Sud, sotto amministrazione spagnola, nda) i gruppi locali erano un’ottantina. Individuammo varie tematiche (ecologiste, ambientali, animaliste, sociali…) su cui lavorare insieme. In tutti era ben presente la consapevolezza di essere baschi, ma non c’era una posizione comune sulla questione dell’indipendenza.

 

Ci furono difficoltà (defezioni, scissioni…) nel tenere insieme un così gran numero di associazioni, a volte diverse per ideologia?

Quattro-cinque anni dopo ci fu in effetti una scissione. Alcuni militanti se ne andarono e fondarono Eki (ancora “Sole” ma nell’euskara di Iparralde, Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese, nda). In Eki la tendenza principale era apertamente trotzkista e, in parte, maoista. Mentre in Eguzki prevale la componente della sinistra abertzale (“patriottica”, tendenzialmente indipendentista) ma comunque autonoma rispetto ai partiti.Questa scissione comportò un indebolimento, una perdita di  “risorse”, anche perché negli anni successivi non abbiamo assorbito molta gente. Attualmente la maggior parte dei militanti è ancora costituita dalla “vecchia guardia” antinucleare, siamo  dei “veterani” con venti-trenta anni di militanza sulle spalle.

 

Qual è il vostro metodo di intervento?

Lavoriamo su due livelli: interveniamo tutti sulle problematiche nazionali (naturalmente si riferisce a Euskal Herria, nda) e ogni gruppo si occupa dei problemi locali.Eguzki è una sorta di “camera di compensazione”; prima lottavamo di più a livello di tutta Euskal Herria, ora prevalgono gli interventi specifici, locali. Purtroppo questo talvolta porta ad una scarsità di coordinamento ed essendo, ogni gruppo, fondamentalmente autonomo, si rischia di alimentare forme di personalismo.Dopo la centrale di Lemoiz, anche la questione della diga di Itoiz è diventata quasi un caso internazionale (ricordo le spettacolari azioni dimostrative, in stile Green Peace, nelle principali capitali europeee…). Qual è la vostra posizione?Per quanto riguarda la diga, noi come Eguzki appoggiammo sia il Coordinamento (“Coordinadora”) di Itoiz che i “Solidarios”, anche se tra loro non erano d’accordo sui metodi di lotta.

Contro la diga di Itoiz si operò sostanzialmente in tre modi:

1)      con le mobilitazioni, le manifestazioni, l’incatenamento per fermare i lavori;

2)      a livello giuridico utilizzando tutte le possibilità offerte dalla legislazione;

3)      con l’azione diretta e il sabotaggio.

 Noi pensiamo che tutti questi metodi siano validi. Invece il Coordinamento non considera valido il terzo e quando avvenne il famoso sabotaggio dei cavi, alla fine degli anni ’90, ruppe con i “Solidarios”.Come Eguzki tentammo, invano, di mediare. Da quel momento appoggiammo le iniziative, le manifestazioni e mobilitazioni di entrambi, partecipandovi regolarmente. Ricordo che da quel momento ci fu una vera e propria opera di criminalizzazione dei “Solidarios” con persone finite in galera e altre latitanti.Sottolineo comunque che noi non fummo il “motore” delle lotte contro Itoiz, ma che vi prendemmo parte attivamente.

 

Qual è attualmente la situazione di Itoiz, dopo che la diga è stata quasi completata?

Ci sono problemi di continui piccoli terremoti dovuti probabilmente al riempimento dell’invaso e la popolazione è seriamente preoccupata per quello che potrebbe avvenire. Si teme un altro Vajont. Recentemente gli abitanti della zona, sia quelli sfollati che quelli dei paesi circostanti, hanno visitato Longarone e la diga del Vajont, dove le conseguenze sono state ben più gravi. Quest’anno saranno invece gli Italiani a ricambiare la visita.Aoitz è attualmente il paese che sta lottando maggiormente. Come sai il vecchio paese è stato evacuato (ora è ricoperto dall’acqua) e gli abitanti “trasferiti” a forza. L’ultima iniziativa dei “Solidarios” era stata quella di rinchiudersi (sbarrando porte e finestre con il cemento) nelle case. Per allontanarli hanno dovuto intervenire con le ruspe.

 

Mi dicevi che un’altra questione di cui vi state occupando è quella degli inceneritori…

Quello degli inceneritori è un vecchio problema, ritornato prepotentemente d’attualità, soprattutto in Gipuzcoa (una delle province di Hegoalde, insieme a Bizkaia, Araba e Nafarroa, nda).Già nel ’92 si voleva costruirne uno, ma riuscimmo ad impedirlo dando impulso alla raccolta differenziata e al riciclaggio.Dopo quattro anni ci riprovarono e questo contenzioso rimane aperto. Da parte nostra abbiamo cambiato tattica. Nel primo caso agimmo direttamente come Eguzki, mentre ora partecipiamo ad un ampio movimento sociale dei cittadini. Noi segnaliamo, appoggiamo, partecipiamo. Sottolineo che questo movimento non è assolutamente ideologizzato.

In Gipuzcoa sono previsti due inceneritori, uno dei quali vicino alla frontiera con la Francia. Sono interessati tre comuni: Hondarribia, Irun e Hendaia, quest’ultima in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese, nda). Il progetto è stato “venduto” all’opinione pubblica come “cooperazione europea” e gode di finanziamenti CEE. In Iparralde la cosa è stata al centro di molte discussioni; tutti i municipi avevano rifiutato l’inceneritore, tranne Hendaia, una località prettamente turistica con 25mila abitanti in estate e solo 8mila in inverno. In sostanza è una sorta di alleanza tra PSF (socialisti francesi) e PSE (Partito Socialista di Euskadi, emanazione del PSOE, nda). Purtroppo il progetto di questo inceneritore sta andando avanti, ma cresce anche la resistenza popolare. A Irun ci sono state manifestazioni con più di cinquemila persone (e per una piccola località sono molte). C’era anche la proposta di un referendum, ma è stata bloccata dal governo. Però si è tenuto ugualmente nelle strade, in modo illegale e autogestito. Ha partecipato (nonostante le evidenti difficoltà organizzative) quasi il 50% della popolazione con un secco NO al 100% tra i votanti.

 

E qui, a Donostia?

Un altro inceneritore è previsto appunto a Donostia, ma sta sollevando un grande rifiuto sociale di massa. Inizialmente avevano cominciato a costruirlo a Urnieta e qui ci fu una vera e propria rivolta. In una località con nemmeno tremila abitanti si tennero manifestazioni a cui partecipava l’80% della popolazione. Venne addirittura assalita la casa del sindaco e l’amministrazione ha fatto marcia indietro. Allora il PNV (Partito Nazionalista Basco, “democristiano”) ha cercato un altro sito ed è stato individuato a Donostia (San Sebastian) pensando che in una grande città la coesione sociale è minore.Perfino il sindaco (del PSOE) ha detto di no, in parte contro il suo stesso partito. Si tratta anche di una “guerra interna” con il candidato del PNV alle prossime elezioni, ma per una volta lo appoggiamo. La questione al momento è in “ebollizione”, ma in ogni caso sta nascendo una forte opposizione popolare.

 

Un’altra organizzazione ecologista presente in Euskal Herria è Lurra (“La Terra”). Che cosa vi unisce e che cosa vi divide?

Devo fare una precisazione. Quando dall’interno di Eguzki nacque la proposta di una nuova associazione ecologista, Lurra, con un respiro più ampio, ci fu un solo voto contrario, il mio.Parlo quindi a livello personale, non come portavoce di Eguzki.Votai contro perché non vedevo possibilità di far crescere, attraverso Lurra, il movimento ecologista. A mio avviso è un accordo di “volontà”, di intenzioni, più che altro teorico. Non è un accordo tra persone che lavorano, lottano insieme; mi pare esista più che altro come immagine, per la stampa, per il pubblico…Comunque la proposta di Lurra è quella di estendere la lotta ecologista ad altri settori, a persone in relazione con la Terra ma non ecologisti (agricoltori, produttori, reti del commercio biologico e alternativo, associazioni di consumatori, settori sensibili dell’Università…) in particolare sulle questioni del territorio, dell’acqua, della biodiversità.Il progetto è quello di un’alleanza per difendere la Terra. L’ipotesi è sicuramente buona anche se, mi pare, nella pratica ancora non funziona.Lurra esiste ormai da tre anni e ha prodotto libri, riviste… ma non lotte, iniziative nelle strade.Un’altra contraddizione è che il gruppo è presente soprattutto in Navarra, dove Eguzki praticamente non esiste.Nelle Vascongadas rimane Eguzki e poco o niente Lurra. La mia opinione (del tutto personale, non a nome di Eguzki) è che sia abortita, morta giovane.

 

In molte parti di Europa è cresciuta una coscienza dei Diritti degli Animali. Aumentano le persone che fanno una scelta vegetariana e che si impegnano nella Liberazione Animale (anche tra i No-global). Esistono animalisti in Eguzki?

Capisco di darti una delusione ma personalmente sono “onnivoro” (quindi mangio anche carne) e in genere non sono d’accordo con chi tiene animali domestici. La considero una forma di schiavitù (J. M. si riferisce a cani e gatti, ma non agli allevamenti, veri lager per gli “altri animali”; su questo, ovviamente, io e lui non siamo assolutamente d’accordo, nda). Tuttavia in Eguzki (che è un movimento soprattutto di carattere sociale, politico, rivendicativo…) sono presenti anche alcuni animalisti, pur essendo una minoranza.Naturalmente siamo contro la caccia e contro la corrida; siamo contrari alla vivisezione, anche se in Euskal Herria non c’è mai stata una vera e ampia presa di coscienza su questo tema.Abbiamo invece relazioni politiche sia con i pescatori che con gli agricoltori (allevatori compresi) e difendiamo questi due settori sociali. Lavoriamo insieme al sindacato EHNE (Euskal Herriko Nekazari Elkartea, Associazione degli Agricoltori Baschi) per favorire la produzione locale e biologica. Pensiamo che il piccolo agricoltore, che conosce la sua terra, possa diventarne il “custode”…Con la questione della caccia abbiamo ottenuto una vittoria significativa. La UE aveva proibito la caccia nel momento del ritorno degli uccelli migratori, in febbraio e marzo.La provincia di Gipuzcoa, sostenendo che qui è una “tradizione locale”, l’aveva consentita e aveva fatto ricorso a Strasburgo, ma è stata multata. Si tratta sicuramente di un successo, anche per i gruppi conservazionisti e protezionisti.

 

Che opinione avete dei “Verdi”? E di Green  Peace?

In Hegoalde (Paese Basco del Sud, nda) i “Verdi” praticamente non esistono. Sono invece presenti in  Iparralde (Paese Basco del Nord, nda) e non sono “filofrancesi” ma nemmeno abertzale.Da noi c’è un gruppo che usa la sigla, Berdeak (“Verdi” in basco), ma non ha quasi militanti ed è integrato in Izquierda Unida. Sono una copia di “I.U.-Verdi” della Spagna.Non abbiamo problemi con Green Peace***; ma attualmente non abbiamo nemmeno rapporti dato che riconosce soltanto Green Peace in Spagna e non in Euskal Herria. Con Green Peace ci fu una grossa polemica al tempo di Itoiz quando questa organizzazione criticò duramente il sabotaggio dei cavi.

 

Una tua opinione sul cosiddetto “antropocentrismo” (inteso come visione del mondo, spesso con forti implicazioni religiose e gerarchiche) e sulle critiche radicali cui viene sottoposto, soprattutto dai gruppi animalisti?

Esprimo una mia opinione personale. Noi umani siamo abitanti della Terra; non importa come ci siamo arrivati, ma dobbiamo vivere in relazione con il suolo e il mare, con i nostri vicini, piante e animali… E dobbiamo mantenere un equilibrio perché tutti ci aiutiamo: il sole, la terra, l’acqua…Se uno rompe l’equilibrio (come sta avvenendo ora) tutto si frantuma, si degrada. Quindi per me l’importante è mantenere l’equilibrio, l’armonia…Per questo siamo anticapitalisti e anche contro lo sviluppo (anche quello dell’URSS di ieri e della Cina di oggi); infatti siamo convinti che il mercato sia fonte di squilibrio e di oppressione e quanto più grande diventa il mercato (come con la globalizzazione) tanto più aumentano squilibrio e oppressione.

 Gianni Sartori

5 dicembre 2005

 * Juan Mari si riferisce ai primi anni Ottanta, quando il Consiglio dei Ministri riconobbe pubblicamente che  le previsioni dei futuri bisogni energetici erano state volontariamente e arbitrariamente sovrastimate e stabilì una moratoria per alcune centrali nucleari in costruzione, tra cui Lemoiz chiusa poi definitivamente nell’inverno del 1994.

 ** Ho notato che la maggior parte dei militanti ecologisti prende le distanze dal termine “ambientalista”, sinonimo (in questo contesto particolare) di eccessiva moderazione se non di collaborazionismo. Per esempio spesso vengono definiti “ambientalististi” i “verdi” presenti in Izquierda Unida, considerati parolai.

 *** Alcuni dei primi e più attivi militanti di Green Peace in Europa erano baschi.